Risposte

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AMMINISTRATIVO

Violazione di un’ordinanza del sindaco
Il richiedente riferiva di aver ricevuto la notifica di un verbale per la violazione di un’ordinanza del Sindaco che prevedeva la sospensione delle attività nei luoghi pubblici, a causa della impraticabilità delle strade.
Riferiva di aver inviato al Sindaco uno scritto difensivo e una richiesta di audizione ma di non esser ancora stato contattato.

La risposta
Il Sindaco, in quanto organo responsabile dell’amministrazione comunale, è legittimato, ai sensi degli artt. 50 e 54 del D.Lgs. 18 agosto 2000 n. 267, ad emanare ordinanze contingibili ed urgenti per far fronte a circostanze imminenti ed attuali.
Alla violazione delle ordinanze del Sindaco consegue una sanzione che trova il suo fondamento nell’articolo 7 bis, comma 1 bis del D.Lgs 267/00.
Dall’inosservanza delle predette ordinanze, infatti, discende la sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da € 25,00 ad € 500,00.
Le modalità di contestazione del verbale d’accertamento sono disciplinate dall’apposito regolamento comunale e dovrebbero essere riportate in calce al verbale stesso.
Solitamente il termine per opporsi, in via amministrativa presentando memoria difensiva, è di 30 giorni.
Di norma, secondo quanto previsto dalla L. 689/81, il controllo giurisdizionale riguarda un momento successivo: quello dell’emanazione di ordinanza-ingiunzione di pagamento a seguito della definizione dell’opposizione in sede amministrativa.
Difatti, la norma statale prevede “l’impugnabilità” davanti all’Autorità Giudiziaria solo di tale ordinanza, non già anche del verbale di contestazione (a differenza di quanto avviene per le infrazioni al codice della strada, disciplinate differentemente).
Quanto sin qui riportato concerne la normativa statale che, ove costituzionalmente possibile, potrebbe essere integrata dalla normativa locale.

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Residenza anagrafica
Il richiedente riferiva di essersi trasferito da alcuni anni senza effettuare il cambio di residenza.
Chiedeva se fosse obbligatorio effettuare il predetto cambio e quali fossero le conseguenze dell’omessa comunicazione al Comune.

La risposta
Secondo il codice civile italiano, la residenza è il luogo in cui la persona ha la dimora abituale (articolo 43 II comma c.c.).
La dimora è il luogo in cui una persona si trova ad abitare.
Avere la residenza anagrafica là dove realmente si vive è un diritto della persona, un diritto da cui ne derivano molti altri: il diritto alle cure del servizio sanitario nazionale, il rilascio della carta di identità, il diritto all’assistenza sociale, l’iscrizione alle liste per l’assegnazione degli alloggi che il comune ha a disposizione, il diritto di voto in una serie di elezioni politiche e amministrative.
Dal punto di vista privatistico se una persona cambia residenza e non lo denuncia nei modi previsti dalla legge (articolo 44 c.c.), il cambiamento è inopponibile ai terzi in buona fede.
L’inopponibilità ai terzi in buona fede del cambio di residenza non denunziato significa che quando una persona non registra il proprio cambio di residenza, tutti coloro che non ne sono a conoscenza non possono subire danni dall’aver ignorato il cambio senza colpa: cioé per aver confidato nei registri del Comune.
All’atto pratico l’inopponibilità rileva principalmente quando una persona, per far valere i propri diritti, debba fare delle comunicazioni (diffide, notifiche di atti giudiziari) ad un’altra, il cui cambio di residenza non sia stato registrato in Comune.
In tale caso, infatti, una comunicazione fatta alla precedente residenza, anche se non portata a conoscenza dell’interessato che si è trasferito, rimane valida ed ha tutti gli effetti del caso (costituzione in mora per la diffida, regolarità della notifica per l’atto giudiziario, ecc…).
Il rischio, quindi, sarebbe quello di non ricevere comunicazioni giudiziarie in tempo utile per esercitare i propri diritti.
E’ ovvio che se nella residenza precedente vi è persona su cui si può far affidamento per una tempestiva comunicazione, tale rischio si riduce (si ricorda, però, che vi sono atti che possono essere consegnati solo al diretto interessato).
Da un punto di vista amministrativo le norma che regolano la residenza anagrafica sono la Legge 24 dicembre 1954, n. 1228 ed il Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223.
Ai sensi di tali norme è fatto obbligo ad ognuno di chiedere l’iscrizione nell’anagrafe del Comune di dimora abituale e di dichiarare alla stessa i fatti determinanti in mutazione di posizioni anagrafiche entro venti giorni dalla data in cui si sono verificati i fatti.
Chiunque contravvenga a tale obbligo è punito con una sanzione amministrativa fino a circa € 150,00.

Residenza anagrafica
La richiedente riferiva di dover cambiare residenza, e chiedeva se fosse possibile per chiunque venire a conoscenza della nuova residenza.

La risposta
Competente a conservare le notizie circa la residenza anagrafica è il Comune di residenza.
Chiunque abbia un interesse giuridicamente rilevante, può accedere agli atti amministrativi Comunali e venire a conoscenza della Sua residenza.
Difatti, in questo ambito, il diritto alla riservatezza viene “compresso” dall’interesse pubblico che motiva la pubblicità dell’anagrafe.

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Appello contro una sentenza del Giudice di pace
Il richiedente riferiva di aver ricevuto ingiustamente una sanzione per inosservanza del Codice della Strada, di aver proposto impugnazione innanzi al Giudice di Pace e di essersi visto rigettare il ricorso.
Chiedeva delucidazioni in merito alla possibilità di proporre appello.

La risposta
Un procedimento di appello della sentenza del giudice di Pace innanzi al Tribunale è, a differenza dell’opposizione alla sanzione amministrativa, un giudizio “vero e proprio”, con tutte le conseguenza del caso.
Prima fra tutte quella relativa alla spese della causa.
Nei procedimento d’opposizione a sanzione amministrativa, in caso di vittoria come in quello di soccombenza, il Giudice di Pace solitamente effettua la compensazione delle spese.
In un procedimento d’appello innanzi al Tribunale ciò difficilmente accadrà.
Se da un lato questo comporta che, in caso di vittoria, le spese legali possano essere addebitate alla controparte, dall’altro è necessario tenere presente che, in caso di soccombenza, l’appellante potrà subire la condanna alle spese.
Alla luce di quanto sopra suggerisco sempre di valutare a fondo i presupposti prima di intraprendere il giudizio d’appello per le sentenze in materia di opposizione a sanzione amministrativa.

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Omessa dichiarazione di entrate
Il richiedente riferiva di aver concesso per 7 anni l’uso di un box di sua proprietà ad un vicino dietro un corrispettivo irrisorio consensualmente non dichiarato.
A seguito della comunicazione del ricorrente al proprio vicino della sua intenzione di non rinnovare per l’ottavo anno la cessione del box, quest’ultimo lo minacciava di effettuare una denuncia alla Guardia di Finanza.

La risposta
Nel momento in cui vengono omesse dichiarazioni relative ad entrate sulle quali è prevista un’imposta si configura la fattispecie di evasione fiscale.
Tale condotta è punita con sanzioni pecuniarie e oltre una certa soglia di sottrazione di imponibile anche penalmente.
La pena della reclusione è prevista solo in caso di evasione fiscale superiore a circa € 77.000,00.
Qualora l’importo non versato sia inferiore alla predetta cifra, vi è la possibilità che venga inflitta una sanzione amministrativa pecuniaria.
L’entità di tale sanzione dipende dal valore dell’imposta non versata e dal tempo trascorso dal momento della debenza.
In linea di massima, decorso un anno dal momento della debenza delle varie imposte, la sanzione per la mancata registrazione del contratto di locazione è pari al 240% dell’imposta dovuta; mentre per l’omesso versamento dell’imposta annuale la sanzione è pari al 30% dell’imposta stessa.
La sanzione si aggiunge all’importo dell’imposta non versata ed agli interessi.
A seconda delle circostanze potrebbe essere ipotizzabile avvalersi dell’istituto del ravvedimento operoso per limitare le sanzioni.

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Violazione del codice della strada
La richiedente riferiva di aver ricevuto una multa per una violazione delle norme del Codice della Strada; pagava la sanzione pecuniaria, ma successivamente riceveva un verbale in cui le veniva richiesto il pagamento di € 280.00 per non aver comunicato i dati identificativi del conducente, così come richiesto nel primo verbale.
Mostrava l’intenzione di fare ricorso al Giudice di Pace e chiedeva quali fossero le possibilità di ottenere un esito favorevole.

La risposta
L’obbligo di comunicare i dati del conducente è disposto dalla Legge.
Solitamente al verbale viene allegato apposito modulo per la comunicazione.
Anche ove ciò non fosse avvenuto, l’ordinaria diligenza dovrebbe essere sufficiente per individuare le informazioni necessarie per effettuare l’invio richiesto.
Alla luce del noto brocardo “ignorantia legis non excusat”, temo che un eventuale impugnazione potrebbe non avere esito favorevole.

Violazione del codice della strada
Il richiedente affermava di aver ricevuto la notificazione di una multa per violazione delle norme del Codice della Strada.
Riferiva tuttavia che nell’ora e nella data indicate nel verbale la sua auto si trovava ferma in garage.

La risposta
Vi è la possibilità di opporsi al verbale di contestazione impugnando il medesimo innanzi al Giudice di Pace competente entro il termine (60 giorni) indicato sul verbale in Suo possesso (che dovrebbe essere l’unico redatto dagli agenti accertatori)
Sarebbe opportuno avere qualche elemento probatorio a sostegno della propria posizione, così da rendere al Giudice più agevole la constatazione dell’errore delle Forze dell’Ordine.
Oltretutto, per ottenere l’annullamento del verbale, potrebbe risultare necessario effettuare una querela di falso.
Se così fosse l’instaurazione del procedimento potrebbe risultare antieconomica.

Violazione del codice della strada
La richiedente riferiva che il suo ragazzo aveva ricevuto un verbale di contravvenzione ex art. 41 CdS da parte di un vigile che, secondo la richiedente, lo aveva preso di mira.
Chiedeva come si potesse contestare la contravvenzione, essendo certa che il suo ragazzo non l’abbia compiuta, e come potesse porre fine agli atteggiamenti del vigile.

La risposta
Il verbale di contravvenzione, redatto da un Pubblico Ufficiale, fa piena prova di quanto nello stesso contenuto, sino a querela di falso.
Il procedimento di querela di falso, da svolgersi innanzi al Tribunale, può essere proficuamente intrapreso solo in presenza di prove consistenti della falsità di quanto attestato nel verbale, non già di semplici sospetti o presunzioni.
Qualora si abbia motivo di ritenere che vi sia una serie di comportamenti illegittimi e penalmente rilevanti da parte di un componente della Polizia Locale, si potrà presentare denunzia per tali comportamenti.
Anche una tale mossa deve essere ben ponderata, in quanto, ove le accuse si rivelassero infondate si potrebbe essere accusati del reato di calunnia.

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Bocciatura
La richiedente lamentava il fatto che la bocciatura del figlio in terza superiore, riconoscendo lo scarso impegno di questi, ma dolgiandosi della completa mancanza di comunicazioni ed informazioni tra la scuola e la famiglia. In particolare, afferma che sul libretto scolastico non erano stati riportati tutti i voti e che le continue assenze non giustificate del figlio le sono state comunicate solamente a maggio. Chiede quindi se sia possibile fare ricorso al Tar per contestare la bocciatura.

La risposta
La normativa che disciplina la materia in esame è rinvenibile nella L. n. 425/97, nel D.P.R.
n. 323/98 ed in una serie di disposizioni varie, tra decreti, ordinanze e circolari ministeriali.
In riferimento a quanto da Lei esposto, la predetta normativa dispone che la scuola informi lo studente (e la famiglia) sulle decisioni e sulle norme che regolano la sua vita e che lo stesso abbia una valutazione trasparente e tempestiva preordinata, proprio, alla possibilità di migliorare il suo rendimento.
In linea teorica comportamenti contrari a tale disposto, precludendo la possibilità di migliorare, potrebbero inficiare la validità del giudizio di non promozione.
Per correttezza espositiva si riporta, tuttavia, che vi è una consolidata corrente giurisprudenziale secondo la quale il giudizio di non ammissione di un alunno alla classe superiore si basa esclusivamente sulla constatazione della sua insufficiente preparazione e dell’incompleta maturazione personale, necessarie per accedere alla successiva fase di studi, senza che su tale giudizio possano incidere la mancata attivazione di iniziative di sostegno nel corso dell’anno ovvero il livello di comunicazione scuola-famiglia. (Cons. Stato, sez. VI, 20 ottobre 2005 n. 5914).
Infine, per completezza va osservato che, costituisce jus receptum il principio per cui,nell’ambito dei giudizi scolastici, il sindacato del giudice di legittimità deve fermarsi alla verifica delle regole procedimentali, nei limiti dell’illogicità e della contraddittorietà manifeste in quanto,diversamente opinando, il giudice indebitamente finirebbe per invadere l’area dell’insindacabile merito valutativo riservata all’organo tecnico, sia esso il consiglio di classe o la commissione d’esame (Cons. Stato, sez. VI, 12 gennaio 2000, n. 213; T.A.R. Toscana, sez. I, 16 novembre 2005,n. 6223; TAR Lombardia, sez. III, 21 giugno 2004, n. 2481).

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Condono edilizio
Il richiedente chiedeva se fosse possibile ottenere il condono edilizio per una mansarda regolarmente costruita nella provincia di Milano, affinché da non abitabile diventi abitabile.

La risposta
Circa la proroga del condono edilizio, preciso che l’emendamento per la proroga del condono edilizio non è stato approvato dal Legislatore.
Per la verifica della possibilità di ottenere l’abitabilità della mansarda da Lei menzionata sarebbe necessario un esame della normativa locale ed una valutazione dei requisiti richiesti.

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Dati del conducente
Il richiedente riferiva di aver ricevuto un verbale di sconosciuto trasgressore per un’infrazione del codice della starada, e di aver pagato senza comunicare l’identità del conducente della vettura (in quanto era lui stesso il conducente).
Affermava di aver ricevuto un secondo verbale dopo 60 giorni dalla ricezione del primo, nel quale gli veniva contestata la mancata comuinicazione dell’identità del conducente.

La risposta
Nel momento in cui si omette di indicare i dati del conducente come richiesto in sede di primo verbale, è legittima l’emissione di secondo verbale per violazione dell’art. 126 bis C.d.S.

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Mancata presentazione della dichiarazione dei redditi
La richiedente ometteva di presentare la dichiarazione dei redditi e di pagare i dei contributi di parte dal 2007. Si chiedeva se, chiudendo la p iva e andando convivere, vi fosse la possibilità che venissero pignorati dei beni del suo convivente.

La risposta
Nel caso di mancata presentazione della dichiarazione dei redditi, si applica la sanzione amministrativa dal centoventi al duecentoquaranta per cento dell’ammontare delle imposte dovute, con un minimo di circa € 250,00. Se non sono dovute imposte, si applica la sanzione da circa € 250,00 a circa € 1.000,00.
Tale sanzione può essere aumentata fino al doppio nei confronti dei soggetti obbligati alla tenuta di scritture contabili.
La Pubblica Amministrazione potrà quindi rivalersi nei Suoi confronti, oltre che delle tasse non versate, anche dell’importo della sanzione, giungendo sino all’espropriazione forzata di beni di proprietà della ricorrente sino al raggiungimento dell’importo dovuto.
La legge prevede che il debitore risponda dei propri debiti con il proprio patrimonio. Perciò i beni altrui non dovrebbero essere toccati.
Ovviamente in caso di convivenza potrebbe essere difficile dimostrare che i beni mobili della casa “familiare” non siano anche di proprietà della ricorrente.

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Esposto di un genitore all’USP
Il richiedente, dirigente scolastico, riferiva che un genitore aveva presentato un esposto all’U.S.P. in merito alla bocciatura del figlio, e che l’U.S.P. gli aveva chiesto una relazione in merito.
Riferiva di non aver inviato tale relazione, e chiedeva se ci fossero conseguenze.

La risposta
Le competenze dell’USP, quale articolazione dell’USR, sono stabilite dal DPR 260/07.
L’ente in questione ha la funzione di provvedere al monitoraggio delle scuole.
Nel momento in cui al predetto ente viene segnalata una presunta irregolarità, questo potrà eseguire le verifiche del caso, richiedendo chiarimenti e precisazioni.
Una volta adito, mediante un esposto, l’USP, il genitore in questione potrà richiedere l’accesso agli atti, tra cui vi sarà la Sua relazione.
Salvo specifica richiesta dell’USP, non dovrebbe sussistere a Suo carico un obbligo di trasmettere la relazione al genitore.
Difatti questi, seppur portatore dell’interesse legittimo al buon andamento della scuola, potrà farlo valere attraverso le istituzioni competenti o, in alternativa, attraverso un ricorso all’Autorità Giudiziaria.

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Fermo amministrativo
Il richiedente riferiva di avere un fermo amministrativo all’auto e di averlo scoperto al momento del pagamento del bollo.
Affermava di essere ignaro della sussistenza del fermo nei cuoi confronti, e che tale fermo era strato posto in essere da una società alla quale il giudice di pace negava la qualifica di agente riscossore (di conseguenza, non era legittimata a fare fermi amministrativi).

La risposta
Attesa la conplessità della materia amministrativa, per individuare l’organo competente per la presentazione di un ricorso avverso un fermo, sarebbe necessario un esame complessivo di tutti gli atti (eventualmente richiedendo gli stessi agli enti emittenti qualora non fossero nella disponibilità del ricorrente).
Difatti, a seconda della natura del credito vantato dalla Pubblica Amministrazione, si potrà individuare l’Autorità Giudiziaria ordinaria oppure quella speciale cui viene attribuita la giurisdizione per il caso di specie.
A seguito dell’individuazione di tale Autorità, si potrà valutare la proponibilità o meno del ricorso, nonchè l’opportunità dello stesso.

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BANCHE

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Intermediazione finanziaria
Il richiedente riferiva di aver aperto un conto corrente online per operare nel commercio valutario e, a seguito di investimenti poco accorti, di aver perso somme notevoli.
Chiedeva informazioni circa la possibilità di rivalersi sull’intermediatore finanziario, posto che il medesimo non si era informato sulla Sua propensione al rischio né sulla Sua esperienza negli investimenti.

La risposta
La fattispecie parrebbe rientrare nell’alveo dell’intermediazione finanziaria.
Risulterebbe, quindi, disciplinata dal d.lgs. 58/1998 (Testo unico in materia di intermediazione finanziaria) e dai regolamenti della CONSOB, in particolare il Reg. 11522/1998.
Tali norme prevedono un duplice obbligo di informazione a carico dell’intermediatore.
In primo luogo questi è tenuto a raccogliere informazioni dall’altro contraente circa la sua esperienza in materia di investimenti in strumenti finanziari, la sua situazione finanziaria, i suoi obiettivi di investimento, nonché la sua propensione al rischio.
In secondo luogo, nel momento in cui riceve le istruzioni circa le operazioni da compiere da parte dell’investitore, ha l’obbligo di ragguagliare il medesimo in ordine alla natura, ai rischi e alle implicazioni della specifica operazione o del servizio, la cui conoscenza sia necessaria per effettuare consapevoli scelte di investimento o disinvestimento.
Le informazioni fornite dall’intermediario debbono essere veritiere e professionalmente qualificate: se questi non è a conoscenza di determinate circostanze o notizie che secondo la diligenza professionale dovrebbe conoscere, potrà essere chiamato a rispondere delle conseguenze.
Risulta oltretutto vietato il compimento di operazioni “non adeguate”: gli intermediari debbono astenersi dall’effettuare operazioni non adeguate per tipologia, oggetto, frequenza o dimensione.
Gli operatori che ricevono disposizioni relative ad una operazione non adeguata, sono tenuti ad informare l’investitore di tale inadeguatezza e delle ragioni per cui non è opportuno procedere.
Qualora l’investitore, opportunamente ragguagliato, intenda comunque procedere, gli intermediari possono eseguire l’operazione solo sulla base di un ordine impartito per iscritto ovvero, registrato su supporto magnetico.
Per quanto concerne la responsabilità per eventuali danni subiti dall’investitore a seguito di operazioni inadeguate per le quali non era stato sufficientemente informato non si può non citare una recente sentenza della Suprema Corte: “Le operazioni di borsa hanno natura aleatoria, la quale impone di dover rettamente distribuire tra le parti il rischio ad esse riconnesso, dovendosi pertanto – dinanzi a rovinose perdite subite dall’investitore – ritenere l’intermediario pienamente responsabile solo qualora non provi di aver eseguito l’incarico con la dovuta diligenza al medesimo imposta e comunque senza il rispetto delle norme stabilite dalla delibera n. 11522” (Cass. civ. sez. I, sent. n. 426 del 15/01/2000).
Alla luce di quanto sopra brevemente esposto, con riferimento alla domanda, potrebbe ravvisarsi una certa responsabilità dell’intermediatore in ordine alle conseguenze degli investimenti effettuati.

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Centrali rischi
Il richiedente riferiva di aver acquistato, tempo addietro, tramite finanziamento un televisore e, per errore, di non aver pagato alla scadenza quattro rate.
Per tale motivo veniva segnalato, senza averne notizia, alla centrale rischi.
Successivamente contattato dalla società, avvedutosi dell’errore saldava quanto dovuto.
Decorsi anni da tale episodio chiedeva un finanziamento per l’acquisto di un’autovettura.
Tale finanziamento veniva rifiutato.
Il richiedente desiderava quindi conoscere la procedura per la cancellazione dei dati nelle centrali rischi, atteso l’avvenuto pagamento ed il decorso del tempo.

La risposta
Innanzitutto vi sono differenti tipi di centrali rischi: una gestita dalla banca d’Italia per importi superiori ad € 75.000,00, un’altra, per importi sino a € 75.000,00, gestita dalla Società interbancaria per l’automazione, sotto la vigilanza della Banca d’Italia ed infine una serie di centrali rischi private per importi sino a € 30.000,00.
Tralasciando, in questa sede, la normativa relativa alle prime due, per la terza tipologia di centrali rischi esiste un codice deontologico che impone la cancellazione delle segnalazioni decorso un certo periodo di tempo dal saldo del debito.
Nel caso di ritardo superiori a due rate o mesi, tale periodo dovrebbe essere di ventiquattro mesi, che decorrono dalla data di registrazione dei dati relativi alla regolarizzazione.
La cancellazione dovrebbe avvenire automaticamente.
L’accesso ai dati del segnalato è possibile si sensi dell’art. 7 del D. L.gs 30 giugno 2003, n. 196 (c.d. Codice della privacy), con richiesta rivolta senza formalità al titolare dei dati.
Primo passo, quindi, per richiedere la comunicazione dei dati è individuare il titolare del trattamento.
Per fare ciò dovrebbe essere sufficiente richiedere, a chi ha eseguito la segnalazione, i nominativi delle centrali rischi cui i dati del segnalato sono stati comunicati.
Ai sensi dell’art. 146 del codice deontologico delle centrali rischi private, dovrebbe rispondere entro 15 giorni.
Dopodiché si potrà fare richiesta di accesso ai dati delle centrali rischi cui il nominativo è stato comunicato.
Anche in questo caso il termine per la risposta è di 15 giorni.
Quando, a seguito della richiesta non risulta confermata l’esistenza di dati che riguardano l’interessato, può essere chiesto un contributo spese non eccedente i costi effettivamente sopportati per la ricerca effettuata.
Nel caso risulti ancora la segnalazione è invece possibile sollecitare la cancellazione (sussistendone i presupposti: estinzione del debito e decorso del tempo).
Nel momento in cui il diritto d’accesso fosse negato è possibile rivolgere reclamo al Garante per la privacy o, in alternativa, adire l’Autorità Giudiziaria ordinaria.

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Cessione del credito
La ricorrente riferiva di aver ricevuto una comunicazione dalla banca per una cessione del credito effettuata a sua insaputa.
A fronte del fatto che la ricorrente aveva in corso con un fornitore delle contestazioni e che sul contratto con questo stipulato ci fosse una clausola in base alla quale il credito non poteva essere ceduto, la stessa chiedeva se avesse l’obbligo di accettare la cessione.

La risposta
Ai sensi dell’art. 1260 c.c. i crediti il cui trasferimento è escluso dalla volontà delle parti, cioé dal contratto, sono incedibili.
Tuttavia tale pattuizione, avendo natura obbligatoria (giacché sorge da un contratto) ha efficacia solo tra le parti, di talché l’incedibilità potrà essere opposta al cessionario (chi ha acquistato il credito) solo nel caso in cui si riuscisse a provare che lo stesso era a conoscenza della clausola (sostanzialmente se il cessionario conosceva il contratto tra Lei ed il Suo fornitore).
In linea di massima, tuttavia, la Legge dispone che la situazione del ceduto non può essere aggravata dalla cessione.
Pertanto saranno opponibili al cessionario tutte le eccezioni relative alla fonte del credito.

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Ipoteca fiscale
Il ricorrente riferiva di essere stato avvisato dalla sua Banca del fatto che era stata iscritta un’ipoteca immobiliare sulla sua abitazione da parte del Fisco.
Chiedeva come avrebbe potuto fare per impugnare il provvedimento, in considerazione del fatto che esso arrecava un notevole danno alla sua attività commerciale.

La risposta
Ai sensi della Legge n. 248 del 2006, è stata stabilita la possibilità di impugnare innanzi al Giudice Tributario i provvedimenti di iscrizione
di ipoteca attuati dal Fisco.
Per valutare la possibilità di proporre impugnazione è necessario un approfondimento dei fatti ed un esame degli atti.
Relativamente alla possibilità per la Banca di venire a conoscenza dell’ipoteca prima del debitore, rilevo che l’ipoteca risulta dai registri pubblici depositati presso le Conservatorie.

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Libretto di risparmio
La richiedente riferiva di aver trovato un libretto di risparmio del 1933, appartenente al padre, e chiedeva se potesse avere ancora oggi un valore economico.

La risposta
In primo luogo si dovrebbe verificare se il libretto risulta tra quelli dormienti incamerati dallo Stato.
In tal caso, si potrebbe tentare il recupero delle somme con richiesta al Ministero del Economia e delle Finanze.
Ove così non fosse, sarebbe necessario una disamina della questione (in primo luogo le circostanze di fatto: nome della Banca, condizioni del libretto, ed in secondo luogo un approfondimento giurisprudenziale) per offrire una risposta più dettagliata al Suo quesito.

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Limite della fideiussione
La ricorrente riferiva di aver aperto un’attività nel 2008 e di aver chiesto a tal fine in banca un finanziamento di Euro 30.000,00 del quale era garante la suocera.
Affermava di aver sostituito in un secondo momento il finanziamento con uno di importo maggiore (60.000,00) per il quale era garante il cognato.
La ricorrente non riusciva a saldare il finanziamento, e risultava debitrice nei confronti della banca di Euro 100.000,00.
Il cognato, pagando la sua quota, non risulta più garante della ricorrente, ma rimaneva come garante la suocera, sulla casa della quale veniva iscritta ipoteca.
La ricorrente riferiva di essere stupita da tale fatto, in quanto pensava che avendo chiuso il primo finanziamento anche la garanzia della suocera fosse venuta meno.

La risposta
In primo luogo rilevo che l’art. 1138 c.c. prevede che la fideiussione omnibus sia valida solamente quando sia previsto un importo massimo garantito.
A livello generale, la legge dispone l’annullabilità dei contratti nei quali la volontà di una delle parti risulti viziata.
L’art. 1427 c.c., difatti, prevede che “il contraente, il cui consenso fu dato per errore, estorto con violenza o carpito con dolo, può chiedere l’annullamento del contratto”.
Nel caso in cui si stipuli un contratto di fideiussione nella convinzione di garantire unicamente il debito originario, il fatto che si abbia la possibilità di leggere le condizioni contrattuali alla sottoscrizione del contratto rende molto difficile provare la mancata conoscenza degli obblighi che con tale contratto si assumono.
Per provare ciò sarebbe necessario fornire la prova del fatto che si è stati indotti in errore o raggirati dalla banca.
Nel caso in esame, l’azione dovrebbe essere proposta in modo autonomo od in opposizione al decreto ingiuntivo oppure all’esecuzione da parte della suocera della ricorrente.
Vi sono, tuttavia, alcune note sentenze, seppur ormai risalenti, che tentavano di individuare un limite di carattere generale all’operatività in concreto della fideiussione omnibus (Cass., 18 luglio 1989, n. 3362; Cass., 20 luglio 1989, n. 3385; Cass., 20 luglio 1989, n. 3386; Cass., 20 luglio 1989, n. 3387; Cass., 20 luglio 1989, n. 3388).
“Tale limite” si legge nella sentenza n. 3362/89 “sarebbe costituito dalla regola codificata, di correttezza e di buona fede che deve presiedere al comportamento delle parti nella fase d’esecuzione del rapporto obbligatorio (art. 1175 e 1375 c.c.): nel caso concreto, del rapporto di garanzia”.
Ciò, tuttavia, riporta al punto di partenza: la difficoltà di dimostrare un comportamento contrario alla buona fede e tale da indurre in errore o “raggirare” il fideiussore.

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Segnalazione centrale rischi
La ricorrente lamentava la segnalazione senza preavviso della propria ditta artigiana alla centrale rischi. Il problema che riscontrava era che, avendo aperto il conto della ditta in una nuova banca, veniva avvertita del momentaneo blocco del conto per la verifica dei documenti. L’altra banca presso la quale la ditta della ricorrente aveva un conto le suggeriva di procedere ad un saldo stralcio, ma la ricorrente si trovava economicamente impossibilitata a procedere in tal senso.

La risposta
Per debiti inferiori ad € 30.000,00, la segnalazione alla centrale rischi dovrebbe venire cancellata, nel caso di ritardo superiori a due rate o mesi nei pagamenti, dopo ventiquattro mesi dalla regolarizzazione della situazione.
Nel caso la situazione non venga regolarizzata (pagando le rate arretrate) la cancellazione non può aver luogo.
Fintanto che persisterà la segnalazione, difficilmente si potrà ottenere un ulteriore mutuo.
Le soluzioni che rimangono potrebbero essere un prestito da parte di un parente o una persona di fiducia oppure la vendita di eventuali beni immobili.

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Diritto di abitazione
La richiedente riferiva che il marito, amministratore unico di una S.r.l. unipersonale, aveva concesso delle garanzie personali su affidamento bancario.
Riferiva che la società era in procinto di dichiarare il fallimento; chiedeva se fosse vero che, essendo il marito cointestato nella loro casa, vendendo la sua quota a lei e mantenendo solamente il diritto di abitazione ed essendo in regime di separazione dei beni, l’immobile non poteva essere pignorato.
Chiedeva inoltre se tale diritto potesse essere revocato.

La risposta
E’ possibile che una compravendita di tal genere limiti le possibilità della Banca di avanzare pretese sul bene o, quantomeno, le renda più difficoltose.
Tuttavia non si può escludere che, consapevole della situazione, la Banca esperisca un’azione revocatoria, volta a dichiarare l’inefficacia della vendita o volta ad accertarne la simulazione.

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CIVILE

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Arricchimento senza giusta causa
Il richiedente riferiva di coabitare con una signora, presso un immobile di proprietà della medesima, da lui ristrutturato ed arredato nel corso della convivenza.
A seguito di un litigio la proprietaria esprimeva l’intenzione di allontanare il convivente dalla casa “familiare”, senza nulla riconoscere al medesimo per le opere di ristrutturazione o per i mobili e senza dare allo stesso la possibilità di asportare i medesimi.
Chiedeva, quindi, se vi fosse modo di recuperare quanto speso.

La risposta
Tralasciando, in questa sede, ogni discorso relativo al diritto personale di godimento dell’immobile adibito a casa “familiare” che al convivente non proprietario è stato in alcune occasioni riconosciuto dalla giurisprudenza, si osserva come la convivenza sia una situazione di fatto, pressoché priva di specifiche tutele e riconoscimenti giurisdizionali, salvo talune recenti norme.
Relativamente, invece, alle spese sostenute si evidenzia come la fattispecie parrebbe rientrare nell’alveo dell’iniusta locupletatio, cioè l’indebito arricchimento disciplinato dall’art. 2041 c.c.
Tale ingiustificato arricchimento è fonte dell’obbligo di indennizzare il danneggiato dal pregiudizio subito e, quando l’arricchimento ha per oggetto una cosa determinata, è fonte dell’obbligo di restituzione.
L’arricchimento può consistere sia in un incremento patrimoniale sia in un risparmio di spesa da parte dell’arricchito, al quale deve corrispondere un eguale esborso da parte del danneggiato.
Per essere indebito tale arricchimento deve essere sprovvisto di “giusta causa”.
Con tale espressione non si intende certo la mancanza di motivo, bensì l’assenza di interesse meritevole di tutela: quando cioè l’impoverimento non appaia remunerato e non costituisca adempimento di una obbligazione.
Dalle sommarie informazioni fornite pare che le spese per la ristrutturazione e per l’arredamento dell’immobile fossero state sostenute per l’affidamento che riponeva nella convivenza e nella conseguente coabitazione.
Ove venisse meno tale requisito le spese, prima facie, parrebbero divenire prive di “giusta causa” e potrebbe sorgere, quindi, il diritto all’indennizzo ed alla restituzione dei mobili.
Per la tutela di tale diritto, ove la proprietaria non lo riconosca e vi provveda spontaneamente, l’unico rimedio esperibile è quello dell’azione giudiziaria.

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Pagamento indebito
Il richiedente riferiva di aver percepito per la propria attività di lavoro autonomo, senza accorgersene, un importo superiore a quello concordato in sede contrattuale, per errore del cliente.
Chiedeva se fosse tenuto a restituire quanto percepito.

La risposta
La fattispecie parrebbe rientrare nell’ambito del pagamento indebito.
Tale infatti è l’esecuzione di una prestazione non dovuta.
L’art. 2033 c.c. detta la disciplina in materia di indebito oggettivo, cioè quando la prestazione è eseguita in mancanza di qualsivoglia titolo (ad esempio un debito inesistente).
Mentre quando l’indebito è soggettivo (ad esempio si adempie un debito altrui credendo per errore scusabile di essere il debitore obbligato), lo stesso è disciplinato dall’art. 2036 c.c.
Il caso in esame parrebbe rientrare nella prima ipotesi: pagamento del tutto non dovuto.
Purtroppo in questo caso, a differenza che nell’indebito soggettivo, l’errore non viene considerato dalla normativa.
La legge dispone, infatti, che il solvens (colui che effettua il pagamento indebito) abbia diritto di richiedere quanto versato oltre agli interessi su tale somma.
Tuttavia se l’accipiens (chi riceve il pagamento) era in buona fede (come pare essere il Suo caso) non è tenuto a restituire gli interessi sulla somma percepita ma solo la somma medesima.

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Contenzioso ereditario
Il richiedente manifestava la necessità di provare come da tempo stesse contribuendo al sostentamento dei genitori anziani attraverso un contributo economico.
Lo scopo di tale atto, nelle sue intenzioni sarebbe stato quello di provare quanto sino al momento versato e di prevenire un eventuale e probabile contenzioso successorio con la sorella, con la quale i rapporti erano conflittuali.

La risposta
Se obiettivo della scrittura fosse quello di offrir prova di quanto corrisposto, ciò ben potrebbe essere realizzato con una semplice scrittura privata sottoscritta dalle parti.
Tuttavia, per le peculiarità della disciplina successoria, un documento di tale tenore non produrrebbe alcun effetto sulla divisione ereditaria.
Per risolvere la questione vi potrebbero essere diverse soluzioni: un contratto con i genitori, il testamento, l’ufficializzazione della rendita vitalizia…
Ognuna di queste soluzioni ha vantaggi e svantaggi, sia di ordine economico (sicuramente un testamento è più economico della costituzione di una rendita vitalizia, anche solo a livello tributario) che di ordine pratico (il testamento può essere revocato, l’esecuzione del contratto potrebbe richiedere un giudizio).
La complessità della materia richiederebbe un’analisi più approfondita con esplicito riferimento alle situazioni di fatto solamente accennate.

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Spese di manutenzione della servitù prediale
Il richiedente riferiva di essere proprietario di una strada gravata dal diritto di servitù di passaggio a favore di altro fondo limitrofo e di dover provvedere al rinnovo del fondo stradale.
In proposito chiedeva in quale modo effettuare la ripartizione delle spese dell’opera, quantificando la somma da porre a carico del proprietario del terreno adiacente.

La risposta
In tema di servitù di passaggio, l’art. 1069 del Codice civile prevede che, nel caso di realizzazione di opere sul fondo servente (il terreno gravato dal diritto di passaggio), dalle quali tragga vantaggio anche il proprietario del fondo dominante (il fondo a favore del quale la servitù è costituita), entrambe le parti debbano concorrere alle spese in proporzione al “rispettivo vantaggio”.
Nel concetto di realizzazione di opere è da tempo concordemente inclusa la manutenzione (si vedano le sentenza della Corte di Cassazione n. 72 del 1976, n. 2255 del 1978, n. 949 del 1982).
Considerato che né la normativa né la citata giurisprudenza puntualizzano in che misura debba essere ripartita la spesa, i criteri per l’individuazione dei “rispettivi vantaggi” sono i più vari.
Per completezza si segnala che alcuni Giudici di merito (tra tutti: Tribunale di Roma, sentenza n. 20638 del 2003) hanno preso in considerazione di volta in volta: intensità di utilizzo, lunghezza del percorso, metodo di utilizzo (pedonale o carrabile).
La quantificazione della ripartizione delle spese richiederebbe, quindi, un’analisi più approfondita delle situazioni di fatto.
Oltretutto bisognerebbe considerare anche l’incremento di valore che il fondo servente trae dalle opere.
In linea teorica, nell’ipotesi di utilizzo equamente distribuito della strada, suggerirei la seguente ripartizione delle spese: 3/5 a carico del proprietario del fondo servente e di 2/5 a carico del proprietario del fondo dominante.

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Circolazione stradale
Il richiedente riferiva di essere stato investito mentre transitava in bicicletta sulle strisce di attraversamento di una strada che intersecava una pista ciclabile.

La risposta
In tema di scontro tra veicoli, vige la presunzione di eguale concorso di colpa, come stabilito dal secondo comma dell’art. 2054 c.c.: “nel caso di scontro tra veicoli si presume, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli.
Tale presunzione, tuttavia, può essere vinta dimostrando la colpa di uno solo dei conducenti dei veicoli coinvolti.
In alternativa è anche possibile, sempre tramite la dimostrazione dello svolgimento del sinistro, ripartire in maniera differente la colpevolezza tra i conducenti dei veicoli coinvolti, ad esempio nella misura del 70% ad uno e 30% all’altro.
Ciò, ovviamente, nel caso in cui si riesca a dimostrare che uno dei conducenti abbia posto in essere una condotta imprudente ovvero abbia violato norme del codice della strada.
Nel caso prospettato, per un esame più approfondito in merito alla ripartizione della colpa sarebbe necessaria una descrizione più accurata dello svolgimento del sinistro.
Infatti, se l’attraversamento utilizzato fosse stato riservato alla pista ciclabile sarebbe sicuramente ravvisabile una colpevolezza maggiore in capo al conducente del veicolo, mentre se l’attraversamento fosse stato pedonale potrebbe rilevarsi una distribuzione della colpa, non necessariamente paritaria, a seconda anche di altre circostanze.

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Inadempimento
Il richiedente riferiva di aver stipulato un contratto con una societa’ di intermediazione turistica.
Rilevava come tale contratto non fosse stato correttamente adempiuto e chiedeva le possibili soluzioni.

La risposta
Il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento è stato determinato da impossibilità della prestazione per causa a lui non imputabile.
Nel momento in cui il debitore rifiuta il risarcimento è possibile agire giudizialmente nei suoi confronti per la risoluzione del contratto ed il conseguente risarcimento.

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Rumore
Il richiedente, residente in condominio senza amministratore o regolamento, domandava quali fossero gli orari in cui le attività dovessero essere ridotte allo scopo di non recare disturbo agli altri condomini.
Riferiva, infatti, che il vicino del piano inferiore soleva attivare una lavatrice alle ore 22,30, con notevole fastidio per il richiedente medesimo.

La risposta
In ordine agli orari nei quali le attività dei condomini debbono ridursi o moderarsi per non recare disturbo agli altri, solitamente, è il regolamento di condominio a provvedere.
In mancanza di regolamento di condominio, come pare probabile nel caso illustrato, si applicheranno le normali disposizioni di Legge.
Occorre precisare che non esiste una legge che fissa criteri assoluti di ripartizione del rumore.
La norma che regola le immissioni di rumore da immobili limitrofi è l’art. 844 c.c., ai sensi del quale, “il proprietario di un fondo non può impedire […] i rumori derivanti dal fondo del vicino se non superano la normale tollerabilità, avuto riguardo alla condizione dei luoghi”.
Il limite di tollerabilità delle immissioni rumorose non è mai assoluto, ma relativo alla situazione ambientale, variabile da luogo a luogo, secondo le caratteristiche del luogo e le abitudini degli abitanti (in questo sendo la Cassazione, con sent. 2166/06).
Nel caso di specie, si può comprendere come l’attivazione dell’apparecchio in oggetto da parte del vicino risulti molesto soprattutto per l’orario, normalmente dedicato al riposo, e per l’assenza di altri rumori che in certo qual modo attutiscano o rendano meno percepibile il rumore prodotto dall’elettrodomestico citato.
Al di là di un richiamo verbale, è certamente possibile una tutela giuridica.
Suggerivo di invitare il vicino ad attivare in orari più consoni la lavatrice.
Qualora ciò, come sovente accade, non fosse sufficiente, sarebbe possibile inviare al vicino un invito formale (per iscritto ed a mezzo raccomandata a.r.) affinché cessi di recare disturbo in orari impropri mediante l’attivazione della lavatrice.
Se, in spregio ai rapporti di buon vicinato, neppure tale comunicazione sortisse alcun effetto, l’unica strada percorribile sarebbe quella del ricorso all’Autorità Giudiziaria civile per ottenere la cessazione della turbativa ed il risarcimento del danno.
Ritengo, infatti, che sebbene la fattispecie difficilmente (salvo apparecchiatura oltremodo rumorosa) possa giungere ad integrare il reato di disturbo del riposo (art. 659 del Codice penale), certamente comporti un danno ingiusto risarcibile in sede civile.

Rumore
Il richiedente riferiva che da tre anni a questa parte l’appartamento situato al piano superiore veniva affittato a studenti universitari che conducevano una movimentata vita notturna.
Per tale ragione il riposo notturno era divenuto impossibile a causa dei continui spostamenti di mobili o sedie, toni di voce alta, schiamazzi e risate di gruppo, passi pesanti, rumorosi calpestii, tintinnii sonori e cadute di oggetti sul pavimento fino a notte inoltrata.
Tali rumori si ripetevano sistematicamente ogni notte.
A nulla essendo valsi i richiami ai conduttori ed al proprietario, domandava quale tutela giuridica potesse ottenere.

La risposta
Il riposo delle persone, nel nostro ordinamento, riceve una duplice tutela: sia in sede civile che in sede penale.
Difatti il disturbo del riposo delle persone è un illecito penale, previsto e punito dall’art. 659 c.p.
Tale norma prevede che il colpevole possa subire la condanna all’ammenda sino a € 310,00 circa, oppure persino l’arresto fino a tre mesi.
Dal punto di vista civilistico l’art. 844 c.c., norma che regola le immissioni di rumore da immobili limitrofi, prevede che il proprietario abbia diritto a non ricevere disturbo da appartamenti confinanti quando il rumore superi la normale tollerabilità.
Il limite di tollerabilità delle immissioni rumorose non è mai assoluto, ma relativo alla situazione ambientale, variabile da luogo a luogo, secondo le caratteristiche del luogo e le abitudini degli abitanti (in questo sendo la Cassazione, con sent. 2166/06).
Nel Suo caso ritengo che la sistematicità del ripetersi del rumore (tutte le sere) possa far ritenere superato il limite di tollerabilità.
Infatti rumori come quelli descritti potrebbero essere sopportabili se avvenissero una volta soltanto o, al massimo, in alcuni fine settimana.
Il fatto, invece, che si ripetano incessantemente ogni sera, con gravi ripercussioni sul Suo riposo notturno, li rende intollerabili.
Nell’immediatezza potrebbe chiamare le Forze dell’Ordine, le quali però si limiterebbero a richiamare gli studenti, con risultati probabilmente non persistenti nel tempo (qualche sera dopo riprenderebbe il rumore).
Al di là di ciò, è certamente possibile una tutela giuridica, si in sede penale, attraverso una denunzia, che in sede civile con un’azione per la cessazione della molestia ed il risarcimento del danno.

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Vizi e difetti immobile
Il richiedente riferiva di risiedere in un appartamento di nuova costruzione.
Riferiva, inoltre, del fatto che dall’appartamento sottostante provenissero rumori intensi e fastidiosi.
A seguito di un’analisi tecnica dell’acustica degli appartamenti, il perito rilevava come i muri e le solette non fossero realizzati in modo adeguato per una corretta insonorizzazione.

La risposta
Dalla situazione descritta non emerge se “l’acquisto dell’immobile” sia avvenuto tramite contratto di vendita o d’appalto.
In materia di vendita l’art. 1490 del Codice civile stabilisce che il venditore è tenuto a garantire che la cosa venduta sia immune da vizi che la rendano inidonea all’uso a cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore.
In presenza dei predetti vizi il compratore può domandare a sua scelta la risoluzione del contratto o la riduzione del prezzo.
Inoltre il venditore è tenuto verso il compratore al risarcimento del danno, se non prova di avere ignorato senza colpa i vizi della cosa.
Tuttavia vige, per il compratore l’onere di denuncia dei vizi nel termine di 8 giorni dalla scoperta, che condiziona sia l’esercizio dell’azione di risoluzione e dell’azione di riduzione del prezzo previste dall’art. 1492 c.c., sia quella di risarcimento dei danni prevista dall’art. 1494 c.c.
Il compratore, infatti, decade dal diritto alla garanzia, se non denunzia i vizi al venditore entro otto giorni dalla scoperta.
L’azione si prescrive, in ogni caso, in un anno dalla consegna.
In materia di appalto l’articolo di riferimento è invece il 1669 c.c., che prevede che il costruttore sia responsabile nei confronti del committente per i vizi manifestatisi nel corso di dieci anni dal compimento dell’opera, purché sia fata la denunzia dei vizi entro un anno dalla scoperta.
Anche in questo caso l’azione si prescrive in un anno.
Qualunque sia la normativa applicabile, a dispetto delle differenze dei termini e delle azioni esperibili, il venditore/appaltatore è responsabile per i vizi dell’immobile.
Nel caso prospettato parrebbe evidente la sussistenza di vizi che diminuiscano il valore ed il godimento dell’immobile, con la precisazione che gli stessi paiono ancora più gravi giacché in violazione di precise norme di legge (Legge 26.10.1995 n. 447 e relativi regolamenti).
Parrebbe quindi possibile, prima facie, agire nei confronti del venditore per ottenere il risarcimento dei danni (nella specie farsi risarcire le spese necessarie per porre rimedio al vizio in esame).

