Archivio per Categoria Societario

DiMatteo Bertocchi

Diritto di controllo dei soci della holding sulla società controllata

L’art. 2476 c.c. dispone, al secondo comma, che “i soci che non partecipano all’amministrazione hanno diritto di avere dagli amministratori notizie sullo svolgimento degli affari sociali e di consultare, anche tramite professionisti di loro fiducia, i libri sociali ed i documenti relativi all’amministrazione“.

Il diritto di controllo è riconosciuto dalla norma ai “soci che non partecipano all’amministrazione“.

L’ambito del diritto di controllo del socio è delimitato dal legislatore con riguardo all’acquisizione di “notizie sullo svolgimento degli affari sociali” ed alla consultazione dei libri sociali e dei documenti relativi all’amministrazione.

Nulla dice la norma circa il caso in cui la società eserciti il controllo su altre società. Non è quindi espressamente previsto che il diritto di controllo del socio possa altresì consentire di acquisire notizie sugli affari sociali delle società controllate e di consultare i libri sociali e i documenti relativi all’amministrazione anche di queste ultime.

Tuttavia, è possibile una interpretazione estensiva dell’art. 2746 c.c., in analogia con quanto disposto dall’art. 2403-bis c.c. che, relativamente alla delimitazione dei poteri di controllo del collegio sindacale nella società per azioni, dispone che “il collegio sindacale può chiedere agli amministratori notizie, anche con riferimento a società controllate, sull’andamento delle operazioni sociali o su determinati affari. Può altresì scambiare informazioni con i corrispondenti organi delle società controllate in merito ai sistemi di amministrazione e controllo ed all’andamento generale dell’attività sociale“.

In tal senso, anche una recente pronunzia del Tribunale di Torino (Ordinanza 20 febbraio 2019), che stabiliva che “l’ambito del potere di controllo del socio di s.r.l. va parametrato al potere di gestione spettante all’organo amministrativo di essa, e dunque, con riguardo a società holding, ricomprende il diritto di essere informato su ciò che succede nelle società controllate, la cui gestione costituisce l’attività specifica della capogruppo“.

DiMatteo Bertocchi

Le fusioni societarie e il leveraged- by out

Attraverso il fenomeno della fusione due o più società, che non siano in liquidazione e abbiano già cominciato la distribuzione dell’attivo, si uniscono per formarne una sola.

Esistono essenzialmente due tipi di fusione: quella che si ottiene con la costituzione di una nuova società in cui confluiscono tutte le società da fondere (c.d. fusione in senso stretto) e quella per cui una o più società si fondono in una di esse che le assorbe (fusione per incorporazione di società di cui si possiedono tutte le azioni o le quote della incorporata, o alternativamente incorporazione di società possedute al 90 %).

Il procedimento di fusione in senso stretto si articola nella predisposizione di un progetto di fusione e di una serie di altri documenti prescritti dal legislatore alle singole società che devono fondersi (situazione patrimoniale, relazione sulla fusione e relazione degli esperti su rapporto di azioni o quote) da depositarsi presso le sedi di tutte le società partecipanti alla fusione entro e non oltre 30 giorni prima della delibera sulla fusione.

Quest’ultima vede la partecipazione di tutte le società partecipanti che decideranno, secondo le modalità stabilitee da ciascuno degli statuti, sulla fusione con l’approvazione del relativo progetto, il quale potrà essere modificato solo qualora non leda diritti di terzi.

La delibera sarà poi depositata per procedere all’iscrizione della stessa nel registro delle imprese.

Si potrà procedere poi all’esecuzione della fusione solo decorsi due mesi da tale iscrizione senza che l’eventuale opposizione dei creditori abbia determinato il giudice a interrompere l’operazione.

Esistono tuttavia ipotesi per le quali la fusione può avvenire anche prima della scadenza dei due mesi successivi al deposito della delibera, ovvero quando le società abbiano soddisfatto tutti i creditori o acquisito il loro consenso all’operazione o depositato le somme necessarie al pagamento dei crediti in un conto vincolato presso una banca.

La fusione deve risultare da atto pubblico stipulato, nel termine di 30 giorni dalla delibera, dagli amministratori delle società partecipanti, sottoposto a iscrizione nel registro delle imprese.

