Archivio per Categoria Sentenze

DiMartina Bolis

Canoni di locazione non pagati e imposte

Nel caso in cui il conduttore di un immobile non adempia all’obbligo contrattuale di corrispondere il canone di locazione al locatore, quest’ultimo è tenuto comunque a dichiarare il reddito che sarebbe derivato dal contratto di locazione ai fini Irpef.

Infatti, il reddito del locatore, in riferimento al canone, non è tassabile ai fini Irpef solamente per il periodo successivo alla convalida di sfratto per morosità.

L’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (D.P.R. 917/86, modificato dalla Legge 431/98), statuisce che “I redditi fondiari concorrono, indipendentemente dalla percezione, a formare il reddito complessivo dei soggetti che possiedono gli immobili a titolo di proprietà, enfiteusi, usufrutto o altro diritto reale, salvo quando stabilito dall’art. 30, per il periodo di imposta in cui si è verificato il possesso. I redditi derivanti da contratti di locazione di immobili ad uso abitativo, se non percepiti, non concorrono a formare il reddito dal momento della conclusione del procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità del conduttore. Per le imposte versate sui canoni venuti a scadenza e non percepiti come da accertamento avvenuto nell’ambito del procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità è riconosciuto un credito di imposta di pari ammontare”.

Tale assunto è stato fatto proprio dalla Corte di Cassazione Civile, nella sentenza n. 15171 del 2009.

DiMartina Bolis

Incostituzionalità Legge Fini-Giovanardi

In data 12 febbraio 2014 la Consulta ha dichiarato incostituzionale la Legge n. 49/2006. cosiddetta Fini Giovanardi.

Nello specifico, sono stati oggetto di censura costituzionale gli articoli 4bis e 4vicies ter, mediante le quali erano state apportate modifiche agli articoli 73, 13 e 14 del D.P.R. n. 309/1990 (Testo unico in materia di stupefacenti), per violazione dell’art. 77 comma II Cost., relativo alla procedura di conversione dei decreti legge.

Le norme suddette, infatti, erano state inserite nella legge di conversione con un emendamento ritenuto estraneo alla finalità ed all’oggetto del testo di base.

In breve, con la legge Fini Giovanardi era stata introdotta una tabella unica per le sostanze stupefacenti, nella quale non vi era alcuna distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti ai fini sanzionatori. Infatti, all’art. 73 della citata legge, veniva stabilita la reclusione da anni sei ad anni venti (da anni uno ad anni sei per “fatti di lieve entità”), e la multa fino ad € 260.000,00, per la coltivazione, la produzione, la fabbricazione, la vendita, l’acquisto o la detenzione di qualsiasi tipologia di sostanza stupefacente.

Con l’abrogazione di questa Legge, parrebbe tornare in vigore la Legge Iervolino Vassalli del 1990, così come modificata dal referendum del 1993 (mediante il quale veniva depenalizzata la detenzione per uso personale di droga).

DiMatteo Bertocchi

Inadempimento del preliminare

L’esistenza di un inadempimento del preliminare di compravendita può essere valutata, in sede di merito, valorizzando sia il criterio quantitativo sia il criterio soggettivo che quello oggettivo, avuto riguardo all’importanza dell’inadempimento imputabile alla parte negligente.

Sentenza 8 gennaio 2014, n. 157

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. P.L. – Presidente –

Dott. M.E. – Consigliere –

Dott. P.S. – Consigliere –

Dott. O.A. – Consigliere –

Dott. C.A. – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 7258/08) proposto da:

T.S. (C.F.: (OMISSIS)), rappresentato e difeso, in virtù di procura speciale a margine del ricorso, dall’Avv. A.C. ed elettivamente domiciliato in R. alla v. P., presso lo studio dell’Avv. P.C.;

– ricorrente –

contro

E.C. S.R.L. – già I.L. s.p.a. (P.I.: (OMISSIS)), in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa, in forza di procura speciale in calce al controricorso, dall’Avv. V.G. ed elettivamente domiciliata presso il suo studio, in R., via S.;

– controricorrente –

Avverso la sentenza n. 2788 del 2007 della Corte di appello di Milano, depositata il 23 ottobre 2007 (e non notificata);

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 12 dicembre 2013 dal Consigliere relatore Dott. A.C.;

udito l’Avv. C.a. per il ricorrente;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.ssa C.F., che ha concluso per la declaratoria di inammissibilità del ricorso e, in subordine, per il suo rigetto.

Svolgimento del processo

Con atto di citazione del 30 giugno 1981, il sig. T. S. conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Como, la I.L. s.p.a. (poi divenuta s.r.l. E.C.), chiedendo, oltre al risarcimento del danno ed alla convalida del sequestro ottenuto sui beni promessi in vendita, l’esecuzione in forma specifica – ai sensi dell’art. 2932 c.c. – del contratto preliminare, concluso in data 19 ottobre 1976, con il quale la predetta convenuta si era obbligata a vendergli alcuni immobili, ubicati in località (OMISSIS). Nella costituzione della indicata convenuta (che instava per la risoluzione del contratto preliminare per inadempimento dell’attore ovvero per l’accertamento del suo obbligo al pagamento del prezzo di vendita pattuito, oltre che – in via riconvenzionale – per il risarcimento dei danni ai sensi dell’art. 96 c.p.c.), il Tribunale adito, con sentenza del 21 febbraio 1995 rigettava tutte le domande. Interposto appello principale da parte del T. ed appello incidentale da parte della predetta società immobiliare, la Corte di appello di Milano, con sentenza del 7 novembre 2000, previa dichiarazione della sussistenza della legittimazione passiva della medesima appellante incidentale, respingeva il gravame principale ed accoglieva, per quanto di ragione, quello incidentale, dichiarando, di conseguenza, la risoluzione per inadempimento del T. del contratto preliminare intercorso tra le parti, rilevando l’inammissibilità delle altre domande proposte siccome nuove.

Il T. proponeva ricorso per cassazione avverso la summenzionata sentenza (riferito a tre motivi), al quale resisteva con controricorso l’I.L. Questa Corte, con sentenza n. 9462 del 2004 (depositata il 19 maggio 2004), accoglieva il secondo e terzo motivo di ricorso, rilevando che, con la sentenza impugnata, la Corte territoriale, nel definire le contrapposte domande di esecuzione in forma specifica e di risoluzione per inadempimento del contratto preliminare dedotto in controversia, non aveva sviluppato una motivazione adeguata, non avendo provveduto ad operare alcuna valutazione comparativa degli inadempimenti, anche unitaria, e soprattutto, per non aver fatto alcuna specifica valutazione dell’importanza dell’inadempimento accertato in capo al T., avuto riguardo all’incidenza sul sinallagma delle prestazione contrattuali e sull’interesse dell’altra parte, inteso con riferimento all’attitudine dell’inadempimento stesso a turbare l’equilibrio contrattuale ed a reagire sulla causa del contratto e sul comune intento negoziale. Pertanto, in accoglimento delle predette due censure e con assorbimento del primo motivo, con la suddetta sentenza si provvedeva alla cassazione della sentenza oggetto di ricorso e veniva disposto il rinvio della causa ad altra Sezione della stessa Corte di appello di Milano.

Procedutosi alla riassunzione del giudizio da parte del T. e nella costituzione della subentrata E.C. (che formulava appello incidentale per l’ottenimento della dichiarazione di risoluzione del contratto preliminare per inadempimento dell’altra parte), la Corte di rinvio, con sentenza n. 2788 del 2007 (depositata il 23 ottobre 2007), rigettava l’appello principale ed accoglieva, invece, quello incidentale e, per l’effetto, in parziale riforma della sentenza di primo grado, dichiarava risolto il contratto preliminare in questione, condannando il T. alla rifusione delle spese della varie fasi del giudizio.

A sostegno della decisione adottata, il giudice di rinvio rilevava che le censure dedotte da parte dell’appellante principale erano da considerarsi prive di fondamento in quanto smentite sia dal tenore letterale del contratto preliminare in discorso che dalle risultanze della c.t.u. espletata nel primo grado di giudizio, dalle quali era emerso che il T. – sul quale incombeva il relativo onere – non aveva dimostrato di aver pagato l’intero prezzo pattuito nel termine convenuto, di aver corrisposto gli interessi previsti nel preliminare e di aver rimborsato alla promittente venditrice le spese indicate alla clausola 12 conseguenti al trasferimento, a favore dello stesso T., della materiale disponibilità dei beni;

inoltre, dalla relazione del c.t.u. era stato possibile evincere il suo inadempimento nell’esecuzione del contratto congiuntamente all’omesso rispetto del termine previsto, le cui circostanze rivestivano una particolare importanza ai sensi dell’art. 1455 c.c., donde la conseguente declaratoria di risoluzione contrattuale per responsabilità ascrivibile allo stesso T.. Quest’ultimo formulava ricorso per cassazione anche avverso la richiamata sentenza (non notificata) adottata in sede di rinvio, basandolo su quattro motivi, in ordine al quale la E.C. resisteva con controricorso.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo il ricorrente ha denunciato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, – il vizio di omessa od insufficiente motivazione circa il punto decisivo della controversia riguardante la dichiarata risoluzione del contratto preliminare per fatto e colpa allo stesso addebitabili.

2. Con il secondo motivo il ricorrente ha dedotto un ulteriore vizio di omessa od insufficiente motivazione circa il medesimo fatto decisivo della causa prospettato con la prima censura, nonchè – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – la supposta violazione dell’art. 2697 c.c. e dell’art. 116 c.p.c. formulando, al riguardo, in virtù dell’art. 366 bis c.p.c. (applicabile “ratione temporis”, risultando la sentenza impugnata pubblicata il 23 ottobre 2007), il seguente quesito di diritto: “dica la S.C. se, a fronte di un fatto che non ha costituito oggetto di contestazione della parte, l’altra parte debba comunque comprovare in causa che il medesimo fatto non sia a sè imputabile e se, a fronte di un fatto che non ha costituito oggetto di contestazione della parte, il giudice, nel ritenere il medesimo fatto addebitarle all’altra parte, abbia o meno valutato prudentemente le risultanze processuali.

3. Con il terzo motivo il ricorrente ha censurato la sentenza impugnata ancora sotto il profilo dell’omessa o, comunque, inadeguata motivazione circa l’imputazione dell’inadempimento a suo carico ai fini della dichiarata risoluzione contrattuale oltre che – ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. – la violazione degli artt. 1553 e 1455 c.c., prospettando, a quest’ultimo proposito, il seguente quesito di diritto: “dica la S.C. se (il giudice di merito), a fronte di una obbligazione a carico della parte, possa dichiarare la risoluzione del contratto laddove il parziale adempimento sia caratterizzato dalla scarsa importanza e se il giudice del merito abbia o meno l’obbligo di indicare in modo specifico e preciso sia l’entità della prestazione che si sostiene ineseguita sia l’interesse dell’altro contraente in ordine alla medesima prestazione che si sostiene ineseguita”.