Vizi e difetti immobile
Il richiedente riferiva di aver affidato nel 2010 il rifacimento del tetto della propria abitazione ad un’impresa, e di aver riscontrato a dieci anni di distanza il fatto che una trave portante fosse stata invasa da parassiti del legno.
Riferiva che dalle fatture dell’impresa che aveva proceduto ai lavori di rifacimento risultava il trattamento dell’intero legname con materiali anti tarlo e anti parassitario.

La risposta
L’art. 1669 c.c. prevede una garanzia decennale per vizi e difetti gravi delle opere di edifici o altre cose immobili.
Configurano gravi difetti dell’edificio anche le carenze costruttive che incidono su elementi secondari ed accessori dell’opera (impermeabilizzazioni, rivestimenti, infissi, impianti, trattamenti).
In tal senso si esprimeva anche la Corte di Cassazione con sentenza n, 8140/04.
In linea teorica, quindi potrebbe sussistere una responsabilità dell’esecutore dei lavori (se effettuati meno di 10 anni or sono), tuttavia per una valutazione pratica sarebbe necessario affidarsi ad un tecnico che accerti se effettivamente il trattamento non fu eseguito a regola d’arte oppure l’invasione dei parassiti sia stata favorita da altre situazioni successive.

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Trasmissione ereditaria
Il richiedente domandava a quanto ammontasse la propria quota d’eredità nella succesione del coniuge, concorrendo alla stessa due figli.
Chiedeva inoltre se un proprio figlio, frutto di precedente matrimonio concorresse anch’egli all’eredità.

La risposta
In assenza di testamento si applicano le norme sulla successione legittima.
In caso di concorso del coniuge e di più figli nell’eredità, la stessa sarà devoluta per un terzo al coniuge e per due terzi ai figli; se i figli sono due avranno quindi diritto ad un terzo ciascuno.
Relativamente al figlio del coniuge superstite, frutto di un precedente matrimonio, l’unica ipotesi per la quale potrebbe subentrare al genitore è quella della trasmissione, istituto regolato dall’art. 479 c.c.
Tale norma prevede che se il chiamato all’eredità (la madre) muore senza averla accettata, il diritto di accettarla si trasmette agli eredi.

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Credito del professionista
Il richiedente riferiva di aver prestato la propria opera di consulenza, in qualità di iscritto all’Ordine dei Commercialisti, a favore di una società che, successivamente aveva rifiutato il pagamento.

La risposta
Per il recupero dei crediti la Legge prevede, al di là dell’instaurazione di un giudizio ordinario, anche la possibilità di usufruire di un procedimento speciale, il c.d. procedimento monitorio per l’emissione di decreto ingiuntivo.
Tale procedimento ha natura sommaria ed è più celere di un giudizio ordinario.
Il Codice di procedura civile detta la disciplina del predetto procedimento agli artt. 633 e seguenti.
In particolare la norma prevede che su domanda di chi è creditore di una somma liquida di denaro, il Giudice competente pronunzi ingiunzione di pagamento se il credito riguarda onorari, diritti o rimborsi spettanti ad esercenti una libera professione per la quale esiste una tariffa legalmente approvata (o un Ordine od associazione professionale).
L’emissione del decreto avviene inaudita altera parte, senza quindi che la controparte possa intervenire.
Solamente in seguito alla notifica del decreto, il debitore potrà proporre opposizione, entro 40 giorni, in difetto il decreto diverrà esecutivo e si potrà procedere ad esecuzione forzata.
L’opposizione avvia un procedimento ordinario a cognizione piena, nel quale il debitore dovrà dimostrare l’inesistenza del credito.
Per completezza riporto che può essere richiesta la provvisoria esecutività del decreto nel caso vi sia grave pericolo di pregiudizio nel ritardo (ad esempio se il debitore rischia il fallimento nell’attesa che il decreto divenga esecutivo), oppure vi sia un riconoscimento del debito, oppure negli altri casi previsti dall’art. 642 c.p.c.
Per instaurare il procedimento monitorio sarà quindi necessario che la parcella del professionista sia liquidata dall’Ordine di appartenenza.
In alternativa al decreto ingiuntivo, come sopra menzionato, vi è sempre la possibilità di instaurare un giudizio ordinario.
In ogni caso, prima di agire giudizialmente, è possibile inviare una diffida al debitore e costituirlo formalmente in mora, nel tentativo di ottenere un pagamento “spontaneo”.

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Contratto di telefonia
Il richiedente riferiva di aver risolto un contratto di telefonia mobile, in forza di diritto espressamente riconosciuto dal medesimo contratto.
A distanza di anni riceveva una fattura per tale contratto relativa ad un periodo successivo alla risoluzione.

La risposta
La società telefonica, a seguito della risoluzione consensuale del contratto, nulla potrebbe più pretendere.
Tuttavia avviene, si auspica per meri disguidi organizzativi, che più di un consumatore si sia visto recapitare una bolletta telefonica relativa al periodo successivo alla disdetta e, in alcuni casi, anche ingiunzioni di pagamento.
Consigliavo di scrivere alla società telefonica per contestare la debenza, adducendo a motivo la risoluzione del contratto a suo tempo avvenuta.

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Cessione del contratto
Il richiedente riferiva di aver ceduto un contratto di locazione ad uso commerciale, ma che il locatore non aveva liberato la fideiussione originariamente stipulata a garanzia del contratto.
Chiedeva se un comportamento del genere fosse lecito.

La risposta
La disciplina della cessione del contratto è dettata dal Codice civile agli artt. 1406 e ss.
Tali norme prevedono che condizione per la cessione del contratto sia il consenso del contraente ceduto (nel Suo caso il locatore).
L’art. 1408 c.c. dispone in ordine ai rapporti tra cedente e ceduto.
Ai sensi di tale normativa il cedente è liberato dalle obbligazioni nascenti dal contratto ceduto dal momento in cui la cessione diviene efficace.
Il secondo comma dell’art. 1408 c.c., però, prevede la possibilità di non liberare il cedente dalle obbligazioni contrattuali, sino a che il cessionario (colui al quale il contratto viene ceduto) non le abbia adempiute.
Per verificare, quindi, se il comportamento del proprietario sia o meno legittimo sarebbe necessario esaminare la cessione del contratto.

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Risarcimento del danno non patrimoniale
Il richiedente domandava quali fossero i presupposti per richiedere un risarcimento del danno morale.

La risposta
I presupposti per richiedere un risarcimento del danno sono diversi.
Si deve infatti provare il danno, il fatto che ha provocato il danno, l’illiceità del fatto, l’imputabilità di tale fatto al danneggiante, la colpevolezza del danneggiante ed il nesso causale tra il fatto ed il danno.
Alla luce di un recente ma consolidato orientamento giurisprudenziale (Corte di Cassazione – Sezioni Unite Civili, Sentenza 11 novembre 2008, n.26972), per la risarcibilità del danno non patrimoniale (biologico, c.d. morale) è necessaria l’individuazione di una lesione ad un diritto costituzionalmente tutelato.

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Acquisto a non domino
La richiedente riferiva di aver acquistato un bar, del quale licenza, arredamento e muri in affitto, con rogito notarile.
Afferma di aver in seguito scopreto che parte dei beni da lei acquistati le erano stati venduti da chi non era l’effettivo proprietario bensì il detentore a titolo di comodato d’uso.

La risposta
La fattispecie dell’acquisto “a non domino” (da chi non è proprietario) è disciplinata dal Codice civile agli artt. 1153 e ss c.c.
Tali norme dispongono che chi acquista dei beni mobili da parte di chi non ne è proprietario, ne acquisisce la proprietà per effetto del possesso purché sia in buona fede. al momento della consegna e sussista un titolo idoneo al trasferimento (contratto di compravendita).

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Beni cointestati
Il richiedente, che viveva con la madre e le prestava assistenza, riferiva che il fratello maggiore aveva prelevato i beni in comune intestati a tutti i fratelli con la motivazione che il ricorrente ne facesse un uso improprio, e non metteva quest’ultimo al corrente di dove tali beni si trovassero.

La risposta
La cointestazione determina una situazione di titolarità plurisoggettiva, regolata dalle norme che disciplinano la comunione di diritti reali sui beni, in forza delle quali nessun partecipante può estendere il suo diritto sulla cosa comune in danno degli altri, mentre la separazione delle firme integra la facoltà di ciascun cointestatario del deposito di prelevare disgiuntamente, anche oltre i limiti delle rispettive quote, con l’obbligo corrispondente della banca di adempiere alla restituzione di quanto depositato, con effetto liberatorio nei confronti di tutti i cointestatari.
In base all’articolo 1101 del Codice Civile “le quote dei partecipanti alla comunione si presumono uguali”.
Conseguentemente ogni cointestatario potrà rivolgere, nei confronti degli altri cointestatari, la richiesta di restituzione della Sua quota di danaro dagli stessi prelevata.
A fronte di un eventuale rifiuto sarebbe possibile agire in sede civile o, previa valutazione dei presupposti, in sede penale per appropriazione indebita

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Comodato d’uso gratuito
La richiedente riferiva di aver stipulato un contratto di comodato d’uso gratuito e chiedeva se le persone che abitavano presso il suo appartamento dovessero prendere residenza e divenire intestatarie dei contratti enel e gas.

La risposta
Se i comodatari stabiliscono la propria residenza in un immobile, è necessario che provvedano a trasferire anche la loro residenza anagrafica.
Avere la residenza anagrafica là dove realmente si vive è un diritto della persona, un diritto da cui ne derivano molti altri: il diritto alle cure del servizio sanitario nazionale, il rilascio della carta di identità, il diritto all’assistenza sociale, l’iscrizione alle liste per l’assegnazione degli alloggi che il comune ha a disposizione, il diritto di voto in una serie di elezioni politiche e amministrative.
Dal punto di vista privatistico se una persona cambia residenza e non lo denuncia nei modi previsti dalla legge (articolo 44 c.c.), il cambiamento è inopponibile ai terzi in buona fede.
L’inopponibilità ai terzi in buona fede del cambio di residenza non denunziato significa che quando una persona non registra il proprio cambio di residenza, tutti coloro che non ne sono a conoscenza non possono subire danni dall’aver ignorato il cambio senza colpa: cioé per aver confidato nei registri del Comune.
All’atto pratico l’inopponibilità rileva principalmente quando una persona, per far valere i propri diritti, debba fare delle comunicazioni (diffide, notifiche di atti giudiziari) ad un’altra, il cui cambio di residenza non sia stato registrato in Comune.
In tale caso, infatti, una comunicazione fatta alla precedente residenza, anche se non portata a conoscenza dell’interessato che si è trasferito, rimane valida ed ha tutti gli effetti del caso (costituzione in mora per la diffida, regolarità della notifica per l’atto giudiziario, ecc…).
Il rischio, quindi, sarebbe quello di non ricevere comunicazioni giudiziarie in tempo utile per esercitare i propri diritti.
E’ ovvio che se nella residenza precedente vi è persona su cui si può far affidamento per una tempestiva comunicazione, tale rischio si riduce (si ricorda, però, che vi sono atti che possono essere consegnati solo al diretto interessato).
Da un punto di vista amministrativo le norma che regolano la residenza anagrafica sono la Legge 24 dicembre 1954, n. 1228 ed il Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223.
Ai sensi di tali norme è fatto obbligo ad ognuno di chiedere l’iscrizione nell’anagrafe del Comune di dimora abituale e di dichiarare alla stessa i fatti determinanti in mutazione di posizioni anagrafiche entro venti giorni dalla data in cui si sono verificati i fatti.
Chiunque contravvenga a tale obbligo è punito con una sanzione amministrativa fino a circa € 150,00.
Relativamente alle intestazioni dei contratti di fornitura, non vi è alcuna disposizione normativa che preveda l’obbligatorietà dell’intestazione.
Conseguentemente la scelta è rimessa ad un eventuale accordo tra Lei ed i comodatari.
Ricordo, in ogni caso, che l’art. 12 del D.L. 21.03.1978 n. 59 convertito in legge 18.5.1978 n. 191 impone di effettuare dichiarazione di cessione di fabbricato da inviare al Comune in cui è ubicato l’immobile.

Comodato d’uso gratuito
Il richiedente riferiva di aver dato in comodato d’uso gratuito un appartamento di proprietà sua e della moglie.
Riferiva che le utenze luce, acqua e gas erano restate intestate alla moglie, e che il comodatario si impegnava sulla parola a pagarle, ma dopo i primi mesi desisteva dal pagamento.
Per tale motivo al ricorrente arrivavano bollette arretrate e solleciti, e rischiava la chiusura delle utenze.

La risposta
La fattispecie di comodato d’uso gratuito, quando non diversamente regolata dalle parti, sarà disciplinata dall’art. 1808 c.c.
Ai sensi di tale norma saranno a carico del comodatario le spese per l’uso della cosa, fatte salve quelle straordinarie.
Nel caso di un immobile si potrebbero considerare tali le spese di pulizia, fornitura acqua, fornitura energia elettrica, fornitura riscaldamento e/o condizionamento aria, spurgo pozzi neri e latrine, fornitura di altri servizi comuni, spese di piccola manutenzione dell’immobile.
Di talché parrebbe che le utenze risultino a carico del comodatario, anche a fronte dell’espressa volontà di pagare e dell’effettivo pagamento del primo trimestre.
A questo punto si potrebbe procedere nei confronti del comodatario per il recupero del credito ai sensi di legge.

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Responsabilità del veterinario
Il richiedente riferiva di aver portato il cane dal veterinario per un quello che gli era stato descritto come un normale intervento, ma in seguito a tale intervento si verificava il decesso dell’animale.

La risposta
L’eventuale inadempimento del veterinario va valutato in considerazione della natura dell’attività esercitata.
“L’imperizia professionale presenta un contenuto variabile da accertare in relazione ad ogni singola fattispecie, tenuto conto della natura e
del tipo di incarico professionale, nonché delle circostanze concrete in cui la prestazione si è svolta, ferma restando che la responsabilità
professionale ha sempre per oggetto “errori tecnici” dovuti cioè a mancanza di cognizioni tecniche e/o di esperienza professionale.”
Di talché, l’eventuale inadempimento -come, ad esempio, l’avere provocato il decesso dell’animale- che viene addebitato ad un
veterinario, da parte del proprietario dell’animale, deve essere valutato sulla scorta del “dovere di diligenza” previsto dalla legge
(art. 1176 co. 2 c.c.), il quale comporta il rispetto di tutte le regole e gli accorgimenti che nel loro insieme costituiscono la conoscenza
della professione “medico veterinaria”.
In conseguenza di ciò, un ruolo fondamentale ai fini dell’indagine per provare la fondatezza delle accuse spetta allo strumento della
consulenza tecnica medico–legale, di altro veterinario, idoneo a verificare se il decesso sia dipeso dalla colpevole condotta
professionale del precedente veterinario o da altri fattori concorrenti.
Suggerirei, perciò, di scrivere al veterinario e per conoscenza all’Università incaricata, chiedendo ragguagli in merito all’esito degli
esami. In difetto di risposta, si potrà individuare il passo successivo.

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Divisione dell’eredità
Il richiedente riferiva che a seguito della morte del padre comunicava ai coeredi, prima dell’effettuazione della successione, di aver eseguito dei lavori di ristrutturazione in alcuni immobili di proprietà del padre in qualità di figlio e titolare di un’impresa, e diceva che tali lavori non gli erano stati mai pagati.
Trovava poi un documento sottoscritto dal padre in cui lo stesso dichiarava che un immobile, entrato a far parte dell’asse ereditario, era stato pagato con i soldi del ricorrente e che quindi era da considerare di sua proprietà. In allegato a tale documento vi era un certificato bancario nel quale era indicata una somma di denaro intestata al ricorrente, ed era indicato che quella somma era stata utilizzata per la realizzazione dell’immobile.
Si chiedeva quindi come poteva fare per entrare in possesso dell’immobile in questione e se vi era la possibilità di recuperere i soldi spesi per i sopra citati lavori di ristrutturazione di altri immobili.

La risposta
In caso di disaccordo circa la divisione dell’eredità, ai sensi degli artt. 713 e ss c.c., è concessa facoltà a tutti gli eredi di richiedere giudizialmente la divisione.
Nel corso di tale giudizio, o di un procedimento separato, si potrebbe chiedere l’accertamento della titolarità del diritto di proprietà sull’immobile.
Relativamente al Suo credito, vi sono differenti prospettive a seconda dello stato attuale dell’eredità.
Difatti se essa risulta giacente può essere richiesta la nomina di un curatore che provveda a pagare i creditori dietro autorizzazione del Tribunale.
Se, invece, è già stata accettata ma non ancora divisa, si potrà chiedere agli altri coeredi il pagamento del debito.

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Donazione
La richiedente riferiva che la sua famiglia aveva vissuto per 40 anni in un immobile di proprietà della zia a titolo di comodato d’uso gratuito.
L’immobile veniva donato dalla zia ad un Patronato, il quale aveva stipulato con il padre della ricorrente un contratto d’affitto.
La richiedente affermava che il padre non aveva mai corrisposto il canone.
Deceduto il padre, il Patronato si rivaleva sulla madre della ricorrente, chiedendole gli arretrati, e chiedeva alla stessa di stipulare un contratto d’affitto o le offriva, in alternativa ed a condizione che liberasse l’immobile, in bilocale in comodato d’uso.

La risposta
Nel caso di specie, si potrebbe instaurare un giudizio per l’accertamento dell’usucapione.
Tale istituto, disciplinato dagli artt. 1158 e ss c.c., è un modo di acquisto della proprietà a titolo originario basato sul perdurare per un determinato periodo di tempo del possesso su una cosa.
Difatti in caso di possesso continuato per vent’anni si può acquisire la proprietà di un immobile.
In subordine si potrebbe sindacare sulla legittimità della donazione, del contratto di locazione o, eventualmente, opporre l’esistenza di un comodato vitalizio.

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Eredità senza testamento
La richiedente chiedeva a chi spettasse l’eredità, nel caso in cui la defunta non avesse fatto testamento, qualora essa fosse vedova, senza figli, con due fratelli in vita.
Inoltre chiedeva se, nella situazione indicata, dovesse partecipare alla divisione dell’eredità anche la cognata della stessa e una nipote.

La risposta
Nel caso di decesso in assenza di testamento si applicheranno le norme codicistiche relative alla successione legittima.
La Legge prevede diverse categorie di successibili (coniuge, discendenti, ascendenti, collaterali, altri parenti, lo Stato), l’esistenza di una delle quali (solitamente) esclude la successiva.
Ai sensi dell’art. 570 c.c. “a colui che muore senza lasciare né prole, né genitori, né altri ascendenti, succedono i fratelli e le sorelle in parti uguali”.
Conseguentemente, nel caso di specie, dovrebbero concorrere all’eredità unicamente i due fratelli superstiti.

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Eredità e matrimonio
La richiedente, di nazionalità brasiliana con regolare permesso di soggiorno, riferiva che si sarebbe sposata con un cittadino italiano e chiedeva se potesse beneficiare in caso di morte di questi dell’eredità.
Riferiva inoltre che il marito aveva un immobile intestato al nipote e chiedeva che diritti potesse vantare sull’immobile.

La risposta
In seguito al matrimonio, in qualità di coniuge, concorrerà con eventuali figli all’eredità di Suo marito nel momento in cui questi dovesse decedere.
Relativamente alla proprietà dei beni immobili, tuttavia, segnalo che se risultano intestati ad altri non ricadranno nel patrimonio del defunto.

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Fornitura del gas
Il richiedente riferiva di aver mandato tramite fax la voltura del contatore del gas cessando la fornitura a nome di suo zio ed attivandola a suo nome.
Affermava di aver chiamato la compagnia di distribuzione diverse volte poichè non riceveva alcuna bolletta, e di stare attendendo ancora.

La risposta
Ai sensi degli artt. 1206 e ss c.c., il creditore è in mora quando, senza legittimo motivo, non compie gli atti necessari affinché il debitore possa adempiere l’obbligazione.
Tra gli effetti della mora vi è quello di impedire la formazione di interessi sulla somma dovuta.
Il pagamento del capitale, invece, rimane dovuto sino alla prescrizione.
Per la costituzione in mora sono previste differenti forme a seconda del tipo di obbligazione.
Prima di procedere in tal senso, potrebbe risultare opportuno diffidare il creditore a quantificare il proprio credito.

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Rumori
Il richiedente riferiva di vivere al piano superiore di un abitazione. Il vicino che abitava nel piano inferiore si lamentava per il rumore provocato dal girello del figlio minore del ricorrente e per altri rumori prodotti dalla figlia dello stesso.
Chiedeva se il vicino avesse fondati motivi per lamentarsi in base alla legge.

La risposta
L’art. 844 c.c., norma che regola le immissioni di rumore da immobili limitrofi, prevede che il proprietario non possa impedire le immissioni di rumore dal fondo limitrofo ove queste non superino la normale tollerabilità.
Il limite di tollerabilità delle immissioni rumorose non è mai assoluto, ma relativo alla situazione ambientale, variabile da luogo a luogo, secondo le caratteristiche del luogo, le abitudini degli abitanti, nonché gli orari (in questo senso la Cassazione, con sent. 2166/06).
Ove, comunque, le immissioni risultassero tollerabili, i vicini nulla potrebbero pretendere in forza del disposto dell’art. 844 c.c.

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Immobile non a norma
Il ricorrente riferiva di aver stipulato un atto notarile per l’acquisto di un immobile adibito a prima casa, e di aver scoperto solamente durante la prima assemblea condominiale l’assenza di un certificato c.p.i. prevenzione antincendio.

La risposta
In caso di vendita dell’immobile, ai sensi degli artt. 1175 e 1489 c.c., il venditore è tenuto a comportarsi secondo buona fede e dichiarare in sede contrattuale eventuali oneri a carico della cosa, ivi inclusi eventuali obblighi (civili od amministrativi) che potrebbero gravare sull’acquirente.
Inoltre, ai sensi degli artt. 1482 e ss c.c., il venditore è tenuto a garantire il compratore per i vizi dell’immobile che l’alienante abbia taciuto e che comunque non fossero a conoscenza dell’acquirente.
Ove il venditore non ottemperi a tali obblighi, il compratore potrà chiedere di essere tenuto indenne da eventuali spese prevedibili da parte del venditore e non comunicate all’acquirente; potrà quindi ottenere una riduzione del prezzo o, nei casi più gravi, la risoluzione del contratto ed il conseguente risarcimento dei danni.

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Debitore nullatenente
La richiedente riferiva di essere nullatenente e senza lavoro, e di avere diversi crediti in corso con istituti finanziari.
Data la sua situazione economica, era impossibilitata a pagare tali crediti.

La risposta
Nel caso in cui un soggetto non fosse in grado di onorare un debito contratto con istituti finanziari, il proprio nominativo verrebbe segnalato al CRIF (Centrale Rischi Finanziari), accessibile agli enti creditizi, in modo da rendere molto difficoltosa la concessione di nuovi prestiti.
Da un punto di vista sostanziale, inoltre, il creditore potrebbe agire nei confronti del debitore per il pagamento del debito, con la possibilità di pignorare un quinto della pensione nel caso in cui si tratti di debitore pensionato.

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Inadempienza dell’intermediario
Il richiedente riferiva di aver richiesto un finanziamento alla Regione Lombardia per il tramite di un intermediario, il quale però non adempiva al suo incarico.

La risposta
Per verificare le possibilità a disposizione sarebbe necessario esaminare il contratto stipulato con l’intermediario o, se la conclusione avveniva oralmente, approfondire le circostanze di fatto da Lei solo menzionate.
Nel caso si potesse, poi, ravvisare un inadempimento dell’intermediario potrebbe esservi la possibilità di richiedere la risoluzione del contratto ed il risarcimento del danno conseguente.

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Inadempienza del venditore
Il richiedente riferiva di aver stipulato un contratto d’acquisto per un’autovettura, e che nel contratto tra gli accessori veniva previsto il navigatore.
Affermava di essersi accorto che la linea della macchina qcauistata non prevedeva il navigatore, e che il venditore continuava a assicurargli che lo stesso sarebbe stato installato a brave.
Dopo oltre 50 giorni il navigatore non veniva installato.
Il richiedente chiedeva se potesse domandare la risoluzione del contratto, con la restituzione dei soldi versati.

La risposta
Ai sensi dell’art. 1453 c.c. nei contratti con prestazioni corrispettive quali la compravendita, quando uno dei contraenti non adempie le proprie obbligazioni, l’altro può chiedere l’adempimento o la risoluzione del contratto.
Tuttavia tale ultimo rimedio, per espressa previsione normativa (art. 1455 c.c.), non può essere richiesto se l’inadempimento di una delle parti ha scarsa importanza (in termini principalemnte economici), avuto riguardo all’interesse dell’altra.
Atteso il valore della vettura acquistata ed il presumibile costo del navigatore, parrebbe che l’inadempimento nel caso di specie non possa essere considerato grave.
Conseguentemente rimane la possibilità di diffidare il debitore al corretto adempimento oppure di richiedere il risarcimento del danno in termini di rimborso monetario.

Inadempienza del venditore
Il richiedente riferiva di aver venduto tramite agenzia un bilocale termoautonomo, e di essere certo che al momento del rogito la caldaia funzionasse regolarmente.
Dopo due mesi dal rogito riceveva una raccomandata da parte dell’avvocato del nuovo proprietario dell’immobile nella quale gli veniva richiesto il rimborso del costo sostenuto per riparare la caldaia.

La risposta
In caso di contratto di compravendita, ai sensi degli artt. 1482 e ss c.c., il venditore è tenuto a garantire il compratore per i vizi dell’immobile che l’alienante abbia taciuto e che comunque non fossero a conoscenza dell’acquirente.
Ove il venditore non ottemperi a tali obblighi, il compratore potrà chiedere di essere tenuto indenne da eventuali spese relative ed ottenere una riduzione del prezzo o, nei casi più gravi, la risoluzione del contratto ed il conseguente risarcimento dei danni.
Il discrimen è dato dalla conoscenza dello stato di fatto del bene acquistato, da provarsi in concreto e non solamente attraverso formule contrattuali spesso interpretate come “di stile”.
Ove si realizzasse la predetta eventualità, quindi, potrebbe risultare possibile respingere le richieste risarcitorie.
Per una risposta maggiormente dettagliata sarebbe necessario esaminare il contratto di compravendita ed individuare la natura delle opere di manutenzione poste in essere.

Inadempienza del venditore
Il richiedente riferiva di aver acquistato un immobile dal costruttore, e di aver scoperto successivamente all’acquisto che le scale condominiali si allagavano a causa di un difetto di costruzione.
Chiedeva se per eliminare il vizio dovesse sostenere lui le spese o potesse rivalersi sul costruttore.

La risposta
Relativamente ai vizi e difetti degli immobili acquistati direttamente dal costruttore, la disciplina che è necessario esaminare è duplice: potrebbero trovare applicazione, difatti, tanto le norme in materia di compravendita quanto quelle in materia di appalto.
In materia di vendita l’art. 1490 del Codice civile stabilisce che il venditore è tenuto a garantire che la cosa venduta sia immune da vizi che la rendano inidonea all’uso a cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore.
In presenza dei predetti vizi il compratore può domandare a sua scelta la risoluzione del contratto o la riduzione del prezzo; inoltre il venditore è tenuto verso il compratore al risarcimento del danno, se non prova di avere ignorato senza colpa i vizi della cosa.
Tuttavia vige, per il compratore l’onere di denuncia dei vizi nel termine di 8 giorni dalla scoperta, che condiziona sia l’esercizio dell’azione di risoluzione e dell’azione di riduzione del prezzo previste dall’art. 1492 c.c., sia quella di risarcimento dei danni prevista dall’art. 1494 c.c.
Il compratore, infatti, decade dal diritto alla garanzia, se non denunzia i vizi al venditore entro otto giorni dalla scoperta e l’azione si prescrive, in ogni caso, in un anno dalla consegna.
In materia di appalto l’articolo di riferimento è invece il 1669 c.c., che prevede che il costruttore sia responsabile nei confronti del committente per i vizi manifestatisi nel corso di dieci anni dal compimento dell’opera, purché sia fata la denunzia dei vizi entro un anno dalla scoperta. Anche in questo caso l’azione si prescrive in un anno.
Qualunque sia la normativa applicabile, a dispetto delle differenze dei termini e delle azioni esperibili, il venditore/appaltatore è responsabile per i vizi dell’immobile.
Ovviamente risulta opportuno denunziare quanto prima per iscritto al costruttore/venditore i vizi in parola.
Successivamente, per la verifica dell’effettiva esistenza dei vizi e dell’imputabilità dei medesimi al costruttore sarebbe necessario consultare un Geometra o Architetto al quale richiedere, nel caso, una perizia.

Inadempienza del venditore
La richiedente riferiva di essere in trattativa per la vendita del suo appartamento facente parte di un condominio, e che vi era la possibilità che i condomini intraprendessero un’azione legale nei confronti dell’impresa costruttrice del condominio stesso, per dei probabili vizi di costruzione (ancora da accertare) alle parti comuni.
La stessa affermava di aver informato il potenziale acquirente di tale situazione, e che quest’ultimo si dimostrava intenzionato all’acquisto a fronte di uno sconto sul prezzo di vendita. Il quesito posto è se sia possibile mettere qualcosa di scritto nel preliminare, e successivamente nell’atto, a tutela della ricorrente per esentarla da qualsiasi responsabilità al riguardo.

La risposta
Ai sensi degli artt. 1482 e ss c.c., il venditore è tenuto a garantire il compratore per i vizi ed i vincoli che gravano sull’immobile.
Ovviamente non sorge questione qualora il compratore sia a conoscenza dei vizi e degli eventuali vincoli che gravino sull’immobile.
Data la natura aleatoria dei Giudizi, vi è la possibilità (per lo meno teorica) che il condominio perda la causa contro il costruttore.
Se così avvenisse, il venditore potrebbe essere tenuto ad indennizzare il compratore dalle spese legali.
Ciò può essere evitato con l’espressa menzione nel contratto preliminare e, soprattutto, nel definitivo, del fatto che l’acquirente è a conoscenza dei vizi dell’immobile, del fatto che il condominio probabilmente intraprenderà un’azione legale contro il costruttore ma, a fronte della pattuita riduzione del prezzo libera il venditore da ogni responsabilità relativa ai predetto vizi od alla causa che dovesse essere instaurata per i medesimi.

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Incuria casa confinante
La richiedente riferiva di avere delle infiltrazioni sulle mura di casa sua dovute ad una casa confinante alla sua lasciata in stato di abbandono.

La risposta
Ai sensi dell’art. 2053 c.c. il proprietario di un edificio è responsabile dei danni cagionati dalla rovina del medesimo.
Potrebbe essere opportuno rivolgere una formale diffida ai proprietari dell’immobile limitrofo affinché provvedano al ripristino dell’immobile e risarciscano i danni provocati.
Qualora i proprietari rimangano inerti si potrebbe avviare un procedimento giudiziario (anche in via cautelare o d’urgenza se ve ne fossero i presupposti) per la cessazione della “turbativa” ed il risarcimento del danno.

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Indennità di clientela
Il richiedente, agente di commercio di 64 anni e pensionato inps da 5 anni, riferiva di essere ancora in attività e chiedeva se per disdire il suo contratto di agenzia senza perdere i clienti dovesse attendere il compimento dei 65 anni.

La risposta
Per una risposta specifica al quesito sarebbe necessario esaminare il contratto.
In linea di massima, se il contratto richiama e non deroga la disciplina contenuta nell’accordo economico collettivo per la disciplina del rapporto di agenzia e rappresentanza commerciale del settore del commercio, la “norma” applicabile sarà l’art. 12 n. II del predetto accordo.
Ai sensi di tale previsione, l’indennità suppletiva di clientela risulta dovuta in caso di cessazione del rapporto di lavoro non imputabile all’Agente,oltre ai casi di di dimissioni dell’agente dovute a sua invalidità permanente e totale o per conseguimento della pensione di vecchiaia ENASARCO.
Parrebbe, quindi, necessario attendere la maturazione di tale pensione.

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Mancata consegna
Il richiedente acquistava via internet un oggetto che, nonostante l’avvenuto pagamento del corrispettivo, non gli veniva consegnato.

La risposta
A fronte della conclusione del contratto di compravendita il venditore è obbligato alla consegna della cosa all’acquirente.
Ove non vi provveda si avrà un inadempimento del venditore che potrà essere motivo di risoluzione del contratto e del conseguente risarcimento dei danni patiti.
Il primo passo da compiere potrebbe essere quello di inviare una diffida al venditore affinché restituisca il prezzo corrisposto.
Ovviamente ove questi rifiutasse, non rimarrebbe che adire l’Autorità Giudiziaria competente per ottenere una sentenza di condanna al risarcimento.

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Mancato pagamento
Il richiedente riferiva di aver stipulato un contratto con un condominio per dei lavori da svolgere in esso; nel contratto era previsto il pagamento del 30% dell’importo totale all’inizio dei lavori, il 30% a fine lavori, ed il 30% dopo 60 giorni dalla fine dei lavori.
Lamentava la mancata corresponsione di quanto dovuto, e mandava una raccomandata con ingiunzione a saldare quanto dovuto.

La risposta
La procedura solitamente seguita per il recupero dei crediti consta di una fase stragiudiziale e di una giudiziale.
La fase stragiudiziale si apre con l’invio di una diffida di pagamento e prosegue con la gestione delle eventuali trattative.
Può concludersi con il pagamento (se il debitore adempie spontaneamente), con la stipulazione di un piano di rientro (se il debitore offre di pagare a rate ed il creditore accetta) oppure con la decisione di instaurare un giudizio (se il debitore persiste nel rifiuto di pagare ed il creditore vuole proseguire).
Per il recupero dei crediti giudiziale, la Legge prevede, al di là dell’instaurazione di un giudizio ordinario, anche la possibilità di usufruire di un procedimento speciale, il così detto procedimento monitorio per l’emissione di decreto ingiuntivo.
Tale procedimento ha natura sommaria ed è più celere di un giudizio ordinario.
Il Codice di procedura civile detta la disciplina del predetto procedimento agli artt. 633 e seguenti.
In particolare la norma prevede che su domanda di chi è creditore di una somma liquida di denaro, il Giudice competente pronunzi ingiunzione di pagamento se il credito è fondato su prova scritta.
La prova scritta può essere offerta con la fattura per i lavori ed il relativo estratto dal registro iva predisposto da un Notaio.

Mancato pagamento
La richiedente riferiva di aver venduto con atto notarile un immobile, e che l’acquirente si rifiutava di corrisponderle il saldo della somma pattuita.

La risposta
Il mancato pagamento di un credito nascente da contratto costituisce inadempimento, con tutte le conseguenze di legge.
Ai sensi dell’art. 1454 c.c., alla parte inadempiente, l’altra parte può intimare per iscritto di adempiere entro un congruo termine.
In difetto di spontaneo adempimento, si potrà agire in giudizio per la tutela dei diritti lesi.

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Mandato
La richiedente chiedeva come potesse fare per attribuire ad un terzo il compito di riscuotere affitti, discutere con gli affittuari e occuparsi dei lavori di manutenzione della casa per conto di lei.

La risposta
In una situazione come quella prospettata dalla ricorrente si dovrebbe conferire mandato ad una persona di propria fiducia al fine di delegarla al compimento degli atti indicati.
Risulta comunque palese che tale mandatario dovrebbe essere pagato per l’opera svolta a meno che non si tratti di un parente o familiare, il quale potrebbe svolgere l’incarico a titolo gratuito, pur non essendovi obbligato.

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Manutenzione strada privata
Il richiedente domandava in che modo dovessero essere ripartiti i costi di manutenzione di una strada privata, della quale il 50% era di sua proprietà, mentre il restante 50% era di proprietà delle due figlie di sua zia ed era dato in usufrutto ai figli delle stesse.

La risposta
In linea di massima, in materia di comunione, le spese, ai sensi dell’art. 1101 c.c., spettano a tutti i partecipanti in proporzione alle rispettive quote.
In materia di usufrutto, le spese ordinarie sono a carico dell’usufruttuario e le spese straordinarie a carico del nudo proprietario sempreché non derivanti da inadempimento degli obblighi di ordinaria manutenzione.
La distinzione tra spese ordinarie e straordinarie, non esattamente determinata dalla normativa, viene individuata sulla base di diversi elementi.
Tali elementi possono essere rinvenuti nella normalità, nell’entità materiale e nel costo della riparazione in rapporto al reddito della cosa; pertanto si possono considerare riparazioni straordinarie quelle non prevedibili come effetto normale, a breve o a medio termine, dell’uso o del godimento del bene, che consistono nella sostituzione o ripristino di parti essenziali della struttura della cosa e il cui costo è sproporzionato rispetto all’utilità.

Manutenzione strada privata
Il richiedente riferiva di essere proprietario di una villetta a schiera con accesso su una strada privata, sulla quale vi era anche una villa bifamiliare.
Dall’atto notarile emergeva che i il richiedente ed i proprietari della villetta bifamiliare erano comproprietari della suddetta strada.
Il richiedente chiedeva in che modo dovessero essere ripartite le spese per il rifacimento della strada.

La risposta
A seconda che si tratti di comunione oppure di condominio, La ripartizione delle spese sarà attuata in maniera differente.
Se si tratta di comunione e non è diversamente specificato le quote si presumono uguali.
Di talché, come dispone l’art. 1101 c.c., il concorso nelle spese è effettuato in proporzione alla quota.
Se invece si trattasse di condominio, troverebbe applicazione l’art. 1123 c.c., in base al quale le spese sono ripartite secondo i millesimi salvo che non si tratti di cose destinate a servire i condomini in misura diversa.

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Materiale non conforme all’ordine
Il richiedente riferiva di aver ricevuto del materiale non conforme a quanto aveva ordinato e parzialmente difettato, e non pagava il corrispettivo.

La risposta
Se il materiale non è conforme a quanto richiesto, è legittimo non pagarne il corrispettivo.

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Mediazione immobiliare
Il richiedente riferiva di aver venduto un appartamento di sua proprietà. Affermava di non aver dato mandato in esclusiva a nessuna agenzia, ma solo un accordo verbale in base al quale avrebe corrisposto la provvigione a chi gli avesse portato una proposta di acquisto da lui ritenuta accettabile e che quindi gli avesse fatto vendere l’immobile.
Due agenzie prendevano contatti con il medesimo cliente, e il richiedente concludeva la vendita mediante la prima agenzia che lo aveva messo in contatto con il cliente stesso, pagando a questa la provvigione.
L’altra agenzia inviava al richiedente una lettera nella quale gli si chiedeva di pagare anche questa la provvigione e le spese legali, sostenendo id essere stata la prima a prendere contatti con l’acquirente, sebbene i documenti (sottoscritti da entrambe le agenzie) in possesso del ricorrente testimoniassero il contrario.

La risposta
Il contratto di mediazione, disciplinato dagli artt. 1754 e ss c.c., è un contratto sostanzialmente plurilaterale, nel quale il mediatore (necessariamente iscritto all’apposito albo) mette in contatto le altre parti per la conclusione di un affare.
Per l’esistenza del predetto contratto non è necessaria alcuna particolare forma, nemmeno un conferimento esplicito di incarico, essendo sufficiente che una parte, anche per facta concludentia, accetti, rectius si avvalga, dell’attività del mediatore.
Al contratto di mediazione consegue l’obbligo, per le parti che si sono avvalse dell’attività del mediatore e sono così giunte alla conclusione di un affare, di corrispondere al mediatore medesimo la provvigione, determinata, in mancanza di patto, di tariffe professionali o di usi, secondo equità dal Giudice.
Tuttavia è da sottolineare come l’art. 1758 del c.c. prenda in considerazione solo l’ipotesi in cui l’affare risulti concluso per l’intervento di più operatori.
La Cassazione ha infatti affermato anche recentemente che “il diritto alla divisione della provvigione tra più mediatori sorge, a norma dell’art. 1758 del c.c., solo quando essi abbiano cooperato simultaneamente e di comune intesa, ovvero autonomamente, ma giovandosi l’uno della attività espletata dall’altro, alla
conclusione dell’affare, in modo da non potersi negare un nesso di concausalità obbiettiva tra i loro interventi e la conclusione dell’affare, e sempre che si sia trattato dello stesso affare, sia sotto il profilo soggettivo, che oggettivo.” (Cass. 8443/2000).
Ipotizzando invece che la presentazione del medesimo cliente da parte di due agenzie diverse sia avvenuta attraverso prestazioni isolate e senza collegamento alcuno tra le stesse, dovrebbe essere applicato il generale principio in base al quale ciò che conta, al fine dell’insorgere del diritto alla provvigione, è una segnalazione che risulti essere stata idonea e causalmente determinante ai fini della conclusione dell’affare.

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Negligenza medico di base
La richiedente riferiva di aver portato il marito, che lamentava un dolore forte e persistente al petto, dal medico di base cinque volte nell’arco di un mese, e di aver ottenuto la richiesta di un ecg solo alla quinta volta senza comunque sollecitare l’uomo a svolgere l’esame il prima possibile.
La stessa si recava la sera stessa in ospedale, dove al marito veniva diagnosticato un infarto acuto del miocardio avuto pochi giorni dopo la prima visita effettuata dal medico di base. In seguito a tale diagnosi il maarito della ricorrente si sottoponeva ad un intervento chirurgico.

La risposta
Primo presupposto per richiedere un risarcimento del danno per responsabilità del medico è la sussistenza di un danno alla salute ricollegabile, in quanto provocato, dall’intervento eseguito.
Ulteriore presupposto è la riconducibilità del danno ad una condotta od omissione del medico.
Per una valutazione della causalità nel verificarsi del danno (in riferimento alla possibilità di evitare il danno con un’attivazione tempestiva) sarebbe necessario affidarsi ad un medico legale di fiducia, in grado di fornire un’analisi dettagliata dal punto di vista scientifico.

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Odori molesti
Il richiedente lamentava l’odore a suo avviso intollerabile di cibo indiano proveniente dall’appartamento situato nel piano inferiore al suo.

La risposta
In ambito civile la norma che regola le immissioni da fondi limitrofi è l’art. 844 c.c., ai sensi del quale, “il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni […] derivanti dal fondo del vicino se non superano la normale tollerabilità, avuto riguardo alla condizione dei luoghi”.
Il limite di tollerabilità delle immissioni non è mai assoluto, ma relativo alla situazione ambientale, variabile da luogo a luogo, secondo le caratteristiche del luogo e le abitudini degli abitanti (in questo sendo la Cassazione, con sent. 2166/06).
In linea teorica è possibile una tutela giuridica in sede civile, con un’azione per la cessazione della molestia ed il risarcimento del danno.
All’atto pratico, bisognerebbe provare che, avuto riguardo al contesto, le immissioni di odori superino la normale tollerabilità.
In ambito stragiudiziale, infine, è sempre possibile l’invio di una diffida al vicino, affinché ponga fine alla turbativa.

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Rinuncia al mandato
La richiedente riferiva che il suo avvocato aveva rimesso il mandato dopo la conclusione (faovrevole) del processo, e che aveva concluso la sua attività all’esame del verbale di pignoramento, non mettendo in pratica altre azioni.
Chiedeva se si dovesse rivolgere ad un nuovo legale per le azioni successive atte all’incasso del credito riconosciutole in sentenza, e se dovesse comunque pagare il precedente avvocato finchè non avesse ricevuto tale credito.

La risposta
Per rispondere alla domanda sarebbe necessario esaminare la corrispondenza intercorsa tra il cliente e l’ avvocato, per verificare se vi è stata una rinunzia o l’archiviazione della pratica.
In ogni caso, la parcella dell’avvocato risulta a carico del cliente, salva la possibilità di quest’ultimo di rivalersi sulla controparte ove la stessa sia stata condannata al risarcimento delle spese legali.

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Recesso contratto d’affitto di azienda
Il richiedente riferiva di aver comunicato a mezzo di raccomandata nei tempi previsti dalla Legge la sua volontà de recedere dal contratto da lui sottoscritto di affitto d’azienda.
Il recesso non veniva ritenuto valido dalla controparte in quanto la raccomandata era stata indirizzata alla titolare della società locatrice e non alla società stessa.

La risposta
Una raccomandata indirizzata al legale rappresentante della società locatrice dovrebbe essere assolutamente idonea a comunicare l’intenzione di non rinnovare il contratto.

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Recesso contratto sky
La richiedente riferiva di aver stipulato un contratto con sky, ma di non aver pagato gli ultimi canoni.
Riferiva che nel mese di aprile non le era più stato fornito il servizio, e che il giorno 14 dello stesse mese aveva comunicato il recesso dal contratto via mail.
Le veniva però inviata una fattura relativa al mese di aprile, ed a seguito di una telefonata fatta per chiarire la situazione le veniva comunicato che un eventuale recesso sarebbe dovuto essere comunicato via mail.
La richiedente domandava se tale comportamento fosse legittimo.

La risposta
Per rispondere al quesito sarebbe necessario esaminare il contratto.
In linea di massima per recedere da un contratto è necessaria una comunicazione a mezzo raccomandata a.r.

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Responsabilità per figlio maggiorenne
La richiedente riferiva che il figlio maggiorenne di suo marito aveva lasciato il posto di lavoro per andare all’estero.
Chiedeva se eventualmente lei ed il marito potessero incorrere in sanzioni in qualità di responsabili del ragazzo e se, nel caso in cuio questo non pagasse le rate di un prestito da lui contratto, potessero essere chiamati a pagare al suo posto.

La risposta
Eventuali responsabilità solidali nei confronti del figlio maggiorenne potrebbero derivare da garanzie prestate in favore del medesimo (ad esempio se il padre è garante del prestito).
Eventuali sanzioni penali od amministrative hanno carattere personale e non sono trasmissibili.
Un’obbligazione che, eventualmente, potrebbe essere imposta è quella relativa agli alimenti qualora il figlio di Suo marito versasse in stato di bisogno.

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Responsabilità professionale consulenti
La richiedente riferiva di essere stata sanzionata a seguito di un controllo effettuato dall’INPS e riferiva che intendeva rivalersi sulla società di consulenza che si occupava di controllare la sua situazione.

La risposta
Per rilevare la possibile responsabilità professionale a carico della società di consulenza, sarebbe necessario l’esame del contratto con la stessa stipulato.

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Rinuncia all’eredità
La richiedente chiedeva cosa fosse la rinuncia all’eredità.

La risposta
La rinuncia all’eredità è un atto, che deve essere formalizzato innanzi ad un Notaio od alla Cancelleria del Tribunale competente, con il quale un chiamato all’eredità manifesta la sua dichiarazione di non acquistare l’eredità.
Il patrimonio ereditario è composto da componenti attive e passive.
Ove le componenti passive superino quelle attive, in caso di accettazione dell’eredità, l’erede subentrerà nei debiti del defunto.
In caso di rinunzia all’eredità, invece, i creditori del defunto non potranno rivolgersi al successore per il pagamento dei debiti.

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Servitù di passaggio
La richiedente riferiva di essere titolare di una servitù di passaggio su un cortile, il quale le permetteva di accedere alla sua abitazione.
I proprietari del cortile adibivano lo stesso a luogo in cui i propri figli potevano giocare liberamente, e questo provocava un rischio che gli stessi venissero investiti.
Riferiva inoltre che i proprietari avevano proceduto alla ripavimentazione del cortile, e di essere disponibile a contribuire a tale spesa.