I rapporti intrattenuti dalle società partecipanti alla fusione non si estinguono, ma procedono in capo alla società che ne risulta: la fusione tra società, prevista dall’art. 2501 c.c. e segg., non determina, nell’ipotesi di fusione per incorporazione, l’estinzione della società incorporata, ma soltanto un fenomeno evolutivo della società stessa, né crea un nuovo soggetto di diritto nell’ipotesi di fusione paritaria, attuando l’unificazione mediante l’integrazione reciproca delle società partecipanti alla fusione” (Cass., Sez. Un. 2637/2006, Cass. sez. Unite 19698/2010).

L’iter appena descritto si riferisce alla fusione di tipo classico, mentre per le altre ipotesi di incorporazione alcune modifiche sono state previste dal legislatore:

– nell’ipotesi di incorporazione di società in un’altra che possiede tutte le azioni o le quote della prima, non è prevista la relazione degli esperti sul rapporto di cambio azioni o quote e la decisione sulla fusione può essere, statuto permettendo, decisa dall’organo amministrativo anziché dall’assemblea societaria;

– nelle incorporazione di società posseduta solo al 90 % vi è la necessità di  una forma di tutela per quel 10% di capitale sociale residuo non posseduto dall’incorporante: dunque la possibilità di non redigere né la relazione sulla fusione, né quella degli esperti sul rapporto di cambio è possibile solo se ai soci di minoranza della società incorporata sia possibile vendere le proprie azioni, alla società incorporante per un corrispettivo determinato alla stregua dei criteri previsti per il recesso.

Ultima ipotesi di fusione quella prevista all’art. 2501 bis c.c., il quale disciplina il fenomeno del leverage buy – out ossia fusione a seguito di acquisizione con indebitamento.

Si tratta di un’operazione finanziaria finalizzata all’acquisto di attività aziendali, o di partecipazioni di società (azioni o quote), finanziata da un consistente ammontare di debiti e da un limitato ammontare di mezzi propri (a volte addirittura nulli), consentiti dall’utilizzo delle attività oggetto dell’acquisizione e dal flusso di cassa che l’investimento genererà in futuro.

La società che intende acquistare il controllo della società B non avendo sufficienti disponibilità finanziarie, ricorre al prestito da parte della società A alla quale promette in garanzia, in seguito all’acquisto del controllo, le azioni o le quote del patrimonio della società B.

In questo caso l’acquisto del controllo di una società avviene attraverso l’utilizzo di una ingente quota di capitali fornita non dall’acquirente ma da un terzo e l’obbligazione debitoria contratta per l’acquisizione della società cd. bersaglio (società acquisita) trasla in capo alla stessa società bersaglio.

Il progetto di fusione deve indicare le risorse finanziarie previste per il soddisfacimento delle obbligazioni della società risultante dalla fusione e deve essere allegata una relazione del soggetto incaricato della revisione legale dei conti della società obiettivo o della società acquirente; la relazione dell’organo di gestione deve indicare le ragioni che giustificano l’operazione e contenere un piano economico e finanziario con indicazione della fonte delle risorse finanziarie e la descrizione degli obiettivi che si intendono raggiungere; la relazione degli esperti, attesta la ragionevolezza delle indicazioni contenute nel progetto di fusione.

DiMatteo Bertocchi

Simul stabunt simul cadent

La clausola simul stabunt simul cadent, quando presente nello Statuto di una Società, prevede che, al venir meno di uno dei Consiglieri del Consiglio d’Amministrazione, decada l’intero Consiglio.

La possibilità di inserire tale clausola nello Statuto è prevista dal Codice Civile, all’art. 2386 comma 4.

L’attivazione della clausola simul stabunt simul cadent implica la necessità di integrale rinnovo del consiglio di amministrazione, senza la possibilità di procedere a sostituzioni parziali interinali.

Tale è la recente pronunzia del Tribunale di Milano del 23 aprile 2018, con la quale il Giudice disponeva la sospensione dell’efficacia della delibera del Collegio Sindacale che, rilevato il carattere abusivo della condotta degli amministratori dimissionari, prospettava la non operatività della predetta clausola.

Trib. MI 18561-2018

DiMatteo Bertocchi

Iscrizione nel Registro delle imprese delle start-up innovative

Le start up innovative possono essere iscritte nella sezione speciale del Registro delle imprese se l’oggetto sociale non è manifestamente carente dei requisiti dell’innovatività e dell’alto valore tecnologico” (Tribunale di Torino, decreto 10 febbraio 2017)

Il D.L. 179/12 ha introdotto la disciplina delle start-up innovative.