4. Con il quarto ed ultimo motivo il ricorrente ha denunciato il vizio di omessa od insufficiente motivazione circa il punto decisivo della controversia relativa alla mancata offerta – da parte di esso ricorrente – della propria prestazione, nonchè – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – la supposta violazione dell’art. 2932 c.c. rilevando – quanto alla dedotta carenza motivazionale – che la Corte di appello aveva totalmente omesso di considerare che, necessitando l’accollo di mutuo anche della cooperazione da parte del mutuante, l’accollo stesso, a prescindere dalle convenzioni contrattuali, poteva essere regolato solo in sede di stipula dell’atto notarile di compravendita. Con riferimento alla predetta violazione di legge il ricorrente ha indicato il seguente quesito di diritto: ” dica la S.C. se, a fronte di una prestazione da eseguire necessariamente in sede di stipula dell’atto notarile di trasferimento della proprietà – quale è quella relativa all’accollo di mutuo gravante il bene immobile oggetto di compravendita -, sia o meno necessaria, ai fini della emissione di sentenza ex art. 2932 c.c., l’offerta di esecuzione della prestazione anzidetta”.

5. Rileva, innanzitutto, il collegio che i proposti motivi del ricorso sono soggetti all’osservanza del requisito di ammissibilità previsto dall’art. 366 bis c.p.c. (introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006 e “ratione temporis” applicabile nella fattispecie ai sensi della L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 5, vertendosi – come già evidenziato – nell’ipotesi di ricorso formulato avverso sentenza ricadente nell’ambito di applicabilità dell’indicato D.Lgs., siccome pubblicata il 23 ottobre 2007: cfr. Cass. n. 26364/2009 e Cass. n. 6212/2010).

A tal proposito si osserva (cfr., ad es., Cass. n. 4556/2009), sul piano generale, che l’art. 366-bis c.p.c., nel prescrivere le modalità di formulazione dei motivi del ricorso in cassazione, comporta, ai fini della declaratoria di inammissibilità del ricorso medesimo, una diversa valutazione da parte del giudice di legittimità a seconda che si sia in presenza dei motivi previsti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1, 2, 3 e 4, ovvero del motivo previsto dal n. 5 della stessa disposizione. Nel primo caso ciascuna censura deve, all’esito della sua illustrazione, tradursi in un quesito di diritto, la cui enunciazione (e formalità espressiva) va funzionalizzata, come attestato dall’art. 384 c.p.c., all’enunciazione del principio di diritto ovvero a “dicta” giurisprudenziali su questioni di diritto di particolare importanza, mentre, ove venga in rilievo il motivo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 (il cui oggetto riguarda il solo “iter” argomentativo della decisione impugnata), è richiesta una illustrazione che, pur libera da rigidità formali, si deve concretizzare in una esposizione chiara e sintetica del fatto controverso – in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria – ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza rende inidonea la motivazione a giustificare la decisione. Ciò posto, va rilevato che, in ordine alla prima censura prospettata, manca una idonea indicazione del fatto controverso e difetta anche un’autonoma ed appropriata sintesi della supposta insufficienza motivazionale, non potendo certamente ritenersi conferente ai fini dell’assolvimento del suddetto requisito imposto dal citato art. 366 bis c.p.c. l’aver riportato, in calce allo svolgimento del motivo, la seguente frase: “il non avere la Corte di appello correttamente affrontato tali problematiche ed il non averle confutate in un modo o nell’altro, concretizza una omessa motivazione, ovvero una sua evidente insufficienza, qui denunciata ai fini dell’art. 360 c.p.c., n. 5”, senza riprodurre il benchè minimo accenno al nucleo delle questioni assunte come non esaminate e alle ritenute deficienze del percorso logico adottato dalla Corte territoriale.

Quanto al secondo motivo proposto nei richiamati termini occorre evidenziare che – sempre in ordine al rispetto del disposto di cui all’art. 366 bis c.p.c. – manca ogni idoneo riferimento al prospettato vizio di motivazione ed il quesito di diritto relativo alla violazione di legge risulta del tutto generico, siccome sganciato dalla concreta fattispecie. In relazione alla terza censura prospettata nei sensi precedentemente riportati, vale – in rapporto alla necessaria osservanza del requisito di ammissibilità stabilito dall’art. 366 bis c.p.c. – la stessa considerazione operata con riguardo al secondo motivo in termini di genericità del quesito di diritto formulato e della carente esposizione del fatto controverso e della sintesi del vizio logico dedotto.

In ogni caso, al di là degli indicati profili di inammissibilità delle prime tre censure proposte (tra loro strettamente connesse ed esaminabili, perciò, congiuntamente), il collegio rileva che la sentenza impugnata si è idoneamente conformata a quanto stabilito con la sentenza di rinvio della Cassazione (n. 9462 del 2004), indicando con precisione e con univoco collegamento con le risultanze processuali acquisite, i criteri fondamentali per la dichiarazione dell’inadempimento in capo al T..

Del resto, la Corte di merito ha adeguatamente evidenziato – conformandosi alla consolidata giurisprudenza di questa Corte di legittimità (cfr. Cass., S.U., n. 13533 del 2001; Cass. n. 20073 del 2004; Cass. n. 9351 del 2007 e Cass. n. 3373 del 2010) – che la società E.C. aveva sufficientemente provato il titolo su cui aveva fondato il suo diritto all’ottenimento della domanda ex art. 2932 c.c. in uno al termine di scadenza, allegando l’inadempimento della controparte, senza che quest’ultima avesse provato – pur essendo, in proposito, onerata – un eventuale fatto estintivo o modificativo dell’altrui pretesa. Con riferimento specifico alla terza censura la Corte di appello ha motivato puntualmente sulla individuazione dei parametri di valutazione per ritenere l’inadempimento del T., valorizzando sia il criterio quantitativo (ponendo riferimento allo sbilanciamento nei termini contrattualmente previsti delle forniture in controprezzo, al mancato accollo del mutuo, all’omesso pagamento degli interessi sulla dilazione ottenuta, alla previsione contrattuale dell’impossibilità di rivalutazione del prezzo di vendita degli immobili oggetto del preliminare in considerazione del periodo di aumento dei prezzi di mercato, come accertato dal c.t.u., e al mancato pagamento, da parte del T., degli oneri accessori di cui alla clausola 12) sia il criterio soggettivo (alla stregua dell’interesse del promittente venditore, impresario edile, all’esatta e tempestiva esecuzione della prestazione) che quello oggettivo, avuto riguardo all’importanza dell’inadempimento imputabile al T..

6. Anche il quarto motivo (peraltro pur esso assistito da un quesito di diritto essenzialmente generico e difettante di una conferente sintesi della supposta inadeguatezza del percorso motivazionale adottato dalla Corte territoriale) è destituito di fondamento dal momento che la Corte di rinvio ha adeguatamente motivato il suo convincimento rilevando che l’accollo del mutuo sarebbe dovuto avvenire – come previsto dalla clausola n. 8 del contratto preliminare – prima della stipulazione dell’atto notarile di compravendita e non già contestualmente ad esso, come sostenuto dal T.. Del resto la ratio di questa previsione supporta logicamente la ricostruzione del rapporto nei sensi delineati dalla stessa Corte milanese, rilevandosi che, in effetti, trattavasi dell’unica quota di prezzo da corrispondere in danaro per la quale la promittente venditrice aveva rinunciato alla disponibilità del bene a fronte di un immediato incasso.

Oltretutto, lo stesso giudice di rinvio ha adeguatamente accertato che, quand’anche fosse – in ipotesi – risultato dimostrato il presupposto che il T. aveva interamente corrisposto il presso di acquisto fissato nel preliminare, in nessuna delle conclusioni precisate nei vari gradi del giudizio, e malgrado ritenesse che la prestazione fosse già esigibile all’atto della proposizione della domanda giudiziale, aveva mai invocato, neppure in linea subordinata, l’emanazione di una sentenza costitutiva condizionata ad un qualsivoglia residuo pagamento (ivi compreso l’accollo del mutuo).

7. In definitiva, alla stregua delle complessive ragioni esposte, il ricorso deve essere integralmente respinto, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che si liquidano nei sensi di cui in dispositivo sulla scorta dei nuovi parametri previsti per il giudizio di legittimità dal D.M. Giustizia 20 luglio 2012, n. 140 (applicabile nel caso di specie in virtù dell’art. 41 dello stesso D.M.: cfr. Cass., S.U., n. 17405 del 2012).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori nella misura e sulle voci come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 12 dicembre 2013.

Depositato in Cancelleria il 8 gennaio 2014

DiMatteo Bertocchi

Cassazione 1314 del 2014

Il necessario rispetto del principio del “pro rata” contenuto nel ricordato L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12 indica chiaramente che i provvedimenti adottandi dalle Casse di previdenza “allo scopo di assicurare l’equilibrio di bilancio” devono garantire l’intangibilità degli effetti derivanti, per gli assicurati le cui prestazione pensionistiche non siano state ancora acquisite, delle quote di contribuzione già versate e, quindi, della misura delle prestazioni potenzialmente maturate in itinere; dal che discende che, a fortiori, non possono essere incise le prestazioni pensionistiche ormai in atto, siccome compiutamente maturate ed erogate al momento degli interventi correttivi. Deve del resto rimarcarsi che il diritto soggettivo alla pensione (che per il lavoratore subordinato o autonomo matura quando si verifichino tutti i prescritti requisiti) può essere limitato, quanto alla proporzione fra contributi versati ed ammontare delle prestazioni, dalla legge (la quale può disporre in senso sfavorevole anche quando, maturato il diritto, siano in corso di pagamento i singoli ratei, ossia quando il rapporto di durata sia nella fase di attuazione), sempre che la legge sopravvenuta non oltrepassi il limite della ragionevolezza, ossia che non leda l’affidamento dell’assicurato in una consistenza della pensione, proporzionale alla quantità dei contributi versati; tale “…limite costituzionale imposto al legislatore induce a maggior ragione a ritenere contrario ai principio di ragionevolezza (art. 3 Cost., comma 2) l’atto infralegislativo, amministrativo o negoziale, con cui l’ente previdenziale debitore riduca unilateralmente l’ammontare della prestazione mentre il rapporto pensionistico si svolge, ossia non si limiti a disporre pro futuro con riguardo a pensioni non ancora maturate“; è stato pertanto enunciato il principio secondo cui “una volta maturato il diritto alla pensione d’anzianità, l’ente previdenziale debitore non può con atto unilaterale, regolamentare o negoziale, ridurne l’importo, tanto meno adducendo generiche ragioni finanziarie, poichè ciò lederebbe l’affidamento del pensionato, tutelato dal capoverso dell’art. 3 Cost., nella consistenza economica del proprio diritto soggettivo” (cfr. Cass. n. 11792/2005, Cass. n. 25300/09).