La risposta
Ai sensi dell’art. 832 c.c., il diritto di proprietà sopra un bene consente al proprietario di disporne e goderne in maniera piena ed esclusiva.
Di talché appare evidente che l’utilizzo del cortile come spazio giochi per i figli sia consentito ai proprietari.
Circa la responsabilità in caso di danno da circolazione stradale le norme di riferimento sono quelle dettate dal Codice civile e dal Codice della strada.
Relativamente alle opere sulla pavimentazione del cortile, in materia di servitù, l’art. 1069 c.c. prevede che le spese delle opere sul fondo servente che giovino tanto al proprietario quanto al titolare del diritto di servitù debbano essere sostenute da entrambi in proporzione al rispettivo vantaggio.
La quietanza del pagamento delle opere non richiede forme solenni ed il contenuto dovrà essere quello consueto (indicazione delle opere e del contributo versato, data e sottoscrizione di chi riceve il pagamento).

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Simbolo errato
Il richiedente riferiva che la moglie aveva inviato un simbolo errato ad una ditta loro cliente, e che tale ditta aveva provveduto a pubblicare il simbolo errato in internet e ad apporlo sulle proprie etichette senza rilevare l’errore.

La risposta
Potrebbe configurarsi un ipotesi di responsabilità contrattuale (ad es. riduzione del prezzo).
Difficile sostenere invece la teoria di un risarcimento ulteriore (ad es. danno all’immagine), atteso che è onere del committente verificare le opere realizzate dagli incaricati prima di utilizzarle.
Per ulteriore informazione preciso che la prescrizione in materia di obbligazioni contrattuali è, salvo diversa previsione, decennale; mentre per l’obbligazione nascente da fatto illecito di norma è quinquennale.

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Strada consortile
Il richiedente riferiva di aver più volte fatto notare al proprio Comune lo stato di degrado della strada consortile che portava alla sua abitazione e, nell’inerzia dello stesso, aveva provveduto autonomamente.
Le modifiche al manto stradale da lui effettuate gli avevano causato una sanzione emanata dalla Guardia Forestale.

La risposta
La strada consortile è generalmente una strada privata soggetta all’uso pubblico oppure una strada costruita da privati con la partecipazione pubblica.
Per poter indicare i soggetti tenuti alla riparazione della strada o alla ripetizione di quanto pagato da un privato per tale riparazione, sarebbe necessario individuare la titolarità della strada.
Difatti se fosse una strada interamente pubblica,la manutenzione sarebbe ad esclusivo carico del Comune.
Se invece fosse una strada a partecipazione pubblica, la ripartizione della spesa potrebbe seguire le norme sulla comunione.
Infine, se fosse una strada privata con servitù d’uso pubblico (strada vicinale), gli oneri di manutenzione rimarrebbero a carico dei proprietari privati ai sensi dell’art. 14 C.d.S.
Tuttavia, l’articolo 51 della legge 20 marzo 1865, n. 2248, all. F attribuisce gli oneri di manutenzione delle strade vicinali ai soggetti che ne fanno uso per raggiungere le proprietà, salvo che per uso o consuetudine ciò sia assolto da altri.
Di talché se si riuscisse a dimostrare che per consuetudine la manutenzione della strada veniva curata dal Comune, a quest’ultimo si potrebbe richiedere d’intervenire.

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Testamento
Il richiedente riferiva di essere separato e che dal matrimonio era nato un figlio, oggi maggiorenne. Essendo convivente con una nuova compagna riferiva di voler fare testamento, includendo tra gli eredi quest’ultima.

La risposta
Le disposizioni circa la c.d. “legittima” (quota che per legge è riservata agli eredi legittimari: coniuge, figli ed ascendenti in mancanza dei primi) sono riportate nel Codice civile agli artt. 536 e ss.
In caso di concorso nella successione tra il coniuge ed un figlio, al primo sarà riservata una quota pari ad un terzo ed al secondo un’ulteriore quota di un terzo.
Pertanto la c.d. “disponibile” (quota di cui il testatore può disporre) sarà di un terzo del proprio patrimonio.
Evidenzio che, ove la separazione fosse stata pronunziata con addebito della responsabilità a un coniuge, lo stesso avrebbe diritto unicamente ad un assegno vitalizio qualora al momento dell’apertura della successione goda del diritto agli alimenti.

Testamento
Il richiedente riferiva che l’ex marito della sorella, vedova, aveva sottoscritto un testamento, ma non riusciva ad ottenerne una copia.

La risposta
Se il testamento è stato reso o depositato presso un Notaio, la vedova dovrebbe contattare l’Associazione Notarile per richiederne la ricerca.
Se il testamento fosse invece olografo e detenuto da un familiare o da un terzo, l’unico modo per ottenerne l’esibizione sarebbe un ricorso all’Autorità Giudiziaria.

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Tutore legale
La richiedente riferiva che il suocero mostrava gravi problemi psichici, e che la figlia di questo mostrava l’intenzione di assumere la qualifica di tutore legale del padre.
La richiedente affermava che la figlia non era in grado di ricoprire adeguatamente tale ruolo, e chiedeva se potesse invece essere nominata tutore del suocero lei con il marito.

La risposta
In materia di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia, il Codice civile prevede tre istituti applicabili:
– l’amministrazione di sostegno
– l’inabilitazione
– l’interdizione.
Ognuno di questi istituti ha particolarità proprie e differenti figure (amministratore di sostegno, curatore, tutore) preposte alla gestione del patrimonio del soggetto incapace.
In linea generale, il primo è il meno “invasivo” per il soggetto incapace, mentre il terzo è solitamente riservato ai casi più gravi (infermità totale).
A seconda delle circostanze, da Lei solo menzionate, l’interdizione (nomina di un tutore) potrebbe non essere la più idonea.
In ogni caso, per ciascuno dei tre istituti è necessario presentare ricorso all’Autorità Giudiziaria che, previo esame del soggetto incapace, prenderà una decisione sulla domanda.

torna alle domandeUsucapione
Il richiedente riferiva che una sua conoscente abitava in modo stabile da oltre 40 anni in una casa, della quale era proprietaria di una quota.
La restante parte dell’abitazione era cointestata ai fratelli e alla madre, la quale era anche usufruttuaria.
Alla morte della madre, i parenti chiedevano l’atto di successione e l’eventuale divisione dell’immobile. La volontà della conoscente del ricorrente era richiedere l’usucapione di tale immobile.

La risposta
L’usucapione è un modo di acquisto della proprietà a titolo originario basato sul perdurare per un determinato periodo di tempo del possesso su una cosa.
La disciplina in materia è dettata dagli artt. 1158 e ss c.c.
Tali norme prevedono che “La proprietà dei beni immobili e gli altri diritti reali di godimento sui beni medesimi si acquistano in virtù del possesso continuato per venti anni”.
Fondamento dell’usucapione è, dunque, una particolare situazione di fatto (il possesso), e non un diritto (C. 2485/2007), esercitata, senza interruzioni, sulla cosa, da parte di colui che, attraverso tale prolungata signoria, si sostituisce, in concreto, al titolare effettivo del diritto.
Al fine di usucapire il bene posseduto è necessario che ricorra il mancato esercizio del diritto da parte del titolare del bene stesso (comproprietari).
Per la declaratoria dell’usucapione è necessario ricorrere all’Autorità Giudiziaria.

Usucapione
La richiedente affermava che i suoi genitori possedevano, al 50% ciascuno, una casa con 2 appartamenti; in uno dei due i genitori vi abitavano saltuariamente, nell’altro viveva la sorella con contratto di comodato non scritto.
Chiedeva se la sorella potesse usucapire l’immobile.

La risposta
Ai sensi dell’art. 1158 c.c., la proprietà dei beni immobili si acquisisce per effetto del possesso continuato per vent’anni.
L’elemento soggettivo necessario perché si verifichi l’usucapione è costituito dalla volontà e dalla consapevolezza di possedere uti domino l’immobile.
Il comodato conferisce la detenzione del bene.
Tuttavia, nel momento in cui il comodatario agisse con l’intento di possedere la cosa, si potrebbe verificare l’interversione del possesso nel senso inteso dall’art. 1141 c.c.
Attesa la complessità della materia, per verificare in astratto la capacità di usucapire da parte di Sua sorella sarebbe necessario un approfondimento delle situazioni da Lei solo menzionate.
Se anche una persona sottoscrivesse oggi un contratto di comodato, nulla impedirebbe una futura mutazione della detenzione in possesso.
Tuttavia, nel caso, il termine di vent’anni inizierebbe a decorrere nuovamente.

Usucapione
Il richiedente riferiva di aver acquistato un terreno agricolo. Nel fare dei riconfinamenti mancanti, però, emergeva che l’area non corrispondeva alla mappa vigente sulla base della quale effettuava l’acquisto.
Infatti, un muro di recinzione di un confinante riduceva la proprietà; tale muro esisteva da oltre 25 anni.
Il richiedente domandava se fosse intervenuto l’usucapione o se avesse la possibilità di riacquistare la parte di proprietà in questione.

La risposta
L’usucapione è un modo di acquisto della proprietà a titolo originario basato sul perdurare per un determinato periodo (solitamente vent’anni) di tempo del possesso su una cosa.
Per quanto riguarda i fondi rustici, all’interno dei quali sono ricompresi i terreni agricoli, la disciplina è dettata dall’art. 1159 bis del Codice civile: tale norma prevede che la proprietà dei fondi rustici si acquisti in virtù del possesso continuato per 15 anni.
Fondamento dell’usucapione è una particolare situazione di fatto (il possesso), che consente l’acquisto del diritto, se esercitata senza interruzioni sulla cosa altrui (Cassazione 2485/2007).
Al fine di usucapire il bene posseduto è necessario che ricorra il mancato esercizio del diritto da parte del titolare del bene stesso.
Nel caso in esame, ove si rivendicasse la proprietà della parte di terreno recintato, quindi, il vicino potrebbe eccepire l’avvenuta usucapione, vanificando, di fatto, le proprie pretese.

Usucapione
Il richiedente riferiva di aver acquistato un immobile con un bagno esterno fabbricato più di 20 anni prima, costruito sul terreno del vicino.
Riferiva che il vicino, il quale non si era mai opposto nè alla costruzione nè all’utilizzo del bagno per tutti i vent’anni, chiedeva ora di toglierlo dal suo terreno.
Il richiedente chiedeva se potesse far valere l’usucapione.

La risposta
L’art 1158 c.c. stabilisce che la proprietà dei beni immobili si acquisti in virtù del possesso continuato per vent’anni.
Il possessore attuale può, ai fini del calcolo del tempo, sommare il tempo del suo possesso a quello del possesso dei precedenti danti causa
(venditore).
L’acquisto della proprietà avviene di diritto; per l’accertamento di tale acquisto è possibile instaurare un giudizio.
Inoltre, è sempre possibile, nel momento in cui il vicino agisca legalmente per la rimozione, resistere in Giudizio sollevando l’eccezione di usucapione.

torna alle domandeUsufrutto parziale
Il richiedente riportava la seguente situazione di un immobile: un soggetto aveva 4/6 di usufrutto sullo stesso, mentre un secondo soggetto aveva 4/6 di nuda proprietà e 2/6 di proprietà piena.
Chiedeva chi dovesse stipulare un eventuale contratto di affitto, se l’affitto fosse da ripartire per quote e se fosse possibile che uno dei due soggerri affittasse o cedesse il comodato una stanza o una frazione dell’immobile senza il consenso dell’altra.

La risposta
L’usufrutto è il diritto reale che attribuisce il potere di godere per un certo tempo di una cosa altrui, traendone ogni possibile utilità nei limiti della sua destinazione.
Conseguentemente l’usufruttuario di un bene immobile può concederlo in locazione a terzi.
Quando l’usufrutto sia costituito su una parte soltanto di immobile, sarà soltanto quella parte a poter essere “sfruttata” dall’usufruttuario.
Le eventuali problematiche insorgono nel momento in cui non è ben individuata la quota di immobile sulla quale è costituito l’usufrutto.
In linea di massima, se la locazione riguarda l’intero immobile, tanto il proprietario quanto l’usufruttuario dovranno sottoscrivere il contratto e tra entrambi andranno ripartiti i canoni di locazione.
in linea generale il soggetto che ha i 4/6 di usufrutto potrebbe affittare l’immobile per i 4/6 di sua appartenenza, mentre il proprietario potrebbe affittarlo per i restanti 2/6. Il problema sorge nel caso in cui non vi sia una netta divisione delle rispettive quote di appartenenza; infatti, ciascuna quota può essere affittata senza il preventivo consenso dell’altra parte, ma è necessario che vi sia una distinzione concordata di ogni quota.
È poi necessario visionare il contenuto dell’atto di costituzione dell’usufrutto, poiché in esso vi potrebbero essere clausole relative alla possibilità di affitto da parte dell’usufruttuario.

torna alle domandeVendita bene in comunione ereditaria
La richiedente riferiva di voler vendere un bene facente parte di una comunione ereditaria, e che uno dei coeredi non manifestava l’intenzione di vendere.

La risposta
Per rispondere ad un quesito di questo tipo sarebbe necessario approfondire la situazione giuridica dell’immobile per valutare la sussistenza di comunione ereditaria.
Nel caso, ciascuno dei coeredi potrebbe, ai sensi dell’art. 713 c.c., richiedere la divisione in natura, se possibile, o tramite vendita all’incanto.
In tal modo non sarebbe indispensabile il consenso del terzo fratello per procedere all’alienazione.

torna alle domandeVendita immobile
La richiedente riferiva di essere in procinto di vendere la casa e di dover fare il rogito a breve.
Si domandava se fosse legale che da rogito le veniva chiesto di lasciare la casa entro 15 giorni; superato tale lasso di tempo, se non avesse lasciato l’immobile avrebbe perso 10.000,00 euro.

La risposta
Una volta alienato l’immobile (con l’atto di compravendita innanzi al Notaio), è legittima la richiesta di liberare l’immobile avanzata dal nuovo proprietario.
Relativamente alla penale per la mancata liberazione, essa potrebbe essere valida, ma solo se espressamente approvata dal venditore.
In difetto di pattuizione relativa alla data di rilascio, lo stesso può essere richiesto immediatamente alla data del rogito.

Vendita immobile
La richiedente acquistava nel 2009 un appartamento, e l’anno successivo veniva approvato dall’assemblea condominiale il rifacimento del tetto.
La necessità di provvedere a tale intervento era nota da tempo al precedente proprietario dell’immobile ed all’amministratore condominiale, ma ciò era stato esplicitamete taciuto dagli stessi nonostante la ricorrente si fosse premurata di chiedere più volte delle condizioni del tetto.
Inoltre, la richiedente riferiva che il condominio in cui abitava era stato citato in giudizio per un danno avvenuto prima che lei divenisse proprietaria dell’immobile.

La risposta
In caso di vendita dell’immobile, ai sensi degli artt. 1175 e 1489 c.c., il venditore è tenuto a comportarsi secondo buona fede e dichiarare in sede contrattuale eventuali oneri a carico della cosa, ivi inclusi eventuali obblighi che potrebbero gravare sull’acquirente a seguito della definizione di giudizi pendenti.
Inoltre, ai sensi degli artt. 1482 e ss c.c., il venditore è tenuto a garantire il compratore per i vizi dell’immobile che l’alienante abbia taciuto e che comunque non fossero a conoscenza dell’acquirente.
Ove il venditore non ottemperi a tali obblighi, il compratore potrà chiedere di essere tenuto indenne da eventuali spese relative ad un giudizio instaurato prima del suo acquisto ed ottenere una riduzione del prezzo o, nei casi più gravi, la risoluzione del contratto ed il conseguente risarcimento dei danni.

torna alle domandeResponsabilità del costruttore
Il richiedente affermava di essere proprietario di un appartamento acquistato da un privato, facente parte di un condominio, nel 2007.
Riferiva di avere problemi di muffa elevata sui muri, e che tale problema era condiviso da tutti i condomini.
I condomini, un paio di anni fa, scrivevano al costruttore facendo notare il problema, ma non agivano legalmente né reiteravano le lamentele.
Il richiedente chiedeva se potesse ancora agire o fosse intervenuta la prescrizione.

La risposta
La responsabilità del costruttore è duplice.
In primo luogo lo stesso risponde dei vizi dell’opera purché gli stessi siano denunziati entro 60 giorni dalla scoperta.
In tale ipotesi, tuttavia, l’azione risarcitoria si prescrive in due anni dalla consegna dell’opera.
In secondo luogo il costruttore risponde per difetti strutturali gravi per dieci anni dal compimento dell’opera.
Tuttavia la denunzia dei vizi deve essere effettuata entro un anno dalla scoperta e l’azione deve essere intrapresa entro un anno dalla denunzia.
Parrebbe che, ne caso di specie, sia intervenuta la prescrizione.
Si potrebbe verificare la possibilità di agire nei confronti del venditore, qualora abbia taciuto in mala fede i vizi.

torna alle domandeGaranzia auto usata
Il richiedente riferiva di aver acquistato un’auto usata con una garanzia di un anno. Chiedeva se, nel caso in cui nel periodo coperto dalla garanzia la sua auto avesse dovuto avere un guasto rientrante nella copertura, potesse farla riparare un un’officina diversa da quella del venditore e, in caso di risposta negativa, se le spese di traino avessero dovuto essere a lui addebitate.

La risposta
In linea generale, nei contratti conclusi tra un consumatore ed un venditore professionale, troverà applicazione il Codice del consumo (Decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206).
Ai sensi di tali norme è prevista una garanzia di due anni (che può essere ridotta ad uno per contratto) su tutti i vizi e difetti che non siano imputabili alla normale usura del bene.
L’art. 130 del predetto codice prevede che “In caso di difetto di conformita’, il consumatore ha diritto al ripristino, senza spese, della conformita’ del bene mediante riparazione o sostituzione, […], ovvero ad una riduzione adeguata del prezzo o alla risoluzione del contratto, […]. Il consumatore puo’ chiedere, a sua scelta, al venditore di riparare il bene o di sostituirlo, senza spese in entrambi i casi, salvo che il rimedio richiesto sia oggettivamente impossibile o eccessivamente oneroso rispetto all’altro.”
Il termine per la denunzia del vizio è di due mesi dalla scoperta.
Risulta quindi opportuno provvedere quanto prima per iscritto a segnalare il difetto al venditore.
Dopodiché si concorderanno con questi le modalità di riparazione.
In ogni caso la Legge dispone che le spese relativamente alle quali il compratore deve essere tenuto indenne”si riferiscono ai costi indispensabili per rendere conformi i beni, in particolare modo con riferimento alle spese effettuate per la spedizione, per la mano d’opera e per i materiali.”
Conseguentemente il venditore non può pretendere che l’eventuale traino sino alla propria officina sia a carico del compratore.
In difetto di risposta del venditore entro un termine ragionevole, è possibile agire nei confronti del medesimo.

torna alle domandeInteressi non citati in sentenza
La richiedente affermava di aver ottenuto una sentenza a lei favorevole per il recupero di un credito.
Riferiva che nella sentenza in questione, però, il Giudice non menzionava nè la rivalutazione nè gli interessi; chiedeva quindi se la rivalutazione fosse automatica.

La risposta
Ai sensi dell’ art. 1282 c.c. I comma, i crediti liquidi ed esigibili di somme di denaro producono di diritto gli interessi, salvo che la legge o il titolo non dispongano altrimenti.
Di conseguenza, una volta che la sentenza o il provvedimento abbiano efficacia esecutiva, il credito, nell’ammontare totale liquidato dal giudice in riferimento alla data in cui il provvedimento è emesso, dovrebbe divenire esigibile e produrre automaticamente interessi.
Ad ogni buon conto, una risposta esaustiva non può prescindere da un esame del provvedimento.

torna alle domandeOnorario avvocato
Il richiedente chiedeva in che modo fosse determinato l’onorario di un avvocato.

La risposta
L’art. 2233 c.c. dispone che il compenso, se non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe o gli usi, è determinato dal giudice, sentito il parere dell’associazione professionale a cui il professionista appartiene.
Di talché per la quantificazione del compenso si dovrà far riferimento ad eventuali pattuizioni scritte con il professionista ovvero, in mancanza, al tariffario professionale (D.M. 08.04.04).

Onorario avvocato
Il richiedente riferiva che due anni prima aveva ottenuto una sentenza a suo favore di risarcimento danni con la quale il Giudice aveva condannato la parte soccombente a versare € 6.000,00 più interessi, e stabiliva le spese legali in € 12.000,00 sempre a carico della parte soccombente.
il suo avvocato però presentava una parcella di € 17.000,00 e gli chiedeva quindi di corrispondere i 5.000,00 € mancanti.
Il richiedente chiedeva se la richiesta del suo legale fosse legittima.

La risposta
Nell’ambito delle professioni intellettuali, l’art. 2233 del Codice civile prevede che “il compenso, se non è convenuto dalle parti (per iscritto) e non può essere determinato secondo le tariffe o gli usi è determinato dal Giudice”.
Le tariffe dei compensi degli Avvocati sono riportate nel D.M. 8 aprile 2004.
Tale norma, all’art. 2, dispone che “gli onorari e i diritti sono sempre dovuti all’avvocato dal cliente indipendentemente dalle statuizioni del giudice sulle spese giudiziali”.
In linea di massima, quindi, se il compenso richiesto è in linea con le tariffe ministeriali risulta dovuto.
Per la verifica della rispondenza della parcella alle tariffe, l’Istituzione deputata è l’Ordine degli Avvocati.

Onorario avvocato
La richiedente riferiva di nutrire delle perplessità circa la correttezza della parcella del suo avvocato e chiedeva che venisse controllata.

La risposta
Il controllo di una parcella è impossibile senza una conoscenza delle attività svolte e della complessità della causa.
Il tariffario forense è contenuto nel D.M. 08.04.04.
Nel caso in cui si avessero delle perplessità, suggerisco di rivolgersi al competente Ordine degli Avvocati.
Se si tratta di quello di Bergamo, si possono trovare i recapiti al seguente indirizzo: http://avvocatibergamo.valeostudio.it/contatti.asp

Onorario avvocato
Il richiedente riferiva che gli era stato addebitato il costo di una diffida rivolta a lui stesso per la rimozione di un antenna satellitare.

La risposta
Le spese relative ad una diffida nei propri confronti non dovrebbero essere integralmente addebitate; tutt’al più potrebbe essere richiesto di concorrere pro-quota.
La normativa applicabile agli impianti di radiodiffusione da satellite (tra cui L. 20 marzo 2001 n. 66, L. 31 luglio 1997 n 249, Codice civile) dispone che gli immobili composti da più unità abitative si avvalgano, di norma, di antenne collettive.
Per verificare la regolarità di un antenna, sarebbe quindi necessario un esame delle modalità d’installazione, del regolamento di condominio, dei verbali d’assemblea pertinenti nonché della diffida inviata.

torna alle domandeDistanza tra balconi
Il richiedente riferiva che il suo vicino aveva costruito un balcone a distanza di 1,50 metri dal tetto di casa sua, rispettando le norme codicistiche.
Affermava che il vicino aveva però manifestato l’intenzione di ampliare il balcone, sostenendo che la distanza minima fissata per legge non avrebbe trovato applicazione in quanto tra i due immobili si trovava una strada comunale.

La risposta
In riferimento alla distanza per l’apertura (e l’ampliamento) di balconi è necessario far riferimento all’art. 905 c.c.
Tale norma prevede che non si possano aprire né vedute dirette né balconi verso il fondo del vicino se tra il fondo di questo e la faccia esteriore del muro in cui si aprono le vedute dirette non vi sia la distanza di un metro e mezzo.
La medesima norma, tuttavia, prevede l’esonero dal rispetto di tale distanza nel momento in cui tra i due fondi vi sia una strada pubblica od asservita al pubblico utilizzo.
La ratio di tale norma e della predetta esenzione è da ricercarsi nella tutela della riservatezza che verrebbe meno nel caso di transito pubblico nelle vicinanze del fondo.
Di talché, alla luce delle circostanze da Lei indicate, parrebbe che l’ampliamento del balcone risulti legittimo.
Difatti l’art. 907 riguarda il divieto di fabbricare.
Ai fini della disposizione in esame il termine “fabbricare” non va inteso nel suo significato rigoroso e letterale di elevare manufatti in calce e mattoni, ma in quello di compiere qualsiasi opera che, indipendentemente dalla forma e dal materiale con cui è stata realizzata, determini, secondo l’apprezzamento insindacabile del giudice di merito, un ostacolo, di carattere stabile, all’esercizio della veduta.
La costruzione di un balcone non va ad inficiare il diritto alle vedute, già limitate dall’edificio.
A minor ragione, quindi l’ampliamento di un balcone già esistente.

torna alle domandeCONDOMINIO

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Poteri dell’amministratore di condominio
Il richiedente chiedeva se amministratore di condominio avesse il potere di proporre un’azione legale per il mancato pagamento di alcune rate delle spese condominiali nei confronti di un condomino senza previa autorizzazione dell’assemblea condominiale.

La risposta
Ai sensi dell’art. 1130 c.c. l’amministratore ha il compito di eseguire le deliberazioni dell’assemblea e riscuotere i contributi alle spese.
Nei limiti delle sue attribuzioni (eventualmente aumentate dal regolamento di condominio) ha anche il potere di proporre azioni giudiziarie.
In particolare, come recentemente statuito dalla Corte di Cassazione (sent. 12130 del 2004) “per il recupero di una quota di oneri dovuti al condominio [l’amministratore] può agire sia nei confronti dei condomini che nei confronti di terzi”.
Pertanto, se le spese per il rimborso delle quali l’amministratore ha agito fossero approvate dall’assemblea, non sarebbe necessaria alcuna delibera della medesima per intraprendere un giudizio per il recupero di tali spese.
Ovviamente, ai sensi dell’art. 1133 c.c. contro i provvedimenti presi dall’amministratore (legittimamente se nell’ambito dei suoi poteri) può essere proposto ricorso all’assemblea, anche solo per una valutazione di merito o sull’operato dell’amministratore.
In ogni caso, sia in sede di ricorso all’assemblea che in giudizio, può essere contestata la debenza della somma, qualora ne ricorrano i presupposti.
Quanto sin qui esposto riguarda la disciplina codicistica, che potrebbe risultare però derogata, ove possibile, o integrata dal regolamento di condominio.

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Ospiti nel condominio
Il richiedente riferiva di aver ricevuto comunicazione orale dall’amministratore di condominio circa il divieto di far utiliuzzare a parenti non residenti nel condominio chiavi e telecomandi d’accesso per cancello carrale, scivolo e corsello dei box.
Chiedeva se tale proibizione fosse legittima.

La risposta
La disciplina del condominio è prevista dal Codice civile agli artt. 1117 e seguenti.
In particolare, l’art. 1118 c.c., prevede che ciascun condomino abbia un diritto proporzionato al valore dell’appartamento che gli appartiene.
Più in generale, le norme sulla comunione prevedono che ciascun partecipante possa servirsi della cosa comune purché non ne alteri la destinazione o impedisca agli altri di farne parimenti uso.
Così come nessuno potrebbe impedire di invitare ospiti nella propria abitazione, allo stesso modo nessuno potrebbe impedire di consentire ai predetti ospiti l’uso del proprio box privato.
E come per far entrare in casa gli ospiti sarà necessario che questi utilizzino scale, ascensori od ingressi condominiali, allo stesso modo, per utilizzare il box, sarà indispensabile l’accesso attraverso il cortile condominiale ed il cancello automatico.
A mio sommesso parere un utilizzo di questo tipo dei servizi condominiali non potrà dirsi vietato, fintanto che non risulti eccessivo al punto di impedire agli altri condomini l’uso del cortile; e, sinceramente, risulta difficile immaginare come l’accesso ad un cortile, la cui funzione è proprio quella di consentire il transito sino ai box, possa pregiudicare i diritti altrui.
Ovviamente sarebbe opportuno consultare il regolamento di condominio per verificare eventuali limitazioni poste dal medesimo.

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Riscaldamento condominio
Il richiedente riferiva che nel proprio condominio la ripartizione delle spese di riscaldamento degli appartamenti avveniva non tramite contatori bensì tramite calcoli effettuati a priori sulla base dell’assegnazione di un coefficiente a ciascun termosifone.
Chiedeva se fosse suo diritto visionare il contratto e controllare il metodo di riparto.

La risposta
Se nel contratto tra il condominio e la società che gestisce il riscaldamento si fa riferimento ad un sistema di computo per il calcolo delle quantità di combustibile consumato da ciascun condomino, è chiaro che ogni condomino ha diritto di prenderne visione e controllarne l’esattezza.
Sarebbe necessario, per valutare a fondo la questione, esaminare gli atti dell’assemblea di condominio con i quali è stata deliberata l’adesione al contratto e prendere contatto con l’amministratore per ogni opportuno chiarimento.

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Inerzia del condominio
Il richiedente riferiva che presso il proprio condominio alcune apparecchiature, parti ed impianti (ascensore, tetto, riscaldamento, acqua potabile) erano vetuste e fatiscenti ma che per ostruzionismo di alcuni condomini non era stato possibile effettuare le opere di manutenzione necessarie ed anzi, quando l’amministratore aveva provato ad attivarsi in tal senso lo stesso era stato revocato con motivi asseritamente pretestuosi.

La risposta
la questione della sicurezza degli impianti condominiali è dibattuta e controversa.
Un primo orientamento ritiene che le opere per la messa in sicurezza degli impianti siano riconducibili nel novero della manutenzione straordinaria, con la conseguente necessità di una delibera dell’assemblea condominiale, preventiva se il pericolo non è imminente o successiva qualora l’amministratore reputi di provvedere urgentemente ai sensi dell’art. 1135 c.c.
Un secondo orientamento convoglia le predette opere nell’alveo dell’art. 1130 c.c., ossia tra le opere che l’amministratore ha il dovere di eseguire senza necessità di specifica delibera assembleare.
La Corte di Cassazione ha spesso rilevato come le opere di manutenzione che implichino una spesa “straordinaria” possano essere disposte direttamente dall’amministratore solo qualora particolari ragioni di necessità ed urgenza impongano una celere esecuzione.
Quindi se un amministratore eseguisse spese “straordinarie” a suo dire urgenti, che poi non venissero giudicate tali, dovrebbe rispondere personalmente nei confronti di chi ha eseguito le opere.
Chiaro è che, alla luce di un orientamento simile, sarà difficile trovare un amministratore che si esponga a tali possibili conseguenze, soprattutto se già revocato ed in attesa di sostituto.
Altrettanto palese, però, che ogni condomino abbia il diritto di godere delle cose comuni e, allo stesso tempo, l’obbligo di contribuire alle spese per la loro conservazione.

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Preventivo di spesa nel condominio
Il richiedente domandava se per l’assemblea condominiale fosse obbligatorio approvare un consuntivo di spesa dal valore tre volte superiore al preventivo a suo tempo approvato.
Chiedeva, inoltre, quale potesse essere la responsabilità dell’amministratore.

La risposta
Il rapporto tra i condomini e l’amministratore è, per alcuni versi assimilabile ad un mandato collettivo.
Di talché, quando l’assemblea di condominio approva il preventivo delle spese necessarie per l’anno in corso, l’amministratore ha il potere-dovere di effettuare le opere per le quali il preventivo di spesa è stato approvato.
Al termine dell’anno l’assemblea, ai sensi dell’art. 1135, sarà chiamata ad approvare il rendiconto annuale, con i costi effettivamente sostenuti.
Se il rendiconto sarà eccessivamente elevato rispetto al preventivo, l’assemblea potrà non approvarlo.
In tal caso, salvo diversa previsione regolamentare, potrebbe trovare applicazione l’art. 1711, sui limiti del mandato, secondo il quale l’atto che esorbita l’incarico resta a carico del mandatario.
Ovviamente qualora la discrepanza tra preventivo e consuntivo sia minima, sarebbe difficile sostenere l’eccesso dell’amministratore; al contrario, quando la spesa finale risulti di molto superiore si potrebbe configurare una responsabilità in capo all’amministratore.
Nel caso di specie, visto che il saldo è di oltre tre volte superiore al preventivo, ben si potrebbe ipotizzare la sussistenza della predetta responsabilità.
Si deve tuttavia precisare che, anche in tale caso, qualora l’assemblea approvi il consuntivo, l’operato dell’amministratore sarebbe ratificato ed alcuna censura sarebbe imputabile al medesimo.
Data la derogabilità della normativa condominiale, per una disamina più dettagliata sarebbe necessaria la consultazione del regolamento di condominio e degli accordi di nomina dell’amministratore.

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Parziarietà delle obbligazioni del condominio
Il richiedente riferiva che, nel condominio in cui risiedeva, alcuni condomini non pagavano da anni le proprie quote di spese condominiali.
L’amministratore, ritenendo la solidarietà delle obbligazioni condominiali, ripartiva sui condomini diligenti le spese non pagate.
Chiedeva se il comportamento dell’amministratore fosse giustificato.

La risposta
Fino all’aprile 2008 la tesi prevalente circa le spese condominiali, seguita anche dall’amministratore evidentemente, era quella della solidarietà delle stesse.
Una recente pronuncia della Corte di Cassazione (sentenza 8 aprile 2008 n. 9148) ha sancito, invece, la parziarietà delle obbligazioni condominiali divisibili.
Dal fatto che una obbligazione avente ad oggetto una somma di danaro è naturalmente divisibile deriva la parziarietà dell’obbligazione.
Ciò implica che ciascun condomino sia tenuto a versare unicamente la propria quota.
Spetterà, infatti, al creditore richiedere l’adempimento al condomino moroso, richiedendone il nominativo all’amministratore.

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Lavoro dei condomini
Il richiedente riferiva che l’assemblea condominiale aveva deliberato che ogni condomino provvedesse alla pulizia delle scale a turno.
Riferiva che alcuni condomini rifiutavano di adempiere a tale delibera e chiedeva come procedere per ottenere l’adempimento.

La risposta
Ogni condomino è tenuto a contribuire alle spese per la manutenzione e conservazione delle cose comuni.
Le decisioni in ordine a tali spese sono prese, in assemblea, a maggioranza dei condomini.
Le delibere dell’assemblea debbono essere rispettate e l’amministratore ha il dovere di riscuotere i contributi dei condomini.
Se è vero che una delibera che pone in capo ad un condomino un obbligo di fare difficilmente sarà coercibile, è altrettanto vero che una delibera che impone una ripartizione di spese (e quindi un obbligo di dare), invece, sarà più facilmente eseguibile.
Con nuova delibera, l’assemblea potrebbe prevedere che ogni condomino abbia la possibilità di provvedere alla pulizia personalmente, come già concordato, oppure pagare una persona che provveda in sua vece (impresa di pulizie o lavoratore oppure ancora un condomino volontario).
In tal modo, ove rifiutasse di provvedere personalmente, l’amministratore potrà chiamare un impresa di pulizia ed addebitarne il costo al condomino.

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Registro anagrafe condominiale
Il richiedente domandava se esistesse l’obbligo, in capo all’amministratore del condominio, di tenere il registro dell’anagrafe condominiale.

La risposta
Ad oggi nessuna normativa statale impone all’amministratore l’obbligo di tenere il registro anagrafico dei condomini.
Tuttavia è attualmente in esame in parlamento il testo di un progetto di riforma sulla normativa condominiale (assemblato da un comitato ristretto composto dai senatori Mugnai, Mazzatorta, Galperti, Balboni, D’Alia, Li Gotti e Pistorio).
Tale progetto di riforma include alcune proposte che si possono definire “radicali”, finalizzate ad una maggior celerità delle decisioni dell’assemblea ed al rispetto delle medesime.
Tra le novità introducende vi è anche l’introduzione di alcuni registri condominiali.
In particolare, il registro di anagrafe condominiale conterrebbe i dati anagrafici dei condomini (generalità, codice fiscale, residenza o domicilio), i dati catastali delle unità immobiliari, analoghe annotazioni relative ai titolari di diritti reali (per es. usufrutto) e di diritti personali (per es. uso, abitazione) di godimento, oltre all’indicazione delle attività svolte in attuazione della normativa di sicurezza.
Ovviamente, il fatto che non sia obbligatorio – oggi – tenere il registro di anagrafe condominiale, non implica ex se che ciò sia vietato.
Difatti è prassi (e in alcuni casi obbligo deontologico) per gli amministratori tenere tale registro, anche solo per una corretta individuazione dei condomini nella ripartizione delle spese.
In ogni caso, la tenuta dell’anagrafe condominiale e la registrazione dei nomi e dei dati anagrafici dei condomini in un registro cartaceo ovvero in uno dei correnti programmi di gestione condominiale costituiscono trattamento dei dati ed in quanto tali sono assoggettate alla vigente normativa sulla privacy (D.lgs n. 196 del 2003).

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Dissociazione da una lite condominiale
Il richiedente riferiva di aver acquistato dal costruttore un appartamento in un condominio.
L’appartamento in questione, come gli altri del condominio, aveva iniziato a presentare, diverso tempo dopo l’acquisto, numerose infiltrazioni di acqua piovana.
Il condominio aveva pertanto deciso di intraprendere una causa contro il costruttore per il risarcimento dei danni.
Il richiedente domandava se fosse possibile dissociarsi dalla lite, in quanto aveva intenzione di vendere l’immobile.
Chiedeva inoltre se il futuro compratore andasse informato sulla pendenza della lite.

La risposta
La partecipazione alle liti condominiali è disciplinata dall’articolo 1132 del Codice Civile.
Tale norma prevede la possibilità, per chi non è d’accordo, di dissociarsi dalla lite e di non pagare le spese alla parte vincitrice nel caso in cui il condominio dovesse perdere la causa.
Quando l’assemblea dei condomini delibera di promuovere una lite o di resistere a una domanda giudiziale, il condomino che non è d’accordo ha il diritto di notificare all’amministratore entro 30 giorni dalla delibera dell’assemblea, la volontà di separare la propria responsabilità in caso di soccombenza.
Sebbene vi sia giurisprudenza che stabilisce che la comunicazione può avvenire a mezzo raccomandata, il Codice civile utilizza il termine notifica.
Pertanto, per non vedersi contestata la forma della dissociazione, è sempre possibile richiedere che la comunicazione all’amministratore venga effettuata da un Ufficiale Giudiziario.
Fatto ciò, qualora il condominio perda la causa, il condomino dissenziente ha diritto di rivalsa per ciò che abbia dovuto pagare alla parte vittoriosa.
Se, diversamente, la lite venisse vinta dal condominio, il condomino dissenziente, che ne abbia tratto vantaggio, è tenuto a concorrere nelle spese del giudizio che non sia stato possibile addebitare alla parte soccombente.
Per “vantaggio” si deve intendere un beneficio positivo che il condomino venga a conseguire dall’esito favorevole della lite.
Nella maggior parte dei casi, i Giudici compensano le spese tra le parti: in tale evenienza, anche in caso di vittoria del condominio, chi non era d’accordo è tenuto a pagare le spese legali.
In caso di vendita dell’immobile, ai sensi degli artt. 1175 e 1489 c.c., il venditore è tenuto a comportarsi secondo buona fede e dichiarare in sede contrattuale eventuali oneri a carico della cosa, ivi inclusi eventuali obblighi che potrebbero gravare sull’acquirente a seguito della definizione di giudizi pendenti.
Ove il venditore non ottemperi a tali obblighi, il compratore potrà ottenere una riduzione del prezzo o, nei casi più gravi, la risoluzione del contratto ed il conseguente risarcimento dei danni.

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Ripartizione delle spese condominiali
Il richiedente riferiva di risiedere (in locazione) in un appartamento, con riscaldamento condominiale senza contatori individuali.
Riferiva inoltre che l’appartamento in questione era composto per oltre la metà della sua estensione totale da terrazzi.
Chiedeva se fosse corretto effettuare il conteggio delle spese di riscaldamento e le spese per la tenuta dei giardini su base metrica per ogni appartamento, includendo anche la superficie adibita a terrazzo.

La risposta
Il condominio, ente gestore delle parti comuni, ha bisogno di un criterio per la ripartizione delle spese, ai sensi degli artt. 1118 e 1123 del Codice civile.
Nella richiesta, si parla di ripartizione in base alla metratura.
Solitamente la ripartizione avviene, invece, sulla base del valore di ciascuna unità immobiliare.
La tabella millesimale è il mezzo, previsto dall’art. 68 disp. att. c.c., mediante il quale si determinano le quote di partecipazione alle spese nonché i diritti di ogni condomino sulle parti comuni.
Relativamente alle spese di manutenzione delle parti comuni (ad esempio: il giardino) si applicherebbe sic et simpliciter la tabella millesimale del valore.
In ogni caso, nel calcolo dei millesimi non si valuta solo l’estensione di un appartamento ma anche il valore, la posizione, l’esposizione e tutta una serie di altri elementi distintivi.
Per cui (a titolo esemplificativo) 30 mq di terrazzo non corrispondono a 30 mq di appartamento nel computo dei millesimi.
Tuttavia, raramente esiste una corrispondenza tra il valore, espresso in millesimi di proprietà, di un appartamento e l’energia consumata per riscaldarlo.
Per tale motivo, quando il riscaldamento è centralizzato e non vi sono contatori singoli per ogni unità immobiliare, è consuetudine che si utilizzino i cosiddetti “millesimi calore”, diversi dai millesimi di proprietà.
Ciò anche per il disposto del secondo comma dell’articolo 1123 c.c., secondo cui le spese vanno ripartite in proporzione all’uso che ciascun condomino può fare delle cose comuni, se queste ultime sono destinate a servire i condòmini stessi in misura diversa.
Si evidenzia, però, che non tutti i condomini adottano la distinzione “millesimi calore” – “millesimi di proprietà”.
Vi è, infine, una considerazione fondamentale da svolgere.
Le citate norme sul condominio sono derogabili dal regolamento di condominio.
Pertanto ove lo stesso prevedesse una ripartizione delle spese sulla base della metratura, ciò prevarrebbe su quanto stabilito dal Codice.

Ripartizione delle spese condominiali
Il richiedente desiderava sapere se la potatura straordinaria di una pianta condominiale fosse obbligatoria qualora la maggioranza dei condomini decidesse di attuarla.

La risposta
Il Codice civile prevede che le decisioni relative alla gestione delle parti comuni del condominio siano assunte, con la maggioranza di cui all’art 1136 c.c. (maggioranza dei presenti, metà del valore dell’immobile), da parte dell’assemblea dei condomini.
Per tale motivo, una decisione regolarmente assunta e non contrastante con la legge od il regolamento, sarebbe vincolante per tutti i condomini.
Con alcune eccezioni.
Bisogna infatti valutare il carattere della decisione: le norme applicabili saranno differenti a seconda che si tratti di opera di manutenzione ovvero di innovazione.
Nel primo caso la ripartizione delle spese sarà obbligatoria ex art 1123 c.c., nel secondo, qualora l’innovazione abbia carattere voluttuario o gravoso, ciascun condomino potrà richiedere l’esonero da qualunque spesa, rinunciando però ad ogni vantaggio derivante dall’innovazione.
Prima facie, la questione prospettata parrebbe rientrare nelle opere di manutenzione, pertanto la decisione (se regolarmente assunta) sarebbe vincolante per ogni condomino e ciascuno sarebbe tenuto a concorrere alle spese.
Attesa, tuttavia, la derogabilità della normativa codicistica relativa al condominio (artt. 1117 e ss c.c.), per una risposta esaustiva sarebbe necessario un esame del regolamento di condominio.

Ripartizione delle spese condominiali
Il richiedente riferiva di aver apportato delle lievi modifiche al suo appartamento facente parte di un condominio, e che in assemblea era stato deliberato che dovesse sopportare lui la relativa spesa.
Affermava che gli erano stati per tale motivo addebitati Euro 1.000,00, e riteneva tale importo eccessivo, anche in seguito alla consultazione di due diversi geometri per un parere.

La risposta
Come per la maggior parte dei professionisti, le parcelle dei Geometri sono redatte in base al tariffario (nel caso di specie dalla Legge 2 Marzo 1949, n. 144 e successive modifiche).
Nel caso si ritenga che il compenso richiesto sia sproporzionato rispetto alla prestazione, si potrebbe chiedere la parcella dettagliata e, previa sottoposizione della medesima ad altro Geometra, confutarne la rispondenza al tariffario.
A seguito di ciò si potrebbe presentare una richiesta al Collegio dei Geometri per la verifica della regolarità della predetta parcella, riservandosi il pagamento all’esito del controllo.
Se, poi, vi fosse prova della malafede delle parti coinvolte, potrebbe presentare una denuncia all’Autorità Giudiziaria.

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Tutela della riservatezza nel condominio
Il richiedente riferiva come l’amministratore del proprio condominio inserisse pedissequamente nel verbale d’assemblea ogni questione sottopostagli dai condomini, senza una previa valutazione della legittimità della stessa.
In particolare riferiva che l’amministratore aveva verbalizzato un invito a “porre rimedio all’abbaiare dei cani” rivolto ad un condomino e altre questioni non di competenza dell’assemblea.
Riferiva, infine, come l’amministratore avesse menzionato nel verbale di assemblea dei fatti privati di un condomino senza alcuna attinenza con le questioni poste all’ordine del giorno.
Domandava se fosse possibile procedere nei confronti dell’amministratore per violazione della riservatezza.

La risposta
Uno dei compiti dell’amministratore di condominio, ai sensi dell’art. 1130 c.c., è quello di eseguire le deliberazioni dell’assemblea dei condomini.
Non è richiesta all’amministratore una valutazione dei contenuti quando questi, seppur non di competenza del condominio, non richiedano azioni di particolare rilevanza.
Ad esempio, risulta legittimo l’invito a “porre rimedio all’abbaiare dei cani”.
Già meno la menzione di dati personali in realtà irrilevanti all’interno del verbale di assemblea.
Relativamente alla lesione della riservatezza effettuata dall’amministratore è sicuramente possibile scrivere al medesimo di astenersi di inserire informazioni personali non pertinenti all’interno di futuri verbali.
Per eventuali azioni di risarcimento, ovviamente, sarebbe necessario un maggior approfondimento delle situazioni di fatto accennate.

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Allargamento del sottosuolo nel condominio
Il richiedente riferiva di abitare in una palazzina composta da 4 appartamenti, e di aver acquistato 20 mq per allargare il suo appartamento.
Riferiva inoltre di aver costruito sotto il livello del suolo, e si chiedeva se dovesse qualcosa agli altri condomini.