Per poter essere definita start up innovativa la società deve possedere determinati requisiti, fra i quali l’oggetto sociale, esclusivo o prevalente, riguardante lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico.

Tali società, per poter usufruire delle agevolazioni fiscali previste dalla Legge, devono essere iscritte nella sezione speciale del Registro delle imprese riservata alle start-up innovative.

La norma sopra indicata, all’art. 25, prevede che “la start-up innovativa è automaticamente iscritta alla sezione speciale del registro delle imprese di cui al comma 8, a seguito della compilazione e presentazione della domanda in formato elettronico“.

Se, quindi, sono rispettati i requisiti formali previsti dalla Legge, l’iscrizione è automatica.

L’unico caso in cui l’Ufficio del Registro potrebbe negare l’iscrizione sarebbe quello in cui l’attività che la società si prefigge di svolgere sia manifestamente priva delle caratteristiche dell’innovatività e dell’alto valore tecnologico.

DiSara Riva

Arbitrato societario e scioglimento della società

È recente la pronuncia del Tribunale di Milano (Trib. Milano, sez. Impresa, n. 2045 del 20.02.2017) intervenuta in merito ad una controversia insorta tra due soci di una società farmaceutica, in seguito al ricorso formulato da uno di essi al fine di accertare l’impossibilità per la società stessa di raggiungere l’oggetto sociale e conseguentemente dichiarare lo scioglimento della società.

Il resistente si costituiva eccependo l’incompetenza del Tribunale adito, stante l’esistenza di una clausola compromissoria all’interno del contratto sociale, con la quale si stabiliva che in caso di insorgenza di controversie relative circa l’interpretazione l’esecuzione o le sorti del suddetto contratto, le stesse dovessero essere devolute ad un arbitro.

L’art. 34 del D.Lgs 5/03 (al pari di quanto previsto all’art. 806, comma 1, c.p.c.), stabilisce che possono essere devolute ad arbitri unicamente le liti avente ad oggetto diritti disponibili (Cass. Ord. n. 21422/2016).

Pertanto, qualora la controversia riguardi diritti indisponibili, ossia diritti che non soddisfino unicamente l’interesse del titolare, ma che abbiano anche una rilevanza pubblica, dovranno essere risolti di fronte al Tribunale.

Il Tribunale di Milano, nel caso in esame, ha fatto proprio l’indirizzo giurisprudenziale maggioritario sostenendo come “le cause di scioglimento di una società, non riguardino solo gli interessi dei soci, di per sé disponibili, ma piuttosto l’interesse al mantenimento in vita della società, riferibile anche ai terzi e pertanto indisponibile” e che pertanto le stesse non possano essere decise con un procedimento arbitrale

Tale principio può trovare applicazione anche per la società di persone, la quale costituisce, sia sotto l’aspetto sostanziale che procedurale, un centro autonomo di rapporti intersoggettivi diversi e distinti da quelli facenti capo al singolo socio.

DiMatteo Bertocchi

Esclusione del socio di s.r.l.

L’atto costitutivo può prevedere specifiche ipotesi di esclusione per giusta causa del socio. In tal caso si applicano le disposizioni del precedente articolo, esclusa la possibilità del rimborso della partecipazione mediante riduzione del capitale sociale.” (art. 2473bis c.c.).

La disciplina dell’esclusione del socio lascia intravedere come la volontà del legislatore della riforma del 2003 fosse improntata all’introduzione di accentuati tratti personalistici nella Società a responsabilità limitata. La riforma ha infatti grandemente accresciuto l’autonomia statutaria nei rapporti endosocietari.

Secondo la previsione dell’art. 2473 bis c.c., i soci sono liberi di prevedere, nell’atto costitutivo, specifiche ipotesi di esclusione del socio, per giusta causa.

La causa di esclusione potrà consistere sia in una circostanza oggettiva, sia in una condizione suscettibile di valutazione discrezionale.

Devono comunque essere individuate situazioni che non consentono la prosecuzione della partecipazione del socio alla società, quali gravi violazioni dei doveri sociali o dell’affectio societatis che deve caratterizzare il rapporto tra soci.

La giusta causa di esclusione va valutata in modo specifico, in modo che sia considerata in relazione alla singola organizzazione sociale ed alle sue esigenze.

Non è quindi più la Legge in astratto, bensì l’autonomia privata, a prevedere, per ogni singola società, quali debbano essere i motivi che giustificano l’espulsione del socio. 