DiMatteo Bertocchi

Obbligazioni naturali e arricchimento senza causa

Facendo seguito ad una questione già esaminata in più occasioni, segnaliamo una recente pronuncia della Corte di Cassazione in materia di obbligazioni naturali e arricchimento senza causa (iniusta locupletatio).

Il discrimine fra l’adempimento dei doveri sociali e morali, quale può individuarsi in qualsiasi contributo fra conviventi, destinato al menage quotidiano ovvero espressione della solidarietà fra persone unite da un legame intenso e duraturo, e l’atto di liberalità, va individuato, oltre che nella spontaneità, soprattutto nel rapporto di proporzionalità fra i mezzi di cui l’adempiente dispone e l’interesse da soddisfare.

I doveri morali e sociali che trovano la loro fonte nella formazione sociale costituita dalla convivenza more uxorio refluiscono sui rapporti di natura patrimoniale, nel senso di escludere il diritto del convivente di ripetere le eventuali attribuzioni patrimoniali effettuate nel corso od in relazione alla convivenza, ove queste siano proporzionate rispetto al reddito di quest’ultimo.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. L.M.G. – Presidente –

Dott. P.C. – Consigliere –

Dott. D.S. – Consigliere –

Dott. C.P. – rel. Consigliere –

Dott. S.M.R. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso n. 2649 dell’anno 2009 proposto da:

E.A. elettivamente domiciliata in R., via G., n. 4, nello studio dell’avv. prof. C.M., che la rappresenta e difende, giusta procura speciale autenticata nella firma dal notaio G.A. il 15 gennaio 2009, Rep. n. xxx;

– ricorrente –

contro

V.B. elettivamente domiciliato in R., largo del T.V:, n. 6, nello studio dell’avv. prof. D.L., che lo rappresenta e difende, giusta procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di Appello di Torino n. 1823, depositata in data 5 dicembre 2007;

sentita la relazione all’udienza del 20 maggio 2013 del consigliere Dott. P.C.;

sentito per la ricorrente l’avv. C.C., munito di delega;

sentito per il controricorrente l’avv. D.L.;

udite le richieste del Procuratore Generale, in persona del sostituto Dott. Z.I., che ha concluso per il rigetto dell’eccezione di giudicato sollevata dal controricorrente e per l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

1 – Con atto di citazione del 16 settembre 2002 il sig. V. B. conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Torino la sig.ra E.A., assumendo di aver intrattenuto una relazione con la stessa, la quale lo aveva seguito in Cina, dove egli era stato distaccato per ragioni di lavoro e dove avevano instaurato una convivenza more uxorio, durata cinque anni, nel corso della quale era anche nato un figlio. Alla fine di tale periodo le parti, con due distinte scritture del 19 gennaio 1998, avevano regolato i loro rapporti di natura patrimoniale, con assunzione di obblighi da parte del V. tanto nei confronti della ex convivente, quanto in relazione al mantenimento del figlio, che rimaneva affidato alla madre. Tali accordi nulla prevedevano in merito alla destinazione di somme che, in più riprese, l’attore aveva versato su un conto corrente dell’ E., per un ammontare complessivo di lire 120.950.000, allo scopo – secondo quanto dallo stesso prospettato – di realizzarne una gestione maggiormente redditizia.

Chiedeva pertanto il V. che la convenuta fosse condannata a rendere il conto in relazione a tale mandato e a corrispondere la somma risultante; in via subordinata la condanna alla restituzione veniva avanzata a titolo di gestione di affari, ovvero di arricchimento senza giusta causa.

1.1 – L’ E., costituitasi, contestava la fondatezza della domanda, in quanto l’erogazione della somma pretesa in restituzione non sarebbe stata effettuata in virtù di un mandato ad amministrare i risparmi del convivente, bensì in adempimento di obbligazione naturale sorta nell’ambito della convivenza more uxorio e relativa, in particolare, alla creazione di una disponibilità finanziaria in proprio favore, anche per compensare la perdita del reddito derivante dall’attività di dirigente di un’importante società, pari, all’epoca, a circa undici milioni di lire mensili, cui aveva rinunciato per seguire in Cina il V..

1.2 – In via riconvenzionale la convenuta, lamentando il mancato adempimento da parte dell’ex convivente delle obbligazioni assunte in data 19 gennaio 1998, ne chiedeva la condanna al pagamento delle somme dovute a tale titolo.

1.3 – Con sentenza depositata il 2 febbraio 2005 il Tribunale adito, dichiarata inammissibile la domanda riconvenzionale dell’ E., accoglieva la pretesa del V. ritenendola fondata – previa esclusione della ricorrenza di un mandato ad amministrare, ovvero di una negotiorum gestio – sotto il profilo dell’arricchimento senza causa.

Veniva in particolare rilevato che le erogazioni effettuate dall’attore durante la convivenza non potevano trovare giustificazione come adempimenti di obblighi morali e sociali, poichè gli stessi (considerata la posizione dei conviventi, tenuto conto delle rispettive condizioni economiche, su un piano di parità, reciprocità e collaborazione), risultavano assolti dal V. per aver provveduto a vitto, alloggio e mantenimento durante la convivenza, e, dopo di essa, attraverso le obbligazioni assunte con la scrittura del gennaio 1998.

Il giudizio di inammissibilità della domanda riconvenzionale veniva formulato, da un lato, in base al fatto che tale pretesa era stata già azionata in separato giudizio e, dall’altro, in relazione alla sua genericità ed alla carenza di valido titolo, essendo fondata sull’adempimento di doveri morali e sociali.

1.4 – Avverso tale decisione proponeva appello l’ E., rappresentando che l’obbligazione naturale sulla quale si fondava la propria eccezione era rappresentata dalla deteriore condizione, sotto il profilo economico, derivante dalla propria rinuncia alla carriera, in presenza di una situazione debitoria nota al V., il quale, per sopperirvi, aveva destinato una minima parte delle proprie entrate, pari a circa il dieci per cento, a procurare alla convivente, nell’ambito dei rapporti di solidarietà instauratisi con la convivenza more uxorio, non solo vitto e alloggio, ma anche una disponibilità finanziaria per far fronte alle proprie esigenze.

Si deduceva, quanto al rigetto della domanda riconvenzionale, che il Tribunale aveva equivocato fra le due scritture sottoscritte nel gennaio 1998, in quanto nel separato giudizio sarebbe stata fatta valere soltanto quella inerente agli obblighi relativi al mantenimento della prole. Inoltre, derivando tale obbligazione da un impegno di natura negoziale, doveva escludersi che essa fosse riconducibile nell’ipotesi prevista dall’art. 2034 c.c..

1.5 – La Corte di appello di Torino, con la sentenza indicata in epigrafe, rigettava il gravame nella parte inerente all’adempimento di obbligazione naturale, confermando, al riguardo, il giudizio espresso dal Tribunale. Veniva rilevato, con riferimento alle somme di cui si chiedeva la restituzione, che non si poteva trattare di una sorta di indennizzo per la rinuncia alla carriera, non risultando che tale scelta fosse stata in qualche maniera suggerita o richiesta dal V. e non fosse, al contrario, il frutto di una libera valutazione dell’ E.. Non si poteva ritenere, inoltre – non essendo stati effettuati versamenti periodici, ma essendosi versate delle somme di danaro in maniera sporadica – che potesse trattarsi di un’integrazione di quanto versato per il mantenimento dell’appellante durante la convivenza in Cina.

La censura inerente al rigetto della domanda riconvenzionale veniva giudicata inammissibile, sotto il profilo della carenza di specificità.

1.6 – Per la cassazione di tale decisione l’ E. propone ricorso, affidato a cinque motivi, cui il V. resiste con controricorso. Le parti hanno depositato memorie ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

2 – Con il primo motivo si denuncia violazione degli artt. 2034 e 770 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, sostenendosi che la corte territoriale, nell’ambito di una interpretazione riduttiva dei doveri morali e sociali ravvisabili nelle relazioni “more uxorio”, avrebbe erroneamente escluso che i versamenti di somme da parte del V., pari a circa un decimo dei propri emolumenti, in favore della propria convivente, la quale per seguirlo in Cina aveva rinunciato a un’attività ben remunerata, potessero costituire adempimento di detti obblighi. Viene formulato il seguente quesito di diritto: “Dica la Corte se, in caso di convivenza more uxorio, la parte che risulti disporre di un reddito elevato adempia a un dovere morale e sociale ai sensi dell’art. 2034 c.c. quando provvede alle esigenze del convivente che risulti privo di reddito proprio (avendo rinunciato a un posto di lavoro in funzione della convivenza), anche attraverso l’erogazione di somme di denaro che risultino costituire una modesta porzione (nel caso di specie circa il dieci per cento) dei propri guadagni e del reddito cui ha rinunciato il convivente più debole sul piano patrimoniale”.

2.1 – Con il secondo mezzo, deducendo, con puntuale formulazione del prescritto momento di sintesi, vizio di omessa o insufficiente motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la ricorrente si duole della carenza di adeguate argomentazioni circa l’esclusione della dedotta sussistenza di un dovere ricavabile dalla morale sociale nella situazione illustrata nella precedente censura.

2.2 – Con il terzo motivo l’ E., indicando chiaramente il fatto controverso, denuncia vizio di motivazione in relazione alla esclusione dei requisiti di proporzionalità ed adeguatezza dell’obbligazione naturale, rappresentando che la stessa non poteva ritenersi logicamente adempiuta soltanto con l’assunzione, al momento della cessazione della convivenza, di obblighi (dei quali contraddittoriamente la stessa Corte avrebbe altrove escluso la natura vincolante) relativi al pagamento del prezzo della casa e di debiti contratti dalla ricorrente (laddove la natura non satisfattiva di obblighi morali dei precedenti versamenti, dai quali sarebbero quindi sorti dei crediti, avrebbe condotto a una mera compensazione).

Nè le consistenze patrimoniali della ricorrente – per altro acquisite in epoca anteriore all’instaurazione della convivenza – avrebbero dovuto essere valutate ai fini dell’insussistenza della dedotta obbligazione naturale.