La risposta
In ambito condominiale non esiste una disposizione di legge relativa alla proprietà del sottosuolo.
Difatti l’art. 1117, n. 1, cod. civ. indica, fra le parti che sono comuni quando manca un titolo contrario, il suolo; ma nulla dice in relazione al sottosuolo, che costituisce pure un bene suscettibile di utilizzo da parte dei condomini.
Per tale motivo è necessario far riferimento alle interpretazioni giurisprudenziali che nel corso del tempo si sono trovate a sopperire tale lacuna normativa.
“La Cassazione ha chiarito che con l’espressione “suolo su cui sorge l’edificio” si deve intendere come l’area di terreno delimitata in senso orizzontale e verticale, sulla quale poggia l’edificio; precisando che in senso orizzontale, come larghezza e lunghezza, il suolo su cui sorge l’edificio è quello occupato e circondato dalle fondamenta e dai muri perimetrali dell’edificio stesso; mentre in senso verticale, come profondità, è quello immediatamente al di sotto di tale area superficiaria.”
La Corte ha così tratto la conseguenza che il suolo su cui sorge l’edificio non è la mera superficie bensì quella porzione di terreno sulla quale viene a poggiare l’intero edificio.
“Conseguentemente il sottosuolo, ancorché non menzionato espressamente dall’art. 1117 cod. civ., deve considerarsi, in mancanza di un titolo che ne attribuisca la proprietà esclusiva a uno dei condomini, oggetto di proprietà comune, in virtù del combinato disposto dell’art. 1117 e dell’art. 840 cod. civ. e con riguardo alla funzione di sostegno ugualmente svolta da esso, indipendentemente dalla destinazione a servizi di interesse collettivo o dalla possibilità di una simile utilizzazione.” (Cass. n. 243 del 14 gennaio 1984, n. 3882 del 29 giugno 1985 e n. 3663 del 28 maggio 1988)
La Corte ha quindi osservato che lo spazio sottostante al suolo su cui sorge un edificio in condominio, in mancanza di un titolo che ne attribuisca la proprietà esclusiva a uno dei condomini, è di proprietà comune, con la conseguenza che è proibito al singolo condomino assoggettarlo a proprio uso esclusivo, impedendone il pari uso agli altri condomini, senza il consenso di questi ultimi.
(Cass. n. 14350 del 3 novembre 2000).
Tuttavia il presupposto della comunione è dato dalla circostanza che su uno stesso suolo sorgano diversi piani o porzioni di piano che costituiscono uno stesso edificio (Cass. n. 2864 del 26 aprile 1983).
Pertanto per valutare l’effettiva proprietà del sottosuolo si dovrà aver riguardo al numero di appartamenti che insistono sullo stesso.
Se tutti gli appartamenti del condominio fossero posizionati sullo stesso piano, parrebbe che, della parte sottostante ciascun immobile, il proprietario possa disporre liberamente, mentre della parte sottostante immobile altrui non si possa disporre senza il consenso del relativo proprietario.
Ovviamente tale consenso potrà essere concesso a titolo gratuito o, più probabilmente, a fronte di un corrispettivo.
Se, invece, vi fossero più piani nel condominio, la proprietà del sottosuolo sarebbe ripartita tra tutti i condomini in ragione dei millesimi, conseguentemente per opere che si svolgessero su tale parte, sarebbe necessaria l’autorizzazione di tutti ovvero della maggioranza qualificata secondo le norme del codice.

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Amministratore inadempiente
Il richiedente riferiva di abitare in un condominio nel quale parte delle autorimesse avevano bisogno di manutenzione a causa di infiltrazioni d’acqua.
Nonostante l’amministratore fosse sotato sollecitato ad intervenire in più occasioni, quest’ultimo non aveva preso alcun provvedimento.

La risposta
Compito dell’amministratore è eseguire le riparazioni necessarie per il godimento delle parti comuni dell’edificio (art. 1130 c.c. n. 4).
Qualora l’amministratore venga meno ai suoi doveri è possibile revocarlo (tramite delibera dell’assemblea o con ricorso giudiziale).
Ovviamente per un ricorso per la revoca dell’amministratore devono essevi fondati sospetti di gravi irregolarità.
In alternativa potrebbe essere richiesto al Giudice un provvedimento che imponga all’amministratore d’eseguire le riparazioni necessarie ed urgenti.
Prima di intraprendere la strada del giudizio è, tuttavia, sempre possibile diffidare formalmente l’amministratore affinché adempia ai propri doveri.
Relativamente alla responsabilità del costruttore bisogna valutare se gli interventi cui accenna siano stati eseguiti dal medesimo o da altra impresa.
Difatti, se gli interventi non risolutivi sono stati eseguiti dal costruttore potrebbe ancora sussistere la responsabilità dello stesso.

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Antenne condominiali
Il richiedente riferiva che l’assemblea condominiale aveva deliberato di sostituire le antenne televisive, motivando tale decisione con il passaggio dall’analogico al digitale, avendo tale passaggio comportato la perdita del segnale da parte di alcuni condomini.
Chiedeva se e come potesse sottrarsi al pagamento di tale spesa, non avendo lui alcun problema con il segnale e non avendo necessità di cambiare le antenne televisive.

La risposta
Se da un lato è vero che le delibere assembleari, ai sensi dell’art. 1137 c.c., risultano vincolanti per i condomini, dall’altro è pacifico che le spese vadano ripartite in base all’utilità che ciascun condomino trae dalle opere (art. 1123 c.c.).
Per una risposta dettagliata al quesito, sarebbe necessario approfondire le circostanze di fatto ed esaminare il regolamento di condominio e le delibera assembleare che disponeva la sostituzione delle antenne, nonché quella dell’anno precedente relativa ai derivatori.

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Validità della costituzione dell’assemblea condominiale
La richiedente riferiva l’adozione di una delibera relativa all’aumento delle spese condominiali per un importo di Euto 1.000,00 come esito di un’assemblea condominiale alla quale aveva preso parte esclusivamente il proprietario dello stabile ed amministratore.

La risposta
Il Codice Civile prevede che l’assemblea sia validamente costituita solo con l’intervento di tanti condomini che rappresentino i due terzi del valore dell’intero edificio ed i due terzi dei partecipanti del condominio.

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Autorizzazione dell’amministratore
Il richiedente chiedeva se l’amministratore di condominio abbia la facoltà di autorizzare un condomino ad eseguire opere di abbellimento del proprio giardino con strutture fisse, così da obbligare gli altri condomini ad adeguarsi a tali opere per un ugualianza estetica del condominio, senza che venga preventivamente convocata un’assemblea per discuterne.

La risposta
Per una compiuta risposta al quesito sarebbe necessario esaminare il regolamento di condominio ed approfondire la situazione di fatto.
Invero, nelle parti di proprietà esclusiva il condomino può eseguire le opere che ritiene sempre che queste non abbiano ripercussioni sulle parti comuni.
In linea di massima si potrebbe richiedere la convocazione di un’assemblea per verificare la rispondenza della struttura ai canoni architettonici condominiali e deliberare sulla legittimità della realizzazione.

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Manutenzione dei balconi
Il richiedente chiedeva se fosse possibile che in un’assemblea condominiale si approvasse il rifacimento solo dei balconi condominiali pericolanti e non di tutti i balconi.
In caso di risposta positiva, chiedeva se il costo di noleggio dell’impalcatura fosse da suddividere solo tra i proprietari dei balconi in questione in base ai millesimi di proprietà, ovvero tra tutti i condomini.

La risposta
Tra le attribuzioni dell’assemblea di condominio rientra, ai sensi dell’art. 1135 n. 4 c.c., la facoltà di provvedere alle opere di manutenzione straordinaria.
Circa le modalità di manutenzione l’assemblea decide quindi con le ordinarie maggioranze.
Relativamente alle spese, l’art. 1123 c.c. prevede la ripartizione su base millesimale salvo che si tratti di spese relative a cose destinate a servire i condomini in misura differente.
In tal caso le spese dovranno essere ripartite in proporzione all’uso che ciascuno può farne.

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Animali nel condominio
La richiedente affermava che un condomino sosteneva che fosse vietato per legge utilizzare l’ascensore come montacarico e che, sempre per legge, dovesse essere utilizzato esclusivamente per il traaporto di persone ed oggetti personali, con il divieto di utilizzarlo per trasportare animali.

La risposta
In ambito condominiale, ai sensi dell’art. 1117 c.c., l’ascensore costituisce oggetto di proprietà comune e, in quanto tale, può essere utilizzato da ciascun condomino, con il solo vincolo di non impedire ad altri di farne parimenti uso.
Il trasporto di animali (od anche di materiali) in ascensore può essere proibito unicamente dal regolamento di condominio.
Di talché, ove il regolamento non lo proibisca, risulta legittimo l’utilizzo dell’ascensore per il trasporto di animali e materiali, con il solo limite della compromissione delle strutture e dell’ostacolo all’altrui utilizzo.

Animali nel condominio
La richiedente riferiva di vivere in affitto in un condominio costituito da tre appartamenti. Riferiva che i proprietari dell’appartamento al piano terra erano proprietari di un cane, il quale sporcava il giardino comune adibito a posto auto.

La risposta
In primo luogo, ai sensi dell’art. 2052 c.c., il proprietario di un animale è responsabile dei danni cagionati dal medesimo.
In secondo luogo, in ambito locatizio, l’art. 1575 c.c. dispone che il locatore debba mantenere la cosa in “istato da servire all’uso convenuto” e garantirne il pacifico godimento durante la locazione.
Di talché parrebbe possibile rivolgere formale intimazione al proprietario del cane di provvedere a trattenere l’animale ed evitare che lo stesso sporchi il cortile, pena la richiesta di risarcimento dei danni patiti.
Inoltre, si potrebbe segnalare la questione al proprietario dell’immobile e chiamare il medesimo ad adempiere ai doveri impostigli dalla Legge, pena la risoluzione del contratto e la richiesta di risarcimento (che potrebbe anche includere le spese di trasloco).
A seconda dei rapporti con le altre parti, si può iniziare con l’invio d’una lettera dal contenuto più pacato che esponga formalmente il problema e chieda una pacifica risoluzione, in difetto della quale si potrà dar corso ad azioni legali.

Animali nel condominio
Il richiedente riferiva di vivere in un condominio, e riportava che uno dei condomini lasciava libero nel giardino comune e sulle scale il suo cane, senza controllarlo e senza pulire dove sporcava.

La risposta
In ambito di condominio l’utilizzo della cosa comune è solitamente disciplinato dal regolamento.
Ove non vi fosse tale regolamento, potrebbe trovare applicazione l’art. 1102 c.c., che prevede che ciascun partecipante possa servirsi della cosa comune purché non ne alteri la destinazione o ne impedisca l’uso agli altri partecipanti.
Per offrire una risposta maggiormente dettagliata al Suo quesito, sarebbe quindi necessario l’esame delle circostanze di fatto da Lei solo menzionate, allo scopo di verificare se la condotta del soggetto in questione integri la fattispecie di impedimento all’uso da parte degli altri partecipanti.
Nel caso sarebbe possibile diffidare tale soggetto affinché cessi la turbativa, pena il risarcimento del danno.

Animali nel condominio
La richiedente riferiva che una vicina, la quale non abitava nel suo stesso condominio, lasciava razzolare le galline di sua proprietà nel giardino condominiale, sebbene vi fosse una delibera assembleare nella quale era stato fatto divieto alla vicina di lasciare andare le galline nel giardino in questione.

La risposta
Qualora la proprietaria delle galline non faccia parte del condominio, non è tenuta al rispetto del regolamento condominiale, salvo impegni eventualmente assunti mediante regolamentazione di rapporti di vicinato.
Di talché l’amministratore non potrebbe esigere il rispetto del regolamento né potrebbe dare esecuzione alla delibera assembleare.
In ogni caso, per risolvere il problema si potrebbe sollecitare un intervento dell’ASL, al fine di verificare il rispetto delle norme a tutela della salute.

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Canna fumaria
La richiedente riferiva di abitare in un condominio composto da 11 appartamenti; all’acquisto dell’appartamento (ancora in costruzione), faceva inserire una canna fumaria per la stufa a legna.
L’idraulico o il costruttore faceva però uscire i fumi della sua stufa con i fumi delle caldaie dei due appartamenti situati sopra il suo in un unico comignolo, e questo provocava danni alle due caldaie.
Chiedeva quindi se le canne fumarie fossero private ovvero condominiali, se dovesse intervenire l’amministratore ovvero i condomini, e chi dovesse risarcire i danni.

La risposta
In ambito condominiale, ai sensi dell’art. 1117 c.c., formano oggetto di proprietà comune “le opere, le installazioni, i manufatti di qualunque genere che servono all’uso ed al godimento comune, come gli ascensori, i pozzi, le cisterne, gli aquedotti e inoltre le fognature e i canali di scarico, gli impianti per l’acqua, per il gas, per l’energia elettrica, per il riscaldamento e simili, fino al punto di diramazione degli impianti ai locali di proprietà esclusiva dei singoli condomini”.
Di talché parrebbe che le canne fumarie, per analogia, siano di proprietà comune.
Per quanto riguarda, quindi la messa a norma, dovrebbe essere l’amministratore ad esercitare la garanzia nei confronti del costruttore.
Per i danni ai singoli impianti, invece, dovrebbero attivarsi i proprietari, sempre nei confronti del costruttore-venditore.
Ad ogni modo suggerirei di concordare una strategia con l’amministratore, in modo da agire congiuntamente.
Per una risposta più dettagliata sarebbe necessario approfondire le circostanze ed esaminare il regolamento di condominio e gli atti di compravendita.

Canna fumaria
La richiedente riferiva di avere delle difficoltà nel riscaldare il salone della sua abitazione e a causa dei rapporti non idilliaci con gli altri condomini riteneva di non avere possibilità di trovare una soluzione che richiedesse l’approvazione dell’assemblea condominiale.
Manifestava quindi la sua intenzione di costruire una canna fumaria esterna, senza la necessità di chiedere l’approvazione in assemblea.

La risposta
La normativa sul condominio è integrata, quando non altrimenti specificato, da quella sulla comunione.
L’art. 1102 c.c., in materia di comunione, prevede che “Ciascun partecipante può servirsi della cosa comune, purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto. A tal fine può apportare a proprie spese le modificazioni necessarie per il miglior godimento della cosa.”
Conseguentemente, qualora l’installazione della canna fumaria esterna non impedisca l’altrui paritario uso, non rechi pregiudizio alla stabilità ed alla sicurezza dell’edificio, e non ne alteri il decoro architettonico, potrebbe essere consentita senza necessità di consenso o delibere assembleari.
In ordine al primo requisito bisognerà quindi verificare se l’opera da realizzare violi le norme sulle distanze legali (che non puo’ essere inferiore a 75 cm dai più vicini sporti dei balconi delle proprietà individuali) e riduca in modo apprezzabile la visuale laterale che si gode soprattutto dalle finestre lungo le quali dovrebbe correre il manufatto.
Relativamente al secondo requisito sarà necessario verificare se l’installazione di canna fumaria possa inficiare la stabilità dell’edificio.
Infine, l’opera dovrà essere realizzata in conformità alle linee architettoniche del condominio, in modo da non alterarne il decoro: fenomeno, quest’ultimo, che si verifica non già quando si mutano le originali linee architettoniche, ma quando la nuova opera si rifletta negativamente sull’insieme dell’armonico aspetto dello stabile.
In tal senso vi è una cospicua giurisprudenza: Cassazione 16 maggio 2001, n. 6341, Consiglio di Stato, Sezione V, sentenza 3 gennaio 2006, n° 11, Tribunale di Milano, sez. VIII, 26-03-1992, Tribunale di Napoli 17-03-1990, Cassazione, sez. II del 08-04-1977.
La presente risposta non costituisce parere e viene resa sulla scorta degli elementi segnalati.
Per un consulto più dettagliato sarebbe necessario un esame del regolamento di condominio, del contratto di compravendita dell’immobile e di eventuali delibere dell’assemblea di condominio.
Difatti tanto il titolo (contratto di compravendita) quanto il regolamento potrebbero disporre deroghe alla normativa codicistica quando la stessa non abbia carattere imperativo.
Relativamente all’aspetto amministrativo dei lavori, il D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 (testo unico in materia di edilizia) prevede che per la nuova costruzione di camino, se esterna all’edificio, sia necessaria la DIA.

Canna fumaria
Il richiedente riferiva di essere proprietario di un appartamento posto all’ultimo piano di una palazzina composta da tre piani, con due appartamenti per ogni piano dotati ognuno di riscaldamento autonomo.
Dieci anni fa impiantava una caldaia stagna in cucina,la cui canna fumaria attraversava il sottotetto per poi uscire sul tetto, il tutto a sue spese.
La sua canna fumaria era l’unica ritenuta a norma del condominio; l’assemblea condominiale decideva quindi di mettere a norma le altre 5, e ripartiva la spesa sui sei condomini (compreso quindi il richiedente) in quanto le canne fumarie rientrano nelle parti comuni dell’edificio e le spese vanno ripartite su tutti i condomini.
Chiedeva se fosse corretta tale divisione delle spese, dal momento che lui aveva sostenuto le spese per la propria canna fumaria autonomamente.

La risposta
Ai sensi dell’art. 1117 c.c. la canna fumaria è soggetta alla presunzione di comunione.
Ciò significa che la canna fumaria si presume oggetto di proprietà comune.
Tale presunzione può tuttavia essere vinta qualora si dimostri un titolo contrario.
Secondo una risalente ma uniforme interpretazione giurisprudenziale, la canna fumaria destinata a servire una sola unità immobiliare potrebbe essere ritenuta di proprietà esclusiva del relativo titolare (Cass. 1033/67 e 9231/91).

Canna fumaria
Il richiedente riferiva l’intenzione di richiedere agli altri condomini una nuova canna fumaria esterna sulla facciata esterna del condominio nella parte di muro compresa tar un balcone ed una finestra, a distanza di 60 cm dall’uno e dall’altra.

La risposta
L’installazione di una canna fumaria parrebbe classificabile come innovazione.
In tal caso troverebbe applicazione l’art. 1120 c.c., che dispone che l’assemblea possa deliberare sulle innovazioni con un numero di voti che rappresenti la maggioranza degli intervenuti ed almeno la metà del valore dell’edificio.

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Terrazze condominiali
La richiedente riferiva di aver sottoposto durante l’assemblea condominiale la richiesta di poter chiudere un terrazzo di sua proprietà chiuso su tre lati e dal tetto.
I piani regolatori comunali lo permettevano, ma il geometra del Comune la informava che se anche un solo condomino non avesse approvato l’opera lei non avrebbe potuto realizzarla.

La risposta
L’opera in questione parrebbe classificabile come innovazione.
In tal caso troverebbe applicazione l’art. 1120 c.c., che dispone che l’assemblea possa deliberare sulle innovazioni con un numero di voti che rappresenti la maggioranza degli intervenuti ed almeno la metà del valore dell’edificio.
Non è necessaria l’unanimità, tuttavia, all’atto pratico in assenza della stessa possono verificarsi alcune problematiche.
Difatti, la norma in esame dispone il divieto di innovazioni che alterino il decoro architettonico dell’edificio.
Qualora anche un solo condomino ritenga che il progetto da Lei presentato violi tale divieto, potrà impugnare la delibera che dovesse consentirLe l’innovazione innanzi all’Autorità Giudiziaria, che stabilirà se il decoro possa risultare alterato.

Terrazze condominiali
Il richiedente riferiva che un condomino aveva deciso di rifare la pavimentazione del suo terazzo.

La risposta
La Legge (art. 1120 c.c.) dispone il divieto di innovazioni che alterino il decoro architettonico dell’edificio.
Per tale motivo, anche nella manutenzione, il principio che deve essere rispettato è quello del decoro e della simmetria architettonica.
Tale è la ragione per cui le nuove piastrelle dovrebbero risultare il più possibile simili a quelle precedenti.

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Proprietà privata nel condominio
La richiedente riferiva di essere proprietaria di un appartamento sito in un condominio di 4 piani.
Affermava che in seguito a dei lavori di ristrutturazione di 2 appartamenti al quarto piano erano stati rimossi i pluviali necessari per convogliare l’acqua proveniente dal tetto, e che per tale motivo si verificavano dei disagi per tutti i condomini.
Manifestava la sua intenzione di chiedere il ripristino dei pluviali al fine di far cessare la situazione di disagio.

La risposta
Ai sensi dell’art. 1122 c.c. “ciascun condomino nel piano o porzione di piano di sua proprietà, non può eseguire opere che rechino danno alle parti comuni dell’edificio”.
All’azione diretta ad ottenere la rimozione delle opere innovative ed il ripristino dello status quo ante è riconosciuto dalla dottrina e dalla giurisprudenza maggioritaria natura reale.
Di talché sarebbe tenuto al ripristino dello status quo ante (ed alle relative spese) colui il quale risulti proprietario del bene, salva la possibilità, nel caso, di rifarsi sul rispettivo dante causa (precedente proprietario).

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Innovazioni parti comuni
Il richiedente riferiva che un condomino aveva intenzione di asfaltare lo spazio antistante al negozio di appartenenza esclusiva di quest’ultimo. Di ciò non si era discusso nell’assemblea condominiale.

La risposta
L’art. 1120 c.c. prevede che le innovazioni sulle parti comuni possano essere disposte unicamente dall’assemblea condominiale.
Il successivo art. 1121 c.c. prevede, altresì, che se le innovazioni abbiano carattere voluttuario rispetto alle condizioni dell’immobile, i condomini che non intendano trarne vantaggio siano esonerati da qualsiasi contributo nella spesa.
L’unica persona che può effettuare opere sulle parti comuni del condominio è l’amministratore, previa deliobera assembleare.
E’ possibile far predisporre una diffida da parte dell’amministratore nei confronti di eventuali condomini che vogliano agire violando tali norme, nella quale si informino tali soggetti che nel caso in cui mettano in atto i loro programmi saranno tenuti a risarcire i danni provocati.

Innovazioni parti comuni
La richiedente riferiva che in sede di assemblea condominiale la maggioranza dei condomini manifestava la propria intenzione di procedere a lavori straordinari e la decisione veniva approvata sebene lei non concordasse con la decisione visto il costo elevato di tali lavori.

La risposta
In materia di condominio l’art. 1123 c.c. è previsto che ciascun condomino sostenga in ragione della quota di proprietà (millesimi) parte della spesa necessaria per le innovazioni (opere straordinarie), senza possibilità di sottrarsi al contributo qualora questo sia approvato con la maggioranza prevista (per le innovazioni la maggioranza dei condomini e due terzi del valore dell’edificio).
Tuttavia ai sensi dell’art. 1121 c.c., qualora l’innovazione abbia carattere voluttuario o importi una spesa assai gravosa, il condomino dissenziente può risultare esonerato dalla spesa.

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Condomino moroso
Il richiedente riferiva che nel condominio nel quale viveva, da sei anni un condomino, proprietario di uno degli appartamenti, non pagava alcuna spesa condominiale per un totale di Euro 6.000,00, e le spese non corrisposte venivano fatte gravare dall’amministratore sui restanti condomini.
L’appartamento del condomino moroso veniva messo all’asta, e nei confronti di questo soggetto veniva emesso un decreto ingiuntivo.
Il richiedente manifestava la volontà di proporre la sospensione di tutte le utenze relative al condomino inadempiente.

La risposta
Per verificare la possibilità di interrompere i servizi è necessario consultare il regolamento di condominio.
Tuttavia i servizi essenziali non possono essere interrotti.
Con un decreto ingiuntivo è possibile esperire ulteriori azioni esecutive se è evidente che la prima non risulterà sufficiente.
Potrebbe essere richiesto un pignoramento mobiliare presso l’abitazione del debitore oppure, conoscendo il suo datore di lavoro, presso quest’ultimo, od ancora presso la banca con cui il condomino moroso intrattiene rapporti creditori.
Infine, relativamente all’evasione fiscale, è sempre possibile fare una segnalazione alle Autorità competenti.

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Condomino non residente
Il richiedente riferiva che il proprietario di un appartamento sito in un condominio aveva intenzione di trasferirsi e per tale motivo non pagava più le spese per la pulizia delle scale e per la luce.

La risposta
In ambito di condominio, le spese necessarie per il godimento e la conservazione delle parti comuni sono sostenute dai condomini in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno.
La norma non applica distinzioni tra il proprietario residente e quello non residente.
Di conseguenza pare che le spese debbano continuare ad essere ripartite fra tutti i condomini.

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Contratto enel
La richiedente riferiva che nel condominio nel quale risiedeva il contratto dell’Enel era intestato ad un solo condomino, al quale gli altri versavano la loro quota di spesa.
Il condomino però disdiceva il contratto. Chiedeva come potesse ripristinare il contratto e quòo fossero i diritti lesi.

La risposta
Nel momento in cui si tratta di spese per la fornitura d’energia elettrica ad un condominio, l’intestatario del contratto dev’essere l’intero condominio o, in alternativa, tutti i condomini.
Si potrebbe convocare un’assemblea dei condomini per discutere la possibilità di richiedere all’Enel il c.d. “subentro” del condominio nel contratto ovvero la stipulazione di nuovo contratto.
Per definire eventuali profili di responsabilità sarebbe necessario analizzare la situazione di fatto ed esaminare eventuali delibere od accordi a suo tempo presi tra i condomini.

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Convocazione assemblea
La richiedente riferiva di aver richiesto all’amministratore del suo condominio di fissare la data dell’assemblea, nella quale all’ordine del giorno vi era una questione di rilevanza per la stessa, nel mese di gennaio, in quanto nel mese di febbraio sarebbe stata impossibilitata a presenziare (causa parto).
L’amministratore fissava comunqe la data dell’assemblea a febbraio.

La risposta
L’art. 66 delle Disposizioni attuative del Codice civile stabilisce che “L’ avviso di convocazione deve essere comunicato ai condomini almeno cinque giorni prima della data fissata per l’adunanza”.
Il fatto che l’amministratore non tenga conto di quanto richiesto da un condomino, al di là dell’evidente scortesia, non costituisce violazione di norme di legge.
La convocazione, di per sé, non dovrebbe essere impugnabile.
Si potrà valutare l’impugnabilità di un’eventuale delibera.

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Corte esclusiva
La richiedente riferiva che in una visura catastale veniva associato ad un appartamento un sottoscala con la dicitura “corte esclusiva”.
Chiedeva che diritti avesse il proprietario di detto appartamento sulla corte esclusiva, e se sul rogito dovesse essere specificata la dicitura “corte esclusiva”.

La risposta
La corte esclusiva potrebbe consistere in una zona di proprietà condominiale destinata all’uso esclusivo di un solo condomino.
Il diritto di uso esclusivo costituisce una mera modalità particolare (esclusiva) di godimento di un bene comune fissato con l’accordo di tutti i condomini, in sede di regolamento contrattuale.
La destinazione deve risultare da un regolamento di origine contrattuale oppure dal titolo (atto d’acquisto dell’immobile).
La visura catastale contiene informazioni e dettagli tecnici circa la ripartizione delle proprietà, tuttavia non ha valenza probatoria o costitutiva.

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Danni da infiltrazioni
Il richiedente riferiva che nella sua taverna si verificavano delle infiltrazioni di acqua ogni volta in cui si verificavano forti precipitazioni, poichè un pozzetto di ispezione in cui vi era un tubo del metano (situato nel giardino condominiale) si riempiva, seguiva la guaina che avvolgeva il tubo e portava l’acqua nella taverna.
Chiedeva di chi fosse la responsabilità e a chi chiedere i danni.

La risposta
Trattandosi di una questione tecnica, sarebbe opportuno incaricare un tecnico (Geometra) di redigere una perizia sull’entità e sulla causa dei danni.
Dopodiché si potrà verificare le responsabilità (che potrebbero essere del condominio in caso di omessa manutenzione o del costruttore in caso di vizio strutturale) e richiedere il risarcimento del danno.

Danni da infiltrazioni
La richiedente riferiva di vivere in un condominio, e di subire delle infiltrazioni di acqua nel suo bagno.
Riferiva che le cause dell’infiltrazione potevano essere 2: un difetto di manutenzione dei muri del condominio, dai quali l’acqua filtrava, ovvero la tenuta di vasi colmi di acqua sul terrazzo della vicina del piano superiore.
Chiedeva come potesse intervenire.

La risposta
Ai sensi dell’art. 1117 c.c., i muri maestri di un condominio sono parti comuni dello stesso.
Il successivo art. 1123 c.c. prevede che le spese per la conservazione delle parti comuni debbano essere suddivise tra i condomini in ragione dei millesimi.
A seconda della ragione delle infiltrazioni potrà agire diversamente.
Se le infiltrazioni fossero dovute a cattivo stato di manutenzione del muro, potrà richiedere all’amministratore di adempiere al suo mandato relativamente alla conservazione delle parti comuni dell’edificio.
Se, invece, la causa del danno potrà essere ricondotta alla proprietaria del piano superiore (difetto di realizzazione o posizionamento della fioriera), potrà richiedere alla medesima di attivarsi per evitare ulteriori danni o, in difetto, di risarcire i danni provocati.

Danni da infiltrazioni
La richiedente riferiva di essere proprietaria di un appartamento con taverna confinante con il giardino condominiale; in occasione di forti temporali, sul muro si creavano infiltrazioni consistenti, tali da creare pozze di acqua a terra.
La stessa provvedeva diverse volte alla sistemazione a proprie spese; in seguito, l’assemblea condominiale deliberava di non intervenire né per ricercare la causa delle infiltrazioni, né per ripristinare l’impermeabilizzazione.
La richiedente ricorreva al Giudice di Pace per un tentativo di risoluzione bonaria, ma l’Assemblea deliberava di non presentarsi e il procedimento veniva annullato.

La risposta
La giurisprudenza è da sempre unanime nell’affermare la responsabilità dell’intero condominio se e quando dalla mancata manutenzione delle parti comuni derivi un danno ad altre unità immobiliari.
Si potrebbe quindi diffidare il condominio ad eseguire le opere necessarie e, ove non vi sia ottemperanza, citarlo in giudizio per la tutela dei Suoi diritti.

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Facciata villette a schiera
Il richiedente riferiva di vivere in un complesso costituito da 7 villette, e di aver deciso di comune accordo con i proprietari delle altre villette di rifare le facciate laterali e quelle sul retro delle stesse.
Chiedeva come dovessero essere suddivise le spese, in quanto la sua villetta era quella di testa ed aveva una parete laterale a contatto con le altre villette.

La risposta
I muri maestri, ai sensi dell’art. 1117 n. 1 c.c. formano oggetto della proprietà comune.
L’art. 1123 c.c. prevede che la spesa necessaria per la conservazione della res communis, debba essere ripartita tra condomini in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno (millesimi).
Il calcolo dei millesimi viene effettuato sulla base di diversi criteri, per cui la villetta di testa in un condominio di villette a schiera dovrebbe avere un maggior valore rispetto ad una di quelle centrali.
Ciò implicherebbe che una equa ripartizione delle spese potrebbe essere fatta in base ai millesimi.
Tuttavia il secondo comma dell’art. 1123 c.c. prevede che quando le spese riguardino cose destinate a servire ai condomini in maniera differente, la ripartizione debba tener conto dell’uso che ciascun condomino può farne.
Per tale ragione sarebbe tuttavia necessario valutare i criteri di redazione delle tabelle millesimali, il regolamento di condominio (ove presenti), ed eventuali precedenti delibere assembleari.

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Garage condominiale
Il richiedente, proprietario di un appartamento con annesso garage condominiale, riferiva che tale garage era stato dichiarato inagibile dai Vigili del Fuoco, poichè era stato constatato che l’entrata e l’uscita dallo stesso erano troppo strette.
Nonostante l’inagibilità alcuni condomini continuavano ad utilizzare il garage.

La risposta
La normativa che regola la responsabilità extracontrattuale è dettata dagli artt. 2043 e ss c.c.
Pertanto, per una corretta individuazione delle responsabilità in caso di sinistro, occorre far riferimento al fatto concreto, per valutare nello specifico l’imputabilità della colpevolezza.
In linea di massima, a fronte di un provvedimento amministrativo di inagibilità, spetta al condominio – e per esso all’amministratore – prendere gli opportuni provvedimenti per evitare che terzi subiscano dei danni.
Nella malaugurata ipotesi di sinistro, al di là della dinamica e delle cause dello stesso, è palese che, proprio per l’inagibilità dei luoghi, potrebbe essere chiamato a rispondere, qualora non ponga in essere idonee misure per impedire l’accesso, il condominio e, conseguentemente, tutti i condomini in ragione dei millesimi.
Ovviamente, qualora si dovesse riscontrare una grave inerzia dell’amministratore, questi potrà essere chiamato in causa per il danno patrimoniale subito dai condomini (a causa dell’eventuale risarcimento).

Garage condominiale
Il richiedente riferiva che in un’assemblea condominiale veniva deliberata l’impermeabilizzazione dei box condominiali.
Chiedeva se dovesse partecipare alle spese, considerando il fatto che il suo box (ed altri) non avevano bisogno di tale opera.

La risposta
Ai sensi dell’art. 1117 c.c. i tetti ed i lastrici di copertura formano oggetto di proprietà comune salvo che non risulti diversamente dal contratto d’acquisto.
L’art. 1123 c.c. stabilisce che “le spese necessarie per la conservazione e per il godimento delle parti comuni dell’edificio, per la prestazione dei servizi nell’interesse comune e per le innovazioni deliberate dalla maggioranza sono sostenute dai condomini in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno, salvo diversa convenzione”.
Oltretutto, ex art. 1137 c.c., Le deliberazioni prese dall’assemblea a norma di legge sono obbligatorie per tutti i condomini.
Di talché pare che una eventuale delibera di rifacimento comporti l’obbligo di pagare pro quota la relativa spesa.

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Gazebo
La richiedente riferiva di vivere in un condominio costituito da 200 appartamenti. In seguito ad una delibera assembleare, era stato deciso che i gazebi condominiali potessero essere realizzati solamente in legno; la ricorrente manifestava però la sua intenzione di volerne mettere uno in ferro battuto nel suo giardino.

La risposta
In linea di massima, se i giardini fossero comuni, pur se destinati all’uso esclusivo, l’assemblea avrebbe titolo per deliberare su eventuali gazebo da inserire negli stessi.
Se, invece, fossero di proprietà esclusiva la decisione potrebbe risultare contestabile.
Tuttavia preciso che, anche in questo secondo caso, potrebbero esservi i presupposti per la rimozione del Suo gazebo qualora venisse accertata una lesione del decoro architettonico del contesto.

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Grondaia condominiale
Il richiedente, il quale abitava ial primo piano di un condominio di tre piani, riferiva di aver fatto realizzare una grondaia alla terrazza del appartamento del piano superiore al suo.
Affermava che la condomina del terzo piano però dichiarava di non volere contribuire alle spese per tale grondaia.

La risposta
Il Codice civile non pone norme specifiche inerenti le spese per le grondaie, a differenza di quanto avviene per i lastrici solari.
Per il Tribunale di Genova, Sez. III, che è intervenuto con sentenza del 23 novembre 2005, n. 4766. la grondaia, essendo destinata a preservare l’edificio condominiale dagli agenti atmosferici e dalle infiltrazioni di acqua piovana, svolge una funzione che riguarda l’edificio nel suo complesso, quindi deve essere considerata, per legge, tra i beni che la normativa codicistica presume di proprietà comune tra i condomini.
Pertanto, le relative spese devono essere assoggettate alla ripartizione tra i condomini in misura proporzionale al valore delle singole proprietà esclusive, in base al disposto di cui alla prima parte dell’art. 1123 c.c.
Tuttavia, proprio ai sensi del citato art. 1123 c.c., quando si tratta di cose destinate a servire i condomini in misura diversa, le spese vengono ripartite in base all’uso che ciascuno può farne.

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Amministratore inadempiente
Il richiedente manifestava la sua intenzione di cambiare l’amministratore condominiale, motivando tale volontà con la mancata esecuzione da parte di questo di lavori approvati dall’assemblea condominiale e con il malfunzionamento dell’ascensore condominiale causante immissione acustiche oltre i limiti di legge.
Riferiva però di essere l’unico condomino ad avere tale intenzione.

La risposta
Ai sensi dell’art. 1130 c.c. l’amministratore ha il compito di eseguire le deliberazioni dell’assemblea, riscuotere i contributi alle spese e compiere gli atti conservarivi dei diritti inerenti alle parti comuni dell’edificio.
Lo strumento che il Codice civile pone a tutela dei diritti dei condomini nei confronti dell’amministratore consiste nella possibilità, per un singolo condomino, di richiedere la revoca giudiziale dell’amministratore.
Il procedimento di revoca può essere esperito quando ricorrano fondati sospetti di gravi irregolarità.

Amministratore inadempiente
Il richiedente riferiva che le strutture portanti del condominio nel quale abitava si trovavano in stato di grave deterioramento, e che gli ascensori erano fermi da oltre un anno a causa di infiltrazioni di acqua nelle vasche dove si trovavano i motori.
Riferiva che tali problemi sussistevano da oltre 3 anni e riteneva responsabile della situazione l’amministratore.

La risposta
Ai sensi dell’art. 1130 c.c. l’amministratore ha il compito di eseguire le deliberazioni dell’assemblea, riscuotere i contributi alle spese e compiere gli atti conservativi dei diritti inerenti alle parti comuni dell’edificio.
Tuttavia la questione della sicurezza degli impianti condominiali è dibattuta e controversa.
Un primo orientamento ritiene che le opere per la messa in sicurezza degli impianti siano riconducibili nel novero della manutenzione straordinaria, con la conseguente necessità di una delibera dell’assemblea condominiale, preventiva se il pericolo non è imminente o successiva qualora l’amministratore reputi di provvedere urgentemente ai sensi dell’art. 1135 c.c.
Un secondo orientamento convoglia le predette opere nell’alveo dell’art. 1130 c.c., ossia tra le opere che l’amministratore ha il dovere di eseguire senza necessità di specifica delibera assembleare.
La Corte di Cassazione ha spesso rilevato come le opere di manutenzione che implichino una spesa “straordinaria” possano essere disposte direttamente dall’amministratore solo qualora particolari ragioni di necessità ed urgenza impongano una celere esecuzione.
Quindi se un amministratore eseguisse spese “straordinarie” a suo dire urgenti, che poi non venissero giudicate tali, dovrebbe rispondere personalmente nei confronti di chi ha eseguito le opere.
Chiaro è che, alla luce di un orientamento simile, sarà difficile trovare un amministratore che si esponga a tali possibili conseguenze, soprattutto se già revocato ed in attesa di sostituto.
Altrettanto palese, però, che ogni condomino abbia il diritto di godere delle cose comuni e, allo stesso tempo, l’obbligo di contribuire alle spese per la loro conservazione.
Sarebbe necessario approfondire quanto riferito, per verificare se possa ravvisarsi un’inerzia dell’amministratore, tale da costituire inadempimento dei doveri imposti al medesimo in forza di legge.
Lo strumento che il Codice civile porrebbe a tutela dei diritti dei condomini nei confronti dell’amministratore consiste nella possibilità, per un singolo condomino, di richiedere la revoca giudiziale dell’amministratore.
Il procedimento di revoca può essere esperito quando ricorrano fondati sospetti di gravi irregolarità.

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Lastrico solare
Il richiedente, proprietario di un appartamento al primo piano di una casa di quattro piani più una mansarda, riferiva la necessità che il lastrico solare di proprietà del condomino del terzo piano fosse oggetto di opere di manutenzione.

La risposta
Ai sensi dell’art. 1126 del Codice civile, le spese per le riparazioni dei lastrici solari ad uso esclusivo sono per un terzo a carico del condomino che ne dispone, per i restanti due terzi a carico di tutti i condomini dell’edificio.
La delibera circa il rifacimento del lastrico dovrebbe essere disposta dall’assemblea condominiale condominiale con le consuete maggioranze (un numero di voti che rappresenti almeno la maggioranza ed almeno la metà del valore dell’edificio in millesimi).

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Lavori nel box
Il richiedente riferiva di abitare in un condominio composto da una ventina di villette a schiera dotate ognuna di box auto.
Affermava di utilizzare il suo box per svolgere il suo hobby, svolgere lavori di restauro delle autovetture, e di aver ricevuto a seguito delle lamentele di un vicino una lettera dell’amministratore nella quale veniva affermato che era vietato utilizzare le autorimesse per scopi diversi dal ricovero della propria auto.
Il richiedente riferiva che tale divieto non era presente nel regolamento condominiale.

La risposta
Per le parti non espressamente previste dal regolamento di condominio, trovano applicazione unicamente le norme di legge.
In particolare, in ambito civile, la norma che regola le immissioni da fondi limitofi è l’art. 844 c.c., ai sensi del quale “il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni (…) derivanti dal fondo del vicino se non superano la normale tollerabilità, avuto riguardo alla condizione dei luoghi”.
Il limite di tollerabilità delle immissioni non è mai assoluto, ma relativo alla situazione ambientale, variabile da luogo a luogo, secondo le caratteristiche del luogo e le abitudini degli abitanti (in questo senso la Cassazione, con sent. 2166/06).
Risulta difficile effettuare una valutazione inerente al superamento del predetto limite.
In ambito amministrativo, la destinazione d’uso di un locale non può essere mutata senza l’apposita autorizzazione dell’Autorità Locale.

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Millesimi condominiali
La richiedente domandava come dovessero essere suddivisi i millesimi del vialetto condominiale, essendo esso l’unica parte comune necessaria ai condomini per poter accedere alle loro abitazioni.

La risposta
La ripartizione delle spese condominiali avviene in proporzione al valore della proprietà di ciascun condomino.
I valori delle proprietà individuali devono essere espressi in millesimi.
La stima del valore delle singole proprietà ed il confronto col valore dell’intero condominio possono essere effettuati da un tecnico.
Sarebbe opportuno quindi rivolgersi ad un Geometra.

Millesimi condominiali
Il richiedente domandava, alla luce della sentenza della Corte di Cassazione 18477/2010, se la tabella millesimale sia realtiva alla proprietà che relativa alla ripartizione delle spese per l’ascensore e le scale inserita nel regolamento contrattuale e allegata al rogito di compravendita può essere modificata anche con un’assemblea maggioritaria.

La risposta
L’art. 1118 c.c. prevede che il diritto di ciascun condomino sulla res communis sia proporzionale al valore del piano o porzione di piano che gli appartiene se il titolo non dispone altrimenti.
L’art. 1123 c.c., in tema di divisione delle spese, utilizza la medesima espressione, disponendo che le spese condominiali sono sostenute dai condomini in misura proporzionale al valore dellaproprietà di ciascuno, salvo diversa convenzione.
L’art. 68 delle disposizioni di attuazione del Codice prevede che il regolamento debba precisare il valore proporzionale di ciascun piano, in millesimi.
Il successivo art. 69 offre la possibilità di rivedere le tabelle millesimali qualora vi siano errori o mutino le condizioni dell’edificio.
La Cassazione, con la sentenza da 18477/2010, affermava: “Le tabelle millesimali non devono essere approvate con il consenso unanime dei condomini, essendo sufficiente la maggioranza qualificata di cui al secondo comma dell’art. 1139 c.c.”
Tuttavia tale sentenza riguardava un regolamento di natura assembleare.
Circa le modalità di modifica di un regolamento contrattuale segnalo un contrasto interpretativo che vede contrapposte due differenti teorie.
La prima, forse maggioritaria, richiederebbe l’unanimità per ogni tipo di modifica del regolamento contrattuale o “esterno” (e quindi anche delle tabelle).
La seconda indicherebbe differenti modalità (unanimità o maggioranza) a seconda della natura delle modifiche da apportare e della loro incidenza sui diritti esclusivi dei condomini.
Pertanto, nonostante la menzionata sentenza, la fattispecie non risulta ancora chiaramente disciplinata.
Secondo l’ultimo orientamento esposto, per la modifica dei millesimi di proprietà, che incide sui diritti esclusivi dei singoli condomini, sarebbe necessaria l’unanimità; mentre per la modifica della ripartizione delle spese, avente natura regolamentare, sarebbe sufficiente la maggioranza.
Relativamente, poi, alla necessità di registrazione presso un Notaio, rilevo che nel caso di modifica alle tabelle di ripartizione delle spese, non dovrebbe esservene la necessità, stante la natura “interna” e regolamentare di tale disposizione.

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Modifica del regolamento condominiale
Il richiedente voleva sapere se i regolamenti condominiali sono modificabili per maggioranza o solamente all’unanimità.

La risposta
Il regime di modificabilità del regolamento varia a seconda dell’origine del medesimo.
Se si tratta di regolamento approvato in Assemblea, per la modifica è sufficiente la maggioranza ordinaria (art. 1136 c.c.)
Se si tratta di regolamento esterno (predisposto dal costruttore ed accettato in sede contrattuale di compravendita), la giurisprudenza si divide.
Una parte ritiene che, avendo il regolamento esterno natura contrattuale, lo stesso sia modificabile solo all’unanimità.
Altra interpretazione ritiene modificabili all’unanimità le parti del regolamento contrattuale che incidono sui diritti dei privati, mentre modificabili con l’ordinaria maggioranza le parti che disciplinano l’uso della cosa comune.

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Nomina amministratore
La richiedente riferiva di essere proprietaria di un appartamento al terzo piano di una palazzina composta da 6 appartamenti e 2 negozi risalente agli anni Sessanta.
Riferiva che da qualche anno nel suo appartamento si verificavano perdite di acqua e macchie sul soffitto, e manifestava l’intenzione di procedere al rifacimento del tetto.
Gli altri condomini si dichiaravano contrari e si rifiutavano di nominare un amministratore.

La risposta
L’art. 1129 del Codice civile prevede che quando i condomini siano più di quattro, l’assemblea debba nominare un amministratore.
Nel caso l’assemblea non provveda ciascun condomino può fare ricorso all’Autorità Giudiziaria affinché la stessa nomini un amministratore.
Una volta nominato l’amministratore questi potrà provvedere alle opere necessarie.

Nomina amministratore
La richiedente chiedeva se, per richiedere all’Autorità Giudiziaria la nomina dell’amministratore di condominio, fosse necessario l’ausilio di un avvocato, e quali fossero i tempi del procedimento.

La risposta
Per rivolgersi all’Autorità Giudiziaria per la nomina di un amministratore è necessario presentare un ricorso al Tribunale territorialmente competente.
Per Legge è previsto l’onere del patrocinio, in ogni caso per verificare la prassi del Tribunale sarebbe opportuno informarsi in Cancelleria.
Il procedimento per la nomina d’amministratore si svolge in camera di consiglio e le tempistiche sono, indicativamente, di circa sei mesi.

Nomina amministratore
La richiedente riferiva di vivere in un condominio formato da 4 appartamenti, per il quale quindi non era necessario nominare un amministratore.
Riferiva però che, a causa di problemi insorti tra i condomini, veniva richiesto di nominare un amministratore, ma all’assemblea indetta per la nomina due condomini non si presentavano.
Chiedeva come fare per poter ottenere comunque la nomina dell’amministratore.

La risposta
In ambito di condominio, l’art. 1129 c.c. dispone che sia obbligatorio nominare un amministratore solo qualora i condomini siano più di quattro.
La stessa norma dispone, altresì, la possibilità per ciascun condomino di ricorrere all’Autorità Giudiziaria per la nomina dell’amministratore, ma solo qualora questi debba essere designato e non lo sia.
Tuttavia, per espresso richiamo normativo, potrebbe trovare applicazione l’art. 1105 c.c., in materia di comunione.
Tale norma dispone che qualora non si prendano i provvedimenti necessari per l’amministrazione della cosa comune, ciascun partecipante possa rivolgersi all’Autorità Giudiziaria.
Nel caso di specie, tuttavia, potrebbero esservi elementi tali da consentire una tutela differente, di natura reale (per la proprietà esclusiva) e penale (per l’uso della violenza).

Nomina amministratore
La richiedente riferiva di vivere in un condominio costituito da 4 appartamenti, senza amministratore.
Nel condominio vi erano diversi problemi, tra i quali il rifacimento del tetto e delle grondaie; non riuscendo a trovare un accordo, la richiedente chiedeva quali possiblità avesse di far eseguire i lavori tentando la strada della nomina dell’amministratore giudiziale.

La risposta
La Legge prevede l’obbligatorietà dell’amministratore solo in presenza di cinque o più condomini.
Il ricorso per la nomina giudiziale di un amministratore potrebbe non essere quindi la soluzione più idonea, almeno in prima istanza.
In linea di massima, nel condominio minimo, la nomina giudiziale dell’amministratore può essere richiesta solo ai sensi dell’art. 1105 IV comma c.c. e cioè nel momento in cui non vengono presi i provvedimenti necessari per l’amministrazione della cosa comune.
In ogni caso, prima di valutare le possibilità, sarebbe opportuno verificare, tramite perizia tecnica, l’effettiva necessità del rifacimento del tetto.