DiMatteo Bertocchi

Arbitrato endosocietario

La Suprema Corte di Cassazione, con l’ordinanza 21422 del 24/10/2016, precisa che nell’arbitrato societario, per la risoluzione delle controversie tra soci o tra soci e società, l’applicazione dell’art. 34 D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 5 è inderogabile.

Art. 34 D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 5:


  1. Gli atti costitutivi delle società, ad eccezione di quelle che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio a norma dell’ articolo 2325-bis del codice civile, possono, mediante clausole compromissorie, prevedere la devoluzione ad arbitri di alcune ovvero di tutte le controversie insorgenti tra i soci ovvero tra i soci e la società che abbiano ad oggetto diritti disponibili relativi al rapporto sociale.
  2. La clausola deve prevedere il numero e le modalità di nomina degli arbitri, conferendo in ogni caso, a pena di nullità, il potere di nomina di tutti gli arbitri a soggetto estraneo alla società. Ove il soggetto designato non provveda, la nomina è richiesta al presidente del tribunale del luogo in cui la società ha la sede legale.
  3. La clausola è vincolante per la società e per tutti i soci, inclusi coloro la cui qualità di socio è oggetto della controversia.
  4. Gli atti costitutivi possono prevedere che la clausola abbia ad oggetto controversie promosse da amministratori, liquidatori e sindaci ovvero nei loro confronti e, in tale caso, essa, a seguito dell’accettazione dell’incarico, è vincolante per costoro.
  5. Non possono essere oggetto di clausola compromissoria le controversie nelle quali la legge preveda l’intervento obbligatorio del pubblico ministero.
  6. Le modifiche dell’atto costitutivo, introduttive o soppressive di clausole compromissorie, devono essere approvate dai soci che rappresentino almeno i due terzi del capitale sociale. I soci assenti o dissenzienti possono, entro i successivi novanta giorni, esercitare il diritto di recesso.


In particolare la Suprema Corte ribadisce che la clausola compromissoria che stabilisce che la nomina del Collegio Arbitrale sia rimessa alla scelta delle parti è nulla.

Infatti, il comma 2 della norma precedentemente citata stabilisce che la nomina degli arbitri debba essere affidata ad un soggetto estraneo alla società.

Non potrà essere valida, quindi, una clausola compromissoria standard che preveda che l’arbitro “dev’essere scelto di comune accordo fra le parti, o, in caso di disaccordo, dal Presidente del Tribunale ad istanza della parte più diligente

Oltretutto, come già esposto, sono nulle anche le clausole che prevedono la nomina degli arbitri da soggetti interni, contenute in Statuti societari antecedenti all’entrata in vigore della norma in esame.

Non resta pertanto che rilevare la nullità della clausola compromissoria, per violazione dell’art. 34, comma 2, cit., non assumendo alcun rilievo, a tal fine, la circostanza che tale clausola risalga ad epoca anteriore a quella dell’entrata in vigore della predetta disposizione, essendo contenuta nello statuto di una società costituita con atto del 16 aprile 1996: questa Corte ha infatti affermato che l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 34, comma 2, nella parte in cui dispone che il potere di nomina di tutti gli arbitri dev’essere necessariamente conferito ad un terzo estraneo alla società, ha comportato la nullità sopravvenuta delle clausole compromissorie, anche per arbitrato irrituale, contenute negli statuti di società (ivi comprese quelle di persone), ove le stesse attribuissero il predetto potere in via principale alle parti e solo in caso di disaccordo al presidente del tribunale su ricorso della parte più diligente, e non siano state oggetto di adeguamento entro i termini di cui agli artt. 223-bis e 223-duodecies cod. civ. Non può infatti accettarsi la tesi del “doppio binario”, secondo cui l’arbitrato previsto dalle predette clausole si convertirebbe da arbitrato endosocietario in arbitrato di diritto comune, dal momento che la nullità comminata dall’art. 34 è volta garantire il principio di ordine pubblico dell’imparzialità della decisione. (cfr. Cass., Sez. 1, 28 luglio 2015, n. 15841: 17 febbraio 2014, n. 3665., Cass., Sez. 6, 10 ottobre 2012, n. 17287)”.

DiMatteo Bertocchi

La S.p.A.: caratteristiche e costituzione

Imprese che richiedono l’apporto di grandi capitali e si assumono grandi rischi necessitano di utilizzare una forma societaria caratterizzata da un vincolo tra socio e società anonimo ed impersonale, in cui l’elemento umano resti in secondo piano rispetto alla prevalenza di capitale e dove il singolo abbia l’interesse primario di ottenere la distribuzione degli utili relativamente e come remunerazione al proprio apporto.