3- I suesposti motivi, che possono essere esaminati congiuntamente in relazione alla loro intima connessione, sono meritevoli di accoglimento.

3.1 – Vale bene preliminarmente rilevare l’infondatezza dell’eccezione sollevata dal controricorrente relativamente alla formazione del giudicato interno tanto in ordine alle insussistenza degli obblighi morali scaturenti dalla convivenza, per non essere stata censurata l’affermazione, contenuta nella decisione di primo grado, circa la necessità di valutare gli obblighi morali nascenti da convivenza “more uxorio” su un piano di parità e reciprocità, quanto in relazione al rilievo della corte territoriale dell’assenza, al riguardo, di specifici motivi di impugnazione.

Invero costituisce capo autonomo della sentenza -come tale suscettibile di formare oggetto di giudicato interno – solo quello che risolva una questione controversa tra le parti, caratterizzata da una propria individualità e una propria autonomia, sì da integrare, in astratto, gli estremi di un “decisum” affatto indipendente, ma non anche quello relativo ad affermazioni che costituiscano mera premessa logica della statuizione in concreto adottata (Cass., 30 ottobre 2007, n. 22863; Cass., 6 agosto 2002, n. 11790). In altri termini, il giudicato non si forma su una mera affermazione contenuta nella sentenza, che non sia stata specificamente censurata, bensì su un punto della decisione che potrebbe formare, in astratto, l’oggetto di separato giudizio, e che non sia inscindibilmente collegato, come nella specie, alla pronuncia indicata nel dispositivo, di tal che l’impugnazione della stessa è sufficiente a escludere qualsiasi forma di acquiescenza (cfr. anche la recente Cass., 8 gennaio 2013, n. 247, nonchè Cass., 20 agosto 2003, n. 12267).

Non sembra, pertanto, che possa seriamente negarsi che l’ E., impugnando la pronuncia contenente il rigetto della propria eccezione fondata sull’art. 2034 c.c., abbia così contestato anche l’affermazione, del resto, dotata di mera valenza argomentativa, relativa alla necessità di un rapporto paritario fra conviventi.

Valenza argomentativa, per il vero, dotata di scarsa efficacia, in quanto solo una lettura distorta del fondamento dell’eccezione – basata sulla mutua assistenza fra conviventi, indipendentemente dal genere conduce a ravvisarvi l’evocazione del “dovere unilaterale dell’uomo verso la donna” (cfr., ad esempio, Cass., 26 gennaio 1980, n. 651, in tema di adempimento di obbligazione naturale ravvisata nella dazione di danaro da una donna a un uomo in occasione della cessazione della loro relazione sentimentale).

3.2 – Tanto premesso, non può omettersi di considerare come le unioni di fatto, nelle quali alla presenza di significative analogie con la famiglia formatasi nell’ambito di un legame matrimoniale si associa l’assenza di una completa e specifica regolamentazione giuridica, cui solo l’elaborazione giurisprudenziale e dottrinale ovvero una legislazione frammentaria talora sopperiscono, costituiscano il terreno fecondo sul quale possono germogliare e svilupparsi quei doveri dettati dalla morale sociale, dalla cui inosservanza discende un giudizio di riprovazione ed al cui spontaneo adempimento consegue l’effetto della “soluti retentio”, così come previsto dall’art. 2034 c.c..

3.3 – Deve richiamarsi, in primo luogo, l’interpretazione resa dalla Corte di Strasburgo (cfr., ex multis, sentenza 24 giugno 2010, Prima Sezione, caso Schalk e Kopft contro Austria)in merito all’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, il quale tutela il diritto alla vita familiare, in base alla quale deve ritenersi che la nozione di famiglia cui fa riferimento tale disposizione non è limitata alle relazioni basate sul matrimonio, e può comprendere altri legami familiari di fatto, se le parti convivono fuori dal vincolo di coniugio.

3.4 – A tale indirizzo corrisponde un orientamento inteso a valorizzare il riconoscimento, ai sensi dell’art. 2 Cost., delle formazioni sociali e delle conseguenti intrinseche manifestazioni solidaristiche (così già Corte cost. n. 237 del 1986), nelle quali va ricondotta ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico” (Corte cost., n. 138 del 2010; cfr. anche Corte cost.

n. 404 del 1988, con cui il convivente more uxorio fu inserito tra i successibili nella locazione, in caso di morte del conduttore). In tale nozione si è ricondotta la stabile convivenza tra due persone, anche dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri (cfr. la citata Corte cost., n. 138 del 2010, Cass., 15 marzo 2012, n. 4184).

3.5 – Nella stessa legislazione nazionale, ancorchè in maniera disorganica, e ferma restando la ovvia diversità dei rapporti personali e patrimoniali nascenti dalla convivenza di fatto rispetto a quelli originati dal matrimonio, sono emersi segnali sempre più significativi, in specifici settori, della rilevanza della famiglia di fatto.

Sotto tale profilo, e senza pretesa di completezza, vale bene richiamare la recente L. 10 dicembre 2012, n. 219, con cui è stata abolita ogni residua discriminazione tra figli “legittimi” e “naturali”; la L. 8 febbraio 2006, n. 54, che, introducendo il c.d.

affidamento condiviso, ha esteso la relativa disciplina ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati; la L. 19 febbraio 2004, n. 40, che all’art. 5 prevede l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita da parte delle coppie di fatto; la L. 9 gennaio 2004, n. 6, che, in relazione ai criteri, di cui all’art. 408 c.c., per la scelta dell’amministratore di sostegno, prevede anche che la stessa cada sulla persona stabilmente convivente con il beneficiario, nonchè, all’art. 5, prevedere, in relazione all’art. 417 c.c., che l’interdizione e l’inabilitazione siano promosse dalla persona stabilmente convivente; la L. 4 aprile 2001, n. 154, che ha introdotto nel codice civile gli artt. 342-bis e 342-ter, estendendo al convivente il regime di protezione contro gli abusi familiari; la L. 28 marzo 2001, n. 149, art. 7, che, sostituendo la L. 4 maggio 1983, n. 184, art. 6, comma 4, ha previsto che il requisito della stabilità della coppia di adottanti risulti soddisfatto anche quando costoro abbiano convissuto in modo stabile e continuativo prima del matrimonio per un periodo di tre anni.

3.6 – Anche nella giurisprudenza di questa Corte si rinvengono significative pronunce in cui la convivenza more uxorio assume il rilievo di formazione sociale dalla quale scaturiscono doveri di natura sociale e morale di ciascun convivente nei confronti dell’altro, da cui discendono, sotto vari aspetti, conseguenze di natura giuridica.

Mette conto di richiamare, nel solco di un più ampio riconoscimento delle posizioni soggettive sotto il profilo risarcitorio (Cass., 22 luglio 1999, n. 500; Cass., 31 maggio 2003, n. 8827 e 8828; Cass., 11 novembre 2008, n. 26972 e ss.), l’affermazione della responsabilità aquiliana sia nei rapporti interni alla convivenza (Cass., 15 maggio 2005, n. 9801), sia nelle lesioni arrecate da terzi al rapporto nascente da un’unione stabile e duratura (Cass., 21 marzo 2013, n. 7128; Cass., 16 settembre 2008, n. 23725). In altre pronunce si è attribuita rilevanza alla convivenza intrapresa dal coniuge separato o divorziato ai fini dell’assegno di mantenimento o di quello di divorzio (Sez. 1, 10 novembre 2006, n. 24056; Sez. 1, 10 agosto 2007, n. 17643; Sez. 1, 11 agosto 2011, n. 17195; Sez. 1, 12 marzo 2012, n. 3923); di recente, ancora, muovendo dal rapporto di detenzione qualificata dell’unita abitativa, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare, si è affermato che l’estromissione violenta o clandestina dall’unità abitativa, compiuta dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio (Cass., 21 marzo 2013, n. 7214).

4- I doveri morali e sociali che trovano la loro fonte nella formazione sociale costituita dalla convivenza more uxorio refluiscono, secondo un orientamento di questa Corte ormai consolidato, sui rapporti di natura patrimoniale, nel senso di escludere il diritto del convivente di ripetere le eventuali attribuzioni patrimoniali effettuate nel corso o in relazione alla convivenza (Cass., 15 gennaio 1969, n. 60; Cass., 20 gennaio 1989, n. 285; Cass., 13 marzo 2003, n. 3713; Cass., 15 maggio 2009, n. 11330).

A tale indirizzo, che il Collegio condivide ed al quale intende, anzi, dare continuità, non si è conformata la Corte di appello, la quale ha escluso la ricorrenza degli effetti previsti dall’art. 2034 c.c. sulla base di una serie di rilievi incongrui, fornendo argomentazioni non adeguate e talora contraddittorie.

4.1 – Nella sentenza impugnata si osserva in primo luogo che non risulta che le dimissioni dell’ E. siano state in qualche modo suggerite o determinate dal V., anzichè costituire il frutto di un’autonoma scelta della prima, che avrebbe inteso “anteporre l’amore alla carriera”, di talchè eventuali pregiudizi di natura economica non sarebbero imputabili, neppure sul piano etico, all’uomo. Si attribuisce in tal modo alla nozione di obbligazione naturale fra conviventi una valenza marcatamente indennitaria che, soprattutto quando le dazioni siano avvenute, come nella specie, non alla fine del rapporto, ma nel corso di esso, non le appartiene, in quanto l’assistenza materiale fra conviventi, nel rispetto – come si dirà – dei principi di proporzionalità e adeguatezza – può affermarsi indipendentemente dalle ragioni che abbiano indotto l’uno o l’altro in una situazione di precarietà sul piano economico.

Eventuali contribuzioni di un convivente all’altro vanno intese, invero, come adempimenti che la coscienza sociale ritiene doverosi nell’ambito di un consolidato rapporto affettivo che non può non implicare, pur senza la cogenza giuridica di cui all’art. 143 c.c., comma 2, forme di collaborazione, e, per quanto qui maggiormente interessa, di assistenza morale e materiale. La sentenza impugnata finisce per confondere la spontaneità dell’esecuzione dei doveri morali e sociali prevista dall’art. 2034 c.c. con l’iniziativa inerente al determinarsi della situazione nella quale detti doveri – dei quali pertanto costituisce soltanto una premessa – trovano la loro scaturigine: allo stesso modo dovrebbe paradossalmente escludersi la soluti retentio del pagamento del debito di gioco, previsto dall’art. 1933 c.c., comma 2, come ipotesi tipica di obbligazione naturale, nel caso in cui la scelta di partecipare al gioco sia stata assunta in piena autonomia dal perdente che abbia poi onorato il proprio debito.