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Parabola condominiale
Il richiedente affermava che tempo addietro aveva messo una paraola sulla facciata del condominio e, a seguito di una delibera assembleare motivata da una norma del regolamento condominiale che vieta di appropriarsi della facciata per motivi di decoro estetico, veniva stabilito che l’antenna dovesse essere posta sul tetto.
Il richiedente decideva però di porre la parabola su un palo presente nel suo giardino (di proprietà esclusiva), ma a tale decisione di opponevano alcuni condomini.
Chiedeva se potesse intentare azione per stalking nei confronti dei condomini e se potesse lasciare la parabola sul palo nel suo giardino o dovesse porla sul tetto in ottemperanza della delibera.

La risposta
Le delibere dell’assemblea condominiale, se validamente adottate, sono vincolanti per tutti i condomini (art. 1137 Codice Civile).
Tuttavia soggetta alla volontà dell’assemblea risulta unicamente l’ambito della res communis.
Conseguentemente, per una risposta dettagliata al Suo quesito, sarebbe necessario approfondire le circostanze di fatto da Lei solo menzionate ed esaminare il regolamento di condominio, l’ultima delibera assembleare nonché eventuali precedenti.
Per quanto riguarda la possibile denuncia per stalking nei confronti del condominio, dubito che un’eventuale azione in tal senso potrebbe avere esito positivo.
Difatti, ai fini della configurazione del predetto reato è necessario che vengano poste in essere condotte reiterate, a causa delle quali nella vittima si ingeneri un perdurante e grave stato d’ansia o di paura, o un profondo timore per la propria incolumità o per quella di persone legate da relazione affettiva, o ancora che la vittima sia costretta ad alterare le proprie abitudini di vita.

Parabola condominiale
Il richiedente riferiva che l’amministratore di condominio gli aveva impedito di installare la parabola di sky sul suo balcone, nonostante il condomino che abitava sotto di lui da anni ne avesse una sul suo balcone.
L’amministratore motivava tale divieto affermando che esso era stato deliberato da un’assemblea condominiale precedente all’arrivo del richiedente.
Il richiedente lamentava però il fatto che i vicini non avessero tolto la parabola dal loro balcone, e chiedeva come potesse obbligarli a toglierla.

La risposta
Se da un lato è vero che, ai sensi dell’art. 1137 c.c., le delibere assunte in assemblea sono obbligatorie per tutti i condomini, dall’altro è possibile che vi siano ragioni giuridiche che impediscano di dare esecuzione alla delibera nei confronti del vicino del piano inferiore.
Per una risposta compiuta al quesito sarebbe necessario approfondire le circostanze di fatto ed esaminare il regolamento di condominio e le delibere dell’assemblea.

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Parcheggi condominiali
La richiedente riferiva che con una delibera condominiale era stata disposta l’assegnazione dei parcheggi condominiali.
Riferiva che in un secondo momento nel condominio era stato aggiunto un nuovo appartamento, e che il nuovo condomino richiedeva di essere incluso nell’assegnazione dei parcheggi.

La risposta
Le delibere dell’assemblea di condominio per la gestione della res communis sono modificabili in ogni tempo con le maggioranze di legge.

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Porta basculante
La richiedente riferiva di aver ottenuto in assemblea condominiale il permesso di allargare la porta basculante per permettere il passaggio di due autovetture nel proprio garage.
Premettendo che esteticamente tale porta risulterebbe esteticamente identica alle altre presenti nel condominio, la ricorrente si chiedeva se potesse motorizzarla.

La risposta
Ciascun condomino può eseguire opere e lavori sulle parti di proprietà esclusiva nonché opere sulle parti comuni a condizione che non arrechino danno alle stesse.
Il limite, anche in questo caso, è dato dal decoro architettonico e dall’uniformità della veduta.
A livello normativo, nel momento in cui viene installato un cancello od una porta elettrica, è opportuno adempiere agli obblighi imposti dalla normativa nazionale e comunitaria, tra i quali quelli di dotare l’impianto delle apposite segnalazioni luminose e scritte.
A livello condominiale, a meno che il regolamento non disponga diversamente, il condomino che decida di iniziare delle opere nella sua proprietà esclusiva non deve chiedere l’autorizzazione all’amministratore o all’assemblea.
La comunicazione può risultare auspicabile per mantenere i rapporti di buon vicinato e ridurre eventuali disagi per gli altri condomini.

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Recupero spese
Il richiedente riferiva che alcuni condomini dello stabile nel quale viveva non pagavano le quote di spese condominiali da due anni. Inoltre affermava che 2 su 17 condomini da diversi anni non pagavano le quote spettanti per la manutenzione straordinaria per un valore di circa 8000 euro. Sollecitava l’amministratore a recuperare con decreto ingiuntivo il dovuto ma senza alcun risultato. Tale amministratore veniva regolarmente nominato alla scadenza del suo mandato annuale dall’ assemblea condominiale.
In vista dell’approvazione di nuovi lavori di ristrutturazione dell’edificio, il ricorrente temeva che si verificasse ancora il mancato pagamento degli stessi da parte di alcuni condomini, e manifestava la volontà di obbligare legalmente l’amministratore ad effettuare la riscossione coatta nei confronti dei condomini morosi. Chiedeva inoltre se si potesse far bloccare la nuova ristrutturazione regolarmente approvata dall’assemblea, motivando tale richiesta con l’inadempienza dell’amministratore.

La risposta
In generale, i poteri di controllo attribuiti ai condomini sull’attività dell’amministratore sono insiti nella facoltà di chiederne la revoca, in assemblea o adendo l’Autorità Giudiziaria.
Relativamente all’inerzia dell’amministratore nell’esercizio dei suoi doveri (recupero delle spese – art. 1130 c.c.), potrebbe risultare possibile agire nei confronti dell’amministratore per responsabilità contrattuale, chiedendo l’adempimento.
Il problema è costituito dal fatto che il recupero delle spese mediante decreto ingiuntivo non sempre è una soluzione opportuna (ad esempio se si ha la certezza dell’insolvenza patrimoniale dei debitori), pertanto sarebbe opportuno effettuare una valutazione d’insieme per verificare l’opportunità d’agire.
Difatti, non si potrebbe sostenere la mala gestio da parte dell’amministratore se questi rimanesse inerte con la consapevolezza dell’impossibilità – allo stato – di rivalersi sui condomini morosi.
Senza arrivare ad un giudizio, una diffida all’amministratore affinché lo stesso compia i propri doveri potrebbe sortire una qualche soluzione od almeno sollecitarla.
Infine, nel caso di crediti del condominio, vi è la possibilità, per ciascun condomino, di agire a difesa non solo dei suoi diritti di proprietario esclusivo, ma anche dei suoi diritti di comproprietario pro quota delle parti comuni, con la possibilità di ricorrere all’Autorità giudiziaria nel caso di inerzia dell’amministrazione del condominio, a norma dell’art. 1105, dettato in materia di comunione, ma applicabile anche al condominio degli edifici per il rinvio posto dall’art. 1139.

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Spese ascensore
Il richiedente riferiva di abitare al piano terra di un condominio, assegnato con contratto di locazione.L’immobile era formato da 20 alloggi tutti uguali tra loro e tutti composti dallo stesso numero di vani.
Riferiva che nel contratto allegato al contratto di locazione era scritto che le spese per la manutenzione e la gestione degli ascensori dovevano essere ripartite tra tutti i condomini in base al numero dei vani di ogni alloggio.
Chiedeva se potesse non pagare tali spese, essendo al piano terra e non usufruendo dell’ascensore.

La risposta
Il condominio esiste unicamente ove vi sia una pluralità di soggetti proprietari.
Ove il proprietario sia uno solo ed i diversi immobili siano concessi in locazione a persone diverse queste ultime dovranno pagare le spese relative all’immobile secondo quanto contrattualmente pattuito.
Per una risposta più dettagliata al quesito sarebbe necessario esaminare, quindi, il contratto di locazione.

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Riscaldamento centralizzato
Il richiedente riferiva di abitare all’ultimo piano di un condominio composto da 3 unità abitative, con riscaldamento centralizzato a gasolio.
Si domandava se fosse possibile passare al riscaldamento autonomo a gas, e se eventualmente gli altri condomini potessero opporsi.

La risposta
La normativa relativa all’ambito in cui trova collocazione il Suo quesito è complessa e, sovente, incompleta.
Relativamente alla possibilità di distacco del singolo condomino dall’impianto centralizzato di riscaldamento segnalo una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 5974 del 25/03/2004, che ritiene ammissibile il distacco unilaterale dal riscaldamento centralizzato con distacco delle proprie tubature da quelle condominiali, senza approvazione da parte dell’assemblea, quando è possibile dimostrare che il distacco non compromette squilibri termici, nè aggravi di spesa per coloro che restano collegati.
Comunque, chi si stacca è tenuto a continuare a pagare per le spese di manutenzione e conservazione dell’impianto termico centralizzato, proporzionalmente alla propria quota millesimale.
Sarà, invece, esonerato dalle spese di consumo combustibile.
Un limite da tenere presente può venire dal regolamento di condominio contrattuale che può vietare il distacco del singolo condomino dall’impianto centralizzato, senza l’approvazione unanime di tutti i condomini.

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Siepe condominiale
Il richiedente riferiva di abitare in un contesto di appartamenti in villa, e di avere il vialetto di ingresso della sua abitazione confinante con quello del vicino.
Il vicino manifestava l’intenzione di posizionare una siepe per avere maggiore privacy, e il richiedente domandava che essa fosse posta a 50 cm di distanza dalla recinzione divisoria.
Chiedeva se potesse insistere sul fatto che la siepe fosse posta a tale distanza.

La risposta
In linea di massima, l’art. 892 c.c. prevede che le siepi debbano essere tenute a mezzo metro dal confine, a meno che non esista un muro divisorio; nel caso potranno essere poste in adiacenza, purché non superino l’altezza del muro.
Tuttavia per una risposta dettagliata al quesito sarebbe necessario un approfondimento delle circostanze di fatto, con particolare riguardo all’esistenza o meno di un condominio.

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Spese condominiali
Il richiedente riferiva di essere proprietario di un appartamento dotato di entrata indipendente sito al piano terra di un condominio.
Affermava di contribuire al pagamento delle spese condominiali per l’ascensore e le pulizie delle scale.

La risposta
Il Codice civile, all’art. 1123 II comma, dispone che la ripartizione delle spese per le parti comuni dell’edificio destinate a servire i condomini in misura diversa (dalle quali, cioè, alcuni condomini traggano maggior utilità rispetto ad altri), sia effettuata in proporzione all’uso che ciascuno può farne.
Se, pertanto, per alcuni condomini, l’utilità dell’ascensore e delle scale sia nulla, tale dovrà essere anche il contributo per le spese.
Evidenzio, tuttavia, che, data la derogabilità delle norme codicistiche in materia condominiale, sarebbe necessario consultare il regolamento di condominio ed il contratto d’acquisto dell’immobile.

Spese condominiali
La richiedente riferiva di abitare con il marito in un condominio di otto famiglie, di cui le quattro a piano terra (tra cui la ricorrente stessa) proprietarie dei rispettivi giardini con relativo pozzetto e contatore acqua per la lettura annuale.
Riferiva l’intenzione dell’assemblea condominiale di decidere circa la nuova ripartizione dell’acqua e la posa dei contatori per la lettura dei consumi ogni fini anno.
La richiedente domandava se, prevedendo il regolamento condominiale il conteggio per numero di persone oltre l’aggiunta del consumo dell’acqua per i giardini, la nuova ripartizione comportasse una variazione del regolamento condominiale ed, in caso di risposta positiva a tale quesito, se fosse necessaria l’accettazione di tutti i condomini.
Chiedeva inoltre se avesse la possibilità di opporsi alla decisione positiva dell’assemblea non adeguandovisi e come il costo dovesse essere ripartito (millesimi di proprietà ovvero unità familiare).
Infine si domandava se potesse chiedere il posizionamento del suo contatore in un luogo in cui potesse avvenire una lettura facilitata.

La risposta
L’art. 1123 c.c. prevede che le spese condominiali vadano ripartite tra i condomini in ragione del valore della proprietà di ciascuno (millesimi), salvo diversa convenzione.
Una diversa convenzione può ben essere contenuta nel regolamento di condominio.
L’art. 1138 III comma c.c. prevede che il regolamento, se deliberato in assemblea, debba essere approvato con la maggioranza degli intervenuti ed almeno la metà del valore dell’edificio (in millesimi).
Tale maggioranza è quella richiesta per le modifiche del regolamento.
Di talché, se il regolamento del Suo condominio ha natura assembleare, una deliberazione dell’assemblea può modificarlo con le maggioranze ordinarie.
Tuttavia se le opere da effettuare contestualmente alla modifica della ripartizione (posa contatori) costituiscono – come pare probabile – innovazione, le stesse debbono essere approvate con una maggioranza qualificata di cui all’art. 1136 V comma c.c., ossia la maggioranza dei partecipanti al condominio (c.d. “teste”) e i due terzi del valore dell’edificio (667 millesimi).
In caso di approvazione con una maggioranza differente si potrebbe impugnare la delibera entro trenta giorni dall’assemblea..
Relativamente alle spese della posa contatori, vale lo stesso discorso preventivamente svolto: salvo diversa previsione regolamentare, le spese saranno ripartite secondo i millesimi.
Da ultimo, evidenzio che vi è una interpretazione dottrinaria che ritiene che se il regolamento di condominio è imposto dal costruttore ed accettato in sede di rogito, per ogni modifica dello stesso sia richiesta l’unanimità.
Tuttavia tale tesi viene confutata, per lo mento in parte, da altra corrente giurisprudenziale.
Circa, l ultimo quesito, rilevo che trattandosi di una decisione inerente le parti comuni, l’assemblea dispone del potere di scegliere ove posizionare i contatori.

Spese condominiali
Il richiedente riferiva di aver acquistato una appartamento in un condominio formato da 9 appartamenti, di cui solo 4 venduti.
Affermava che non si era ancora tenuta la prima assemblea condominiale, ma il costruttore redigeva il regolamento condominiale con un amministratore di sua fiducia, nel quale stabiliva che le spese condominiali, comprese gli allacci ai contatori e l’impianto dell’ascensore, erano a carico dei condomini.
Chiedeva se potesse opporsi a tale regolamento.

La risposta
In linea di massima nel regolamento di condominio contrattuali predisposti dai costruttori, possono essere inserte (ed è prassi farlo) clausole che modificano la ripartizione delle spese a favore del costruttore.
Attesa la natura “pattizia” di un tale regolamento, però, la sua accettazione deve risultare dall’atto di compravendita.
Per una risposta al Suo quesito sarebbe quindi necessario l’esame del contratto d’acquisto.
Se il regolamento è stato predisposto prima della vendita e nel contratto vi è la Sua accettazione, la ripartizione delle spese come indicata potrebbe essere legittima.

Spese condominiali
La richiedente riferiva di aver acquistato un appartamento nel 2009 e di aver iniziato a risiedere in esso un anno dopo.
Affermava di aver redatto con la parte venditrice una scrittura privata in base alla quale lei avrebbe pagato le spese condominiali solo a partire dal momento in cui avesse iniziato ad abitare nell’appartamento.
Dopo aver iniziato a risiedere li, però, l’amministratore di condominio le chiedeva il pagamento delle spese arretrate.

La risposta
La convenzione stipulata tra la parte qcquirente e la parte venditrice ha validità inter partes, cioé unicamente fra le due parti che l’hanno stipulata.
L’amministratore è legittimato a richiederLe il pagamento degli oneri condominiali dal momento dell’acquisto, tuttavia l’acquirente in un caso come quello illustrato potrà richiederne il rimborso alla società venditrice, in forza della scrittura privata.
In ogni caso potrebbe rispondere all’amministratore, allegando la scrittura privata se lecito, invitandolo a richiedere direttamente alla società il pagamento delle spese di Sua competenza.

Spese condominiali
Il richiedente riferiva di aver partecipato ad un’assemblea condominiale nella quale si deliberava di ripartire le spese per l’illuminazione e la pulizia delle scale in base ai millesimi di proprietà.
Affermava di voler impugnare la delibera, in quanto a suo avviso tali spese dovevano essere suddivise in base al criterio di cui all’art. 1123 c.c.

La risposta
Per offrire una risposta a quesiti di tale tenore sarebbe necessario esaminare il regolamento di condominio ed il verbale dell’assemblea.
Difatti, l’art. 1123 I comma c.c. dispone che le spese debbano essere ripartite tra i condomini in base ai millesimi, salvo diversa pattuizione.
E pur confermando che, ai sensi del II comma, se le cose sono destinate a servire i condomini in maniera diversa, le spese sono ripartite in base all’uso che ciascuno può farne, rilevo che per una ripartizione di tale genere dovrebbe essere prevista una tabella apposita.
La normativa condominiale è per la maggior parte di natura derogabile in virtù di diversa pattuizione espressa o tacita fra le parti.
Pertanto sarebbe necessario esaminare anche i precedenti delle delibere assembleari sul punto.

Spese condominiali
La richiedente riferiva di aver acquistato l’appartamento in cui viveva nel 2009, e che nonostante l’acquisto fosse stato fatto in tale data le veniva chiesto di contribuire al pagamento di un decreto ingiuntivo posto a carico del condominio per delle fatture non pagate e relative agli anni 2003/2007 dall’amministratore che in quegli anni esercitava la carica.
chiedeva se la richiesta di contribuzione fosse lecita.

La risposta
Le spese conseguenti ad un giudizio in materia di condominio, dovrebbero spettare a chi era proprietario dell’appartamento al momento in cui la lite è insorta.

Spese condominiali
Il richiedente riferiva di abitare in un condominio composto da otto unità abitative, delle quali 5 che usufruivano del vano scale e 3 no, avendo essi l’ingresso indipendente.
Affermava che nel corso dell’assemblea condominiale era stato deliberato all’unanimità che si procedesse ai lavori di rifacimento delle finestre e di messa in sicurezza del vano scale, ma che al momento della ripartizione delle spese erano sorti problemi in quanto i condomini con ingresso indipendente non intendevano partecipare alle spese.

La risposta
Le spese necessarie per il godimento e la conservazioni delle parti comuni di un edificio, tra le quali rientrano le finistre e le scale, e per le innovazioni deliberate dalla maggiornaza dei condomini sono sostenute da tutti condomini, in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno (millesimi).
Se si tratta però di cose destinate a servire i condomini in misura diversa, le spese sono da dividere in proporzione all’uso che ciascuno può farne.
Difatti, l’art. 1123 ultimo comma c.c. dispone che qualora un edificio abbia più scale o impianti che sono destinati a servire solo una parte dell’intero edificio, le spese relative sono a carico del gruppo di condomini che ne trae utilità.
A seconda delle circostanze di fatto, quindi, potrebbe risultare legittimo il rifiuto dei condomini che non utilizzano il vano scale alla partecipazione alle spese dell’intervento.
Tuttavia, trattandosi non già di ristrutturazione, bensì di messa in sicurezza, da tale intervento deriverebbe un’utilità indiretta anche per tali condomini (riduzione del rischio di incendio).
Sarebbe necessario, a questo punto approfondire la situazione di fatto: se, difatti, si tratta di manutenzione parrebbe insussistente l’obbligo di contributo; se, invece, si tratta di opera di innovazione potrebbe essere previsto un contributo (seppur inferiore) anche da parte dei condomini che non utilizzano il vano scale.
Relativamente al rifacimento delle finestre, invece, parrebbe sussistere l’obbligo di contribuito alle spese in ragione dei millesimi, difatti oltre alla funzione di dar luce ai vari vani del condominio, esse rivestono anche la funzione di copertura e, spesso, ornamento del contesto condominiale.

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Tende e porte condominiali
Il richiedente riferiva che l’amministratore del condominio in cui viveva aveva fatto installare delle tende nuove e una porta d’ingresso le quali si diferenziavano dalle altre presenti nell’immobile.

La risposta
I compiti dell’amministratore sono stabiliti dall’art. 1130 c.c.
In particolare deve disciplinare l’uso delle cose comuni e disporre le opere di manutenzione ordinaria.
La sostituzione di tende e porte, quindi, parrebbe rientrare nell’ambito della manutenzione ordinaria.
Nell’esercizio delle sue funzioni l’amministratore deve uniformarsi alla Legge ed al regolamento di condominio.
Ove il regolamento nulla preveda in ordine ai colori delle tende ed alle conformazioni delle porte, varrà pertanto il principio della salvaguardia del decoro architettonico.
All’atto pratico, l’amministratore dovrebbe, per quanto possibile, uniformare l’aspetto esterno del condominio a seguito di interventi di manutenzione.
Nel caso i condomini riscontrino palesi violazioni di tale principio potranno richiedere l’inserimento della questione all’ordine del giorno della successiva assemblea e, in tale sede, disporre le modifiche necessarie che l’amministratore sarà tenuto ad eseguire.

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Tetto condominiale
Il richiedente riferiva di abitare in una palazzina di 2 piani più mansarda, e di dover procedere alla sistemazione del tetto.
Riferiva che la sorella, la quale abitava nella mansarda, avevo intenzione di far aggiungere prima della posa delle nuove tegole uno strato di guaina impermeabilizzante ed uno di isolante al fine di isolare l’intero soffitto della mansarda.
Si chiedeva se le spese per questa miglioria dovessero essere sopportate interamente dalla sorella o se dovessero essere suddivise come spese condominiali.

La risposta
In ambito condominiale, ai sensi dell’art. 117 c.c. il tetto risulta di proprietà comune di tutti i condomini.
I condomini, con la maggioranza indicata dalla Legge (maggioranza dei partecipanti al condominio e due terzi del valore dell’immobile), possono disporre ogni innovazione non pregiudizievole sulla cosa comune.
Le spese di tali opere, ai sensi dell’art. 1123 c.c., dovranno essere sostenute dai condomini in misura proporzionale al valore di proprietà di ciascuno (millesimi).
Di talché, parrebbe che qualora l’innovazione voluta dalla proprietaria della mansarda fosse approvata con la maggioranza suindicata, le relative spese sarebbero da ripartire tra i condomini in quanto pertinenti al condominio nel suo complesso.

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Violazione del regolamento condominiale
Il richiedente riferiva che un condomino poneva in essere sistematiche violazioni del regolamento condominiale, quali il parcheggio della vettura nel corsello comune del condominio, e l’ostruzione dei lucernari.
Informava di tale situazione l’amministratore, ma questi non provvedeva. Chiedeva come potesse risolvere la situazione.

La risposta
Uno dei compiti dell’amministratore di condominio è fare rispettare le norme contenute nel regolamento condominiale (art. 1130 comma 1 Codice Civile).
Inoltre, l’art. 70 delle disposizioni attuative del Codice prevede la facoltà dell’amministratore di irrogare sanzioni pecuniarie ai condomini che violano il regolamento condominiale, se nel regolamento è prevista tale possibilità.
Potrebbe innanzitutto inviare una missiva all’amministratore, con la quale lo sollecita ad adempiere ai compiti che gli sono attribuiti dalla legge.
Qualora ciò non avesse effetto, potrebbe inviare una diffida al Suo vicino, chiedendogli di porre fine alle violazioni del regolamento condominiale e di ripristinare la situazione precedente alla violazione stessa.
Solo in ultima analisi, qualora la diffida non sortisse effetto, potrebbe ricorrere all’Autorità Giudiziaria onde richiedere la cessazione delle turbative e delle violazioni del regolamento.
Prima di intraprendere un tale percorso, tuttavia, è opportuno valutare se i costi non risultino antieconomici rispetto al possibile risultato.

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FAMIGLIA

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Abbandono del tetto coniugale
Il richiedente riferiva l’abbandono della casa coniugale da parte del coniuge che presumibilmente aveva instaurato una nuova relazione e si informava sulle ripercussioni di tale gesto su un eventuale giudizio di separazione, con riguardo, anche, all’affidamento dei figli.

La risposta
L’abbandono del “tetto coniugale” da parte di uno dei coniugi era, fino a qualche tempo fa, considerato un reato, previsto e punito dal codice penale.
A seguito della depenalizzazione di tale fattispecie, tuttavia, l’allontanamento dalla casa familiare ha ora rilevanza in sede di addebito della colpa nel corso della causa di separazione che si instaura tra i coniugi.
Nel caso di specie, l’abbandono del “tetto coniugale” da parte del coniuge parrebbe coincidere con l’instaurazione di una nuova relazione affettiva in costanza di matrimonio.
Tale comportamento ben potrebbe costituire fonte di responsabilità giuridica e conseguente addebito della colpa, stante la sussistenza dell’obbligo di fedeltà tra i coniugi.
Relativamente all’affido dei figli la legge, a seguito della recente riforma del 2006, prevede l’affido congiunto, salvi casi molto particolari nei quali sia a rischio il benessere dei minori.
Nonostante la locuzione “affido condiviso”, che può trarre in inganno, i figli continuano a convivere stabilmente nell’abitazione di uno dei genitori, mentre i tempi e le modalità dei rapporti con l’altro genitore saranno stabiliti dal Giudice.
La vera novità della riforma attiene piuttosto al pari esercizio della podestà genitoriale nel senso che i genitori sono posti sullo stesso piano di responsabilità.
L’affido esclusivo ha carattere eccezionale e dev’essere attentamente valutato caso per caso, con esclusiva considerazione per l’interesse della prole.

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Alimenti
Il richiedente riferiva di essere legalmente separato senza la previsione di un assegno di mantenimento.
Asserendo di avere uno stipendio di molto inferiore agli € 1.000,00 mensili e di risiedere in appartamento in locazione, chiedeva delucidazioni in ordine alla possibilità di richiedere gli alimenti al coniuge.

La risposta
Il diritto alla prestazione alimentare trova il suo fondamento nella Legge (art. 433 c.c.) e la sua ratio nel principio di solidarietà familiare.
Esso consiste, infatti, nella prestazione di assistenza materiale in favore di colui che versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere, in tutto o in parte, al proprio sostentamento.
Affinché possa sussistere tale diritto sono necessari alcuni presuposti di fatto: lo stato di bisogno dell’alimentando, l’incapacità di provvedere al proprio sostentamento, le capacità economiche dell’obbligato e la sussistenza, tra gli stessi, di una determinata relazione stabilita dalla legge.
Il coniuge, anche se legalmente separato, è il primo obbligato individuato dall’art 433 c.c.
Nel caso specifico della separazione è possibile prevedere anche un distinto diritto al mantenimento del coniuge più debole economicamente.
Il diritto agli alimenti si distingue dal diritto al mantenimento non solo sotto il profilo quantitativo ma anche sotto il profilo della condizione fondamentale di esistenza dell’obbligazione alimentare e, cioè, lo stato di bisogno.
Il diritto al mantenimento, infatti, ha un contenuto molto più ampio di quello agli alimenti: l’obbligato deve provvedere a tutte le occorrenze di vita in proporzione alle sue sostanze e alle sue possibilità, indipendentemente dall’esistenza di uno stato di bisogno.
Al contrario, lo stato di bisogno è uno dei presupposti immancabili dell’obbligazione alimentare.
Nel caso di specie, per valutare la sussistenza dello stato di necessità richiesto dalla Legge per l’insorgere del diritto agli alimenti, bisognerebbe valutare l’entità effettiva dellostipendio e tutte le spese che il richiedente si trova costretto a sostenere.
Difficilemente con uno stipendio fisso mensile, seppur inferiore ad € 1.000,00, sarebbe ravvisabile lo stato di necessità.
Tuttavia sarebbe pur sempre possibile, qualora ve ne fossero i presupposti, richiedere una modifica delle condizioni di separazione, prevedendo quindi un mantenimento da parte del coniuge.
Presupposto per la modifica delle condizioni separazione è il mutamento dello stato di fatto che al momento della separazione aveva condotto ad escludere il mantenimento.

Alimenti
Il richiedente riferiva di essere un padre di famiglia e di trovarsi nell’impossibilità di provvedere a se stesso, anche in considerazione del fatto che si trovava in stato di arresto.
Chiedeva se avesse diritto ad ottenere una qualche forma di sostentamento dai suoi genitori.

La risposta
Il diritto alla prestazione alimentare trova il suo fondamento nella Legge (art. 433 c.c.) e la sua “ratio” nel principio di
solidarietà familiare.
Esso consiste, infatti, nella prestazione di assistenza materiale in favore di colui che versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere, in tutto o in parte, al proprio sostentamento.
Affinché possa sussistere tale diritto sono necessari alcuni presuposti di fatto: lo stato di bisogno dell’alimentando, l’incapacità di provvedere al proprio sostentamento, le capacità economiche dell’obbligato e la sussistenza, tra gli stessi, di una determinata relazione stabilita dalla legge.
Ai sensi dell’art. 433 c.c. i genitori sono tenuti in terza posizione (dopo il coniuge ed i figli) all’obbligazione di corrispondere gli alimenti.
Di talché, qualora ci si trovasse nella dimostrata impossibilità di sostenere sé stessi, si potrebbe essere in posizione di richiedere il c.d. assegno alimentare ai propri genitori.
Qualora la persona impossibilitata a provvedere a se stessa si trovi in stato di arresto, potrebbe altresì aver diritto al patrocinio a spese dello stato (gratuito).

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Assegno divorzile
Il richiedente riferiva d’essere legalmente separata dal proprio coniuge da circa vent’anni, senza aver, all’epoca, richiesto assegno di mantenimento nonostante le condizioni economiche del coniuge fossero maggiormente agiate rispetto alle sue.
Comunicava l’intenzione del coniuge di richiedere la cessazione degli effetti civili del matrimonio: il divorzio.
Chiedeva, quindi, se fosse possibile domandare, in tale sede, la corresponsione di assegno divorzile.

La risposta
La normativa che disciplina tale aspetto economico dello scioglimento del matrimonio è la Legge n. 898 del 1° dicembre 1970, in particolare all’art. 5, come modificato dalla L. n. 74/87.
Il sesto comma di tale articolo prevede che: “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.
A seguito della riforma, all’assegno c.d. divorzile è stata attribuita una natura unicamente assistenziale.
Vi è quindi un unico presupposto che deve essere valutato per individuare i casi in cui l’assegno divorzile potrebbe risultare dovuto, mentre vi sono diversi elementi su cui indagare per la quantificazione del medesimo.
Per la valutazione sull’an, ossia per verificare se l’assegno risulti dovuto, il Giudice dovrà valutare l’assenza di mezzi adeguati in capo al coniuge richiedente, per la quantificazione, invece, dovrà valutare le disparità economiche, le ragioni del divorzio, nonché il patrimonio di ciascuno dei coniugi.
Non bisogna però intendere con la locuzione “mancanza di mezzi adeguati” la sussistenza di uno stato di bisogno (cioè l’impossibilità di mantenersi decorosamente) del coniuge richiedente.
Come infatti è stato più volte ribadito dalla Corte di Cassazione “il presupposto per l’attribuzione del predetto assegno è costituito dall’inadeguatezza di mezzi del coniuge richiedente per conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, senza che sia necessario uno stato di bisogno dell’avente diritto e rilevando invece l’apprezzabile deterioramento, in dipendenza del divorzio, delle precedenti condizioni economiche, le quali devono essere tendenzialmente ripristinate, per ristabilire un certo equilibrio” (sentt. n. 3049/94 n. 12682 del 1992, n. 3019/92, n. 1809/91, nn. 11489-11490-11491-11942 del 1991, n. 1322/89).
Relativamente alla circostanza che a seguito della separazione non sia stato richiesto mantenimento alcuno, si rileva la relativa ininfluenza della stessa, ai fini dell’accertamento delle condizioni per l’attribuzione dell’assegno di divorzio, come anche recentemente precisato dalla Suprema Corte con sentenza n. 2756/09: “E’ ininfluente, ai fini dell’accertamento delle condizioni per l’attribuzione dell’assegno di divorzio, il fatto che il coniuge richiedente abbia, al momento degli accordi della separazione consensuale, rinunciato a pretendere l’assegno di mantenimento di cui all’art. 156 c.c., circostanza che nel giudizio di divorzio non può che essere considerata alla stregua di un mero indizio di autosufficienza economica”.

Assegno divorzile
Il richiedente divorziava dalla moglie, dalla quale non aveva avuto figli, e le corrispondeva un assegno mensile di mantenimento anche in seguito alla nascita di una figlia avuta da una nuova compagna.
Inoltre, si chiedeva se dovesse corrispondere all’ex-moglie anche una parte della propria pensione e della liquidazione.

La risposta
Al mutare delle situazioni di fatto può sempre essere richiesta al Tribunale la modifica delle condizioni di divorzio.
In caso di morte dell’ex coniuge, il coniuge divorziato, poiché è definitivamente venuto meno il vincolo matrimoniale, non avrà alcun diritto sull’eredità.
Esso, tuttavia, potrà riceverne una quota se è titolare dell’assegno alimentare o dell’assegno divorzile.

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Coercibilità dei doveri coniugali
Il richiedente domandava se fosse possibile ottenere l’adempimento coattivo del dovere di fedeltà coniugale.

La risposta
La maggior parte degli obblighi coniugali non è coercibile.
Ciò in ragione della particolarità dei predetti doveri che hanno contenuto personale più che patrimoniale.
A titolo esemplificatvo, quindi, se da una parte l’inadempimento dell’obbligo di mantenere la prole, avendo contenuto patrimoniale, potrebbe essere coercibile, dall’altro il dovere di fedeltà, di natura strettamente personale, non può essere “fatto rispettare” dall’esterno.
La conseguenza dell’inadempimento di un siffatto obbligo è l’eventuale addebito della colpa in sede di separazione.

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Nullità del matrimonio
Il richiedente domandava se per un matrimonio celebrato all’estero in comune, nel quale i coniugi non avevano mai convissuto, fosse possibile procedere all’annulllamento.

La risposta
Ai sensi dell’art. 27 della Legge n. 218 del 1995, le condizioni per contrarre matrimonio sono regolate dalla Legge nazionale dei nubendi.
Nel caso di specie, quindi, si applicherà la normativa Italiana.
Il Codice civile disciplina le condizioni per contrarre matrimonio agli artt. 84 e seguenti e la nullità del matrimonio agli artt. 117 e seguenti.
Le ragioni per ottenere la declaratoria di nullità del matrimoni, in breve, sono le seguenti:
– minore età (salvo emancipazione);
– interdizione per infermità di mente;
– vincolo di un precedente matrimonio;
– parentela o affinità;
– delitto contro il precedente coniuge dell’altra persona;
– matrimonio causato da violenza od errore;
– matrimonio simulato.
La mancata convivenza non è di per sé, quindi, causa di annullamento del matrimonio.
Tuttavia può essere sempre chiesta la separazione.
La Legge 898 del 1970, sullo scioglimento del matrimonio (divorzio), prevede che dopo tre anni di separazione si possa domandare il divorzio.
Unico caso di mancata convivenza che legittima la richiesta immediata del divorzio (senza previa separazione e attesa di tre anni) è l’ipotesi, ormai remota, in cui il matrimonio non sia stato consumato.
Ulteriore caso che legittima il divorzio immediato è il caso in cui il coniuge, se straniero, abbia ottenuto all’estero l’annullamento o lo scioglimento del matrimonio o abbia contratto altro matrimonio.

Nullità del matrimonio
La richiendente riferiva la volontà del marito di voler annullare il loro vincolo matrimoniale tramite il ricorso alla Sacra Rota.

La risposta
La Sacra Rota non annulla i matrimoni, ma li dichiara nulli nell’ipotesi in cui si riesca a dimostrare l’esistenza di un vizio in uno o più requisiti della promessa nuziale.
In occasione del matrimonio concordatario, il sacerdote si informa circa la libertà e la consapevolezza delle scelta, il riconoscimento dell’indissolubilità del matrimonio e la scelta di accettare eventuali figli ed educarli secondo la legge della Chiesa.
Per semplificare una questione che in realtà semplice non è, si può affermare che qualora si riesca a dimostrare l’inesattezza di uno di questi presupposti il matrimonio potrà essere dichiarato nullo.
In merito alle conseguenze giuridiche, ma anche effettive, della nullità matrimoniale, vanno sottolineate : la possibilità di contrarre un nuovo matrimonio religioso e ricevere i Sacramenti, la possibilità che vengano a cessare gli obblighi di contribuzione dell’assegno di mantenimento per il coniuge, l’estinzione dei diritti ereditari a favore del coniuge.
Tali conseguenze diversificano la nullità del matrimonio dal divorzio. Infatti, mentre le sentenze di divorzio dichiarano la cessazione degli effetti giuridici del matrimonio ( a parte il diritto al mantenimento e alla pensione di reversibilità che permangono in certe condizioni), la dichiarazione di nullità del matrimonio fa decadere gli effetti giuridici ex tunc e cioè dall’inizio.
A seguito di un’eventuale pronuncia della Rota sarà necessario procedere alla delibazione della stessa affinché possa dispiegare i suoi effetti nell’Ordinamento Italiano.
Il coniuge non ha l’obbligo di concordare nella richiesta alla Sacra Rota, tuttavia l’altro coniuge ha il diritto di procedere anche in assenza di tale collaborazione.
Ovviamente il coniuge in disaccordo può richiedere, in assenza del consenso dell’altro, la separazione innanzi al Tribunale ordinario.
Sia in caso di annullamento davanti alla Sacra Rota sia nel caso di separazione davanti ad un Tribunale, la comuione dei beni esistente tra i coniugi verrà sciolta.

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Separazione
Il richiedente, coniugato da 40 anni, riferiva di aver sempre versato per intero il proprio stipendio nel conto comune per il mantenimento della famiglia e, per tale motivo di avere limitate risprse economiche residue.
Il coniuge era proprietario della casa familiare, di alcuni appartamenti e di una pensione.
Attesa la probabilità di una imminente separazione chiedeva quali possibilità giuridiche avesse.

La risposta
La separazione può essere consensuale o giudiziale, a seconda che, tra i coniugi, vi sia accordo sulle condizioni di separazione o meno.
In caso di accordo il Tribunale, solitamente, si limita ad omologare la separazione alle condizioni stabilite dai coniugi, intervenendo unicamente nell’interesse dei figli (generalmente quando sono minori).
Nel caso di separazione giudiziale, cioè quando i coniugi non concordano sulle condizioni, devono essere considerati diversi elementi: il mantenimento dei figli, le differenti condizioni reddituali dei coniugi, la colpa.
Il Tribunale, in assenza di addebito della separazione, tende ad uniformare le condizioni dei coniugi ed a distribuire il mantenimento della prole.
Differente, invece, sarebbe l’esito se la separazione fosse pronunziata con addebito di colpa ad uno dei coniugi.
Ciò è comunque possibile solo in presenza di forti contrasti e mancanze nei doveri coniugali.

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Separazione internazionale
Il richiedente riferiva di aver promosso un giudizio per la separazione dal proprio coniuge in Italia.
Riferiva inoltre che il coniuge (straniero) aveva successivamente instaurato un giudizio per il “divorzio” nel proprio paese.
Chiedeva quindi quale dei due processi “prevalesse”.

La risposta
La normativa italiana (Legge 218/95) prevede che la giurisdizione italiana possa essere esclusa se esiste già un giudizio all’estero.
Se però, il giudizio all’estero è stato iniziato successivamente a quello in Italia, quest’ultimo non viene sospeso.
Se il giudizio all’estero prosegue e si conclude, la sentenza così pronunciata sarà esecutiva nel luogo in cui verrà emessa.
Tuttavia non potrà essere riconosciuta in Italia dal momento che risulterà in corso (o concluso) il giudizio italiano.
In tal caso in Italia farà stato la sentenza del Giudice italiano.

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Modifica delle condizioni di divorzio
Il richiedente domandava in quli casi fosse possibile chiedere una modifica delle condizioni di divorzio, in particolare dell’assegno.

La risposta
L’art. 9 della L. 898/70 (c.d. divorzio) prevede che dopo la pronuncia dello scioglimento del matrimonio, le condizioni stabilite possano essere modificate dal Tribunale, qualora sopravvengano “giustificati motivi”.
I motivi che giustificano la modifica delle condizioni economiche – assegno di divorzio e assegno di mantenimento dei figli – consistono nel mutamento delle condizioni economiche degli ex coniugi.
In tale evenienza, l’ex coniuge che richiede le modifiche potrà adire il Tribunale per ottenere la revisione di quanto disposto nella sentenza.
Ovviamente la domanda non incontrerà l’automatico accoglimento: difatti il Tribunale valuterà la fondatezza della medesima sulla base dell’asserito mutamento delle condizioni economiche.
Se, quindi, il procedimento di divorzio si è appena concluso e non vi sono stati mutamenti nelle condizioni economiche (aumento dei Suoi introiti o riduzioni di quelli dell’ex coniuge) difficilmente potranno essere accolte richieste di modifica.
A differenza che nella separazione, dove l’assegno di mantenimento ha una diversa funzione e può essere corrisposto anche per semplice disparità di tenore di vita dei coniugi, nell’ambito del divorzio l’art. 5 comma 6 della Legge 1° dicembre 1970 prevede la possibilità di un assegno c.d. divorzile solo in caso uno dei coniugi non abbia mezzi adeguati per la sussistenza.
Dopo la pronuncia del giudice del divorzio, nel caso di mancata attribuzione di un assegno, la fissazione per la prima volta di un assegno potrà avvenire solo se sopravvengono le condizioni di cui sopra (Cass. Sezione I, sentenza 25 agosto 2005 n. 17320).
Diverso è il discorso se il coniuge richiedente ha a carico i figli: in tale caso non si deve aver riguardo alla mera sussistenza bensì precipua rilevanza avranno le esigenze della prole.

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Abbandono della casa coniugale
La richiedente riferiva l’intenzione di abbandonare la casa in cui viveva con il marito, senza aver prima manifestato a quest’ultimo la sua volontà di richiedere la separazione.

La risposta
Se la casa coniugale è di proprietà di uno dei due coniugi, l’altro non dovrebbe avere diritti sulla stessa in caso di separazione.
Tuttavia, è da evidenziare che l’abbandono della casa coniugale piò costituire motivo per l’addebito della responsabilità della separazione.

Abbandono della casa coniugale
La richiedente riferiva che il marito aveva abbandonato l’abitazione coniugale ed era andato a vivere con una nuova compagna, e teneva verso di lei un comportamento minaccioso ed irrispettoso.

La risposta
L’abbandono del “tetto coniugale” da parte di uno dei coniugi era, fino a qualche tempo fa, considerato un reato, previsto e punito dal codice penale.
A seguito della depenalizzazione di tale fattispecie, tuttavia, l’allontanamento dalla casa familiare ha ora rilevanza in sede di addebito della colpa nel corso della causa di separazione che si dovesse instaurare tra i coniugi.
Nel caso prospettato, l’abbandono del “tetto coniugale” da parte del marito parrebbe coincidere con l’instaurazione di una nuova relazione affettiva in costanza di matrimonio.
Tale comportamento ben potrebbe costituire fonte di responsabilità giuridica e conseguente addebito della colpa, stante la sussistenza dell’obbligo di fedeltà tra i coniugi.

Abbandono della casa coniugale
La richiedente, cittadina straniera sposata con un cittadino italiano dal quale aveva avuto un figlio, riferiva che il marito era stato vittima di un grave incidente a causa del quale era entrato in coma per 1 mese e aveva ancora in corso un progarmma riabilitativo sia a livello fisico che a livello psichico.
Riferiva che il marito aveva manifestato la volontà di allontanarsi dalla casa coniugale, e temeva che l’incapacità in cui versava il marito potesse essere pericolosa per il figlio.

La risposta
L’abbandono del tetto coniugale da parte di uno dei due coniugi potrebbe configurare un motivo per l’addebito di un’eventuale separazione.
Nel caso in cui uno dei due coniugi sia in condizioni di incapacità di intendere e di volere (anche se non accertata) non pare opportuno che il figlio vegda da esso accudito; vero è che, comunque, il coniuge incapace ed il figlio hanno il diritto a conservare un rapporto il più possibile equilibrato.

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Abbandono del genitore anziano
La richiedente riferiva che la suocera aveva da poco perso la casa; il fratello di suo marito, senza figli, pensionato e con una camera libera, si rifiutava di accudire la madre.
Il marito della richiedente, sposato e con due figli, non aveva invece spazi in casa per ospitare la madre.
La richiedente chiedeva se un figlio potesse rifiutarsi di accudire un genitore e, in caso di risposta negativa, cosa si potesse fare.

La risposta
Ai sensi dell’art. 591 c.p. chiunque abbandona una personal incapace, per malattia o vecchiaia, di provvedere a sé stessa e della quale debba avere cura soggiace alla perna della reclusione da mesi sei ad anni cinque.
Ai sensi degli artt. 433 e ss c.c., i figli legittimi, ciascuno in proporzione alle proprie capacità, sono tenuti a prestare gli alimenti ai genitori in stato di bisogno.
A seguito di una valutazione di tale stato di bisogno, si potrebbe, ove risultasse sussistente, diffidare i figli a provvedere al sostentamento ed alla cura della madre.

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Adozione
Il richiedente riferiva di essere sposato con una donna thailandese, avente cittadinanza italiana, vedova; manifestava la sua volontà di adottare le due bambine della moglie.
Chiedeva se per procedere all’adozione fosse necessario avvalersi di un avvocato.

La risposta
Il procedimento per l’adozione particolare si instaura con domanda innanzi al Tribunal per i minorenni competente territorialmente.
La procedura che ne consegue ha lo scopo di verificare i requisiti di legge ed accertare se l’adozione sia nell’interesse del minore.
In linea di massima per i procedimenti in materia di adozione non risulta l’onere del patrocinio.

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Affido congiunto
Il richedente riferiva di essersi separato dalla moglie e che relativamente alle loro tre figlie era stato deciso l’affido congiunto.
Lamentava il mancato rispetto da parte della moglie di tale disposizione del Giudice, la quale gli impediva di vedere le figlie e teneva un comportamento tale da condizionare le minori, che si rifiutavano di incontrare il padre.

La risposta
Se uno dei due coniugi non rispetta una pronunzia giudiziale vi è, in linea teorica, la possibilità di dare esecuzione forzata al provvedimento.
Tuttavia, tenendo in considerazione la natura della controversia e la minore età delle figlie, potrebbe non risultare agevole ottenere il rispetto del provvedimento del Giudice.
Vi sarebbe, però, la possibilità di adire l’Autorità Giudiziaria per ottenere una modifica delle condizioni della separazione (affido e visite) alla luce del comportamento del coniuge inadempiente.
Se poi si dovesse verificare il rifiuto dei minori ad incontrare uno dei due genitori, sarebbe necessario dar prova del fatto che tale rifiuto abbia origine da un’influenza dell’altro genitore poco accettabile.

Affido congiunto
La richiedente riferiva che un suo conoscente aveva presentato istanza di divorzio. La moglie ostacolava l’esercizio del diritto di visita del marito nei confronti del figlio, ed aveva problemi psichiatrici.
Chiedeva come potesse tutelare il bambino e far valere i diritti del padre.

La risposta
Nel corso del Giudizio, è sempre possibile presentare istanza, purché debitamente motivata, affinché vengano presi i provvedimenti necessari alla tutela degli interessi dei minori.

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Assegno di mantenimento
La richiedente riferiva di guadagnare molto poco, e di essere in gravi difficoltà economiche. La stessa riferiva di vivere con la figlia, minorenne, avuta dal suo ex-marito e che quest’ultimo non le corrispondeva da 2 mesi gli alimenti dovuti.