La S.p.A. è caratterizzata:

  1. dal possedere personalità giuridica e conseguente autonomia patrimoniale perfetta attribuitale a seguito dell’iscrizione nel registro delle imprese come previsto dall’art. 2331 c.c. (principio di alterità);
  2. dalla limitazione di responsabilità a favore dei soci che patrimonialmente saranno obbligati soltanto ad eseguire il conferimento determinato dal contratto sociale e che, in caso di difficoltà economiche, non correranno alcun rischio al di fuori della perdita di quanto conferito;
  3. dal frazionamento del capitale sociale in porzioni uguali dette azioni, definibili come veri  e propri titoli di credito causali e di partecipazione, che rappresentano ed incorporano la quota di partecipazione del socio ed i diritti inerenti a tale quota: le stesse esprimono anche la misura della partecipazione di un socio alla società.

Per la costituzione di una S.p.A., la soglia del capitale minimo necessario, a seguito del D.lg. Competitività n. 91/2014, è fissata in € 50.000, rispetto ai precedenti € 120.000.

Almeno il 25 % dei conferimenti in denaro deve essere corrisposto dai soci, salvo che non si tratti di costituzione con atto unilaterale, nel qual caso si provvederà al versamento dell’intero ammontare; ultimo requisito richiesto per la costituzione ex art. 2329 c.c. è quello dell’esistenza delle autorizzazioni governative richieste al solo fine della costituzione ed iscrizione nel registro delle imprese, non invece quelle relative al concreto esercizio di impresa.

Al ricorrere di tali requisiti si può procedere alla stipulazione dell’atto costitutivo ed all’iscrizione della società nel registro delle imprese.

L’atto costitutivo, redatto con atto pubblico a pena di nullità, è composto rispettivamente dall’atto costitutivo in senso stretto, nel quale si manifesta la volontà delle parti a dar vita al rapporto sociale e dallo statuto, nel quale sono invece contenute le norme sul funzionamento della società stessa, il quale sebbene contenuto in altro documento è considerato parte integrante dell’atto costitutivo (esclusi invece dall’atto costitutivo gli eventuali patti parasociali, ad efficacia meramente obbligatoria, con cui due o più soci scelgono di assumere impegni reciproci in relazione all’esercizio dei diritti connessi alla partecipazione da ognuno posseduta).

L’atto costitutivo può stipularsi secondo due diverse modalità:

  1. stipulazione simultanea o istantanea mediante la quale le parti si presentano di fronte al notaio e si costituisce l’atto;
  2. oppure

  3. stipulazione successiva o per pubblica sottoscrizione che si manifesta nelle ipotesi in cui il capitale da sottoscrivere sia particolarmente ingente e sia incerta la suddetta sottoscrizione.

___

In tale ultimo caso, i promotori compilano un programma contenete le principali disposizione dell’atto costitutivo e il termine entro cui deve stipularsi, che depositano presso un notaio; successivamente gli eventuali sottoscrittori interessati alla sottoscrizione aderiscono con atto pubblico o scrittura privata contenente generalità e numero si azioni sottoscritte con l’impegno di versare poi entro un termine non superiore ai trenta giorni il 25% dei conferimenti in denaro.

A seguito poi di un’assemblea promotori-sottoscrittori, all’esito della quale è possibile solo integrare il programma esistente, eventualmente sopperendo a eventuali lacune, si procede alla vera e propria stipula dell’atto costitutivo in senso stretto e i promotori dovranno essere rilevati dalle obbligazioni assunte e rimborsati delle spese sostenute se relative alla costituzione e se in precedenza approvate dell’assemblea.

Una volta che l’atto costitutivo è stato formulato rispettando i requisiti previsti dall’art. 2328 c.c., in difetto dei quali è legittimo il rifiuto del notaio rigante a ricevere l’atto (invece la nullità è prevista solo in mancanza di certi requisiti di cui all’art. 2332 c.c.), è fatto obbligo al notaio ricevente di depositarlo entro 20 giorni presso l’ufficio del registro delle imprese nella cui circoscrizione è stabilita la sede sociale.

Contestuale al deposito è la richiesta di iscrizione della società nel suddetto registro.