4.2 – Per quanto attiene alla qualificazione delle dazioni che costituiscono l’oggetto della controversia, deve in questa sede ribadirsi che non può prescindersi, nell’esaminare la ricorrenza o meno di un adempimento effettuato in virtù di doveri sociali e morali, dall’ambiente socio economico cui appartengono le parti, nonchè da un esame della concreta situazione in cui i pretesi adempimenti risultano effettuati.

Sotto tale profilo, mentre il riferimento, al fine di escludere la contribuzione ad esigenze personali della E., alla percezione di “vitto e alloggio” costituisce un argomento poco felice e mortificante che non necessita di ulteriori commenti, deve rilevarsi, da un lato, che non risultano adeguatamente considerate le condizioni sociali ed economiche della parti e, dall’altro, che il rilievo attribuito agli accordi di natura economica stipulati al momento della cessazione della convivenza assume, come correttamente denunciato dalla ricorrente, aspetti incongrui dal punto di vista logico, se non addirittura contraddittori.

4.3 – Quanto alla prima questione, non risulta contestato che l’ E., per seguire in Cina il V., aveva rinunciato alla propria carriera, comportante, fra l’altro, la percezione di un reddito molto elevato: sotto tale profilo non rileva che le somme in questione, che nella stessa decisione impugnata vengono rapportate, in media, a versamenti mensili di lire 1.650.000, non siano state corrisposte in Cina con tale cadenza, ma accreditate in Italia su un conto corrente bancario della convivente. La giustificazione causale delle dazioni, che la stessa corte territoriale sembra individuare nella necessità di soddisfare “debiti personali precedentemente contratti dalla sig.ra E.”, lungi dal richiedere – come pure sostenuto nella sentenza impugnata – un negozio giuridico di accollo, ben può essere ricondotta in quell’assistenza morale e materiale fra conviventi sopra menzionata (laddove il dovere di prestare aiuto alla persona convivente affinchè adempia alle proprie obbligazioni dovrebbe assumere, sempre nell’ambito dei doveri morali e sociali, un carattere ben più cogente rispetto alla mera contribuzione economica per l’acquisto di beni di consumo pur adeguati a un alto tenore di vita). Il discrimine fra l’adempimento dei doveri sociali e morali, quale può individuarsi in qualsiasi contributo fra conviventi, destinato al “menage” quotidiano ovvero espressione, come nella specie, della solidarietà fra persone unite da un legame intenso e duraturo, e l’atto di liberalità va individuato, oltre che nella spontaneità, soprattutto nel rapporto di proporzionalità fra i mezzi di cui l’adempiente dispone e l’interesse da soddisfare. Tale requisito, unanimemente riconosciuto dalla dottrina in relazione alle cc.dd. obbligazioni naturali in generale, è stato ribadito da questa Corte proprio con riferimento all’adempimento di doveri morali e sociali nella convivenza more uxorio (cfr. la citata Cass. n. 3713 del 2003). Tale indagine, ove si prescinda da un irrilevante riferimento alle per altro non cospicue consistenze patrimoniali della donna, non è stata effettuata da parte della corte territoriale – ed a tanto dovrà pertanto provvedersi in sede di rinvio – pur a fronte della deduzione dell’ E. circa la relativa esiguità, in rapporto alle capacità patrimoniali e reddituali del V., delle contribuzioni in esame.

4.4 – Il riferimento, poi, alle obbligazioni derivanti dalla scrittura in data 19 gennaio 1998 assume aspetti del tutto contraddittori, sia perchè il negozio con cui si provvede a regolare gli aspetti inerenti ai rapporti conseguenti alla cessazione della convivenza prescinde, di regola, dalle precedenti dazioni intervenute nel corso della convivenza stessa (in caso contrario, la ritenuta ricorrenza di un obbligo di restituzione avrebbe comportato, anzichè l’assunzione di obblighi futuri, il ricorso a meccanismi di compensazione), sia perchè un’obbligazione assunta in funzione di adempimento di doveri morali e sociali è intrinsecamente priva di coercibilità.

5 – Con il quarto motivo si deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione alla statuizione di inammissibilità del gravame relativo alla domanda riconvenzionale già proposta dalla stessa E., per litispendenza, per non aver la corte territoriale considerato che nell’atto di appello erano ben specificate le diverse previsioni contenute nelle due scritture sottoscritte in data 19 gennaio 1998, con la precisazione che quella già azionata aveva ad oggetto un regolamento negoziale ben diverso da quello posto a base della domanda svolta, in via riconvenzionale, nel giudizio davanti al Tribunale di Torino.

5.1 – La questione di cui al motivo precedente viene riproposta, con l’ultima censura, sotto il profilo dell’omessa ed insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

5.2 – I motivi sopra indicati, da esaminarsi congiuntamente in virtù della loro connessione, sono inammissibili.

Essi, infatti, attribuendo alla corte territoriale l’omesso esame della questione inerente alla sussistenza o meno della litispendenza affermata dal primo giudice, non colgono in alcun modo la complessità della ratio decidendi della decisione impugnata, che ha rilevato, per altro con ampia ed esauriente motivazione, l’inammissibilità del motivo di gravame relativo alla domanda riconvenzionale, per carenza di specificità ai sensi dell’art. 342 c.p.c., per non aver espressamente censurato il punto inerente alla proposizione o meno della domanda in altro giudizio, affrontando – come, del resto, è avvenuto in questa sede – la questione dell’esistenza o meno di due titoli giuridici, anzichè quella, “di ordine processuale, se la medesima domanda fosse stata o non già proposta in altro giudizio”.

Alla declaratoria di inammissibilità dei motivi in esame (il secondo, poi, propone un vizio motivazionale in merito a una violazione di natura processuale, la cui ricorrenza va accertata indipendentemente dalle ragioni indicate dal giudice del merito) non è ostativo il principio, di recente ribadito (Cass., Sez. un., 22 maggio 2012, n. 8077; Cass.,22 gennaio 2006, n. 24856), secondo cui in relazione alla denuncia di errores in procedendo la corte di cassazione è giudice del fatto (inteso in senso processuale) ed ha il potere – dovere di accertarlo procedendo all’esame diretto degli atti, in quanto l’esercizio di tale potere – dovere presuppone che la censura sia stata proposta dal ricorrente in conformità alle regole fissate al riguardo dal codice di rito.

6 – In conclusione, previa declaratoria di inammissibilità dei restanti motivi, vanno accolti i primi tre, con rinvio alla Corte di appello di Torino, che, in diversa composizione, applicherà i principi sopra richiamati, senza incorrere negli evidenziati vizi motivazionali, provvedendo, altresì, in merito al regolamento delle spese processuali relative al presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo, il secondo ed il terzo motivo, dichiara inammissibili il quarto e il quinto. Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Torino, in diversa composizione.

Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti menzionati in sentenza.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della prima sezione civile, il 20 maggio 2013.

Depositato in Cancelleria il 22 gennaio 2014

DiMartina Bolis

Appalto e violazione di norme imperative

Ai sensi dell’art. 1655 c.c., l’appalto è un contratto con il quale una parte, detta appaltatore, si impegna nei confronti di un’altra parte, detta appaltante o committente, al compimento di un’opera o di un servizio, con organizzazione dei mezzi necessari e con il rischio a proprio carico della gestione, in cambio di un corrispettivo in denaro.

È un contratto che si perfeziona con l’accordo delle parti, senza necessità di ulteriori adempimenti.

L’appalto, come è agevole notare dal dettato normativo, si caratterizza per una grande autonomia dell’appaltatore.

Il committente, tuttavia, ai sensi dell’art. 1662 c.c. ha il diritto di verificare, nel corso dei lavori, lo svolgimento di questi ed il relativo stato di avanzamento.

Nel caso in cui, nel corso dell’esecuzione dell’opera, accerti che l’esecuzione non rispetta le condizioni stabilite nel contratto e le regole dell’arte, il committente può fissare un termine entro il quale l’appaltatore deve adeguarsi a tali condizioni.

Trascorso inutilmente il termine, si verifica la risoluzione ex lege del contratto e sorge il diritto al risarcimento del danno.

Questo rimedio risolutorio si applica solamente al contratto di appalto.

Tuttavia, anche al contratto in esame può essere applicata la disposizione di cui all’art. 1453 c.c., ossia il rimedio risolutorio “ordinario” della risoluzione per inadempimento.

L’articolo de quo stabilisce che, nei contratti a prestazioni corrispettive, in caso di inadempimento di uno dei contraenti, l’altro può chiedere l’adempimento ovvero la risoluzione del contratto, oltre ad avere diritto al risarcimento del danno.

Al successivo art. 1455 c.c. viene però chiarito che non qualsiasi inadempimento legittima la richiesta di risoluzione del contratto, bensì solamento quello “di non scarsa importanza”.

Per verificare quando l’inadempimento di una parte sia di non scarsa importanza, così da legittimare il rimedio risolutorio, è necessario effettuare una valutazione unitaria del comportamento della parte inadempiente, per sincerarne la concreta incidenza sull’economia complessiva del rapporto contrattuale.

L’inadempimento può consistere nella mancata osservanza delle norme imperative poste dall’ordinamento giuridico.
Tuttavia, altro è la risoluzione del rapporto contrattuale per inadempimento.
Infatti, si potrà configurare tale causa di risoluzione solamente nell’eventualità in cui venga accertato, nel caso specifico, che la violazione della norma imperativa abbia avuto una incidenza concreta e rilevante sull’equilibrio contrattuale.

Qualora non vi sia alcuna ripercussione sul sinallagma contrattuale, la violazione di una norma imperativa portà solo legittimare, eventualmente, l’azione di nullità.