La risposta
Se il mantenimento che veniva corrisposto da uno dei due ex-coniugi all’altro è dovuto sulla base di un provvedimento giudiziale, vi sono alcuni rimedi per l’ipotesi di mancata corresponsione.
Difatti, nel caso, è possibile domandare il pagamento di quanto dovuto e, in difetto di pagamento spontaneo, richiedere il pignoramento di un quinto dello stipendio del debitore.

Assegno di mantenimento
Il richiedente riferiva di avere in corso una causa di separazione giudiziale dalla moglie. Asseriva che questa percepiva uno stipendio mensile di Euro 1.000,00 in qualità di insegnante a Milano ed era proprietaria di un appartamento in Calabria, mentre lui aveva come unica fonte di reddito uno stipendio di 2.700,00 mensili.

La risposta
Nel caso di separazione giudiziale, per la decisione della causa, devono essere presi in considerazione diversi elementi: il mantenimento dei figli, le differenti condizioni reddituali dei coniugi e la colpa.
Il Tribunale, in assenza di addebito della separazione, tende ad uniformare le condizioni dei coniugi ed a distribuire equamente il mantenimento della prole.
Nel caso, invece, di addebito della responsabilità ad uno dei coniugi, a questi può essere addossato un maggior onere economico in conseguenza dell’imputabilità della separazione al medesimo.
Qualora la situazione economica di un coniuge sia nettamente superiore a quella dell’altro, può disporre l’onere di corrispondere periodicamente un assegno di mantenimento nei confronti del coniuge meno abbiente.

Assegno di mantenimento
Il richiedente riferiva di aver l’affido condiviso di suo figlio, il quale avrebbe trascorso con lui l’intero mese di luglio.
Chiedeva se dovesse versare alla moglie il mantenimento per il figlio anche per tale mese.

La risposta
Per una risposta al Suo quesito sarebbe necessario l’esame del provvedimento del Tribunale con il quale venivano disposte le condizioni relative alla prole.
Ovviamente, data la natura particolare delle disposizioni in materia di separazione, un eventuale accordo scritto fra i genitori può derogare alle disposizioni del Tribunale, purché l’interesse del minore risulti garantito.

Assegno di mantenimento
La richiedente riferiva di percepire dall’ex marito Euro 650,00 mensili per il matenimento delle due figlie, senza mai che lo stesso le corrispondesse l’aumento Istat e senza che paartecipase alle spese condivise per le minori.

La risposta
Se il mantenimento è stato disposto in forza di un provvedimento dell’Autorità Giudiziaria è possibile ottenerne l’esecuzione forzata (pignoramento).
In caso contrario sarebbe necessario ricorrere alla Magistratura per vedere riconosciuto il Suo diritto e successivamente chiederne l’esecuzione.
Prima di adire le vie giudiziarie, tuttavia, potrebbe giovare una formale diffida rivolta all’ex compagno affinché adempia spontaneamente ai propri doveri di padre.

Assegno di mantenimento
Il richiedente riferiva di aver avuto una figlia dalla sua precedente relazione e di avere una figlia con la sua attuale compagna.
Riferiva che la madre della prima figlia lo minacciava di denunciarlo per ottenere il mantenimento della stessa, ma lui sosteneva di aver sempre provveduto al relativo versamento.

La risposta
La Legge pone in capo ad entrambi i genitori l’obbligo di mantenere, educare ed istruire la prole.
Di conseguenza, il padre dovrà provvedere parzialmente al mantenimento di entrambe le figlie, così come le rispettive madri dovranno provvedere per la loro parte.
Qualora il padre abbia sempre provveduto alle necessità delle figlie (ed abbia prove di tali contributi), non dovrebbe avere motivo di preoccuparsi. In caso contrario, o qualora detto contributo non dovesse risultare proporzionato, la madre potrà chiedere al Giudice l’accertamento del dovuto e la condanna al pagamento.

Assegno di mantenimento
La richiedente riferiva che il suo ex convivente, padre di sua figlia, non corrispondeva un mantenimento adeguato per il figlio.
Inoltre, questi metteva in cattiva luce la famiglia della richiedente, raccontando alla figlia cose non vere.
Chiedeva cosa potesse fare per entrambe le problematiche.

La risposta
Potrebbe ricorrere al Tribunale dei Minorenni per ottenere un provvedimento che condanni il padre della figlia ad un mantenimento mantenimento mensile, provando che l’importo attualmente corrisposto non consente un tenore di vita adeguato.
Sarebbe eventualmente possibile, inoltre, diffidare l’ex convivente dal porre in essere condotte diffamatorie nei confronti della propria famiglia e, nel caso, presentare una denunzia per tale comportamento.

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Annullamento del matrimonio e matrimonio religioso
Il richiedente riferiva che un cittadino italiano ed una cittadina brasiliana avevano celebrato un matrimonio con rito civile.
Affermava che la donna era tornata in Brasile e che l’uomo aveva intenzione di sposarsi in chiesa con una cittadina italiana.
Si chiedeva se per procedere alla celebrazione del matrimonio religioso fosse necessario annullare il matrimonio contratto con rito civile o se fosse sufficiente un’autorizzazione della Chiesa.

La risposta
Nel momento in cui viene celebrato un matrimonio civile non è possibile, per lo Stato, contrarre nuovo matrimonio prima dello scioglimento (divorzio) o dell’annullamento del primo.
Sebbene potrebbe risultare possibile contrarre nuovo matrimonio con rito canonico, un’unione di tale tipo non potrebbe poi essere riconosciuta dallo Stato.
Di talché la soluzione potrebbe essere quella di richiedere la separazione e, successivamente (tre anni) il divorzio, oppure l’annullamento del matrimonio.
La prima soluzione comporta, ovviamente, una lunga attesa (almeno tre anni) prima che i coniugi si possano risposare.
La seconda soluzione non pare percorribile, giacché l’annullamento del matrimonio civile è subordinato a condizioni particolari (minore età di un coniuge, esistenza di un matrimonio precedente, parentela tra i coniugi, delitto ai danni dell’altro coniuge) che non pare emergano dalla Sua esposizione.
Una possibilità, a seconda della normativa applicabile, potrebbe essere quella di richiedere il divorzio in Brasile e, successivamente, chiedere il riconoscimento della sentenza in Italia.

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Assistenza al genitore
Il richiedente viveva con la madre anziana in un appartamento a lui intestato di cui questa è usufruttuaria, e di prestarle le cure necessarie.
Riferiva di dover procedere a dei lavori di manutenzione dell’immobile, e prospettava la possibilità di avvalersi parzialmente dei risparmi della madre.

La risposta
Se un soggetto non è stato sottoposto ad alcun provvedimento giudiziario di tutela (inabilitazione, interdizione ovvero amministrazione di sostegno), è il solo a poter disporre dei propri beni nel modo in cui ritiene più opportuno.

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Casa coniugale
La richiedente riferiva di essere in procinto di separarsi dal marito, e di avere con questo in comune la casa coniugale, intestata ad entrambi e per la quale entrambi stavano pagando la rispettiva quota di mutuo.
Inoltre riferiva di avere in comune con il coniuge un’impresa familiare.
Si mostrava poi preoccupata per l’impossibilità, in caso di separazione, di mantenere il suo tenore di vita come quello avuto in costanza di matrimonio.

La risposta
La separazione può essere consensuale o giudiziale, a seconda che, tra i coniugi, vi sia accordo sulle condizioni di separazione o meno.
In caso di accordo il Tribunale, solitamente, si limita ad omologare la separazione alle condizioni stabilite dai coniugi, intervenendo unicamente nell’interesse dei figli (generalmente quando sono minori).
Nel caso di separazione giudiziale, cioè quando i coniugi non concordano sulle condizioni, devono essere considerati diversi elementi: il mantenimento dei figli, le differenti condizioni reddituali dei coniugi, la colpa.
Il Tribunale, in assenza di addebito della separazione, tende ad uniformare le condizioni dei coniugi ed a distribuire il mantenimento della prole.
Differente, invece, sarebbe l’esito se la separazione fosse pronunziata con addebito di colpa ad uno dei coniugi.
Ciò è comunque possibile solo in presenza di forti contrasti e mancanze nei doveri coniugali.
Nel caso in cui non vi siano figli, la casa coniugale non sarebbe assegnata ada lcuno dei due coniugi ma resterebbe in comproprietà. Una soluzione in tali casi potrebbe essere la vendita e la divisione del ricavato, o la liquidazione diretta da parte di uno dei due ex-coniugi della quota di spettanza dell’altro ex-coniuge.
Qualora gli ex-coniugi abbiano in comune un’impresa familiare, quello che cessa di prestare ivi il proprio lavoro può vantare sui risparmi di essa un diritto proporzionale alla qualità e alla quantità di lavoro prestato.

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Condizioni della separazione
Il richiedente riferiva che la moglie aveva chiesto la separazione; lui acconsentiva ma non intendeva farsi carico delle spese e voleva ottenere l’affidamento dei figli, anche perchè la moglie aveva problemi di origine psichiatrica.

La risposta
Il Tribunale, in assenza di addebito della separazione, tende ad uniformare le condizioni dei coniugi ed a distribuire il mantenimento della prole.
Differente, invece, sarebbe l’esito se la separazione fosse pronunziata con addebito di colpa ad uno dei coniugi.
Difatti il coniuge cui viene addebitata la colpa potrebbe perdere il diritto al mantenimento.
Ciò è comunque possibile solo in presenza di forti contrasti e mancanze nei doveri coniugali.

Condizioni della separazione
a richiedente riferiva di essere in procinto di divorziare dal marito, e di non essere d’accordo circa le condizioni di divorzio da questo proposte.

La risposta
Nella separazione consensuale e nel divorzio congiunto, infatti, le pattuizioni economiche sono rimesse all’autonomia delle parti.
Se uno dei due coniugi non ritiene accettabili le condizioni che propone l’altro, può sempre rifiutare la “consensualizzazione” ed affrontare un procedimento contenzioso.
In mancanza di diversi accordi fra i coniugi, è necessario che entrambi rispettino il provvedimento del Tribunale relativo alle condizioni di separazione.

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Consenso per il divorzio
Il richiedente riferiva la volontà del proprio padre di chiedere alla moglie il divorzio; si domandava se fosse necessario il consenso di quest’ultima e se le condizioni stabilite al momento della separazione fossero modificabili.

La risposta
Decorsi tre anni dalla data della separazione, ciascuno dei coniugi può richiedere il divorzio, anche senza il consenso dell’altro.
Le condizioni della separazione sono sempre modificabili al mutare delle circostanze, tanto più al momento del divorzio.
Le nuove richieste di carattere economico debbono tuttavia essere dettagliatamente motivate.

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Spese mediche per il figlio minore
La richiedente, separata dal marito dal quale aveva avuto un figlio, riferiva la decisione del’ex coniuge di sottoporre il minore a cure mediche senza averla preventivamente interpellata.

La risposta
Nel caso entrambi i coniugi abbiano proceduto al riconoscimento del minore, la potestà genitoriale deve essere esercitata di comune accordo.
Qualora sia necessario sottoporre il minore a cure mediche, quindi, la decisione deve essere concordata fra i genitori e non, salvo cadi di estrema urgenza, imposta da uno solo.
Ove vi sia dissenso circa le modalità, è possibile il ricorso al Tribunale per i minorenni.

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Debiti del padre
Il richiedente riferiva che il padre aveva contratto ingenti e numerosi debiti. Chiedeva come potesse tutelarsi in modo da non dover pagare i debiti del padre alla morte di questi.
Inoltre affermava che il Comune nel quale si trovava la Casa di Riposo in cui il padre risiedeva chiedeva a lui un contributo mensile per la retta; domandava se fosse costretto a pagare tale somma.

La risposta
Relativamente alla debenza della somma richiesta dal Comune, preciso che, ai sensi dell’art. 591 c.p.c., chiunque abbandoni una persona incapace per vecchiaia della quale debba aver cura è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.
E’ inoltre previsto l’aumento della pena (di un terzo), se il reato è commesso da un figlio.
Per evitare, invece, di ereditare i debiti del padre sarebbe sufficiente rinunziare all’eredità oppure accettare ma con beneficio d’inventario.

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Decadenza della separazione
La richiedente riferiva di essersi separata consensualmente dal marito nel 2005, e di essere tornata a vivere con lui tre anni dopo.
Affermava di essersi pentita di avere tentato la riconciliazione tornando a vivere sotto lo stesso tetto con il marito e di voler procedere al divorzio.

La risposta
La separazione è uno stato transitorio e reversibile.
Ai sensi dell’art. 157 c.c., i coniugi possono far cessare gli effetti della separazione con una dichiarazione o con un comportamento incompatibile con lo stato di separazione.
Di norma riprendere la convivenza è comportamento sufficiente per far cessare gli effetti della separazione.
Tuttavia, qualora si riesca a dimostrare che, pur vivendo sotto lo stesso tetto, non si è reinstaurata la comunione di vita spirituale e materiale che caratterizza il matrimonio (cioè se di fatto la rinnovata convivenza si è svolta da “separati in casa”), gli effetti della separazione permangono.

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Diritti del padre
Il richiedente, padre di un bambino di circa 8 anni, riferiva essersi lasciato con la madre del bambino (con la quale aveva una relazione di mera convivenza, in assenza di matrimonio).
Chiedeva quali fossero i suoi diritti ed i suoi doveri nei confronti del figlio.

La risposta
La legge dispone che entrambi i genitori abbiano diritto a conservare un rapporto equilibrato con i figli ed abbiano il dovere di contribuire al mantenimento dei medesimi in base alle rispettive entrate.
Per quanto attiene il diritto di visita del genitore non convivente con il figlio nei confronti dello stesso, tale diritto viene solitamente concesso per due pomeriggi alla settimana ed a fine settimana alternati.

Diritti del padre
Il richiedente, padre di un bambino, riferiva di essersi separato dalla compagna (nonché madre del bambino) e chiedeva che diritti potesse vantare nei confronti del figlio, poiché la madre ostacolava il rapporto.
Chiedeva inoltre se dovesse passare un assegno di mantenimento alla donna, ed eventualmente l’importo di questo.

La risposta
Per ottenere il riconoscimento dei diritti-doveri del padre, riconosciuti ex lege, si potrebbe predisporre una comunicazione alla madre, al fine di trovare un bonario accordo che, eventualmente, includa anche un mantenimento.
In difetto di adesione alla proposta così formulata, temo che non rimarrebbe che rivolgersi all’Autorità Giudiziaria competente.
Per una valutazione circa il mantenimento sarebbe necessario approfondire le ulteriori circostanze patrimoniali di entrambi i genitori (entrate della madre, eventuali proprietà di entrambi).
Solo così, difatti, si potrebbe fornire un indicazione di massima dell’eventuale mantenimento.

Diritti del padre
La richiedente, divorziata con l’affidamento esclusivo del figlio minore, riferiva la volontà del filgio di non recarsi dagli assistenti sociali per incontrare il padre, sebbene ciò fosse previsto dalla sentenza di divorzio.
La stessa sottolineava come il padre del minore non si facesse sentire ne’ vedere da 5 anni e non provvedesse da 10 anni al mantenimento.

La risposta
In linea di massima non è plausibile obbligare il minore a vedere il padre, qualora il ragazzo rifiuti coscientemente e consapevolmente gli incontri: il diritto di visita, difatti, è stabilito nell’esclusivo interesse del minore.

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Divorzio
La richiedente chiedeva quale fosse l’iter da seguire per ottenere il divorzio.
Inoltre affermava che il marito non corrispondeva gli assegni per il mantenimento della figlia, e chiedeva se potesse ottenere la revoca dell’affidamento congiunto e la pronuncia dell’affidamento esclusivo.

La risposta
Il provvedimento che sancisce la separazione costituisce titolo esecutivo per procedere all’esecuzione forzata dell’obbligo di mantenimento.
In caso di mancato versamento spontaneo, si potrebbe procedere, quindi, al pignoramento dello stipendio.
Relativamente al divorzio, è necessario presentare ricorso al Tribunale affinché lo stesso pronunzi lo scioglimento del matrimonio civile o la cessazione degli effetti del matrimonio concordatario.

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Divorzio all’estero
La richiedente, di nazionalità marocchina, riferiva di aver stipulato un atto di divorzio nel Paese di provenienza, e intendeva far valere tale atto anche in Italia.

La risposta
Quando il divorzio viene pronunziato all’estero, la sentenza risulta efficace in Italia ai sensi dell’art. 65 L. 31 maggio 1995 n. 218.
Dovrebbe essere sufficiente effettuare una asseverazione (traduzione giurata) del provvedimento di divorzio e presentarlo all’Ufficiale dello stato civile presso il Suo comune di residenza affinché annoti il cambio di stato che Le consentirà di convenire a nuove nozze.

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Divorzio congiunto
La richiedente riferiva di voler divorziare consensualmente dal marito e di avere due figli a carico.

La risposta
In caso di divorzio congiunto, le condizioni economiche debbono essere stabilite dai coniugi di comune accordo.
Il Tribunale, tuttavia, effettuerà una valutazione sull’adeguatezza delle condizioni relativamente al mantenimento dei figli.

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Divorzio da un cittadino straniero
La richiedente, cittadina italiana, si separava consensualmente dal marito, cittadino straniero, ed intendeva procedere al divorzio anche se l’ex-coniuge non fosse rientrato in Italia per la causa.

La risposta
La domanda di divorzio può essere presentata anche individualmente da uno dei due coniugi.
Il ricorso andrà poi notificato all’altro coniuge ai sensi di legge.
Qualora questi non ritenga di comparire all’udienza fissata dal Presidente del Tribunale sarà possibile procedere in sua dichiarata contumacia.

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Divorzio e mantenimento
La richiedente riferiva di essere separata dal coniuge dal quale aveva avuto una figlia, e di ricevere un assegno di mantenimento per se’ e uno per la figlia.
Il marito intendeva chiedere il divorzio, cessando la corresponsione dell’assegno di mantenimento alla moglie ma mantenendo quello della figlia.

La risposta
In caso di divorzio, il coniuge può subordinare l’accoglimento della rinuncia all’assegno di mantenimento alla condizione che il mantenimento del figlio minore venga incrementato.

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Matrimonio e cittadinanza
Il richiedente, cittadino italiano, riferiva la volontà di contrarre matrimonio con una cittadina ucraina.
La donna manifestava però la sua intenzione di mantenere la nazionalità ucraina.

La risposta
Per ottenere la cittadinanza italiana a seguito di un matrimonio è necessario effettuare richiesta presso l’Autorità competente (Prefetto).
Senza tale richiesta la cittadinanza non viene concessa in modo automatico.
Ad oggi non mi risulta che l’Ucraina consenta la doppia cittadinanza, perciò se un cittadino ucraino conseguisse la cittadinanza italiana e cià fosse portato a conoscenza delle autorità ucraine, perderebbe la precedente cittadinanza.
In caso di matrimonio tra un cittadino italiano ed una cittadina di altrà nazionalità, è da sottolineare che l’assegnazione della pensione di reversibilità dovrebbe prescindere dalla cittadinanza italiana

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Modifica delle condizioni di separazione
La richiedente, disoccupata, riferiva di percepire Euro 400,00 a titolo di assegno di mantenimento per i tre figli avuti dall’ex-coniuge, e affermava di aver intrapreso una convivenza.
Si chiedeva se la convivenza potesse influire sull’importo del mantenimento.

La risposta
La modifica delle condizioni di separazione è sempre possibili nel momento in cui vi siano delle mutazioni nelle circostanze di fatto tali da richiedere un adeguamento del mantenimento.
Anche il semplice passaggio dei figli ad un età maggiore, con tutte le esigenze che questo comporta, potrebbe essere ritenuto un cambiamento sufficiente.
La nuova eventuale convivenza del coniuge che percepisce il mantenimento non inficia la possibilità di richiedere un conguaglio del mantenimento dei figli, potendo tutt’al più diminuire la fondatezza di eventuali richieste inerenti al mantenimento del coniuge stesso.

Modifica delle condizioni di separazione
Il richiedente riferiva di non riuscire a corrispondere il mantenimento per i figli, avendo uno stipendio molto basso, e chiedeva se potesse domandare al Giudice una riduzione dell’importo del mantenimento.

La risposta
La modifica delle condizioni di separazione è sempre possibile nel momento in cui vi siano delle mutazioni nelle circostanze di fatto tali da richiedere un adeguamento del mantenimento.
Se le condizioni reddituali del coniuge obbligato a corrispondere il mantenimento sono immutate rispetto al giorno della separazione, potrebbero non esservi margini per richiedere una modifica.
Diversamente, se ci fosse stata una riduzione delle entrate, si potrebbe richiedere un adeguamento delle condizioni di separazione.

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Rette della casa di riposo
Il richiedente riferiva che il suocero, vedovo, era ricoverato preso una casa di riposo ed era proprietario di metà + 4/6 di un immobile.
Dell’immobile in questione i restanti 2/6 erano di proprietà della moglie del ricorrente (1/6) e del fratello della stessa (1/6).
Il richiedente affermava che il fratello della moglie non aveva mai contribuito a pagare le rette della casa di riposo; riferiva però di avere problemi economici e manifestava la sua intenzione di vendere l’immobile, anche senza il consenso del fratello della moglie.

La risposta
Ai sensi dell’art. 1108 III comma del Codice civile, nel caso di immobile di proprietà comune, per la vendita è necessario il consenso di tutti i partecipanti alla comunione.
Ogni comproprietario, tuttavia, può alienare la propria quota o chiedere lo scioglimento della comunione mediante divisione.
Circa la situazione del suocero, se le circostanze lo consentono, potrebbe risultare opportuno instaurare un procedimento per l’interdizione e la nomina di un tutore, al fine di consentire a questi di provvedere alle spese, anche mediante alienazione di una quota più consistente dell’immobile.
Da ultimo, rilevo che, circa la suocera defunta, sarebbe necessaria l’apertura della successione e la divisione tra gli eredi della quota di proprietà dell’immobile.

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Rette scolastiche e divorzio
La richiedente riferiva di essere divorziata dal padre di suo figlio, il quale era tenuto al pagamento del 50 % delle spese straordinarie per lo stesso.
L’ex marito si rifiutava però di pagare le spese per la retta scolastica del figlio, ritenendo che queste fossero da considerare ordinarie.

La risposta
La legge sul divorzio all’articolo 6 afferma che il Tribunale stabilisce la misura ed il modo con cui il genitore non affidatario deve contribuire al mantenimento, all’istruzione e all’educazione dei figli, nonché le modalità di esercizio dei suoi diritti nei rapporti con essi
Nel caso nel provvedimento non sia specificata la sorte delle spese scolastiche, per ottenerne il rimborso, potrebbe essere necessario instaurare un procedimento di modifica delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, ai sensi dell’art. 155 ter.
Per farlo è necessario valutare l’esistenza dei presupposti.
Ciò può essere fatto solo con un approfondito esame degli atti della causa, della corrispondenza e delle situazioni di fatto.

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Separazione con addebito
La richiedente aveva chiesto la separazione con addebito a suo marito in seguito alla scoperta dei continui tradimenti dello stesso.
Il marito due anni prima aveva chiesto la separazione, la quale era però caduta nel nulla in seguito ad una loro riconciliazione. La motivazione addotta dal marito per quella richiesta era da questo identificata nel rifiuto della moglie ad avere rapporti sessuali con lui; la moglie tuttavia riferiva che tali rifiuti erano sporadici e causati dal cattivo comportamento di lui.

La risposta
L’addebito della separazione può essere dichiarato in caso di inadempimento dei doveri coniugali tale da provocare la crisi coniugale e la conseguente intollerabilità della prosecuzione della convivenza.
Il rifiuto dei rapporti sessuali se continuativo e prolungato nel tempo può costituire motivo di addebito.
In tal senso si è pronunziata anche la Suprema Corte, con sentenza 24 gennaio-23 marzo 2005 n. 6276: “Nell’ipotesi in cui i fatti accertati a carico di un coniuge (nella specie, il rifiuto di intrattenere rapporti affettivi e sessuali con il coniuge per sette anni) integrino violazione di norme di condotta imperative e inderogabili, in quanto si traducano nell’aggressione a beni e diritti fondamentali della persona, quali l’incolumità e l’integrità fisica, morale e sociale e la dignità dell’altro coniuge, così superando la soglia minima di solidarietà e di rispetto per la personalità del partner, essi sfuggono a ogni giudizio di comparazione, non potendo in alcun modo essere giustificati come atti di reazione o ritorsione rispetto al comportamento dell’altro”.
Si può tuttavia rilevare, da tale sentenza, come i Giudici di legittimità abbiano dichiarato lesivo dei doveri coniugali il rifiuto di rapporti sessuali quando “sfugge a ogni giudizio di comparazione”, non già in ogni caso.
Di talché ben potrebbe sostenersi che il Suo rifiuto fosse motivato dall’irascibilità del coniuge e comunque che le modalità dello stesso non fossero tali (per occasionalità) da tradursi in una lesione ai diritti fondamentali del coniuge medesimo.
D’altro canto, invece, il tradimento è chiaramente una violazione di uno dei doveri fondamentali derivanti dal matrimonio (art. 143 c.c.) e, se tale da minare la comunione materiale e spirituale che deve caratterizzare il matrimonio, costituisce motivo per l’addebito.
Ed anche nell’ipotesi in cui siano entrambi i coniugi a violare i doveri che discendono dal matrimonio il Giudice deve procedere ad un raffronto dei comportamenti tenuti da entrambe le parti per valutare quale sia stato (ed in quale misura) alla base della crisi (Cass. 6697/09).

Separazione con addebito
La richiedente, di nazionalità marocchina, riferiva di essersi stabilita in Italia nel 1990 e di aver sposato nel 2208 un suo connazionale residente in Marocco, il quale nel 2009 la raggiungeva in Italia.
La stessa rimaneva incinta, e il compagno decideva di comune accordo con la stessa di trascorrere a Roma una settimana presso il proprio fratello. Di fatto però si veniva ad interrompere ogni contatto tra i coniugi per volontà del marito, e la ricorrente si trovava nella condizione di non sapere come comuncare con questo.
Per questo motivo riferiva la sua volontà di separarsi.

La risposta
La violazione delle disposizioni normative di cui al Codice Civile in materia di matrimonio e filiazione può essere una legittima causa per richiedere l’addebito della separazione al coniuge indempiente.

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Separazione e moglie irreperibile
Il richiedente riferiva di avere intenzione di proporre la domanda di separazione personale dalla moglie, ma di non sapere dove questa vivesse in quanto aveva abbandonato la casa familiare.

La risposta
La domanda di separazione personale si propone al Tribunale del luogo dell’ultima residenza comune dei coniugi o, in mancanza, del luogo in cui il coniuge convenuto ha la residenza o il domicilio.
Se il coniuge convenuto risulta irreperibile, la domanda si propone al Tribunale del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente.

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Separazione e mutuo
Il richiedente riferiva di volersi separare dalla prppria compagna, dalla quale aveva avuto una figlia.
Affermava di essere comproprietario con la compagna della casa in cui vivevano, e chiedeva se doveva continuare a pagare la sua parte del mutuo anche nel caso in cui lasciasse l’immobile.

La risposta
La situazione è giuridicamente complessa, difatti solitamente in caso di separazione si tende a trovare un accordo per la spartizione o la vendita dei beni in comune.
Da un punto di vista privatistico, essendo l’immobile in comunione, entrambi i coniugi avrebbero diritto di disporne senza limitare l’utilizzo da parte del comproprietario.
Tuttavia, nel momento in cui uno dei due coniugi si allontanasse da casa per trasferirsi altrove, l’immobile resterebbe de facto nella disponibilità di uno solo dei due coniugi, il quale potrebbe denunziare l’altro per violazione di domicilio (art. 614 c.p.) qualora si introducesse clandestinamente e senza permesso in casa.
Fintantoché l’immobile risulta di proprietà del coniuge che non risiede nella casa coniugale, seppur parzialmente, è tenuto al pagamento delle rate del mutuo.
Perciò risulterebbe opportuno trovare un accordo circa l’immobile (vendita all’ex convivente o a terzi).

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Separazione giudiziale
Il richiedente scopriva che la moglie, la quale aveva richiesto la separazione, si era infatuata di un altro uomo.

La risposta
Nel caso di separazione giudiziale, cioè quando i coniugi non concordano sulle condizioni, devono essere considerati diversi elementi: il mantenimento dei figli, le differenti condizioni reddituali dei coniugi, la colpa.
Il Tribunale, in assenza di addebito della separazione, tende ad uniformare le condizioni dei coniugi ed a distribuire il mantenimento della prole.
Perciò, se un coniuge ha capacità reddituali inferiori all’altro, sarà facile che il Tribunale disponga a carico del coniuge con maggiori possibilità economiche un onere di mantenimento che potrebbe anche incidere in maniera consistente sulle entrate di questo.
Differente, invece, sarebbe l’esito se la separazione fosse pronunziata con addebito di colpa ad uno dei coniugi.
Tale pronunzia diviene possibile quando l’altro coniuge è responsabile di inadempimento ai doveri coniugali (ad es. infedeltà).
Qualora, quindi, vi fossero le prove di tale inadempimento la pronuncia potrebbe addebitare la responsabilità della separazione al coniuge inadempiente, con l’esclusione del mantenimento del medesimo.

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Separazione o comunione dei beni
La richiedente riferiva la sua intenzione di contrarre matrimonio con rito religioso, e si domandava quale fosse il regime patrimoniale migliore da adottare.
Riferiva che la suocera, separata con 2 figli, aveva grandi problemi con il gioco d’azzardo, e temeva che in caso di morte della stessa i debiti potessero ricadere su di lei e sul marito.

La risposta
In caso di decesso della suocera, qualora fossero ancora impagati i debiti contratti dalla medesima, tali debiti ricadrebbero nell’asse ereditario.
L’eredità, difatti, è costituita dalla totalità dei rapporti attivi e passivi facenti capo al soggetto che decede.
Nel momento in cui il coniuge fosse chiamato all’eredità avrebbe la possibilità d’accettarla con beneficio d’inventario.
In tal modo terrebbe separato il patrimonio della defunta dal proprio e, ai sensi dell’art. 490 c.c., non sarebbe tenuto ad onorare i debiti della madre oltre il valore dei beni dalla stessa ricevuti.
Quando, invece, si accettasse sic et simpliciter l’eredità, si verificherebbe la confusione del patrimonio della madre con il proprio e, di conseguenza, risponderebbe illimitatamente dei debiti (ovviamente per la quota di eredità che gli dovesse pervenire, concorrendo alla successione un fratello).
Se, poi, vigesse il regime di comunione dei beni, potrebbe esservi la possibilità che i creditori avanzino pretese sui Suoi beni.
Pur essendo sufficiente che il marito accetti l’eredità con beneficio d’inventario, per una maggior tutela è opportuna optare per il regime di separazione dei beni.

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Sospensione del mantenimento
Il richiendente riferiva che con la sentenza di divorzio era stato posto a suo carico un assegno di mantenimento per il figlio, all’epoca minorenne.
Riferiva che il figlio era nel frattempo divenuto maggiorenne ed aveva trovato un lavoro, seppure a tempo determinato, e per tali ragioni manifestava la sua volontà di sospendere la corresponsione del mantenimento.

La risposta
Dal momento che il mantenimento è stabilito tramite un provvedimento giudiziario a favore di uno dei due ex-coniugi, lo stesso può essere interrotto solo nel caso in cui l’altro ex-coniuge sia d’accordo oppure a seguito di un provvedimento del Tribunale che modifichi la sentenza precedente.

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Spese mediche per il figlio minore
Il richiedente riferiva che la ex moglie aveva speso 5.000 Euro per visite dal dentista per il figlio; chiedeva se dovesse pagarne la metà a titolo di spese straordinarie sebbene tale spesa fosse ingente in considerazione del suo stipendio.

La risposta
Per rispondere motivatamente al quesito è necessario esaminare il provvedimento del Tribunale.
Difatti se la condizione per il rimborso delle spese straordinarie è la mera documentazione delle stesse, ritengo che non vi sia modo per sottrarsi al pagamento.
Se, invece, è stabilito che le spese straordinarie siano previamente concordate vi potrebbe essere la possibilità di rifiutare il rimborso.
Tuttavia, prima di valutare tale opzione, è necessario valutare la necessarietà ed urgenza dell’intervento, la conformità al tenore di vita familiare ed alle esigenze del figlio.
Ove l’intervento fosse necessario e comunque commisurato al tenore di vita familiare, potrebbe comunque esservi l’obbligo di rimborso.
In ogni caso, attesa la mancata consultazione e l’importo in questione, potrebbe sempre concordare con la madre un rimborso rateale.

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LAVORO

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Contratto a progetto
Il richiedente riferiva di aver sottoscritto un contratto a progetto a suo avviso non conforme, in quanto il progetto non risultava definito e il compenso veniva calcolato in base ai giorni di effettivo lavoro (quindi ferie, malattia e permessi non venivano retribuiti).

La risposta
Il c.d. contratto a progetto trova la sua disciplina normativa nel D.lgs 276/03 ed è caratterizzato:
– dall’esistenza di un progetto che il lavoratore deve realizzare od eseguire (oppure di un programma finalizzato ad un risultato destinato ad essere integrato da altre lavorazioni);
– dall’autonomia nella gestione di tempi e spazi da parte del lavoratore in funzione del risultato;
– dal mero coordinamento (non dipendenza) con il committente;
– da una durata determinabile;
– dall’irrilevanza del tempo impiegato per l’esecuzione della prestazione (ciò che conta è quindi il risultato);
– dall’assenza di un vincolo di subordinazione.

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Contratto co.co.pro
Il richiedente riferiva che l’agenzia con la quale aveva stipulato un contratto co co pro aveva effettuato il recesso dal contratto, pagando l’indennità per mancato preavviso.
Riferiva però che, nella vigenza del contratto, lavorava 6 giorni alla settimana, per circo 9 ore al giorno, e lo stipendio era comunque non proporzionato.
Chiedeva come potesse far valere i suoi diritti e richiedere un risarcimento.

La risposta
In linea di massima, il collaboratore assunto con contratto co.co.pro., presta la sua opera in autonomia e non è soggetto al rapporto di subordinazione rispetto al datore di lavoro.
Al collaboratore viene richiesta la realizzazione di un progetto o di un programma di lavoro, indicato nel contratto; il datore di lavoro è da considerarsi solamente come committente che deve valutare l’operato in base al risultato ottenuto, senza poter sindacare sul tempo impiegato per l’esecuzione della prestazione.
Da quanto espone parrebbe invece possibile inquadrare la fattispecie nell’alveo del lavoro dipendente.
Potrebbe quindi, in linea teorica, far ricorso al Giudice del lavoro per vedersi riconosciuta la diversa qualifica lavorativa corrispondente all’attività da Lei svolta.

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Contratto di apprendistato
La richiedente riferiva di essere stata assunta con regolare contratto di apprendistato e di aver ricevuto nel corso del periodo lavorativo elogi e complimenti dalla propria superiore.
Ciò nonostante, in prossimità della scadenza del contratto le veniva chiesto di firmare una lettera nella quale si sanciva il termine del suo rapporto di lavoro alla scadenza del contratto.
Manifestava la volontà di avere un colloquio con i responsabili della sua superiore al fine di lamentarsi del comportamento della stessa.

La risposta
Il contratto di apprendistato è regolato da numerose disposizioni normative, tra cui il Codice civile, la L. 19.01.1955 n. 25, la L. 24.06.1997 n. 196, la L. 247 del 24 dicembre 2007 ed il D.Lvo 276/03.
In particolare, tale ultimo decreto, all’art. 49, stabilisce che il datore di lavoro abbia la facoltà di recedere dal rapporto lavorativo al termine del periodo di apprendistato concordato, dando un preavviso congruo.
E’ comunque da ricordare come, ai sensi delle norme generali sui contrtti, art. 1375 c.c., i contraenti devono attentersi ai principi di correttezza e buona fede.
E’ opportuno poi ricordare che l’offesa dell’altrui reputazione è punita dall’art.595 c.p. (diffamazione).

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Incidente in itinere
Il richiedente riferiva di aver subito un sinistro lungo il percorso dall’abitazione al luogo di lavoro.
L’Inail, tuttavia, non riconosceva alcun risarcimento, dato l’utilizzo dell’autovettura privata da parte del richiedente.
Di talché questi proponeva ricorso amministrativo, dal momento che, per ragioni di lunghezza del percorso e di salute, comprovate da certificati medici, era indispensabile l’utilizzo dell’automobile rispetto ai servizi pubblici.
Chiedeva come comportarsi nelle more del procedimento amministrativo e se convenisse instaurare un giudizio ordinario.

La risposta
La fattispecie in oggetto trova la sua disciplina normativa principalmente nel D. Lgs. n. 38 del 23 febbraio 2000.
Attualmente il c.d. infortunio in itinere risulta tutelato qualunque sia (o quasi) l’attività per la quale il lavoratore è assicurato.
Nell’assicurazione sono ricompresi tutti gli infortuni subiti nel normale percorso dall’abitazione al luogo di lavoro e ritorno, sia che tale spostamento avvenga a piedi sia che avvenga con mezzi pubblici.
Per quanto riguarda l’uso di mezzo privato esso deve essere effettivamente “necessario” perché vi sia il diritto al risarcimento.
Le considerazioni effettuate in merito alle motivazioni dell’uso del mezzo privato ben potrebbero costituire giustificato motivo per l’utilizzo dello stesso, attenendo alle modalità di fornitura del servizio pubblico (Cassazione sent. n. 21911/2005), alle esigenze di vita del lavoratore (Cass. 11692/2005 e 1137/2005) ed alla durata del tragitto (Cass. 10468/2002).
Per quanto concerne la procedibilità dell’azione giudiziaria, è sufficiente, ai sensi dell’art 443 c.p.c., il decorso di 180 giorni dalla data in cui sia stato proposto il ricorso amministrativo.

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Malattia nel lavoro
Il richiedente desiderava conoscere il numero di giorni di malattia riconosciuti dal CCNL Tessile e le relative previsioni normative.

La risposta
Secondo l’art 2110 c.c. la malattia determina la sospensione del rapporto di lavoro e legittima l’assenza del dipendente.
Per malattia si intende ogni alterazione dello stato di salute che comporti un’incapacità al lavoro, ad esclusione dei casi che rientrano nella normativa sugli infortuni sul lavoro e le malattie professionali.
Il lavoratore assente per malattia deve comunicare tempestivamente al datore di lavoro il suo stato, nei termini e nei modi stabiliti dai contratti collettivi e sottoporsi a visita del proprio medico curante il quale rilascia un certificato. Tale certificato, entro due giorni dal rilascio, deve essere trasmesso in copia al datore di lavoro indicando il domicilio durante la malattia.
I contratti tessili (industria e artigianato), ai relativi artt. 104 prevedono che “durante la malattia, il lavoratore non in prova ha diritto alla conservazione del posto per un periodo massimo di 180 giorni in un anno solare, trascorso il quale, perdurando la malattia, il datore di lavoro potrà procedere al licenziamento”.
Sempre ai sensi dei predetti contratti, le indennità di malattia (espresse in percentuale della retribuzione giornaliera), corrisposte dall’INPS ed integrate dal datore di lavoro, sono le seguenti:
100% (cento per cento) per i primi tre giorni (periodo di carenza);
75% (settantacinque per cento) per i giorni dal 4° al 20°;
100% (cento per cento) per i giorni dal 21° in poi.

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Pignoramento della pensione
Il richiedente domandava se nel pignoramento presso terzi di un credito per pensione erogata dall’inps, tale ente dovesse comparire in udienza per rendere la dichiarazione di cui all’art. 547 c.p.c. ovvero potesse inviarla a mezzo raccomandata.

La risposta
L’art. 543 c.p.c. prevede che il creditore che richiede il pignoramento inviti il terzo a comparire quando il pignoramento riguarda crediti di cui all’art. 545 c.p.c. commi III e IV, mentre negli altri casi lo inviti a comunicare a mezzo raccomandata la propria dichiarazione.
I crediti per i quali il terzo deve rendere la dichiarazione in udienza riguardano “le somme dovute a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o impiego”.
Le pensioni e le indennità erogate dall’Inps sono equiparabili, per funzione, scopo e disciplina, alle somme di cui sopra; pertanto nel redigere atti di pignoramento presso terzi a carico degli enti di assistenza e previdenza, reputo opportuno invitare il terzo a comparire per rendere la dichiarazione.
Di talché ritengo che l’Inps debba comparire all’udienza mediante proprio delegato.
Atteso il fatto che la riforma che ha introdotto la dichiarazione a mezzo raccomandata risale appena al 2006, evidenzio l’assenza di giurisprudenza di legittimità in merito.

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Perdita di grado
Il richiedente, militare in congedo, riferiva la pendenza di un procedimento disciplinare a suo carico, all’esito del quale una possibile sanzione avrebbe potuto essere quella della perdita di grado.
Domandava se tale perdita avrebbe potuto incidere sulla misura della sua pensione.

La risposta
La normativa che prevedeva la perdita o riduzione della pensione per i militari cessati dal servizio per fatti disciplinari è stata dapprima dichiarata costituzionalmente illegittima e, successivamente, abrogata.
Tuttavia, nella disciplina previdenziale militare, la base pensionabile, tanto per le pensioni normali che per quelle privilegiate, è costituita dall’ultimo stipendio o paga.
In entrambi i casi può, quindi, verificarsi che eventuali sanzioni disciplinari che implichino la perdita di grado, e per l’effetto una riduzione del trattamento economico, finiscano per avere effetti indiretti sulla misura della pensione.
Ciò è diverso dal disporre, come facevano le norme abrogate, che il trattamento pensionistico dovesse essere ridotto in conseguenza dell’irrogazione delle predette sanzioni ovvero di condanne penali.

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Indennità di disoccupazione
Il richiedente riferiva che, dopo aver lavorato per anni alle dipendenze di una medesima società, si era licenziato da circa un anno.
Chiedeva, quindi, se potesse fare richiesta del sussidio per la disoccupazione.

La risposta
Le norme che regolano lo stato di disoccupazione ed il relativo sussidio sono, principalmente, il Regio Decreto Legge 19 Ottobre 1919, n. 2214, il Regio Decreto Legge 14 aprile 1939, n. 636, il decreto-legge 21 marzo 1988, n. 86, la Legge 80/05 e le relative modifiche ed integrazioni.
In relazione alla disoccupazione puntualizzo che, a seguito dell’istituzione con R.D.L. n. 2214/19 dell’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione, l’indennità viene corrisposta all’assicurato in stato di disoccupazione involontaria per mancanza di lavoro.
L’indennità di disoccupazione ordinaria viene corrisposta al lavoratore licenziato, ma non a quello dimessosi volontariamente, con la sola eccezione della lavoratrice in maternità nonché del lavoratore che ha presentato le sue dimissioni per giusta causa (mancato pagamento, molestie, demansionamento, mobbing).
Per richiedere l’indennità di disoccupazione il lavoratore deve dimostrare di avere almeno due anni di assicurazione per la disoccupazione involontaria (nel senso che devono essere trascorsi almeno due anni dal versamento del primo contributo) oppure almeno 52 contributi settimanali nel biennio precedente la data di cessazione del rapporto di lavoro.
La domanda per ottenere l’indennità di disoccupazione deve essere presentata al Centro per l’impiego oppure all’Inps, utilizzando il modello DS21, entro il termine massimo di 68 giorni dal licenziamento, che divengono 98 giorni, in caso di licenziamento per giusta causa.
Nel caso di specie il termine per richiedere il sussidio risultava ormai decorso.

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Mobilità
Il richiedente domandava quali fossero le norme ed i presupposti per la messa in mobilità.

La risposta
L’istituto della mobilità, previsto dalla Legge 223/91, è uno strumento per gestire i lavoratori in esubero, attraverso l’interruzione del rapporto di lavoro con l’azienda, cui segue la messa in mobilità e l’iscrizione in apposite liste.
La procedura di mobilità può essere attuata in due casi.
Il primo riguarda l’impresa che, ammessa al trattamento di cassa integrazione straordinaria, ritenga di non essere in grado di garantire il reimpiego a tutti i lavoratori sospesi e di non poter ricorrere alle misure alternative previste dalla legge.
Il secondo, invece, si verifica quando l’impresa, con più di quindici dipendenti, intenda effettuare, in conseguenza di una riduzione o di trasformazione di attività, almeno cinque licenziamenti nell’arco di 120 giorni.
L’azienda che intende procedere alla collocazione in mobilità del proprio personale dipendente deve darne comunicazione ai rappresentanti sindacali aziendali ed alle organizzazioni sindacali provinciali di categoria aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale.
L’intera procedura dovrà esaurirsi entro quarantacinque giorni dalla data di ricevimento della comunicazione dell’impresa.
In caso di mancato accordo sindacale l’impresa dovrà darne comunicazione all’Ufficio provinciale del Lavoro, che, entro trenta giorni, convocherà le parti per un ulteriore esame della materia, formulando a riguardo proposte per l’attuazione di un accordo.
Raggiunto l’accordo con i sindacati ovvero decorsi i termini, l’azienda può procedere al licenziamento.
La comunicazione della cessazione del rapporto deve essere effettuata in forma scritta ad ogni singolo lavoratore.
I lavoratori licenziati entrano a far parte delle liste di mobilità.
La legge affida ad accordi sindacali l’individuazione dei criteri di scelta dei lavoratori da licenziare.
Tali criteri tuttavia non potranno contrastare norme inderogabili di legge.
In assenza di accordi i lavoratori verranno scelti in base ai seguenti criteri, in concorso tra di loro:
a) carichi familiari
b) anzianità
c) esigenze tecniche, produttive e organizzative.

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Liquidazione del lavoratore
Il richiedente domandava quali fossero i casi in cui il lavoratore avesse diritto alla liquidazione o ad un anticipo della stessa.

La risposta
La “liquidazione” può essere richiesta in caso di fine del rapporto di lavoro (dimissioni, licenziamento, ecc…).
In ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, il prestatore di lavoro ha infatti diritto ad un trattamento di fine rapporto.
Tale trattamento si calcola sommando per ciascun anno di servizio una quota pari e comunque non superiore all’importo della retribuzione dovuta per l’anno stesso divisa per 13,5.
Vi sono però dei casi in cui si può chiedere un anticipo della liquidazione: in particolare quando il lavoratore deve sostenere eventuali spese sanitarie per terapie e interventi straordinari riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche oppure intende acquistare la prima casa di abitazione per sé o per i figli; tale acquisto deve essere documentato con atto notarile.
In questi casi il lavoratore, con almeno otto anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro, può chiedere, in costanza di rapporto di lavoro, una anticipazione non superiore al 70 per cento sul trattamento cui avrebbe diritto nel caso di cessazione del rapporto alla data della richiesta.

Liquidazione del lavoratore
Il richiedente riferiva di aver ricevuto solo 1/4 del tfr che doveva essergli corrisposto a distanza di un anno dalla cessazione del rapporto di lavoro.

La risposta
Il diritto al TFR sorge al momento della cessazione del rapporto di lavoro e si prescrive in cinque anni (decorso tale termine, in assenza di cause di interruzione della prescrizione il credito viene meno).
Le difficoltà economiche del datore di lavoro non sono una giustificazione per il ritardo nel pagamento.

Liquidazione del lavoratore
La richiedente si licenziava dal posto di lavoro e attendeva la liquidazione.