La fattispecie costitutiva della s.p.a. si perfeziona con l’iscrizione nel registro delle imprese, tanto che non è richiesto alcun effettivo svolgimento dell’oggetto sociale, ovvero la corrispondente attività economica: ne deriva che una società sarà sottoposta a fallimento indipendentemente da atti di impresa commerciale.

La Lg. 40/2007 ha introdotto un sistema di comunicazione unica per la nascita e l’avvio della impresa dapprima facoltativo, dal 1° aprile 2010 invece obbligatoria, la quale vale come assolvimento della maggior parte degli adempimenti amministrativi necessari alla registrazione e se del caso vale anche ai fini previdenziali, assistenziali e per l’ottenimento di codice fiscale e partita iva.

In mancanza di iscrizione nel registro delle imprese non potrà esistere alcuna società né come società irregolare, né di fatto e non potranno essere emesse azioni, né essere poste in atto operazione economiche e per le obbligazioni assunte dalla società saranno responsabili coloro che hanno agito personalmente.

La costituzione della società fa da spartiacque anche in relazione alla disciplina delle nullità: la società ante iscrizione è un mero contratto di società che produce effetti esclusivamente tra le parti e pertanto si applicherà la disciplina civilistica relativa alla patologia del negozio, salvo le norme dettate ad hoc per i contratti associativi.

Diversamente, poiché con la registrazione la società è libera di concludere con ogni terzo un contratto ed assumere obbligazioni, il ricorso alla disciplina generale dei contratti non è sufficiente a tutelare la pluralità degli interessi coinvolti.

Ecco allora la previsione di una disciplina ad hoc per la nullità la quale può essere dichiarata solo al ricorrere di uno e di più casi: ovvero qualora l’atto costitutivo non sia stipulato mediante atto pubblico o nello stesso non sia specificato alcunché in relazione alla denominazione sociale, ai conferimenti all’ammontare del capitale e all’oggetto sociale oppure quando quest’ultimo non sia lecito.

L’elenco tassativo, vista la necessità in tale settore di accrescere la sicurezza giuridica ed evitare che i turbamenti che potrebbero derivare da troppe invalidazioni delle società, presuppone che ogni altra anomalia dell’atto costitutivo venga sanata con la registrazione.

Quanto appena descritto si riferisce a società costituite a seguito della stipula di contratti, ma l’art. 2328 c.c. prevedendo come “la società possa costituirsi per contratto e per atto unilaterale”, non esclude la possibilità che si possa dar vita a società unipersonali.

Diversamente rispetto alle s.p.a. appena descritte, quelle a socio unico prevedono che questi, alla sottoscrizione dell’atto costitutivo, si impegni a versare l’intero capitale sociale e non solo una minima percentuale, che lo stesso sia illimitatamente responsabile verso terzi per le operazioni compiute precedentemente alla registrazione, mentre successivamente ad essa risponderà la società solo con il proprio capitale sociale.

La responsabilità illimitata del socio unico residua soltanto nei casi in cui non venga versato l’intero ammontare dei conferimenti in denaro o se no venga effettuata la pubblicità presso il registro delle imprese (art. 2362 c. 1 c.c.).

DiMatteo Bertocchi

Abuso del blocco di minoranza

I principi che regolano il c.d. abuso o eccesso di potere della maggioranza sono estensibili anche all’abuso della c.d. minoranza di blocco.

L’abuso della regola della maggioranza è causa di annullamento delle delibere assembleari qualora la delibera non trovi alcuna giustificazione nell’interesse della società oppure quando sia il risultato di una intenzionale attività fraudolenta dei soci maggioritari, diretta a provocare la lesione dei diritti di partecipazione e degli altri diritti patrimoniali spettanti ai soci di minoranza “uti singuli“.

Questi principi sono estensibili in quanto rappresentano la violazione dei doveri di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto di società, configurabile quando si dimostri che il voto ostativo della minoranza, che ha precluso il raggiungimento del quorum previsto nel caso di specie per l’adozione della delibera, sia preordinato ad arrecare un danno ingiusto agli altri soci o a conseguire un ingiusto vantaggio.

DiMatteo Bertocchi

Arbitrato e cessione delle quote societarie

La clausola compromissoria prevista dallo statuto di una società per le controversie tra soci e tra soci e società non è applicabile in caso di cessione di quote.

Le controversie relative alle obbligazioni derivanti da un contratto di cessione di quote sociali esulano dal campo di applicazione della clausola arbitrale statutaria riferita alle controversie tra soci e società e tra soci, in quanto, considerata l’intervenuta cessione delle quote, esse non vertono tra soci.