Queste conclusioni trovano conferma nella giurisprudenza della Corte di Cassazione Civile, in particolare nella sentenza n. 6492 del 2011, con la quale la Suprema Corte ha confermato la sentenza della corte territoriale che aveva respinto l’impugnazione di nullità di un lodo arbitrale anche in riferimento alla doglianza del rigetto della domanda di risoluzione del contratto di appalto, proposta dal committente, per aver gli arbitri escluso che integrasse grave inadempimento dell’appaltatore la violazione da parte di quest’ultimo delle norme sulla regolare assunzione dei lavoratori.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. S. O. – Presidente
Dott. P. L. – rel. Consigliere
Dott. B. G. A. – Consigliere
Dott. M. E. – Consigliere
Dott. P. V. – Consigliere
ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:
I. M. SNC in persona dell’amministratore e legale rappresentante pro-tempore S.A. P.I. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA C. M. 6, presso lo studio dell’avvocato D’A. A., rappresentato e difeso dall’avvocato A. L.
– ricorrente –

e contro

IMP R.M.;
– intimata –
sul ricorso 24358-2005 proposto da:
I. R. M. IN PERSONA DEL TITOLARE R.M. P.I. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE G. C. 71, presso lo studio dell’avvocato B. M., che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato B. V. M.;
– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

I. M. SNC;
– intimata –

avverso la sentenza n. 118/2004 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA, depositata il 24/05/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 03/02/2011 dal Consigliere Dott. L. P.;
udito l’Avv. T. C. A. per delega depositata in udienza dell’Avv. A. L. difensore della ricorrente che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;
udito l’Avv. B. M. difensore della controricorrente incidentale che ha chiesto l’accoglimento dello stesso e della memoria;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. S. E. V. che ha concluso per il rigetto di entrambi i ricorsi.

Svolgimento del processo

Insorte contestazioni tra la società I. M. s.n.c., committente, e l’Impresa R.M., ditta individuale appaltatrice, in ordine all’esecuzione di lavori edili in Perugia, di cui alla scrittura privata del 31.3.99, in forza della clausola compromissoria ivi contenutala prima attivò il procedimento arbitrale, al precipuo fine di sentir dichiarare risolto il contratto per inadempimento della controparte, con la conseguente condanna al risarcimento dei danni. All’esito della svolta istruttoria, sulle opposte conclusioni delle parti, il collegio arbitrale pronunziò il lodo in data 21.6.01, con il quale: a) accertava la persistente efficacia, in quanto non risolto, del contratto; b) determinava in complessive L. 653.827.638 il compenso dovuto all’appaltatrice per i lavori svolti fino alla data della decisione; c) determinava in L. 4.870.000 l’importo dei danni cagionati a terzi e dovuti dall’impresa alla committente; d) determinava in L. 17.123.455 l’importo del risarcimento dovuto alla committente per vizi e difetti delle opere;

e) operava la compensazione parziale tra il residuo corrispettivo ancora dovuto all’impresa e le somme dalla stessa dovute a titolo di risarcimento; f) condannava la società committente al pagamento della differenza in L. 331.834.183, oltre interessi ed IVA.; g) respingeva ogni altra domanda delle parti. Tale decisione veniva impugnata, con sette motivi, dalla suddetta società; si costituiva e resisteva l’impresa, proponendo gravame incidentale; quindi l’adita Corte d’Appello di Perugia, con sentenza del 1.4-24.5.04, respingeva le impugnazioni, ponendo le spese del giudizio a carico dell’impugnante principale.

Dopo una premessa su natura e limiti, ex artt. 827 e 829 c.p.c., del giudizio di impugnazione dei lodi arbitrali; la corte suddetta, a sostegno della decisione, esponeva sommariamente le seguenti ragioni:

a) insussistenza della dedotta violazione dell’art. 1453 c.c., comma 1, art. 1454 c.c., art. 1456 c.c., comma 2 e art. 1457 c.c., involgendo sostanzialmente le proposte censure questioni non di diritto, ma di mero fatto, su valutazioni – peraltro travisate dall’impugnante – compiute dagli arbitri, i quali avevano accertato la volontà della committente, esternata tramite il direttore dei lavori, di rinunziare alla risoluzione;

b) ininfluenza della dedotta violazione dell’art. 1662 c.c., considerato che, secondo la scansione temporale ricostruita dagli arbitri, la relativa ipotesi di risoluzione a seguito di intimazione sarebbe intervenuta prima della, pure accertata, rinunzia sub arrestando così assorbita la questione; questa, peraltro, si palesava infondata, poichè la lamentata mancata restituzione della contabilità sottoscritta non atteneva all’esecuzione dell’opera, secondo contratto e a regola d’arte, cui fa riferimento la disposizione, e la valutazione compiuta dagli arbitri, circa il carattere secondario di tale assunta inadempienza, costituiva questione di mero fatto;

c) del pari assorbita, dalla reiezione del primo, risultavano le censure contenute nel terzo motivo, deducente violazione degli artt. 1218 e 1662 c.c.:

d) anche la dedotta violazione del D.Lgs. n. 494 del 1996, art. 5, correlata all’impiego nell’impresa di lavoratori irregolarmente assuntasi risolveva in censure di fatto, avendo gli arbitri, con “motivazione autosufficiente”, rilevato che non risultava inoltrata dall’appaltatrice alcuna diffida al riguardo e che, agli effetti degli artt. 1453 e 1455 c.c., detta assunzione non avrebbe potuto assumere il carattere dell’inadempimento di non scarsa importanza, tale da giustificare la risoluzione;

e) assorbita dalla reiezione della precedente censura restava quella, contenuta nel quinto motivo, relativa alla violazione dell’art. 1453, comma 3, secondo cui sarebbe stata erroneamente ritenuta prontamente sanata l’inadempienza, costituita dall’assunzione di lavoratori “in nero”;

f) la denunciata violazione del D.P.R. 16 luglio 1962, n. 1063, art. 26 e R.D. 25 maggio 1885, n. 350, art. 54, per erronea esclusione dell’applicabilità della disciplina dei pubblici appalti, nella specie richiamata dall’art. 8 della contratto, involge va in realtà una questione di interpretazione di quest’ultimo, come tale non rientrante tra quelle di diritto deducibili in sede di impugnazione dei lodi arbitrali;

g) inconferente era la dedotta violazione dell’art. 1665 c.c. e art. 100 c.p.c., sul rilievo che il diritto al saldo del corrispettivo fosse azionabile solo al termine dei lavori, essendo si il collegio arbitrale limitato a liquidare quanto dovuto per i lavori eseguiti alla data del lodo;

h) infondata, infine, era l’impugnazione incidentale, lamentante una “sbrigativa” reiezione della domanda risarcitoria per il fermo del cantiere, risultando chiaramente esposta e non contraddittoria la relativa rado decidendi, secondo cui detta stasi era risultata imputabile anche all’appaltatrice, “che pretendeva prezzi non corrispondenti alle tariffe pubbliche”.

Avverso la suddetta sentenza la società I. M. s.n.c. ha proposto ricorso per cassazione affidato a cinque motivi. Ha resistito l’I. R. M. con controricorso, contenente ricorso incidentale.

Motivi della decisione

Va preliminarmente dispostaci sensi dell’art. 335 c.p.c., la riunione dei reciproci ricorsi. Con il primo motivo del ricorso principale, deducente malgoverno dell’art. 829 c.p.c., comma 2, art. 1453 c.c., artt. 1454 e 1456 c.c., comma 2 e art. 1457 c.c., con connessi vizi di motivazione, si censura la reiezione del primo motivo dell’impugnazione del lodo, confutando sia l’affermazione che l’accertamento della rinuncia alla risoluzione si sarebbe risolta in una questione di mero fattoria quella secondo cui tale rinuncia sarebbe stata correttamente accertata.

Sotto il primo profilo la corte umbra non si sarebbe conformata al principio giurisprudenziale di legittimità, secondo cui competerebbe al giudice, ex art. 829 c.p.c., comma 2 “accertare sia la fattispecie legale costitutiva della domandarla la corrispondenza tra fatto storico accertato e fattispecie legale”.

Sotto il secondo si sostiene che, essendo i compiti del direttore dei lavori limitati alla direzione e sorveglianza delle opere, e dunque ad una rappresentanza soltanto “tecnica” della committenza, egli non avrebbe potuto rinunziare alla risoluzione, per conto della stessa, nè comunque manifestare la relativa volontà alla controparte.

Il motivo non merita accoglimento, non evidenziando alcuna specifica violazione delle norme di diritto, cumulativamente richiamate dalla ricorrente, nè alcuna carenza della motivazione, su punti decisivi, della sentenza impugnata, bensì risolvendosi nel tentativo, inammissibile nella presente sede, così come lo era alla luce dei limiti cognitivi dettati dall’art. 829 c.c. nel giudizio svoltosi davanti alla corte territoriale, di rimettere in discussione l’interpretazione della risultanze processuali, con particolare riferimento ad un accertamento di fatto, concernente l’avvenuta rinunzia da parte della committente alla già intimata pretesa risolutoria. Tale rinuncia era stata dagli arbitri desunta, come la corte territoriale ha dato atto, non ascrivendo impropri poteri rappresentativi, eccedenti la mera sfera tecnica, al direttore dei lavori, bensì dai comportamenti concludenti dell’una e dell’altra parte (segnatamente, l’invio di una nuova contabilità, modificativa della precedente e tenente conto di alcune osservazioni dell’appaltatore, la prosecuzione dei lavori), denotanti l’avvenuta composizione del contrasto precedentemente insorto, ritenuti incompatibili, per la parte riferibile alla odierna ricorrente, con l’intenzione di persistere nella suddetta pretesaci tutto in un contesto in cui, come accertato dagli arbitri e riferito dalla Corte d’Appello, il comportamento del direttore dei lavori non si era concretato in iniziative o atti volitivi, al medesimo direttamente riferibili, ma era consistito in quello di semplice nuncius, tramite il quale la committenza aveva lasciato chiaramente intendere di desistere dalla pretesa risolutoria, parzialmente accedendo ai precedenti rilievi dell’appaltatore e lasciando proseguire i lavori.

Con il secondo motivo, deducente violazione, falsa o errata applicazione degli artt. 1662, 1218 c.c. e art. 829 c.p.c., comma 2, si lamenta che la corte territoriale, nel respingere il secondo motivo d’impugnazione, abbia “erroneamente ricostruito la fattispecie storica in contestazione”, ritenuto che la stessa riguardasse la sola restituzione della contabilità, laddove era stata, più in generale, dedotta la violazione dell’obbligo di cooperazione tra le parti, in considerazione della quale era stata intimata la diffida ex art. 1662 c.c.. Questa prevedendo un rimedio risolutorio diverso da quello generale di cui all’art. 1453 c.c., non richiederebbe alcuna valutazione di gravità; sicchè la facoltà di risoluzione, previa diffida, competerebbe anche nei casi di inadempimenti temporanei e di scarsa importanza e comportanti solo pericolo. Comunque anche tale valutazione sarebbe stata erronea, non avendo considerato l’importanza del possesso della contabilità controfirmata, durante lo svolgimento delle opere, ai fini della verifica della regolare esecuzione e dei pagamenti effettivamente dovuti, in un contesto nel quale il comportamento adempiente della committente era stato accertato con statuizione non impugnata e passata in giudicato.