La risposta
Il trattamento di fine rapporto risulta dovuto in ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro.
La normativa non dispone esplicitamente un termine entro il quale deve essere corrisposta tale liquidazione.
Tuttavia, con sentenza n. 4822 del 4 aprile 2002, la Corte di Cassazione osserva che l’art. 2120 c.c. (che dispone il diritto al TFR) non lascia dubbio sulla circostanza che l’obbligazione trova fonte nella cessazione del rapporto che ne rappresenta, quindi, il momento genetico a partire dal quale deve essere adempiuta.
La Cassazione continua osservando che, quand’anche non si consideri tale articolo come produttivo di un obbligo immediato, dev’essere considerato l’art. 1183, comma 1, c.c., che stabilisce che “se non è determinato il tempo in cui la prestazione deve essere eseguita, il creditore può esigerla immediatamente”.
Di talché pare che il diritto alla liquidazione sorga nel momento stesso della cessazione del rapporto di lavoro.
Si evidenzi, per esaustività, che ai sensi dell’art. 2948 c.c. il diritto al TFR si prescrive in cinque anni.

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Dimissioni estorte
Il richiedente, lavoratore presso una società, riferiva di essere stato costretto a sottoscrivere una risoluzione consensuale del contratto di lavoro dietro minaccia di licenziamento ingiusto.
Chiedeva quali fossero le possibili tutele legali.

La risposta
In linea teorica un accordo di risoluzione consensuale ottenuto tramite minaccia sarebbe annullabile.
L’azione volta ad ottenerne l’annullamento si prescrive in cinque anni ai sensi dell’art. 1442 c.c.
A seguito dell’annullamento si potrebbe ottenere quindi la reintegrazione nel posto di lavoro.
In tal senso si è anche recentemente espressa la Sezione Lavoro della Cassazione, con sentenza n. 24405/08: “Le dimissioni del lavoratore, rassegnate sotto minaccia di licenziamento per giusta causa, sono suscettibili di essere annullate per violenza morale solo qualora la stessa venga accertata – e il relativo onere probatorio è carico del lavoratore”.
All’atto pratico, le difficoltà di una controversia di questo tipo sarebbero tuttavia notevoli: ricadrebbe infatti sul dipendente il difficile compito di provare che risoluzione consensuale è stata ottenuta mediante vis compulsiva ossia minaccia di un danno ingiusto.

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Dimissioni estorte
La richiedente riferiva che, a seguito di complicazioni incorse durante la gravidanza, aveva usufruito in un primo momento della malattia al fine di non recarsi sul posto di lavoro, ed in seguito di essere andata in maternità anticipata.
Si chiedeva come questo dovesse influire sulla sua tradicesima.

La risposta
La tredicesima viene calcolata sulla base della retribuzione mensile per ogni mese dell’anno.
La retribuzione per la maternità obbligatoria viene interamente conteggiata.
Diversamente, la retribuzione per la maternità facoltativa può essere non conteggiata o conteggiata solo parzialmente.
Difatti l’art. art. 34, comma 5, del d. lgs. 151/2001, che “i periodi di congedo parentale sono computati nell’anzianità di servizio, esclusi gli effetti relativi alle ferie e alla tredicesima mensilità o alla gratifica natalizia”.
Tuttavia tale disposizione può essere derogata dal CCNL di riferimento.

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Causa di lavoro
La richiedente riferiva di essere risultata soccombente in Cassazione in una causa di lavoro durata 11 anni.
Riferiva di essersi rivolta al sindacato CISL, e di aver dovuto sostenere solamente le spese per la tessera sindacale; affermava inoltre di aver ricevuto rassicurazioni dal sindacato il quale aveva garantito che in caso di soccombenza non avrebbe dovuto pagare nulla, essendo tutelata dal sindacato stesso.
La richiedente veniva però contattata dal suo legale, il quale le comunicava la perdita nella causa e l’onere a suo carico di pagare le spese processuali.

La risposta
All’esito di un processo, l’Autorità Giudiziaria può condannare la parte soccombente al pagamento delle spese processuali.
Tali spese, liquidate nella sentenza, consistono nelle imposte e negli onorari dell’avvocato della controparte.
Nel caso in cui ci si sia avvalsi di un sindacato, sarebbe opportuni contattare il sindacato stesso per verificare se l’assicurazione copre queste spese.
In caso contrario, essendo la Cassazione l’ultimo grado di giudizio, potrebbe risultare impossibile ogni forma di impugnazione del provvedimento emesso.

Causa di lavoro
La richiedente riferiva di essersi rivolta al proprio sindacato poiché la ditta per la quale lavorava non le aveva corrisposto lo stipendio, i contributi ed il TFR.
Affermava che era stato emesso un decreto ingiuntivo, ma nulla era cambiato; chiedeva quindi i tempi standard per ottenere giudizialmente quanto a lei dovuto.

La risposta
In linea di massima indico di seguito i tempi delle diverse fasi:
– redazione e deposito del ricorso per decreto ingiuntivo: 1-2 settimane
– emissione del decreto: 1 mese
– copie e notifica: 2 settimane
dopo 40 giorni dalla notifica, ove non sia stata presentata opposizione il decreto diviene esecutivo.
– richiesta e rilascio formula esecutiva: 3-4 settimane
– redazione e notifica precetto: 2 settimane
dopo 10 giorni è possibile iniziare l’azione esecutiva (pignoramento).
Per complessivi 4 mesi e mezzo.
Purtroppo sovente le tempistiche si allungano soprattutto nelle fasi in cui è coinvolta la Cancelleria, a causa della mancanza di personale.
Le tempistiche appaiono tutto sommato “standard”.
Forse tramite l’utilizzo della procedura telematica si sarebbero potuti abbreviare i tempi.
Il fatto di essersi rivolta ai sindacati potrebbe aver, invece, dilazionato i tempi, atteso l’ulteriore soggetto interessato.
Rivolgersi ad un altro avvocato è sempre possibile, tuttavia potrebbe risultare antieconomico.

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Certificato di malattia
La richiedente riferiva di essere intenzionata di sottoporsi alla procreazione assistita all’estero per la seconda volta.
Chiedeva se le spettassero i giorni di riposo necessari per cure e accertamenti medici all’estero, affermando che il suo medico di base si rifiutava di sottoscrivere il certificato medico.

La risposta
La legge 40/04 ha riconosciuto implicitamente la natura di trattamento medico alle cure dell’infertilità, stabilendo al comma 2 che “Il ricorso alla procreazione medicalmente assistita è consentito qualora non vi siano altri metodi terapeutici efficaci per rimuovere le cause di sterilità o infertilità”.
Il trattamento giustifica, quindi, l’assenza dal lavoro a titolo di malattia.
La durata della malattia deve essere certificata dal medico di base, il quale potrà indicare quale domicilio eletto ai fini delle visite fiscali, l’indirizzo della clinica estera presso cui dovrà essere ricoverata.
La soluzione più veloce per superare gli ostacoli posti da un medico di base “poco informato” è quello di richiedere all’a.s.l. di essere assegnata ad un medico differente.

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Dimissioni
Il richiedente riferiva di aver presentato una lettera di dimissioni all’azienda nella quale lavorava da 9 mesi e con la quale aveva stipulato un contratto a tempo determinato della durata di 9 mesi.
Nella lettera non specificava di dare il preavviso previsto di 2 mesi e chiedeva le conseguenze.

La risposta
Per una risposta al quesito sarebbe necessario esaminare il contratto ed il CCNL di riferimento.
In linea di massima in caso di dimissioni senza preavviso, al lavoratore dovrebbe essere decurtato un importo corrispondente dalle erogazioni non ancora percepite (ultimo stipendio e tfr).
Nel caso di specie, parrebbe che possibili soluzioni (riprendere a lavorare per 2 mesi) non possano prescindere dall’accettazione del datore di lavoro.

Dimissioni
Il richiedente riferiva di aver lavorato per 5 anni presso una ditta, accumulando in quel periodo un forte stress per il comportamento di colleghi e superiori.
Dopo l’ennesima incomprensione dava le dimissioni. Nella stessa giornata, si recava al pronto soccorso per dei dolori addominali di cui soffriva da tempo, e gli venivano diagnosticati problemi gastrointestinali e stati depressivi ansiosi dovuti allo stress accumulato al lavoro.
Chiedeva se fosse possibile ottenere un risarcimento.

La risposta
Sarebbe forse stato maggiormente opportuno astenersi dal lavoro per malattia piuttosto che rassegnare le dimissioni.
Difatti in tal modo si sarebbe forse potuta ottenere più facilmente una tutela.
Alla luce degli eventi, parrebbe applicabile l’art. 2043 c.c. sulla responsabilità extracontrattuale, nella quale ogni onere probatorio grava su di Lei.
E’ possibile, quindi, formulare una richiesta risarcitoria, tuttavia è opportuno documentare adeguatamente tanto il Suo stato di salute quanto la riconducibilità del medesimo allo stress accumulato sul luogo di lavoro.
Potrebbe essere il caso di richiedere una perizia medico-legale ed una valutazione ad uno psicologo.

Dimissioni
La richiedente riferiva di aver sostenuto un concorso fatto al civile di Brescia e di essere arrivata quarantaseiesima; dopo un anno era stata chiamata e le era stato comunicato che avrebbe potuto essere assunta se ciò era ancora sua volontà.
La stessa quindi si licenziava per iniziare il nuovo lavoro, ma poco dopo le dimissioni scopriva di essere incinta e per tale motivo il medico del lavoro che le effettuava la visita per il nuovo datore di lavoro la riteneva non idonea a prendere servizio perchè esposta a rischio biologico.
Chiedeva se potesse ottenere comunque l’assunzione o, in caso di risposta negativa, se potesse ottenere l’annullamento delle dimissioni in quanto effettuato in stato di gravidanza.

La risposta
L’art. 1 della legge n. 903 del 1977 vieta espressamente la discriminazione nell’accesso al lavoro delle donne in gravidanza.
Premesso che sarebbe necessario approfondire la situazione, con un esame anche del parere del medico, potrebbe configurarsi la possibilità di ricorrere al Giudice del Lavoro per ottenere la cessazione della condotta discriminatoria e l’integrazione sul posto di lavoro.
D’altro canto, atteso il divieto di licenziamento e la procedura per le dimissioni della lavoratrice in stato di gravidanza (Capo IX del D.lgs 151/01), potrebbe altresì risultare possibile l’annullamento delle dimissioni.

Dimissioni
La richiedente, in prova presso una piccola-media impresa, si trovava al termine del periodo di prova e riferiva di essere stata avvertita dal proprio direttore dell’assenza di soddisfazione per il suo operato.
Affermava inoltre di non essere resa partecipe delle attività lavorative, e intendeva cessare il rapporto di lavoro.

La risposta
In linea generale, durante il periodo di prova relativo all’assunzione di un lavoro a tempo indeterminato, sia il lavoratore che il datore possono interrompere il rapporto lavorativo.
L’unica differenza può riguardare i giorni di lavoro: se interrompe il rapporto prima della scadenza i giorni successivi potrebbero non essere retribuiti.

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Diritti dei lavoratori
La richiedente riferiva che il suo datore di lavoro teneva dei comportamenti scorretti, quali obbligare i dipendenti a partecipare a dei corsi al di fuori dell’orario lavorativo senza retribuire le ore, non pagare tutte le ore lavorative ai dipendenti e vessare in vario modo i dipendenti che non si mostravano in accordo con lui.

La risposta
in ordine ai primi due fatti menzionati parrebbe ravvisabile un inadempimento contrattuale.
Il terzo punto, invece, si potrebbe inquadrare nell’alveo del c.d. mobbing.
Nel caso dell’inadempimento è possibile diffidare il datore di lavoro ad adempiere alle proprie obbligazioni, richiedendo, in difetto, il risarcimento del danno patito in conseguenza dell’inadempimento.
Inoltre, secondo la prevalente giurisprudenza del lavoro, si ha mobbing in presenza di precisi criteri, oggettivi e soggettivi, che possono così essere riassunti: il carattere persecutorio e discriminatorio della condotta datoriale, il protrarsi nel tempo di tale condotta (almeno sei mesi, anche se l’estensione temporale è da valutare caso per caso) ed il preciso intento vessatorio del datore di lavoro.
Dal punto di vista civile, il datore di lavoro che metta in atto la condotta di mobbing, potrà essere chiamato a rispondere ex art. 2087 c.c.
La violazione di tale norma impone, infatti, al datore di lavoro di risarcire il danno sia al patrimonio professionale (c.d. danno da dequalificazione), sia alla personalità morale ed alla salute ( danno biologico e neurobiologico) subiti dal lavoratore.
Da un punto di vista penale, l’assenza di espressa previsione normativa ha prodotto uno sforzo interpretativo da parte della giurisprudenza, per cercare di inquadrare il mobbing, a seconda dei casi concreti, nei reati di lesioni personali colpose (590 c.p.), ingiuria (594 c.p.) diffamazione (595 c.p.), violenza privata (610 c.p.).
A meno che non esistano provate situazioni di violenza (aggressioni fisiche refertate al pronto soccorso, ingiurie o minacce davanti a testimoni, sempre che siano disposti a render testimonianza) la via penale non appare sempre quella più opportuna.
Maggiormente percorribile risulta, invece, la strada del procedimento civile, sempre che si sia in possesso di nutrito materiale probatorio, a sostegno (testimoni, certificati medici, relazione di uno psicologo).

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Divieto di concorrenza
La richiedente riferiva di aver affittato la sua attività, e di aver ricevuto disdetta dell’affitto. Alla scadenza della disdetta, gli affittuari manifestavano l’intenzione di aprire un’attività come quella della ricorrente a 30 metri dal negozio.
Si chiedeva se valesse il divieto di concorrenza.

La risposta
La disposizione relativa al divieto di concorrenza di cui all’art. 2557 I comma c.c., potrebbe trovare applicazione anche nel caso di affitto d’azienda.
Difatti tale divieto ha come funzione quella di consentire che la clientela segua le sorti dell’azienda e non del titolare.
In tal senso si è anche espressa la Suprema Corte, statuendo che il divieto di cui sopra si applichi “a tutte quelle altre [situazioni] ove si avveri la sostituzione di un imprenditore all’altro nell’esercizio dell’impresa, come conseguenza diretta della volontà delle parti o di un fatto da esse espressamente previsto e, pertanto, anche in favore del proprietario di un’azienda nel caso che l’abbia data in affitto allorché l’azienda gli sia stata ritrasferita dall’affittuario per scadenza del termine finale o per altra causa negozialmente prevista” (Cass. 20 dicembre 1991 numero 13762).
Proseguendo tale ragionamento, si può ritenere che il divieto permanga anche in caso l’azienda si alienata ad un terzo soggetto.
Non lo stesso si potrà sostenere nel caso l’azienda venga cessata.

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Fallimento
Il richiedente affermava di essere titolare di una s.n.c., e di trovarsi sull’orlo del fallimento. Si chiedeva se in sede di fallimento i creditori potessero rivalersi sulla sua abitazione, essendo lui separato e prpprietario del 50% dell’immobile.

La risposta
Ai sensi dell’art. 147 L.F., il fallimento della s.n.c. produce automaticamente gli autonomi fallimenti dei singoli soci illimitatamente responsabili, a prescindere dalla loro qualità di imprenditori commerciali e dalla loro personale insolvenza.
Pertanto, all’attivo del fallimento dei soci illimitatamente responsabili andrebbero a computarsi i loro beni privati.

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Ferie
Il richiedente riferiva di essere adibito a lavoro notturno e chiedeva se a chi effettuasse tale tipo di lavoro fossero riconosciute più ferie.

La risposta
In linea generale ogni lavoratore ha diritto a godere di 4 settimane di ferie all’anno, senza distinzione tra chi lavora durante la giornata e chi svolge lavoro notturno.
Per una risposta più dettagliata al quesito sarebbe necessario prendere visione del contratto di lavoro e del CCNL di riferimento.

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Ferie
Il richiedente riferiva che una sua dipendente, durante il periodo di astensione obbligatoria per maternità, aveva presentato Convalida di dimissioni (art. 55 d.lgs. 151/01) tramite l’Ufficio Provinciale del Lavoro.
Aggiungeva che la suddetta dipendente aveva comunicato che lo stesso giorno iniziava un nuovo lavoro. Chiedeva quindi se fosse comunque prevista l’indennità di mancato preavviso.

La risposta
La norma menzionata, circa la corresponsione dell’indennità, trova applicazione a prescindere dalla ragione per la quale le dimissioni sono state presentate, giacché la ratio della Legge è la tutela della lavoratrice al fine di contrastare il fenomeno dei licenziamenti mascherati da dimissioni forzate.

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Lavoro in nero
La richiedente riferiva di aver lavorato in nero presso il suo precedente datore di lavoro e di essere stata licenziata senza preavviso.
Manifestava quindi la sua volontà di procedere nei confronti del datore con una denuncia.

La risposta
Per ottenere piena tutela, più che una denuncia penale, sarebbe opportuno esperire un’azione giudiziaria volta all’accertamento del rapporto di lavoro, all’illegittimità del licenziamento ed alla reintegrazione nel posto di lavoro.

Lavoro in nero
La richiedente riferiva di voler denunciare il suo ex datore di lavoro per non aver regolarizzato la sua posizione (di fatto lavorava “in nero”).
La stessa affermava di percepire il mantenimento dall’ex marito.

La risposta
Se in sede di separazione a un coniuge viene attribuito un assegno di mantenimento sulla base del fatto che risultava disoccupato, ove risultasse che in realtà avesse svolto un’attività lavorativa, il coniuge a carico del quale è stato posto il mantenimento può chiedere una modifica delle condizioni di separazione e una diminuzione del mantenimento stesso.

Lavoro in nero
Il richiedente riferiva che la sua compagna era stata assunta “in nero” dal suo datore di lavoro, con la promessa della stipulazione di un contratto dopo un iniziale periodo di prova.
Riferiva che, dopo 3 mesi, il contratto non veniva stipulato ed in merito il datore continuava ad addurre scusanti per rimandare.
Chiedeva cosa potesse fare per regolarizzare la posizione lavorativa della compagna.

La risposta
Al fine di regolarizzare la posizione lavorativa, la Sua compagna potrebbe rivolgere formale diffida al datore di lavoro e successivamente, se necessario intraprendere un’azione giudiziaria per la tutela dei propri diritti.
Ovviamente una soluzione di tale genere potrebbe avere conseguenze nefaste sul rapporto di lavoro, pertanto la situazione andrebbe valutata nel suo complesso per verificare le possibili soluzioni.

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Licenziamento
La richiedente riferiva di essere stata licenziata dal suo datore di lavoro per riduzione del personale.
Lamentava il mancato pagamento di alcuni mesi di stipendio.

La risposta
Il mancato pagamento di un credito nascente da contratto di lavoro costituisce inadempimento e, come tale può essere fatto valere, nelle forme previste dalla Legge.

Licenziamento
La richiedente riferiva di essere stata assunta presso uno studio commerciale con contratto a tempo indeterminato, senza periodi di prova.
La stessa lamentava di essere stata oggetto di atteggiamenti negativi del suo superiore, il quale le aveva intimato di licenziarsi offrendole come incentivo da 1 a 3 mensilità.
Il datore di lavoro la avvertiva che, nel caso in cui non avesse deciso spontaneamente di licenziarsi, le avrebbe inviato dei richiami scritti.

La risposta
Nel caso di contratto di lavoro a tempo indeterminato, per poter licenziare il lavoratore il datore di lavoro dovrebbe avere un giustificato motivo, quale ad esempio un grave inadempimento o un grave illecito disciplinare.
Solitamente, tra le ragioni che giustificano un inadempimento vi è la prolugata assenza ingiustificata dal lavoro.
Il lavoratore che si trovasse in una situazione come quella sopra descritta dovrebbe contestare ogni addebito mosso dal datore di lavoro e continuare a recarsi sul posto di lavoro.
Ove dovesse ricevede dei richiami scritti senza una valida motivazione, il lavoratore può impugnarli innanzi alle autorità competenti e, nel caso in cui il comportamento del datore di lavoro sconfini nel mobbing, avanzare una richiesta di risarcimento danni.

Licenziamento
La richiedente riferiva di essere stata licenziata per cessatà attività della ditta in cui lavorava, e di aver ricevuto una lettera con la quale la ditta stessa si impegnava a pagarle una buonauscita oltre a tre mesi di preavviso, come previsto dal suo contratto.
Affermava che non le erano però stato pagato tutto ciò che le era dovuto, e la motivazione che le era stata data era la mancanza di denaro da parte della ditta.

La risposta
Il licenziamento per cessata attività presuppone la cessazione dell’attività e non la semplice cessione che non costituisce giustificato motivo per risolvere il rapporto di lavoro.
Difatti, ai sensi dell’art. 2112 c.c. in caso di trasferimento d’azienda il rapporto di lavoro continua con il cessionario ed il lavoratore conserva tutti i diritti che ne derivano.
Perciò il licenziamento potrebbe essere illegittimo, qualora il contratto di lavoro non prevedesse la possibilità di recesso ad nutum salvo preavviso.
Relativamente al credito che un ex dipendente ha nei confronti della società, lo stesso può essere fatto valere nelle opportune sedi, tramite azioni giudiziarie volte alla condanna al pagamento o insinuazioni nelle procedure fallimentari (qualora siano già in corso).
In sede fallimentare i crediti dei lavoratori sono preferiti ad altri crediti non privilegiati.
Solo qualora il fallimento fosse incapiente si potrebbe richiedere il pagamento del TFR all’Inps.
Vi è da precisare inoltre che, nel caso in cui si tratti di una s.r.l., del debito risponde unicamente la società con il proprio patrimonio, non i soci o l’amministratore.

Licenziamento
La richiedente riferiva di essere un’impiegata in una ditta individuale, la quale era in forte difficoltà ed era in procinto di cessare l’attività.
La stessa però lamentava il comportamento del titolare, il quale non la avvisava della chiusura della ditta, cosicchè lei si presentava sul posto di lavoro non trovando nessuno, e non le comunicava le sue intenzioni.

La risposta
La cessazione dell’attività (ove risultasse effettiva) costituisce giustificato motivo per procedere al licenziamento dei lavoratori.
Tuttavia la Legge prevede che il licenziamento vada comunicato per iscritto.
Un messaggio telefonico non pare sufficiente per il rispetto di tale requisito.
Sarebbe opportuno presentarsi ugualmente al lavoro, attesa la mancata comunicazione del licenziamento.
Qualora continuasse a non essere possibile svolgere l’attività lavorativa, potrebbe costituire in mora il datore di lavoro e successivamente instaurare un giudizio per ottenere il pagamento di quanto dovuto.
Difatti, fino al licenziamento per giustificato motivo, la retribuzione risulta dovuta e, in caso di cessazione del rapporto di lavoro, è dovuto il TFR.
Preciso, poi, che trattandosi di una ditta individuale, il datore di lavoro risponde dei debiti anche con il proprio patrimonio personale.

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Mobbing
La richiedente lamentava il fatto che da 5 anni, coincidenti con l’inizio della nuova gestione amministrativa del personale dell’azienda presso la quale lavora, subiva a suo avviso ingiustamente continui richiami ed umiliazioni professionali. Affermava che la sua tesi poteva essere avvalorata da elementi oggettivi e da un elevato numero di testimonianze fatte da ex colleghe e responsabili.

La risposta
Secondo la prevalente giurisprudenza del lavoro, si ha mobbing in presenza di precisi criteri, oggettivi e soggettivi, che possono così essere riassunti: il carattere persecutorio e discriminatorio della condotta datoriale, il protrarsi nel tempo di tale condotta (almeno sei mesi, anche se l’estensione temporale è da valutare caso per caso) ed il preciso intento vessatorio del datore di lavoro.
Dal punto di vista civile, il datore di lavoro che metta in atto la condotta di mobbing, potrà essere chiamato a rispondere ex art. 2087 c.c.
La violazione di tale norma impone, infatti, al datore di lavoro di risarcire il danno sia al patrimonio professionale (c.d. danno da dequalificazione), sia alla personalità morale ed alla salute ( danno biologico e neurobiologico) subiti dal lavoratore.
Da un punto di vista penale, l’assenza di espressa previsione normativa ha prodotto uno sforzo interpretativo da parte della giurisprudenza, per cercare di inquadrare il mobbing, a seconda dei casi concreti, nei reati di lesioni personali colpose (590 c.p.), ingiuria (594 c.p.) diffamazione (595 c.p.), violenza privata (610 c.p.).
A meno che non esistano provate situazioni di violenza (aggressioni fisiche refertate al pronto soccorso, ingiurie o minacce davanti a testimoni, sempre che siano disposti a render testimonianza) la via penale non appare sempre quella più opportuna.

Mobbing
La richiedente riferiva di aver subito mobbing dal 1994 al 2001, ossia in un periodo nel quale il mobbing non era riconosciuto come oggi.
La stessa, a distanza di quasi dieci anni, affermava di soffrire ancora di problemi psicosomatici degenerativi dovuti al mobbing subito, e di essere in cura da un neutologo.

La risposta
A seconda dei comportamenti posti in essere e dal soggetto agente, il mobbing può originare responsabilità contrattuale od extracontrattuale.
Nel primo caso la prescrizione è decennale, nel secondo quinquennale.
Quindi se il mobbing consisteva in una generica violazione del principio del neminem ledere da parte di colleghi o del datore di lavoro, il diritto ad un eventuale risarcimento risulta prescritto.
Se, invece, consisteva in una specifica violazione del dovere, previsto dall’art. 2087 c.c. a carico del datore di lavoro, di prevenire ogni possibile nocumento morale dei lavoratori, potrebbe essere ancora avanzata una richiesta di risarcimento.

Mobbing
La richiedente riferiva di aver ricevuto nell’ultimo periodo dei rimproveri violenti e minacciosi da parte del proprio datore di lavoro; veniva minacciata di licenziamento per motivi futili ed anche in presenza di altri colleghi.

La risposta
I comportamenti descritti potrebbero rientrare nell’alveo del c.d. mobbing.
Secondo la prevalente giurisprudenza del lavoro, si ha mobbing in presenza di precisi criteri, oggettivi e soggettivi, che possono così essere riassunti: il carattere persecutorio e discriminatorio della condotta datoriale, il protrarsi nel tempo di tale condotta (almeno sei mesi, anche se l’estensione temporale è da valutare caso per caso) ed il preciso intento vessatorio del datore di lavoro.
Dal punto di vista civile, il datore di lavoro che metta in atto la condotta di mobbing, potrà essere chiamato a rispondere ex art. 2087 c.c.
La violazione di tale norma impone, infatti, al datore di lavoro di risarcire il danno sia al patrimonio professionale (c.d. danno da dequalificazione), sia alla personalità morale ed alla salute ( danno biologico e neurobiologico) subiti dal lavoratore.
Da un punto di vista penale, l’assenza di espressa previsione normativa ha prodotto uno sforzo interpretativo da parte della giurisprudenza, per cercare di inquadrare il mobbing, a seconda dei casi concreti, nei reati di lesioni personali colpose (590 c.p.), ingiuria (594 c.p.) diffamazione (595 c.p.), violenza privata (610 c.p.).
A meno che non esistano provate situazioni di violenza (aggressioni fisiche refertate al pronto soccorso, ingiurie o minacce davanti a testimoni, sempre che siano disposti a render testimonianza) la via penale non appare sempre quella più opportuna.
Maggiormente percorribile risulta, invece, la strada del procedimento civile, sempre che si sia in possesso di nutrito materiale probatorio, a sostegno.

Mobbing
Il richiedente riferiva di aver sofferto di gastrite, tachicardia e cefalee in conseguenza dello stress sul posto di lavoro.
Affermava di ricevere costantemente incarichi superiori alla sua mansione, senza che gli venisse corrisposto alcun aumento dello stipendio; inoltre veniva costantemente rimproverato da un suo superiore senza che però a tali rimproveri seguisse alcun provvedimento disciplinare, e veniva fatto oggetto di continue vessazioni.
Chiedeva come potesse ottenere tutela.

La risposta
Secondo la prevalente giurisprudenza del lavoro, si ha mobbing in presenza di precisi criteri, oggettivi e soggettivi, che possono così essere riassunti: il carattere persecutorio e discriminatorio della condotta datoriale, il protrarsi nel tempo di tale condotta (almeno sei mesi, anche se l’estensione temporale è da valutare caso per caso) ed il preciso intento vessatorio del datore di lavoro.
Dal punto di vista civile, il datore di lavoro che metta in atto la condotta di mobbing, potrà essere chiamato a rispondere ex art. 2087 c.c.
La violazione di tale norma impone, infatti, al datore di lavoro di risarcire il danno sia al patrimonio professionale (c.d. danno da dequalificazione), sia alla personalità morale ed alla salute (danno biologico e neurobiologico) subiti dal lavoratore.
Da un punto di vista penale, l’assenza di espressa previsione normativa ha prodotto uno sforzo interpretativo da parte della giurisprudenza, per cercare di inquadrare il mobbing, a seconda dei casi concreti, nei reati di lesioni personali colpose (590 c.p.), ingiuria (594 c.p.) diffamazione (595 c.p.), violenza privata (610 c.p.).
A meno che non esistano provate situazioni di violenza (aggressioni fisiche refertate al pronto soccorso, ingiurie o minacce davanti a testimoni, sempre che siano disposti a render testimonianza) la via penale non appare sempre quella più opportuna.
Maggiormente percorribile risulta, invece, la strada del procedimento civile, sempre che si sia in possesso di nutrito materiale probatorio, a sostegno.
Dall’esame della situazione in esame potrebbero ravvisarsi gli estremi del mobbing.
Tale fattispecie, non configurata dal legislatore, viene individuata dalla giurisprudenza sulla scorta della verifica dei già citati elementi costitutivi:
– aggressione o persecuzione a carattere psicologico;
– durata nel tempo e sistematicità;
– andamento progressivo;
– danni per il lavoratore.
L’attribuzione di mansioni superiori senza alcun tipo di riconoscimento, i continui attacchi non seguiti da alcun provvedimento ufficiale, le vessazioni poste in essere dal responsabile della produzione potrebbero essere elementi di persecuzione psicologica.
Circa i danni alla salute, sarebbe opportuno far valutare da un medico legale e da uno psicologo la riconducibilità dei medesimi alla situazione lavorativa.

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Privacy nel posto di lavoro
La richiedente riferiva che il suo datore di lavoro aveva fatto installare all’interno del capannone delle telecamere, senza informare né chiedere il consenso ai lavoratori.
Inoltre aveva fatto installare un registratore in mensa per ascoltare le conversazioni tra i lavoratori in pausa pranzo.
Chiedeva se potesse denunciare il datore.

La risposta
L’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori prevede il divieto di utilizzare impianti audiovisivi ed altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori.
Soltanto per esigenze organizzative, produttive o di sicurezza, il datore può installare e servirsi degli impianti e delle apparecchiature di controllo purché ci sia, in ogni caso, l’accordo con le rappresentanze sindacali o, in mancanza di accordo, l’autorizzazione della Direzione Provinciale del Lavoro.
La sanzione per la violazione del divieto è l’ammenda da € 154 ad € 1.549 o l’arresto da 15 giorni ad un anno, salvo che la violazione costituisca un reato più grave.

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Demansionamento
La richiedente riferiva di essere stata adibita a mansioni inferiori rispetto a quelle per le quali era stata assunta, a seguito di un errore sul posto di lavoro non imputabile a una sua negligenza.
In seguito ad una nuova mancanza, veniva minacciata di licenziamento.

La risposta
Ai sensi dell’art. 2103 c.c. il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto, non certo a mansioni di minor rilevanza.
Nel caso un lavoratore venisse adibito in permanenza a mansioni inferiori, lo stesso potrebbe domandare un risarcimento per il demansionamento.
Relativamente, invece, ad eventuali mancanze lavorative a Lei imputabili, preciso che il datore di lavoro, ricorrendone i presupposti, potrebbe comminarLe sanzioni disciplinari, ovviamente commisurate alla gravità delle Sue eventuali mancanze.
Circa, infine, il licenziamento, evidenzio che lo stesso non può prescindere da una giusta causa.

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Sanzione disciplinare
La richiedente, in seguito ad una suo errore commesso sul posto di lavoro, veniva avvertita verbalmente dell’intenzione del suo superiore di farle pervenire una lettera di richiamo.

La risposta
Per verificare se un determinato errore ovvero una determinata omissione sul posto di lavoro possano portare ad una lettera di richiamo sarebbe necessario conoscere il CCLN di riferimento del lavoratore.
In ogni caso, dal momento in cui viene inviata una lettera di richiamo è concesso un termine per le repliche del dipendente e, successivamente, per l’impugnazione.

Sanzione disciplinare
Il richiedente , maresciallo dell’Arma dei Carabinieri, chiedeva se, nel caso in cui fosse incorso in una sanzione disciplinare, avrebbe preso comunque la pensione per gli anni maturati subito o dopo un determinato periodo.

La risposta
Ai sensi dell’articolo 8 del DPR 29 dicembre 1973, n. 1092, il periodo trascorso dal militare durante la sospensione dall’impiego per provvedimento disciplinare è computato in ragione della metà ai fini del diritto e della misura del trattamento pensionistico mentre non viene valutato il tempo trascorso durante la detenzione per condanna penale.
Ciò premesso, qualora ci fossero i requisiti per richiedere la pensione (di vecchiaia: anni 65; di anzianità: anni 57 e 35 anni di contributi), previa presentazione dell’apposita domanda dovrebbe esserLe computato (seppur in ragione della metà) anche l’eventuale periodo di sospensione.
Relativamente alle tempistiche, dopo l’accettazione della domanda, dovrebbe aversi riguardo unicamente ai c.d. “tempi tecnici”.
Per ulteriori approfondimenti, suggerisco il seguente indirizzo: http://www.anc-siena.com/anc/download/vademecum_pensionistico.pdf

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Trasferimento del lavoratore
La richiedente, collaboratrice scolastica a tempo determinato e beneficiaria delle agevolazioni previste dalla l. 104/1992, veniva trasferita in una sede diversa rispetto a quella che le era stata assegnata l’anno precedente senza che le fosse preventivamente richiesto il consenso.
Il dirigente scolastico riteneva che tale consenso non fosse necessario, non essendo la ricorrente un’insegnante di ruolo.

La risposta
Costante interpretazione giurisprudenziale ritiene che l’art. 33 n. 5 L. 104/92 attribuisca un duplice diritto: quello di scegliere ove possibile la sede più vicina al proprio domicilio nella fase di costituzione del rapporto di lavoro e quello di non essere trasferito, in costanza di rapporto, ad altra sede senza il proprio consenso (Trib. Milano 25.2.2003; Trib. Roma 10.4.2003; Trib. Brescia 27.4.2005).
Quindi, anche nel caso in cui un rinnovo contrattuale fosse considerato in nuovo contratto a se’ stante, sussiste il diritto del lavoratore di essere assegnato alla sede richiesta.

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LOCAZIONE

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Sfratto per morosità
Il richiedente riferiva di aver ricevuto una citazione per la convalida dello sfratto per morosità ma di non aver le risorse per provvedere a sanare la morosità.

La risposta
La Legge prevede la possibilità per il conduttore, presentandosi all’udienza di convalida dello sfratto, di chiedere il così detto “termine di grazia”, ossia una proroga, solitamente di tre mesi, per provvedere al pagamento.
Suggerivo, quindi, di presentarsi in udienza e, spiegando al Giudice la situazione, chiedere la concessione del predetto termine di grazia.

Sfratto per morosità
Il richiedente riferiva di aver subito la convalida di uno sfratto e che il medesimo sarebbe divenuto esecutivo di lì a poco.
Domandava, quindi, quale fosse la procedura d’esecuzione.

La risposta
L’esecutività dello sfratto non implica l’esecuzione immediata del medesimo.
Decorso il termine per l’esecutività, prima che possa essere effettivamente eseguito uno sfratto, è necessario che venga notificato l’atto di precetto per il rilascio (sempre che non sia già stato recapitato), con il quale il locatore intima al conduttore di rilasciare l’immobile a pena di esecuzione forzata.
Trascorsi dieci giorni dalla notificazione dell’atto di precetto deve poi essere notificato altro atto, dell’Ufficiale Giudiziario, chiamato avviso del tempo di rilascio dell’immobile o significazione di sfratto.
In tale atto verrà comunicata la data effettiva in cui il locatore, accompagnato dalla Forza Pubblica potrà estromettere lo sfrattato dall’immobile.
Solitamente, attesi i numerosi impegni degli Ufficiali Giudiziari, possono trascorrere mesi prima che lo sfratto venga effettivamente eseguito.

Sfratto per morosità
Il richiedente lamentava il mancato pagamento del canone dall’inquilino da otto mesi.

La risposta
Ai sensi dell’art. 658 c.p.c., il locatore può intimare lo sfratto al conduttore moroso, anche prima della scadenza del contratto, richiedendo contestuale emissione di decreto ingiuntivo per il pagamento dei canoni scaduti.

Sfratto per morosità
Il richiedente riferiva che un amico aveva ereditato per donazione un immobile dalla nonna, il quale da 15/20 anni era abitato da un inquilino senza nessun contratto di locazione.
Riferiva che l’inquilino non aveva mai pagato alcun importo, ed aveva intestato a suo nome solo la luce, mentre l’acqua era intestata al donante dell’immobile.
Il richiedente chiedeva se fosse possibile in una situazione del genere procedere allo sfratto.

La risposta
Premesso che in caso di donazione non può parlarsi di eredità, nell’ipotesi di occupazione sine titulo non è certo ipotizzabile un procedimento per la convalida dello sfratto.
Un’azione di tal genere avrebbe come presupposto inderogabile l’esistenza di un contratto di locazione.
A tal proposito, la soluzione da Lei prospettata è certamente possibile, ma solamente a fronte dell’accettazione dell’occupante.
In caso contrario si potrebbe dar corso ad un’azione petitoria ex art. 948 c.c.
La richiedente riferiva di vivere in un appartamento in affitto con suo marito e le sue due figlie di 2 ed 1 anno.
Riferiva che suo marito era rimasto senza lavoro, e quindi per qualche mese non avevano potuto pagare l’affitto; il marito trovava poi lavoro, e la richiedente manifestava alla proprietaria dell’appartamento l’intenzione di pagare i debiti.
Quest’ultima però faceva causa alla richiedente, al fine di ottenere lo sfratto; rinunciava in un secondo momento all’azione, ma informava la richiedente dell’intenzione di non rinnovare il contratto alla sua scadenza.

Sfratto per morosità
La richiedente chiedeva come potesse fare per non essere “buttata fuori di casa” alla scadenza del contratto.

La risposta
Se si tratta di uno sfratto per morosità (mancato pagamento), potrebbe presentarsi in udienza per chiedere il così detto “termine di grazia”, ossia un termine di massimo tre mesi per provvedere al pagamento.
Nel caso il reddito del nucleo familiare sia inferiore a circa € 9.600,00 all’anno, è possibile chiedere di essere ammessi al patrocinio a spese dello stato.

Sfratto per morosità
Il richiedente riferiva che era in corso una procedura di sfratto nei suoi confronti.

La risposta
In linea di massima, qualora la ragione dello sfratto consista nella morosità, se non vi sono ragioni che giustifichino tale morosità (compensazione con crediti nei confronti del locatore ovvero inadempienze di questi che giustifichino l’inadempimento dell’altra parte), le possibilità di evitare lo sfratto sono poche.
Tuttavia la Legge prevede la possibilità per il conduttore, presentandosi all’udienza di convalida dello sfratto, di chiedere il così detto “termine di grazia”, ossia una proroga, al massimo di tre mesi, per provvedere al pagamento.
Se però l’udienza ha già avuto luogo ed il termine non è stato chiesto, le opzioni plausibili si restringono.
Tuttavia l’esecutività dello sfratto non implica l’esecuzione immediata del medesimo.
Decorso il termine per l’esecutività, prima che possa essere effettivamente eseguito uno sfratto, è necessario che venga notificato l’atto di precetto per il rilascio (sempre che non sia già stato recapitato), con il quale il locatore intima al conduttore di rilasciare l’immobile a pena di esecuzione forzata.
Trascorsi dieci giorni dalla notificazione dell’atto di precetto deve poi essere notificato altro atto, dell’Ufficiale Giudiziario, chiamato avviso del tempo di rilascio dell’immobile o significazione di sfratto.
In tale atto verrà comunicata la data effettiva in cui il locatore, accompagnato dalla Forza Pubblica potrà estrometterLa dall’immobile.
Solitamente, attesi i numerosi impegni degli Ufficiali Giudiziari, possono trascorrere mesi prima che lo sfratto venga effettivamente eseguito.

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Sfratto e buona uscita
Il richiedente riferiva di aver ricevuto una lettera di sfratto del locatore e chiedeva se potesse chiedere una buona uscita nel caso in cui lasciasse prima della scadenza dei termini l’immobile.

La risposta
In linea di massima, il locatore può chiedere la riconsegna dell’immobile solo alla scadenza del contratto, previa disdetta.
Se il conduttore ritenesse di liberare l’immobile anzitempo, salvo accordi particolari con il locatore, sarebbe comunque tenuto al versamento dei canoni sino alla scadenza.
Difatti il contratto costituisce un impegno “bilaterale” che può venir meno solo consensualmente o per le ragioni di legge.

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Comodato immobiliare
Il richiedente riferiva di dover assentarsi dalla propria abitazione e di voler lasciare la stessa temporaneamente ad altra persona.
Chiedeva se fosse possibile stipulare un contratto di comodato senza determinazione di tempo, se fosse possibile stipularlo anche con persona non legata da vincoli di parentela con il richiedente e quale fosse la normativa relativa alla registrazione.

La risposta
Il comodato (disciplinato dagli artt. 1803 e ss del Codice civile) è il contratto con il quale una parte consegna all’altra una cosa mobile o immobile, affinché se ne serva per un tempo o per un uso determinato, con l’obbligo di restituire la stessa cosa ricevuta.
Il comodato è essenzialmente gratuito e può essere pattuito senza determinazione di data: in questo caso si parla di comodato precario.
Se non è convenuto un termine, né questo risulta dall’uso particolare cui la cosa deve essere destinata, ai sensi dell’art. 1810 c.c., il comodatario (colui che riceve la cosa) è tenuto a restituire la cosa non appena il comodante (il proprietario) gliene faccia richiesta.
Non è necessario, per la stipula che vi sia un vincolo di parentela tra le parti.
Né è necessaria, per il comodato di bene immobile, la forma scritta.
Il contratto “orale” di comodato non è soggetto a registrazione.
Se, tuttavia, il contratto viene stipulato in forma scritta, è soggetto a registrazione; la tassa è pari a circa € 130,00 (DPR 26.04.86, n°131, tariffa art. 5).

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Locazione ad uso commerciale
Il richiedente domandava quali fossero i contenuti di un contratto di locazione ad uso commerciale.

La risposta
La locazione di immobile ad uso commerciale è disciplinata dalla L. 392/78 e dalle norme del Codice civile.
Al di là di alcuni contenuti “obbligatori” (in particolare in relazione alla durata della locazione, alla rinnovazione del contratto, all’indennità per la perdita d’avviamento, al diritto di prelazione) le previsioni contrattuali sono rimesse all’autonomia delle parti.
Ciò significa che le parti possono concordemente includere nel contratto ogni pattuizione che reputino ragionevole.

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Comunicazione di cessione del fabbricato
Il richiedente domandava quali limitazioni al diritto di proprietà comportasse la normativa relativa all’obbligo di comunicazione di cessione di un fabbricato.

La risposta
In linea di principio, da un punto di vista civilistico, ciascuno è libero di disporre come ritiene di ogni bene immobile di sua proprietà, salve le limitazioni poste dalla Legge.
La norma che impone l’obbligo di comunicazione della cessione di un fabbricato (art. 12 del D.L. 21.03.1978 n. 59 convertito in legge 18.5.1978 n. 191) ha carattere pubblicistico, essendo posta per motivi di pubblica sicurezza.
Al di là, quindi, della sanzionabilità della mancata comunicazione o di una falsità della stessa, non dovrebbe essere compito dell’autorità di Pubblica Sicurezza entrare nel merito dell’utilizzo dell’immobile, salvo che per ragioni di ordine pubblico.

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Disdetta della locazione
Il richiedente domandava quale fosse il termine per la disdetta nei contratti di locazione ad uso commerciale

La risposta
La normativa che si applica ai contratti di locazione ad uso commerciale è la Legge 27 luglio 1978 n. 392.
Tale norma, all’art. 28, prevede che il contratto si rinnovi tacitamente di sei anni in sei anni, salva disdetta da comunicarsi all’altra parte a mezzo raccomandata almeno 12 mesi prima della scadenza.

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Condizioni contrattuali della locazione
Il richiedente riferiva di voler prendere in affitto un’abitazione ad uso privato, e che sarebbe entrato in possesso della stessa dopo 2 mesi dalla sottoscrizione del contratto in quanto al momento della sottoscrizione vi risiedevano ancora 2 inquilini.
Riferiva che la proprietaria dell’abitazione voleva la cauzione di 3 mesi e l’affitto di 3 mesi, e che lui aveva intenzione di provvedere al pagamento al momento della consegna delle chiavi e non con assegni postdatati.
Inoltre, il richiedente affermava che l’agenzia richiedeva immediatamente la sua parte, e che lui intendeva anche in questo caso attendere a pagare fino alla consegna effettiva dell’immobile.

La risposta
Il contratto si considera concluso al momento in cui viene raggiunto l’accordo. A livello giuridico, il contenuto del contratto è rimesso all’autonomia delle parti.
Ciò significa che tutte le previsioni inserite nel contratto debbono essere frutto del libero accordo tra le parti.
Se un contraente non concorda con le condizioni proposte dall’altro contraente può trattare affinché si raggiunga un accordo.
Relativamente alle provvigioni dell’agenzia, esse risultano esigibili nel momento in cui il contratto viene concluso.
Circa il versamento anticipato di cauzione e canone, ovviamente sarebbe opportuno che lo stesso non avvenisse se non alla consegna.
Segnalo, tuttavia, che qualora l’immobile non le venisse consegnato, potrebbe agire nei confronti del locatore per l’inadempimento ed il risarcimento dei danni (ivi inclusa la restituzione di quanto versato).

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Locazione e sublocazione
La richiedente riferiva di aver stipulato un contratto di affitto, e si chiedeva se l’affittuario potesse offrire l’appartamento in comodato ad altre persone.

La risposta
In linea di massima, il conduttore non può sublocare totalmente l’immobile senza il consenso del locatore.
Salvo patto contrario il conduttore ha la facoltà di sublocare parzialmente l’immobile, previa comunicazione al locatore con lettera raccomandata che indichi la persona del subconduttore, la durata del contratto ed i vani sublocati.
A seconda dell’interpretazione complessiva del contratto si può valutare se una previsione di questo tenore risulti applicabile per analogia anche al comodato parziale.

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Fatture insolute del locatario
La richiedente riferiva di aver dato in affitto il proprio appartamento ed affermava che l’affittuario non aveva mai fatto la voltura metano.
La stessa si trovava quindi a dover sopportare le spese per il consumo, e intendeva richiedere tutte le copie delle fatture inslute e dei solleciti di pagamento.

La risposta
In tali situazioni è diritto del proprietario dell’immobile richiedere tutte le fatture insolute.
Per il recupero della somma versata, il proprietario potrà agire contro l’ex conduttore dell’immobile.