Il mezzo d’impugnazione resta assorbito dalla reiezione del precedente, attenendo a rationes decidendi subordinate, che la Corte d’Appello ha ritenuto di esporre, per ravvisati motivi di completezza ed a fini rafforzativi della decisione, pur non essendovi tenuta, in considerazione del pronunziato rigetto del motivo d’impugnazione del lodo, avverso l’assorbente accertamento ivi contenuto dell’avvenuta rinunzia alla risoluzione, conseguente ai suesposti profili d’inadempimento.

Con il terzo motivo si lamenta omessa pronunzia, in violazione dell’art. 112 c.p.c. e violazione dell’art. 1453 c.c., D.Lgs. n. 494 del 1996, art. 5, art. 1661 c.c., con riferimento alla reiezione dei motivi relativi all’assunzione dei lavoratori “in nero”.

La corte umbra, nell’escludere che la diffida avesse contemplato tale irregolarità, avrebbe anzitutto errato nel ricondurre la censura all’art. 1662 c.c., laddove la stessa era stata correlata all’art. 1453 c.c. ed, in secondo luogo, non avrebbe, nel confermare comunque la scarsa importanza di tale inadempienza, considerato che la natura di ordine pubblico della disposizione di legge speciale violata, avrebbe comportato di per sè la gravità dell’inadempimento e la conseguente risoluzione del contratto, essendo tale facoltà espressamente prevista anche dall’art. 5, comma 1, lett. e) cit. D.Lgs..

Anche tale motivo, sgomberato il campo dal profilo relativo all’art. 1662 c.c. (avendo la ricorrente dichiarato di non aver proposto un corrispondente motivo di gravame al riguardo) va respinto, poichè rimette in discussione valutazioni di merito compiute dal collegio arbitrale, della cui adeguatezza la Corte d’Appello, attenendosi ai già citati limiti cognitivi del giudizio impugnatorio demandatole (analoghi a quelli propri del giudizio per cassazione), ha dato atto, evidenziando, con riferimento al profilo attinente alla risolubilità del contratto ex art. 1453 c.c., dell'”autosufficienza” – e dunque dell’incensurabilità – della motivazione al riguardo adottata dagli arbitri, secondo cui l’impiego di manodopera irregolarmente assunta, “per l’occasionalità e scarsa entità del fenomeno”, non era tale da superare la soglia della scarsa importanza ex art. 1455 c.c., sì da assurgere a rilevanza risolutoria. La citata argomentazione, pur nella sua sinteticità, risulta corretta e sufficiente, poichè la valutazione della gravità dell’inadempimento, ai fini della risoluzione del contratto, è rimessa all’apprezzamento del giudice di merito, sicchè ove adeguatamente motivata, in assenza di errori di diritto o illogicità testualmente rilevabili, è insindacabile in sede di legittimità. E tale dovendo considerarsi anche il giudizio ex art. 829 c.p.c., non era tenuta la corte territoriale a rinnovare la valutazione ex artt. 1453, 1455 c.c., che gli arbitri avevano compiuto, escludendo che nell’economia complessiva del contratto le suddette irregolarità, ritenute di natura episodica (le contrarie allegazioni contenute nel mezzo d’impugnazione concretano al riguardo palesi censure in fatto), fossero tali da alterare sensibilmente l’equilibrio del rapporto sinallagmatico, così assurgendo a rilevanza risolutoria. Nè fondata deve ritenersi la denuncia di violazione del D.Lgs. n. 494 del 1996, art. 5, in cui sarebbero incorsi gli arbitri e, di riflessola Corte d’Appello avallandone il giudizio di scarsa rilevanza ai fini delle citate norme civilistiche, delle irregolari assunzioni di lavoratori dipendenti da parte dell’impresa appaltatrice. A parte, invero, la discussa e discutibile riconducibilità di tali irregolarità al novero di quelle contemplate dalla normativa anzidetta, avente quale precipuo oggetto la sicurezza e la salute nei cantieri di lavoro, va osservato che, se è vero che la contrarietà a norme di ordine pubblico può direttamente incidere sul rapporto, determinandone la nullità ex art. 1418 c.c., ove la causa del negozio stesso sia incompatibile con le relative disposizioni imperative, ai diversi fini della risoluzione contrattuale il comportamento di una delle parti, che abbia violato tali norme, può assurgere a rilevanza ex art. 1453 c.c., soltanto nei casi in cui, ledendo concretamente e direttamente gli interessi dell’altra, sia di natura ed entità tali da compromettere l’adempimento della prestazione dedotta nel contratto, e, dunque, l’equilibrio sinallagmatico del rapporto. Tale valutazione avrebbe dovuto comunque essere compiuta – come lo è stato – dal giudice di merito, considerato che le disposizioni di cui all’art. 5 cit. D.Lgs. (pur come novellato dal D.Lgs. n. 528 del 1999, emanato dopo la stipula del contratto) richiamate nel motivo, non conferiscono al “Coordinatore della Sicurezza” una potestà sanzionatoria tale da incidere, come sembra sostenersi nell’impugnazione, direttamente sul rapporto committente – appaltatore, e determinarne la risoluzione automatica, nè da luogo ad una presunzione iuris et de iure di gravità agli effetti risolutori ex artt. 1453 e 1455 c.c. della valutazione compiuta dal suddetto organo di vigilanza, i cui poteri al riguardo consistono, come pur si precisa nel ricorso, nelle facoltà di segnalare al committente le rilevate infrazioni e proporre la sospensione dei lavori, l’allontanamento delle imprese o la risoluzione del rapporto.

Siffatta proposta, ovviamente, deve esser fatta propria dalla committenza (in difetto è previsto l’obbligo di rapporto agli uffici preposti), ma è priva, anche nell’ipotesi in cui la stessa sia stata recepita e trasfusa in una diffida (peraltro nella specie non intimata) o in una successiva azione risolutoria, di alcun carattere vincolante, non sottraendosi l’eventuale conseguente domanda giudiziale alla dovuta valutazione ex artt. 1453 – 1455 c.c. da parte del giudice di merito, implicante un apprezzamento di natura discrezionale, al medesimo riservato.

Tale valutazione, adeguatamente compiuta nella specie dagli arbitri con esito negativo, non avrebbe potuto essere oggetto di revisione in sede di giudizio ex art. 829 c.c. nè, a fortiori, in quello di cassazione. Vanamente, pertanto, l’impugnante si diffonde in argomentazioni, di pura natura fattuale, dirette a dimostrare che le anzidette violazioni, che i giudici hanno ritenuto episodiche e di oggettivo scarso rilievo nell’economia complessiva del rapporto, fossero state invece tali da alterare l’equilibrio contrattuale e mettere direttamente in pericolo gli interessi della committente;

tanto dicasi, in particolare, per le ipotizzate possibilità di coinvolgimenti civili e penali, palesemente improbabili, considerato che, a parte le ipotesi di consapevole concorso o di eccezionale limitazione dell’autonomia operativa a guisa di nudus minister, nell’esecuzione delle opere commessegli è solo l’appaltatore , e non anche il committente, ad assumere nei rapporti esterni ogni responsabilità.

Con il quarto motivo si lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 829 c.p.c., comma 2, artt. 1363 e segg. c.c., con conseguente omessa pronunzia in violazione dell’art. 112 c.p.c., con riferimento alla dichiarata inammissibilità della doglianza, relativa alla mancata applicazione della normativa sugli appalti pubblici, con specifico riguardo alla disciplina delle “riserve”, ritenuta dagli arbitri non applicabile in mancanza di “concordamento” e che, invece, avrebbe dovuto ritenersi applicabile, come imposto da una espressa clausola contrattuale, l’art. 8, e dall’interpretazione del capitolato speciale “ai sensi degli artt. 1362 e ss. c.c. (e, in particolare, dall’art. 1363 c.c.) … alla luce delle corrispondenti previsioni del capitolato generale”.

Il motivo si risolve in una censura inammissibile, non solo perchè rivolto contro una statuizione della sentenza di merito che, correttamente attenendosi ai limiti devolutivi ex art. 829 c.c., già in precedenza precisatasi è limitata ad evidenziare come la doglianza de qua si risolvesse in una pretesa di reinterpretazione del contenuto contrattuale in ordine alla quale i precedenti giudici di merito si erano sufficientemente espressila anche e soprattutto per genericità e difetto di autosufficienza, non precisando, nell’omnicomprensiva citazione, gli specifici profili d’inosservanza dei canoni ermeneutici asseritamente violatane riportandoci fini dell’assunta, disattesa, interpretazione complessiva di cui all’art. 1363 c.c. (su cui sembra insistere il mezzo d’impugnazione), il preciso testuale contenuto delle clausole in questione, così non consentendo di valutare la rilevanza e decisività della doglianza.

Con il quinto motivo si deduce, infine, violazione e falsa applicazione degli artt. 829 c.p.c., comma 2, art. 1453 c.c., comma 3 e dell’art. 112 c.c., per aver la corte, con l’argomentazione sub e) omesso la pronunzia relativa alla denunciata violazione degli artt. 1218, 1662, e 1453 c.c. relativamente alla questione dell’assunzione dei lavoratori irregolari, sulla base degli erronei presupposti dell’avvenuta rinuncia alla risoluzione e della non gravità della relativa inadempienza.

Trattasi, con ogni evidenza, di censure ripetitive e riassuntive di quelle esposte nei primi tre motivi, dei quali non possono che condividere il rigetto.

Con l’unico motivo del ricorso incidentale vengono dedotti violazione o errata applicazione degli artt. 1218, 1223, 143 c.c. e connessi vizi di motivazione, nella reiezione della domanda risarcitoria proposta, in via incidentale, dall’impresa, per danni dovuti al fermo dei lavori.

La corte di merito non avrebbe considerato i vari profili d’inadempienza emersi a carico della committente, che avevano costretto l’impresa a subire una sospensione dei lavori da parte dell’autorità, a chiedere una concessione in sanatoria, e non tenuto conto delle continue variazioni progettuali richieste dalla committenza e del susseguirsi delle conseguenti disposizioni impartite dal direttore dei lavori, determinanti l’irregolare svolgimento degli stessi; per converso, la ravvisata corresponsabilità dell’impresa per aver richiesto la revisione dei prezzi, sarebbe stata insussistente, tenuto conto delle giustificazioni derivanti dalle suesposte ragioni e, comunque, avrebbe comportato, quanto meno, la ripartizione al 50% dei documentati oneri aggiuntivi, segnatamente di quelli per la custodia del cantiere.