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Canone di locazione
La richiedente riferiva di essere la conduttrice di un unità immobiliare per la quale era stato stipulato un contratto di locazione ad uso abitativo di anni 4+4.
Riferiva che nel contratto il locatore non aveva inserito la percentuale di rivalutazione Istat, e nonostante ciò da due anni le stesse richiedendo la percentuale del 100%.

La risposta
Le pattuizioni inerenti il canone di locazione sono rimesse all’autonomia contrattuale delle parti.
La legge non disciplina più, come in passato (equo canone), la controprestazione della concessione in locazione.
Difatti l’art. 24 Legge 392/78 (che prevedeva l’aggiornamento automatico al 75% dell’indice istat) è stato abrogato dall’art. 14 Legge 431/98 limitatamente alla locazione ad uso abitativo.
Da ciò consegue che, qualora le parti non abbiano previsto alcun aumento del canone nel corso della locazione, lo stesso rimanga invariato per tutta la durata del contratto (e, a seconda delle formule contrattuali, anche per il successivo rinnovo).
Se quindi nel contratto di locazione ad uso abitativo non è prevista alcuna rivalutazione Istat, la stessa non risulta dovuta e la somma eventualmente versata può essere ripetuta ossia richiesta in restituzione o, salva diversa pattuizione contrattuale, utilizzata in compensazione di parte del canone futuro.

Canone di locazione
Il richiedente riferiva di aver stipulato un contratto di locazione prossimo alla scadenza, e il proprietario per il rinnovo del contratto chiedeva un canone più elevato.

La risposta
Al momento della scadenza del contratto, se non è previsto il rinnovo alle stesse condizioni, il canone deve essere concordato tra le parti.
Difatti la Legge rimette la determinazione del canone all’autonomia contrattuale.

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Contratto di locazione
La richiedente riferiva di aver stipulato un contratto di locazione di 4+4 nel 2009. L’inquilina nel 2010 la informava che nell’agosto di tale anno si sarebbe sposata e quindi avrebbe occupato l’appartamento sino alla fine di luglio, riferendo la possibilità che l’appartamento potesse essere occupato dal fratello.

La risposta
La legge prevede, per il conduttore, la facoltà di recedere per gravi motivi dal contratto, dando un preavviso di sei mesi al locatore.
Quindi, anche volendo considerare le nozze un grave motivo (e non è detto che sia così), al locatore sarebbe comunque dovuto il canone per altri sei mesi.
Relativamente alla possibilità di far subentrare il fratello del conduttore nel contratto è certamente ipotizzabile qualora tutte le parti manifestino il proprio consenso.

Contratto di locazione
Il richiedente riferiva di voler stipulare un contratto di locazione per finalità esclusivamente turistica e si chiedeva cosa potesse accadere laddove il conduttore, senza informare il locatore, chiedesse e ottenesse la residenza nel luogo ove era situato l’immobile locato.

La risposta
Il contratto di locazione rimane immune da vicende esterne non espressamente previste nel medesimo.
Pertanto un contratto stipulato per finalità turistica resterà tale anche se le “intenzioni” del conduttore sono (probabilmente) mutate.
Ovviamente, con l’accordo delle parti, risulta sempre possibile risolvere anticipatamente il contratto e porne in esser un altro ad uso abitativo.
Ove il conduttore non intenda restituire la cosa locata, risulta sempre possibile un azione giudiziaria per lo sfratto (per morosità ovvero finita locazione).

Contratto di locazione
Il richiedente riferiva che la madre era proprietaria di un immobile ceduto in locazione per una durata di 4+4 anni.
Affermava che la madre si trovava necessitata a disporre di tale immobile.

La risposta
Ai sensi dell’art. 3 della L. 9 dicembre 1998 n. 431, riportante la disciplina dei contratti di locazione ad uso abitativo, il locatore può avvalersi della facoltà di diniego del rinnovo del contratto nel caso intenda adibire l’immobile locato a propria civile abitazione.
Tuttavia per l’esercizio di questa facoltà è previsto che sia dato al conduttore un preavviso di almeno sei mesi.
Di talché non pare ipotizzabile il legittimo diniego ai sensi della predetta norma.
Tuttavia, data l’autonomia contrattuale accordata alle parti dalla Legge, conduttore e locatore di comune accordo potrebbero decidere di risolvere il contratto.
La locatrice potrebbe, quindi, comunicare al conduttore la propria esigenza ed effettuare un offerta economica per la risoluzione anticipata del contratto.

Contratto di locazione
Il richiedente riferiva di aver stipulato un contratto di locazione di durata 5+4 anni anzichè di 4+4 anni, ed esprimeva la volontà di riaffermare la durata di 9 anni totali del contratto anche in sede giudiziale.
Affermava che sul contratto registrato era stata apposta la dicitura “Il presente contratto ha inizio il “01 Gennaio 2007 e scadrà il 31 Dicembre 2011”.

La risposta
L’articolo 2 della L. 431 del 1998 prevede che le parti possano “stipulare contratti di locazione di durata non inferiore a quattro anni, decorsi i quali i contratti sono rinnovati per un periodo di quattro anni”.
La predetta norma impone un termine minimo per la locazione ad uso abitativo, ma non un termine massimo.
Perciò ogni pattuizione che preveda un termine pari o superiore a quattro anni è perfettamente valida.
Stante la natura imperativa della norma, si applicherà in ogni caso il rinnovo automatico alla prima scadenza.
Vi sono delle pronunzie della Suprema Corte, relative ad una locazione ad uso commerciale ma la cui logica è applicabile per analogia anche alla locazione ad uso abitativo.
Difatti la ratio della norma è la stessa: tutelare il conduttore con un vincolo di durata che consenta una certa qual stabilità nello sfruttamento di un immobile.
“la locazione senza determinazione della sua durata si intende stipulata per il periodo minimo di sei o nove anni, ed un limite all’autonomia delle parti, nel senso che la locazione non può essere stipulata per un periodo inferiore a quelli minimi; nel caso ciò avvenisse la locazione si intenderà pattuita per la durata minima legale. Le parti restano naturalmente libere di stabilire una durata superiore a quella minima, nel qual caso la durata pattuita sarà quella vincolante per le parti.” (Corte di Cassazione, sent. 26 gennaio 2005 n. 1596 , Sent. 24 novembre 2004, n. 22129).

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Convalida di sfratto

Il richiedente chiedeva se fosse possibile procedere allo sfratto di un inquilino dovuto all’inadempienza di mantenimento ed a evidenti danni materiali dell’immobile.

La risposta
La convalida dello sfratto è un procedimento sommario caratterizzato dalla maggior rapidità rispetto ad un procedimento giudiziario ordinario e dalla sommarietà degli accertamenti effettuati dal Giudice.
Proprio per tale peculiarità la Legge dispone che lo sfratto possa essere richiesto solamente in due ipotesi:
– la morosità del conduttore (mancato pagamento del canone)
– la finita locazione (lo scadere del contratto).
Relativamente alla mancanza di manutenzione ed ai danni provocati dalla stessa occorre far riferimento alla normativa codicistica.
Il codice, agli artt. 1571 e ss, stabilisce che sia obbligo del proprietario, quello di mantenere la cosa in buono stato locativo, facendosi carico delle riparazioni necessarie eccettuate quelle di piccola manutenzione che sono a carico dell’inquilino.
Quest’ultimo, quindi, è tenuto ad eseguire le opere di manutenzione ordinaria e risponderà dei danni alla cosa derivanti da azioni od omissioni al medesimo imputabili.
Per verificare se l’incuria nella custodia e manutenzione possa costituire inadempimento tale da consentire la richiesta di risoluzione del contratto sarebbe necessario l’esame dello stesso.
Preciso, in ogni caso, che per richiedere la risoluzione del contratto, il risarcimento dei danni e la riconsegna dell’immobile sarebbe necessario un giudizio (seppur con il rito locatizio, più veloce di quello ordinario), non potendosi avvalere del procedimento per lo sfratto.

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Locazione e recesso
La richiedente riferiva di volere acquistare un’abitazione come prima casa e di voler stipulare con il futuro inquilino un contratto di locazione della durata di 4 anni.
Si chiedeva se l’inquilino avesse la possibilità di recedere dal contratto prima della scadeza di questo.

La risposta
Ai sensi della L. 431/98, il contratto di locazione ad uso abitativo è stipulato per la durata di quattro anni con rinnovo automatico di ulteriori quattro (salvo disdetta del conduttore).
Il locatore non può “recedere” dal contratto nel corso del medesimo e neppure al momento della scadenza dei primi quattro anni (salvo alcuni motivi espressamente previsti dalla legge, tra cui la vendita dell’immobile e l’indisponibilità di altri immobili liberi nello stesso comune).
Ovviamente, se il conduttore è disponibile, il contratto può essere risolto consensualmente in qualunque momento.

Locazione e recesso
La richiedente chiedeva se fosse possibile recedere da un contratto di locazione dando una disdetta con preavviso di 3 mesi a causa dell’allargamento del nucleo familiare.

La risposta
In linea generale, ove non vi siano diverse pattuizioni delle parti, l’art. 3 n. 6 della L. 431/98 stabilisce che il conduttore possa recedere dal contratto di locazione con un preavviso di sei mesi qualora ricorrano gravi motivi.
Non essendovi un’elencazione normativa di tali gravi motivi, la verifica della loro sussistenza, se controversa, è rimessa all’interpretazione del Giudice.
Potrebbe inviare al locatore una lettera di recesso, giustificando tale atto con l’allargamento del nucleo familiare e l’esigenza di un’abitazione più ampia, anche nel rispetto delle normative amministrative sull’abitabilità.
Tuttavia, salvo diverse pattuizioni contrattuali (o consenso del locatore), il preavviso dovrebbe essere di sei mesi.

Locazione e recesso
Il richiedente riferiva di aver sottoscritto un contratto di locazione con termine nel 2014. Chiedeva cosa dovesse fare nel caso in cui recedesse dal contratto prima della scadenza del termine.

La risposta
Ai sensi dell’art. 3 n. 6 della L. 9 dicembre 1998 n. 431, il conduttore, qualora ricorrano gravi motivi, può recedere in qualsiasi momento dal contratto, dando comunicazione al locatore con preavviso di sei mesi.
In assenza di gravi motivi il contratto, che ha forza di legge tra le parti, è vincolante e preclude la possibilità di disdetta anticipata.

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Locazione posto barca
Il richiedente chiedeva se tra privati si dovesse depositare all’Ufficio delle Entrate il contratto di affitto di un posto barca.

La risposta
La legge dispone l’obbligo di registrare i contratti di locazione, anche quando siano stipulati fra privati.
Nel caso dell’accertamento della mancata registrazione, potrebbero essere applicate sanzioni pecuniarie.

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Proroga del termine dello sfratto
Il richiedente voleva sapere se fosse possibile prorogare il termine di uno sfratto.

La risposta
La Legge prevede la possibilità per il conduttore, presentandosi all’udienza di convalida dello sfratto, di chiedere il così detto “termine di grazia”, ossia una proroga, solitamente di tre mesi, per provvedere al pagamento.
Se però l’udienza ha già avuto luogo ed il termine non è stato chiesto, temo che non rimangano opzioni plausibili.
Tuttavia l’esecutività dello sfratto non implica l’esecuzione immediata del medesimo.
Decorso il termine per l’esecutività, prima che possa essere effettivamente eseguito uno sfratto, è necessario che venga notificato l’atto di precetto per il rilascio (sempre che non sia già stato recapitato), con il quale il locatore intima al conduttore di rilasciare l’immobile a pena di esecuzione forzata.
Trascorsi dieci giorni dalla notificazione dell’atto di precetto deve poi essere notificato altro atto, dell’Ufficiale Giudiziario, chiamato avviso del tempo di rilascio dell’immobile o significazione di sfratto.
In tale atto verrà comunicata la data effettiva in cui il locatore, accompagnato dalla Forza Pubblica potrà estrometterLa dall’immobile.
Solitamente, attesi i numerosi impegni degli Ufficiali Giudiziari, possono trascorrere mesi prima che lo sfratto venga effettivamente eseguito.

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Spese di piccola manutenzione
Il richiedente riferiva di essere proprietario di un immobile e di aver dato lo stesso in affitto. L’affittuario doveva sostenere delle spese per riparare un tubo del lavandino, e spese per il risarcimento del danno del condomino che viveva nell’appartamento sotto il suo perchè la perdita del tubo aveva provocato delle perdite nel suo muro, e voleva che il proprietario dell’appartamento dove lui risiedeva ripetesse quanto da lui speso.

La risposta
Nell’ambito della locazione (affitto), l’art. 1576 del Codice civile dispone che le riparazioni necessarie sono a carico del proprietario ad eccezione delle spese per la piccola manutenzione dell’immobile e per l’ordinaria manutenzione delle cose mobili, che competono invece all’inquilino.
Se, pertanto, il danno è conseguenza dell’inerzia del conduttore nell’eseguire le ordinarie manutenzioni, questi sarà tenuto a risarcire il danno.

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Spese straordinarie
Il richiedente riferiva di dover effettuare dei lavori di manutenzione nell’appartamento di cui era conduttore. Aveva fatto presente la situazione al proprietario dell’appartamento, ma non aveva ottenuto alcuna risposta.

La risposta
In materia di locazione, salvo diversa previsione contrattuale, le spese di carattere straordinario sono a carico del locatore.
Oltretutto, questi deve adoperarsi al fine di mantenere l’immobile in buono stato di manutenzione.

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PENALE

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Denuncia anonima
Il richiedente desiderava avere ragguagli circa la possibilità di spergere denunzia in forma anonima.

La risposta
Nel nostro ordinamento la denuncia anonima è un atto processualmente inutilizzabile.
Il documento anonimo, infatti, non costituisce elemento di prova né integra “notitia criminis” (la conoscenza di un reato da parte della Procura che può così intraprendere le indagini).
La Corte di Cassazione ha ricordato, con la sent. 4329/09, che l’unico effetto degli elementi contenuti nella denuncia anonima può essere quello di stimolare l’attività di iniziativa del pubblico ministero e della polizia giudiziaria al fine di assumere informazioni dirette a verificare se può essere individuata una valida notitia criminis.
Unica funzione che potrebbe avere una denuncia anonima potrebbe essere quella di stimolare alle indagini le competenti autorità.

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Avviso di conclusione delle indagini
Il richiedente riferiva di aver ricevuto un avviso di conclusione delle indagini a suo carico.
Chiedeva come fosse opportuno procedere.

La risposta
L’avviso di conclusione delle indagini preliminari (art. 415 bis c.p.p.) ha la funzione di portare a conoscenza dell’indagato che vi sono state delle indagini nei suoi confronti e che le stesse non si sono concluse con l’archiviazione.
Con l’avviso ex art. 415 bis solitamente avviene la c.d. disclosure, cioè l’indagato apprende di essere tale.
Ovviamente tale disclosure può essere anticipata, come nel Suo caso, in occasione di attività quali sequestri, perquisizioni e interrogatori da parte della Polizia Giudiziaria.
Con la conclusione delle indagini preliminari, il Pubblico Ministero deposita presso la propria segreteria il fascicolo delle indagini affinché l’indagato, tramite difensore, possa prenderne visione ed estrarre copie.
Entro venti giorni dal ricevimento dell’avviso, l’indagato ha facoltà di presentare memorie e depositare documenti o chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio.
Successivamente alla conclusione delle indagini preliminari, il Pubblico Ministero può formulare la richiesta di rinvio a giudizio che, seguita dal decreto di fissazione d’udienza emesso dal Giudice, segna l’apertura del processo penale.
Per valutare le opportune azioni da intraprendere sarebbe necessario un esame degli atti e del fascicolo del PM.
In ogni caso, dati i termini perentori del processo penale, è opportuno evitare inerzie.

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Violazione di corrispondenza
La richiedente riferiva di aver ricevuto dei messaggi offensivi a lei indirizzati sul social network facebook, e di averli pubblicizzati in modo che il mittente smettesse di infastidirla.
Il mittente però sosteneva in risposta che lei avesse violato l’art. 616 c.p. (violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza).

La risposta
In linea di massima, se la corrispondenza è a Lei indirizzata, non potrebbe configurarsi il reato previsto e punito dall’art. 616 c.p.
Difatti, perché gli estremi della fattispecie delittuosa siano integrati ad opera del reo, la corrispondenza dev’essere “a lui non diretta”.

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Diffamazione
Il richiedente riferiva di aver “taggato”, ossia apposto il nome, di una ragazza in una fotograia che la ritraeva da lei pubblivcata in un social network.
Riferiva di aver apposto alla foto il commento “volgarità”. La ragazza rappresentata nella fotografia lo informava che avrebbe presentato una querela se lui non avesse tolto fotografia e nome.

La risposta
La persona “taggata” potrebbe aver presentato querela per il reato di diffamazione, il quale sanziona la condotta di chiunque offenda l’altrui reputazione, comunicando con più persone.
In questo caso, essendo il fatto stato commesso con un mezzo di pubblicità, la pena prevista sarebbe la reclusione fino a tre anni, ovvero la multa fino a € 2.605,00.
Tuttavia, ai fini della configurabilità del reato è richiesto il dolo dell’agente e l’effettiva offesa della reputazione.
Se venisse svolto il processo, il Giudice dovrà valutare se il commento apposto alla fotografia sia da considerare di portata tale da poter offendere l’onore ed il decoro della persona rappresentata nella foto stessa, o se si debba considerare solamente una manifestazione di un’opinione personale, anche alla luce del contesto in cui si svolgevano i fatti.

Diffamazione
Il richiedente, il quale ricopriva il ruolo di store manager in una società, veniva fatto oggetto di lettere dal contenuto diffamatorio inviate da una dipendente della società alla direzione.
Chiedeva come ottenere tutela.

La risposta
La condotta posta in essere dalla dipendente sembrerebbe integrare gli estremi del reato di diffamazione, la cui condotta si concretizza nell’offendere l’altrui reputazione comunicando con più persone.
In primis si potrebbe diffidare formalmente la dipendente dal reiterare il suo comportamento. Potrebbe si poi procedere a querelare la medesima per il reato di cui sopra.

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Diffamazione ai defunti
La richiedente riferiva che le era stato riferito che una sua stretta parente calunniava suo padre (defunto), ma mai in sua presenza.

La risposta
Al di là della riprovazione sociale di dichiarazioni di questo tipo, il decesso dell’interessato dovrebbe rendere impossibile la presentazione della querela, attesa la mancanza del titolare di diritti lesi.
Tutt’al più potrebbe rilevarsi l’illecito amministrativo (depenalizzato) di cui all’art. 724 c.p. “Bestemmia e manifestazioni oltraggiose verso i defunti”, punito con la sanzione pecuniaria da € 51 ad € 309.
In ogni caso non è mai opportuno “denunziare” qualcuno per espressioni riferite de relato.
Diverso sarebbe se la “denunzia” venisse presentata da chi direttamente abbia assistito ai fatti.

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Disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone
La richiedente riferiva di subire da 4 anni dei “dispetti” dalla vicina di casa.
Affermava inoltre di essere stata da questa aggredita verbalmente e minacciata una sera tardi solamente perchè, utilizzando la vicina la lavatrice in un orario non consono, si era da lei recata per farle notare l’orario.

La risposta
Un comportamento di disturbo come quello sopra descritto potrebbe essere fatto rientrare nell’ambito di applicazione dell’art. 659 c.p. (“Disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone”), punibile con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a Euro 309,00.
Affinchè si configuri la fattispecie in esame è necessario che ricorrano congiuntamente tre requisiti:
1.il soggetto abbia fatto schiamazzi o rumori oppure abbia abusato di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche;
2.per effetto dell’azione suddetta sia stato reso impossibile o notevolmente ostacolaro il normale svolgimento delle occupazioni o del riposo;
3.il soggetto si sia reso conto o avrebbe potuto rendersi conto di arrecare disturbo.
Peraltro la giurisprudenza ha chiarito di recente che l’oggetto del reato di cui all’art. 659 c.p. è costituito non solo dalla quiete pubblica, ma anche dalla quiete privata; ritengo quindi che ciò vada ad ulteriore conferma della possibilità di far rientrare il Suo caso in tale ambito.
Sotto un diverso punto di vista, il comportamento della Sua vicina potrebbe essere considerato stalking, un reato di recente introduzione nel nostro ordinamento (art. 612-bis c.p., “Atti persecutori”), punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.
Con tale reato si vuole sanzionare la condotta di chi con condotte reiterate minaccia o molesta taluno in modo tale da cagionargli un grave e perdurante stato di ansia o di paura o da ingenerare un profondo timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona legata affettivamente.
Per poter procedere penalmente in questo caso si renderebbe necessaria la proposizione da una querela dalla parte offesa.

Espulsione dello straniero
La richiedente, cittadina italiana sposata con un cittadino tunisino, riferiva l’intenzione del marito di richiedere il visto per entrare in Italia.
Affermava però che il marito era stato espulso dall’Italia e quindi era necessario procedere alla cancellazione dell’espulsione.

La risposta
La revoca di un provvedimento di espulsione può essere richiesta alla stessa Prefettura che emetteva il provvedimento.
Il presupposto principale per la concessione della revoca è la sussistenza di un interesse pubblico alla rimozione del provvedimento.
Da una recente comunicazione del Ministero dell’interno è emerso che tale interesse potrebbe ritenersi integrato dalla “regolarizzazione “della posizione della persona precedentemente espulsa.
L’adozione del provvedimento di revoca non è un atto vincolato ma soggetto alla discrezione amministrativa.
In ogni caso, come molti provvedimenti amministrativi in tema di immigrazione, il provvedimento che neghi la revoca può essere impugnato innanzi alla Magistratura Ordinaria.

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Firma falsificata
La richiedente riferiva di essere stata condannata al pagamento di una sanzione pecuniaria con l’accusa di aver falsificato la firma del suo ex fidanzato in 4 assegni risultati poi scoperti.

La risposta
Per ottenere il risarcimento in casi simili a quello esposto, è necessario che il richiedente domostri che le sottoscrizioni sono riconducibili alla persona accusata di falsificazione, e a tal fine si dovrà instaurare un procedimento giudiziario.

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Furto auto all’estero
Il richiedente riferiva di aver subito nel mese di settembre un furto della sua autovettura mentre era dal meccanico per una riparazione.
Riferiva che la macchina era stata ritrovata il mese seguente in Germania e che prima di poterla riavere era necessario aspettare la chiusura delle indagini aperte in Germania.
Si chiedeva cosa dovesse fare, visto che la Procura gli aveva assicurato che avrebbe dovuto attendere pochi giorni mentre dopo svariati mesi non si era ancora risolto nulla.

La risposta
Attese le tempistiche della Giustizia (in Italia come all’estero), l’attesa per lo sviluppo delle pratiche giudiziarie è una situazione molto frequente.
Si potrebbe eventualmente prendere contatto con la Procura estera o italiana per verificare lo stato del procedimento.

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Guida in stato di ebbrezza
Il richiedente riferiva di aver avuto un incidente con la propria autovettura. In seguito a tale incidente, gli veniva riscontrato nel sangue un tasso di alcool superiore al limite tollerato (1,94, limite 0,5); per tale motivo gli veniva sequestrata la vettura e veniva condannato a 45 giorni di carcere ed al pagamento di 12.500,00 Euro.
Il richiedente riteneva di aver subito un trattamento ingiusto, anche in considerazione del fatto che a suo avviso l’incidente non era stato causato da lui ma da altri automobilisti.

La risposta
Ai sensi dell’art. 186 C.d.S. n. 8 il Prefetto ordina che il conducente fermato in stato d’ebbrezza si sottoponga a visita medica per l’accertamento dei requisiti di idoneità ex art. 119 comma 4 C.d.S.
Tale ultima norma prevede che una commissione medica valuti lo stato di idoneità del conducente.
Avverso un eventuale ingiusta valutazione può essere presentato ricorso entro trenta giorni al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

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Sinistro stradale
Il richiedente riferiva di essere stato vittima di un incidente stradale nel quale la conducente dell’altra vettura si riconosceva in torto e veniva stipulata la constatazione amichevole.
Lo stesso riportava a causa dell’incidente danni fisici le cui conseguenze continuavano a protrarsi.

La risposta
In situazioni simili è bene rendere noto all’assicurazione che dal sinistro vi sono state conseguenze negative per la propria salute, per le quali intende chiedere il risarcimento.
Si potrebbe inviare una raccomandata con ricevuta di ritorno, allegando anche il verbale del pronto soccorso ed eventuali certificati del medico di famiglia.
Se dovessero rendersi necessarie altre visite o dovesse sostenere spese mediche, è opportuno conservare ogni ricevuta e certificato e inoltrarne prontamente copia all’assicurazione, preferibilmente sempre a mezzo raccomandata.

Sinistro stradale
Il richiedente riferiva di esere stato investito oltre la metà di un incrocio da un’auto, il cui conducente si giustificava dicendo di non averlo visto.
Alla richiesta di documenti da parte dei Carabinieri, il richiedente si accorgeva di non avere rinnovato l’assicurazione; provvedeva a rinnovarla e, dopo aver regolarizzato il verbale dei CC ed il premio, chiamava la controparte.
Riferiva che la sua assicurazione affermava che non fosse tenuta all’indennizzo; la controparte proponeva poi un accordo in via transattiva, ma l’importo offerto appariva eccessivamente basso e non proporzionato.

La risposta
In tema di scontro tra veicoli, vige la presunzione di eguale concorso di colpa, come stabilito dal secondo comma dell’art. 2054 c.c.: “nel caso di scontro tra veicoli si presume, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli.
Tale presunzione, tuttavia, può essere vinta dimostrando la colpa di uno solo dei conducenti dei veicoli coinvolti.
In alternativa è anche possibile, sempre tramite la dimostrazione dello svolgimento del sinistro, ripartire in maniera differente la colpevolezza tra i conducenti dei veicoli coinvolti, ad esempio nella misura del 70% ad uno e 30% all’altro.
Ciò, ovviamente, nel caso in cui si riesca a dimostrare che uno dei conducenti abbia posto in essere una condotta imprudente ovvero abbia violato norme del codice della strada.
L’eventuale assenza di copertura assicurativa dovrà essere valutata se sussisterà un obbligo risarcitorio a Suo esclusivo carico.
Nel caso risulti sussistente a proprio carico tale obbligo, dovrà essere la controparte a dar prova dell’effettivo danno.
Qualora la richiesta risulti sproporzionata si potrà valutare la possibilità di effettuare una offerta formale minore e resistere in un eventuale giudizio per il residuo richiesto.

Sinistro stradale
Il richiedente riferiva di aver subito un incidente stradale e di trovarsi nella condizione di passeggero della vettura. A causa di tale incidente riportava un colpo di frusta e restava legittimamente assente dal lavoro a titolo di infortunio.

La risposta
In qualità di terzo trasportato ha diritto di richiedere il risarcimento dei danni patiti al conducente, al proprietario del veicolo nonché all’assicurazione del veicolo sul quale viaggiava.
La Legge prevede che la liquidazione dei danni biologici abbia luogo solo a fronte dell’avvenuta guarigione certificata da un medico

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Maltrattamenti in famiglia
La richiedente riferiva di voler divorziare dal marito, dal quale aveva avuto 3 figli, a causa dei continui maltrattamenti subiti.

La risposta
In caso di maltrattamenti in famiglia oltre ad una eventuale denunzia può essere richiesto all’Autorità Giudiziaria un’ordine di protezione contro gli abusi familiari.
Un comportamento violento può altresì essere causa per l’addebito della separazione.

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Pericolosità sociale
Il richiedente, cittadino italiano di nazionalità italiana, riferiva di avere un fratello residente in Italia di nazionalità marocchina, il quale era sposato, aveva 2 figli nati dal matrimonio, ed aveva sia casa che lavoro.
Affermava che il fratello aveva patteggiato una condanna per spaccio di sostanze stupefacenti, e che ciò gli aveva causato dopo 2 anni il mancato rinnovo del permesso di soggiorno perchè considerato una persona pericolosa.

La risposta
La valutazione della pericolosità sociale di un individuo, al fine del rinnovo del permesso di soggiorno, è rimessa alla valutazione della Questura competente.
La giurisprudenza amministrativa (Cons. di Stato 6018/06) ha recentemente rilevato che tale valutazione, anche se basata su un mero esame dei precedenti e non sulla disamina della personalità dell’individuo, risulti scevra da critiche fintantoché non basata su motivazioni illogiche o incongrue.
Per completezza riporto che vi è pur un diverso orientamento, sostenuto da diverse sentenze di primo grado (TAR Toscana I 6/6/2005 n. 2710; TAR Piemonte II 14/5/2005 n. 1678; TAR Trieste 19/6/2004 n. 347; TAR Parma 7/4/2005 n. 207; TAR Bologna I 6/9/2005 n. 1514, 24/5/2005 n. 753 e 20/4/2005 n. 632) che ritiene che l’accertamento della pericolosità non possa prescindere dall’esame dell’individuo.
Di talché, se i termini fossero ancora pendenti, sarebbe possibile, valutati gli eventi ed in considerazione del fatto che il c.d. patteggiamento non è, formalmente, una condanna, impugnare il provvedimento che negava il rinnovo innanzi alla compentente Autorità Giudiziaria.

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Prostituzione
Il richiedente si domandava se la prostituzione costituisse reato.

La risposta
Esistono numerosi tipi di reato collegati alla prostituzione (induzione, sfruttamento, favoreggiamento, prostituzione minorile), tuttavia il volontario esercizio della prostituzione (da parte della persona maggiore di età) non costituisce reato ai sensi del Codice penale.
Rilevo l’esistenza di un Disegno di Legge che punirebbe la prostituzione in un luogo pubblico. Tale progetto, tuttavia, non è statao ancora approvato dal legislatore.
A livello locale (Comunale), vi possono però essere delle ordinanze che prevedono sanzioni amministrative per chi esercita la prostituzione per gli eventuali clienti.

Prostituzione
La richiedente riferiva che nel condominio in cui abitava un inquilina esercitava la prostituzione.
Chiedeva se potesse inoltrare un’azione legale.

La risposta
La prostituzione, di per sé, non costituisce attualmente reato.
Risultano punibili, invece, le condotte offensive del pudore dell’onore sessuale ma solo quando poste in essere in luoghi pubblici e non certo nelle private dimore.
Sono altresì puniti lo “sfruttamento” e l’induzione alla prostituzione.
Un’azione eventualmente esperibile, qualora ne ricorressero i presupposti, potrebbe essere quella posta a tutela del riposo delle persone, il cui disturbo è penalmente sanzionato.

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Querela
Il richiedente riferiva di aver ricevuto una querela e chiedeva informazioni su come, di comune accordo con il querelante, evitare il processo scrivendo una lettera.

La risposta
Per evitare la prosecuzione del procedimento è necessario che la querela sia ritirata da parte del querelante e che la remissione di querela venga accettata dal querelato.
Il modo più veloce per effettuare tali atti consiste nel recarsi congiuntamente innanzi ad un Ufficiale di Polizia Giudiziaria (Polizia di Stato o Carabinieri).
Nel caso si ritenga di effettuare l’iter sopra indicato a mezzo posta è necessario che la sottoscrizione delle parti sia autenticata.

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Registrazioni vocali
La richiedente chiedeva se una registrazione di una conversazione durante la quale un soggetto conferma un accordo verbale non mantenuto potesse essere utilizzato come prova in un processo.
Domandava inoltre se vi fossero differenze tra la registrazione di una conversazione avvenuta di persona ed una telefonica.

La risposta
La registrazione di una conversazione effettuata da una delle persone che hanno preso parte alla conversazione stessa o che vi ha assistito potrebbe essere considerata lecita, a condizione che il contenuto non venga divulgato.
La registrazione così ottenuta costituirebbe una forma di memorizzazione (fonica) di un fatto, e di tale documento la parte può disporre, con l’unico limite derivante dagli eventuali divieti di divulgazione del contenuto della comunicazione.
Da un punto di vista civile la registrazione audiofonica di fatti (legittimamente ottenuta) può costituire prova se colui contro il quale viene prodotta non ne disconosce la conformità ai fatti rappresentati.
Il problema dell’utilizzo delle registrazioni in ambito processuale è duplice.
Da una parte, nel momento in cui la controparte ne contesti il contenuto, potrebbero non essere utilizzabili come prove (ma solo come indizi – art. 2712 c.c.).
Dall’altra, se non sono ottenute con il consenso del registrato si potrebbe, in alcuni casi, incorrere in una violazione della privacy con il conseguente risarcimento del danno.
Tuttavia, la Corte di Cassazione ha recentemente ritenuto che il diritto alla riservatezza della parte che ha “subito” la registrazione possa risultare soccombente rispetto all’interesse pubblico all’accertamento della verità, ove questo risulti degno di tutela.
Per una disamina più dettagliata sarebbe necessario approfondire le circostanze da Lei solo menzionate: difatti le modalità e le circostanze di ogni singolo caso potranno trovare di volta in volta diverse soluzioni.
E’ poi indifferente la modalità della conversazione (telefonica o de visu).

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Riabilitazione
La richiedente riferiva che 18 anni fa un ragazzo allora minorenne aveva acquistato un motorino, risultato in seguito rubato.
Riportava che il ragazzo era stato condannato per ricettazione.
Trascorsi 18 anni il ragazzo chiedeva la riabilitazione, ma non viene concessa in quanto non vi è stato il risarcimento alla parte offesa, ma riferiva che dopo un lasso di tempo così lungo risultava quasi impossibile reperirlo.
La richiedente domandava cosa si dovesse fare per ottenere la cancellazione della condanna.

La risposta
Per ottenere la cancellazione dal certificato del casellario giudiziale di una sentenza di condanna è necessario richiedere la riabilitazione, come precedentemente tentato.
Tra i requisiti della concessione della riabilitazione vi è, come rilevato dal Tribunale di Sorveglianza e come previsto dall’art. 179 c.p., l’adempimento delle obbligazioni civili nascenti dal reato (risarcimento del danno).
In difetto di tale requisito la riabilitazione non può essere concessa.
Tuttavia la Legge prevede l’esenzione da tale adempimento qualora sia dimostrata l’impossibilità del risarcimento.
Non è tuttavia sufficiente sostenere la difficoltà di rintracciare la persona offesa, bisogna dar prova di aver tentato e di aver fallito per impossibilità effettiva.
All’uopo suggerisco di iniziare dagli atti del procedimento penale.
In essi dovrebbe essere contenuto il nome della persona offesa o, quantomeno, la targa del motociclo.
Una visura al PRA potrebbe essere sufficiente per individuare gli estremi della persona offesa.
Una volta a conoscenza di questi dati ci si può recare nel comune dell’ultima residenza nota e richiedere un certificato per uso giudiziario.
Da tale certificato si potrà avere conferma della residenza ovvero dell’emigrazione presso altro Comune.
In tale ultimo caso ci si dovrà recare presso il Comune segnalato e ripetere la procedura fino all’individuazione della persona offesa.
Una volta individuata tale persona si potrà formulare nei suoi confronti una proposta risarcitoria.
Nel momento in cui si dovessero trovare difficoltà tali da rendere irrintracciabile una persona (emigrata all’estero e non iscritta all’AIRE, irreperibile, ecc..) si potrà dimostrare l’impossibilità del risarcimento.

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Violazione della privacy
La richiedente riferiva che la responsabile dello studio di commercialisti presso il quale svolgeva praticantato aveva stampato dal suo computer tutte le conversazioni personali intercorse con un collega fuori dall’orario di lavoro, diffondendone il contenuto.

La risposta
Nel caso esposto sembra potersi ravvisare una violazione della Sua privacy, tutelata dalla l. 675 del 31 dicembre 1996.
L’art. 11 di tale legge prevede che per il trattamento dei dati personali (quali quelli contenuti nelle conversazioni scambiate tra Lei ed il Suo collega) è necessario il consenso dell’interessato.
Oltre a ciò potrebbero trovare applicazione diversi articoli del Codice penale, quali l’art. 615 bis (interferenze illecite nella vita privata), 615ter (accesso abusivo ad un sistema informatico) o 616 (violazione di corrispondenza).
Sarebbe opportuno, pertanto, presentare una querela nei confronti dell’autore del reato.

Violazione della privacy
Il richiedente riteneva di aver subito un’ingiusta invasione della sua privacy in seguito alla lettera ricevuta da una vicina di casa, la quale lamentava l’emissione di schiamazzi notturni da parte dell’uomo, dovuti all’attività sessuale di questi con la propria moglie.

La risposta
Se la missiva viene recapitata solo al soggetto interessato, con la completa esclusione di soggetti terzi, non vi è alcuna violazione della privacy. Si potrebbe eventualmente valutare la presenza nella stessa di espressioni offensive e sconvenienti nei confronti dei destinatari, al fine eventuale di presentare una denuncia avverso il mittente.

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DIRITTO PROCESSUALE

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Accesso atti giudiziari
La richiedente domandava come potesse reperire la documentazione relativa ad una causa di separazione giudiziale e come potesse entrarne in possesso.

La risposta
Per accedere agli atti di un giudizio è necessario essere parte in tale procedimento oppure presentare all’Autorità Giudiziaria un’istanza di accesso, dimostrando un interesse giuridicamente motivato.

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Citazione del testimone
La richiedente riferiva di aver ricevuto un atto di citazione in qualità di testimone per un processo civile, ed affermava che il processo si sarebbe svolte in un’altra regione.
Per lei, il viaggio per raggiungere il luogo del processo sarebbe stato eccessivamente oneroso e altrettanto problematico sarebbe stato epr lei assentarsi dal lavoro.

La risposta
Le norme che disciplinano la citazione dei testimoni sono contenute nel Codice di procedura civile, agli artt. 244 e ss.
Tali norme dispongono che, nel caso un testimone regolarmente citato non compaia, il Giudice possa ordinare una nuova intimazione oppure disporne l’accompagnamento coatto, condannandolo altresì ad una sanzione pecuniaria non inferiore ad € 100,00 e non superiore ad € 1.000,00 per la mancata comparizione senza giusto motivo.
Tale norma è posta a tutela dell’interesse pubblico insito nel processo che prevale sull’interesse del singolo.
Ovviamente a seconda delle richieste delle parti (e di quanto valutino essenziale l’audizione del testimone) il Giudice potrà prendere uno dei provvedimenti di cui sopra ovvero procedere all’audizione di altri testi.

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Consulente tecnico d’ufficio
La richiedente contestava le modalità, i metodi e le conclusioni di un consulente tecnico d’ufficio.

La risposta
La funzione del Consulente Tecnico d’Ufficio nel processo civile è unicamente quello di fornire al Giudice le competenze tecniche necessarie per accertare i fatti posti dalle parti a fondamento delle reciproche pretese.
In ragione di tale funzione, la contestazione delle modalità, dei metodi e delle conclusioni del CTU può essere espressa attraverso i Consulenti di parte e con le osservazioni successive allo svolgimento della CTU.
Ove si rilevino dei vizi nei processi logici o nelle deduzioni tecniche, tali vizi possono quindi essere esposti al Giudice prima che questi emetta la sentenza.
In ragione della natura tecnica delle valutazioni, per la confutazione delle medesime si dovrebbe quindi far riferimento ad un esperto del settore (Ingegnere, Architetto, Geometra, ecc…).

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Difetto di notifica
Il richiedente riferiva di essere stato denunciato da alcuni minori per violenza sessuale. Quindici mesi dopo tale denuncia i carabinieri avevano notificato solo al suo ex-legale l’avviso di conclusione delle indagini.
Novanta giorni dopo la ricezione della notifica da parte dell’ex-legale, al ricorrente non era ancora stato recapitato alcunché.

La risposta
In sede di udienza preliminare il G.u.p. rileva l’eventuale difetto di notifica e ne dispone la rinnovazione.

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Pagamento di spese processuali
Il richiedente, condannato per traffico di stupefacenti e liberato dopo aver scontato la pena, intendeva far ricorso averso il pagamento delle spese processuali.

La risposta
Ai sensi dell’art. 6 D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, il debito per le spese processuali viene rimesso nei confronti di chi si trova in disagiate condizioni economiche ed ha tenuto una regolare condotta (in istituto o in libertà).
La domanda deve essere presentata al Magistrato competente ai sensi degli art. 677 e ss c.p.p.
L’istanza va, quindi, presentata al Magistrato di Sorveglianza competente per il luogo di residenza o di domicilio del richiedente anche se questi non risulta più detenuto.
A seguito del deposito della suddetta istanza, il Magistrato di Sorveglianza fissa l’udienza per la deliberazione.
All’udienza il richiedente dovrà essere assistito da un difensore (di fiducia o d’ufficio).
Nel periodo intercorrente tra il deposito dell’istanza e l’udienza, l’Ufficio di Sorveglianza dispone agli organi finanziari e di Polizia Giudiziaria i controlli necessari a constatare l’effettivo stato economico del richiedente.
All’udienza, il Magistrato di Sorveglianza, esaminati gli accertamenti e sentite le parti, valuta se accogliere o meno la richiesta di remissione del debito.

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Stato denuncia
La richiedente riferiva di avere sporto denuncia presso i carabinieri per un sinistro stradale di cui era stata vittima.
Domandava come potesse sapere se le indagini fossero ancora in corso.

La risposta
Attesa la pendenza delle indagini preliminari, il cui contenuto è coperto da segreto, per avere qualche ragguaglio in più circa il procedimento potrebbe richiedere alla Procura un certificato ex art. 335 c.p.p. in qualità di persona offesa per verificare gli estremi del procedimento.

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Lodo arbitrale
Il richiedente richiedeva informazioni relativamente all’opposizione e all’impugnabilità del lodo rituale di diritto.

La risposta
La disciplina relativa alle impugnazioni dei lodi arbitrali rituali è
riportata nel Codice di procedura civile agli artt. 827 e ss.
Tali norme stabiliscono che vi siano tre tipologie di impugnazioni:
– per nullità;
– per revocazione;
– per opposizione di terzo.
Le ragioni della nullità attengono principalmente ad eventuali vizi di forma o procedurali nella clausola compromissoria, nel procedimento
arbitrale o nel lodo, nonché al mancato rispetto di basilari norme di diritto (violazione del principio del contraddittorio tra le parti,
giudicato contrario) od ancora all’omessa pronuncia relativamente ad alcune delle domande delle parti.
Il termine per proporre la predetta impugnazione è di 90 giorni dalla notificazione del lodo.
Relativamente alla revocazione valgono le norme stabilite per i giudizi ordinari (art. 395 c.p.c.): il lodo può essere revocato se vi è stato
dolo di una parte ai danni dell’altra, se la decisione si basava su prove dichiarate false, se vi è stata l’impossibilità di presentare
prove decisive ovvero se vi è stato dolo da parte degli arbitri.
L’opposizione di terzo riguarda la circostanza in cui un terzo veda pregiudicati i propri diritti sulla base del lodo.
L’Autorità Giudiziaria che decide dell’impugnazione è, di norma, la Corte d’Appello.

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RECUPERO CREDITI

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Ricorso per decreto ingiuntivo
Il richiedente domandava informazioni relativamente al ricorso per decreto ingiuntivo.

La risposta
Per richiedere decreto ingiuntivo è necessario predisporre un ricorso alla competente Autorità Giudiziaria, allegando la fattura non pagata ed un’estratto autentico del registro iva relativo alla fattura.
Tale estratto potrà essere effettuato da un Notaio.
Una volta depositato il ricorso con gli allegati, il Giudice dovrebbe emettere il decreto entro un mese.
Dopodiché sarà necessario notificare il decreto al debitore, per dare a quest’ultimo la possibilità di proporre opposizione.
Se l’opposizione non verrà proposta entro 40 giorni sarà possibile procedere all’esecuzione forzata.
Ovviamente, prima di intraprendere l’esecuzione è opportuno compiere qualche verifica del patrimonio del debitore, per localizzare i beni da colpire col pignoramento.

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Opposizione a decreto ingiuntivo
Il richiedente riferiva di aver ricevuto un ingiunzione di pagamento per un debito insoluto contratto dalla s.r.l. della quale era socio all’1%.
Affermava che nell’atto di citazione veniva identificato come “legale rappresentante”, ma non ricopriva tale ruolo. Manifestava perciò la sua volontà di fare ricorso.

La risposta
L’opposizione a decreto ingiuntivo, disciplinata dall’art. 645 c.p.c., consiste in un giudizio ordinario da instaurare con atto di citazione del creditore innanzi all’Autorità Giudiziaria che ha emesso il provvedimento.
La Legge, all’art. 82 c.p.c., dispone l’onere del patrocinio per le cause di valore superiore ad € 516.46.

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Procedura per recupero crediti
Il richiedente riferiva di aver stipulato un contratto con un condominio per dei lavori da svolgere in esso; nel contratto era previsto il pagamento del 30% dell’importo totale all’inizio dei lavori, il 30% a fine lavori, ed il 30% dopo 60 giorni dalla fine dei lavori.
Lamentava la mancata corresponsione di quanto dovuto, e mandava una raccomandata con ingiunzione a saldare quanto dovuto.

La risposta
La procedura solitamente seguita per il recupero dei crediti consta di una fase stragiudiziale e di una giudiziale.
La fase stragiudiziale si apre con l’invio di una diffida di pagamento e prosegue con la gestione delle eventuali trattative.
Può concludersi con il pagamento (se il debitore adempie spontaneamente), con la stipulazione di un piano di rientro (se il debitore offre di pagare a rate ed il creditore accetta) oppure con la decisione di instaurare un giudizio (se il debitore persiste nel rifiuto di pagare ed il creditore vuole proseguire).
Per il recupero dei crediti giudiziale, la Legge prevede, al di là dell’instaurazione di un giudizio ordinario, anche la possibilità di usufruire di un procedimento speciale, il così detto procedimento monitorio per l’emissione di decreto ingiuntivo.
Tale procedimento ha natura sommaria ed è più celere di un giudizio ordinario.
Il Codice di procedura civile detta la disciplina del predetto procedimento agli artt. 633 e seguenti.
In particolare la norma prevede che su domanda di chi è creditore di una somma liquida di denaro, il Giudice competente pronunzi ingiunzione di pagamento se il credito è fondato su prova scritta.
La prova scritta può essere offerta con la fattura per i lavori ed il relativo estratto dal registro iva predisposto da un Notaio.

Procedura per recupero crediti
La richiedente affermava che i genitori di una socia dell’Associazione di cui lei era portavoce non avevano provveduto a versare quanto dovevano e prospettava la possibilità che gli stessi compensassero il loro debito mettendosi a disposizione dell’Associazione per due pomeriggi alla settimana per un totale di due mesi.

La risposta
Sicuramente è possibile rimettere un debito a fronte di prestazioni volontarie di ausilio all’attività dell’Istituto.
Ovviamente tali prestazioni non potrebbero essere coatte, nel senso che i debitori dovrebbero adoprarsi spontaneamente.
Si potrebbe formulare una diffida di pagamento che offra la possibilità, in via alternativa al saldo, di svolgere attività di volontariato presso l’Associazione con la quale il soggetto ha contratto il debito.

Procedura per recupero crediti
La richiedente riferiva di essere titolare di un’impresa artigiana, e di aver versato un assegno bancario poi ritornatole insoluto per mancanza di fondi da parte di un debitore dell’impresa.

La risposta
Il mancato pagamento di un credito nascente da contratto costituisce inadempimento, con tutte le conseguenze di legge.
Ai sensi dell’art. 1454 c.c., alla parte inadempiente, l’altra parte può intimare per iscritto di adempiere entro un congruo termine.
In difetto di spontaneo adempimento, si potrà agire in giudizio per la tutela dei diritti lesi.

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