Anche tali censure vanno disattese, attaccando valutazioni di fatto compiute dal collegio arbitrale e la relativa presa d’atto da parte della corte territoriale, che, chiamata a pronunziarsi sulla ritenuta violazione di norme di diritto ai sensi dell’art. 829 c.p.c., comma 3, non avrebbe potuto rinnovare l’indagine di merito, a meno di totale carenza o apparenza (e non di semplice vizio parziale ex art. 360 c.p.c., n. 5) della relativa motivazione; ipotesi nella specie non sussistenti, avendo i precedenti giudici chiaramente esposto le ragioni in base alle quali avevano escluso la sussistenza della responsabilità risarcitoria.

Pertanto anche il dedotto vizio di motivazione illogica, per non aver tratto le conseguenze derivanti dal ravvisato concorso di responsabilità si risolve in una censura inammissibile.

Conclusivamente, vanno respinti sia il ricorso principale, sia quello incidentale, e, tenuto conto della reciproca soccombenza, integralmente compensate le spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte, riuniti i ricorsi, li rigetta entrambi e dichiara interamente compensate tra le parti le spese del giudizio.

DiMartina Bolis

Transazione e giudizio civile

Cosa accade qualora le parti di un giudizio civile stipulino una transazione per porre fine alla lite, ma non diano atto nel giudizio in corso dell’esistenza di questa ed il giudizio si concluda con una sentenza passata in giudicato?

La transazione, in base all’art. 1965 c.c., è un contratto a prestazioni corrispettive, con il quale le parti mettono fine ad una controversia già esistente o ne prevengono una futura, facendosi reciproche concessioni.

Può essere generale, se serve a chiudere tutti i rapporti pregressi esistenti tra le parti, o speciale, se relativa ad una sola posizione.

Ai fini della sua validità, è necessario che abbia ad oggetto una res dubia, ossia un rapporto che presenti il carattere dell’incertezza, e che le parti rinuncino entrambe ad un potenziale vantaggio.

Poiché la norma nulla dispone al riguardo, la transazione può intervenire in qualsiasi stato e grado del giudizio, finché la sentenza conclusiva non passi in giudicato.

A tale proposito, è necessario considerare l’incidenza del passaggio in giudicato di una sentenza che definisce il giudizio in ambito civile, in particolare nel caso in cui nessuna delle parti menzioni in tale giudizio l’esistenza di una transazione relativa all’oggetto del giudizio.

Principio fondamentale in ambito processuale è che il giudicato copra sia il dedotto che il deducibile; corollario di questo principio è che non è possibile far valere, in un giudizio di opposizione all’esecuzione di una sentenza passata in giudicato, dei fatti estintivi o modificativi del rapporto dedotto in giudizio e deciso nella sentenza impugnata, se preesistenti al passaggio in giudicato di quest’ultima.

Di conseguenza, qualora le parti addivengano alla stipulazione di una transazione prima della pronuncia di tale sentenza e della formazione delrelativo giudicato, ma non la deducano nel corso del procedimento, essa non potrà essere fatta valere in un momento successivo.

La situazione accertata dalla sentenza de qua non sarà più modificabile, e sarà quindi preclusa alle parti la possibilità di impugnazione.

Queste osservazioni trovano sostegno nella recente giurisprudenza della Corte di Cassazione Civile, in particolare nella sentenza n. 2155 del 2012.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. P.L. – Presidente

Dott. B.G.A. – Consigliere

Dott. B.E. – Consigliere

Dott. M.F. – Consigliere

Dott. C.A. – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

S.P. (C.F.: (OMISSIS)) e P.R. (C.F. (OMISSIS)), rappresentati e difesi, in forza di procura speciale a margine del ricorso, dall’Avv. B.F. e domiciliati “ex lege” presso la Cancelleria della Corte di cassazione;

– ricorrenti –

contro

M.C. (C.F.: (OMISSIS)) e M.A. M. (C.F.: (OMISSIS)), entrambi rappresentati e difesi, in virtù di procura speciale a margine del controricorso, dagli Avv.ti N.A. e G.A. ed elettivamente domiciliati presso lo studio del secondo, in Roma, alla via delle B.A., n. 7;

– controricorrenti –

e D.N.M. (C.F.: (OMISSIS)), rappresentata e difesa, in virtù di procura speciale a margine del controricorso, dagli Avv.ti R.G. e R.G. ed elettivamente domiciliata presso lo studio del secondo, in Roma, alla via R.C., n. 16;

– controricorrente –

Avverso la sentenza della Corte di appello di Venezia n. 1336/2009, depositata il 27 agosto 2009;

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 20 gennaio 2012 dal Consigliere relatore Dott. A.C.;

uditi gli Avv.ti R.G., per la controricorrente D. N.M., e G.A., per i controricorrenti M. C. e M.A.M.;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. D.S., che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Svolgimento del processo

Con citazione notificata il 19 luglio 1999 il sig. D.N. A. – sul presupposto che il 10 dicembre 1997 aveva concluso con S.P. e P.R. un accordo con il quale aveva definito transattivamente una controversia radicata davanti al Tribunale di Vicenza al fine di far valere la prelazione agraria ed ottenere il riscatto di un fondo alienato a terzi – conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Vincenza – sez. distaccata di Schio, i predetti S.P. e P.R. per sentir accertare e dichiarare che, con il menzionato atto transattivo del 10 dicembre 1997, i due convenuti avevano ceduto ad esso attore otto campi vicentini come contropartita alla rinuncia all’azione di prelazione proposta in giudizio dal medesimo attore, terreno identificato come descritto e visivamente rappresentato nelle cartelle planimetriche prodotte (o da identificarsi in corso di causa), e, quindi, per sentirsi dichiarare proprietario degli immobili da ricavare dai mappali del Comune di Santorso, foglio 5^ – mappali nn. 104, 105, 106 ed altri che fossero eventualmente risultati. Nella costituzione dei convenuti, il Tribunale adito, con sentenza n. 204 del 2002, rigettava la domanda attrice, fatta propria dalle intervenute eredi dell’originario attore, D.N.M. e D.N.E.. Interposto appello da parte di queste ultime e nella resistenza delle parti appellate, con la sopravvenuta costituzione di M.C. e M.A.M. quali eredi della deceduta D.N.E., la Corte di appello di Venezia, con sentenza n. 1336 del 2009 (depositata il 27 agosto 2009), accoglieva il gravame e, in riforma dell’impugnata sentenza, disponeva il trasferimento, in favore di D.N.M. per la quota del 50% e in favore di M.C. e M.A. M. per la residua quota del 50%, della proprietà del fondo come dedotto in controversia, ordinando le conseguenti disposizioni in punto trascrizione e condannando gli appellati, in solido fra loro, alla rifusione delle spese di entrambi i gradi di giudizio.

A sostegno dell’adottata decisione la Corte territoriale riteneva, innanzitutto, che non aveva rilievo, nel caso in questione, la circostanza che la transazione fosse stata stipulata il 10 dicembre 1997, ovvero dopo la deliberazione della sentenza (il 4 dicembre 1997) con la quale era stata rigettata la domanda proposta dal D. N.A. e prima della sua pubblicazione (intervenuta solo l’11 marzo 1998) e che, inoltre, l’inopponibilità del giudicato, costituito dalla sentenza n. 255 del 1998 resa “inter partes”, all’atto di transazione derivava dal fatto che il giudicato non si forma in relazione a fatti che avrebbero potuto essere dedotti nel giudizio di merito, essendo sopraggiunti in una fase del processo di cognizione che non avrebbe consentito nuove allegazioni difensive.

Oltretutto, rilevava ancora la Corte veneta, la volontà comune espressa dalle parti in causa era quella di non tener conto alcuno della sentenza e di dare esecuzione unicamente all’accordo transattivo, per come era desumibile dallo stesso contenuto dell’atto di transazione. Pertanto, in virtù dell’inadempimento dell’obbligo che i sigg. S. e P. si erano assunti con l’atto di transazione e non potendosi ravvisare alcun inadempimento nei confronti del D.N.A., conseguiva la fondatezza nel merito della domanda come da quest’ultimo originariamente proposta, con la derivante emanazione della sentenza traslativa della proprietà in suo favore ai sensi dell’art. 2932 c.c.. Avverso la suddetta sentenza di secondo grado (non notificata) hanno proposto ricorso per cassazione S.P. e P.R., articolato in un unico complesso motivo, al quale hanno resistito con controricorso, da un lato, gli intimati M.C. e M.A.M. e, dall’altro, l’intimata D.N.M..

I difensori dei ricorrenti e della controricorrente D.N. M. hanno depositato memoria illustrativa ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

1. Rileva, innanzitutto, il collegio che il controricorso proposto nell’interesse di M.C. e M.A.M. deve considerarsi ammissibile poichè, se è vero che non vi è una perfetta corrispondenza tra i nominativi dei difensori indicati nel testo dell’atto difensivo e quelli riportati nella procura speciale a margine e sottoscrittori della stessa (oltre che del medesimo controricorso), emerge, in ogni caso, che la procura risulta certamente conferita, in modo rituale, all’Avv. Giuseppe Ambrosio, il quale, oltre ad essere richiamato nel controricorso, ha regolarmente sottoscritto l’atto. Del resto, secondo la prevalente giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass., S.U., n. 10732 del 2003 e Cass. n. 15718 del 2006) – in contrasto con quanto dedotto nell’interesse dell’altra controricorrente D.N.M. – la certificazione da parte di avvocato che non sia ammesso al patrocinio innanzi alla Corte di cassazione dell’autografia della sottoscrizione della parte ricorrente (o di quella resistente) apposta sulla procura speciale “ad litem” rilasciata “in calce” o “a margine” del ricorso (o del controricorso) per cassazione, costituisce mera irregolarità allorchè l’atto sia stato firmato anche da altro avvocato iscritto nell’albo speciale e indicato come codifensore (come verificatosi nel caso di specie).

2. Con l’unico articolato motivo i ricorrenti hanno censurato la sentenza impugnata per violazione degli artt. 2908 e 2909 c.c. in tema di giudicato.

In particolare, i ricorrenti – che con la proposta impugnazione (contrariamente a quanto sostenuto dal P.G. nelle sue conclusioni) hanno sottoposto a critica l’intero impianto argomentativo della sentenza della Corte veneta – hanno dedotto che, nella specie, essendo intervenuta, nel primo giudizio intercorso tra le parti, la sentenza del Tribunale di Vicenza n. 255 del 1998 con la quale era stata respinta la domanda proposta dal D.N.A., poi passata in giudicato, la transazione intervenuta tra le stesse parti successivamente alla precisazione delle conclusioni e prima della deliberazione della suddetta sentenza, si sarebbe dovuta considerare superata dal sopravvenuto giudicato, di cui il predetto D. N. avrebbe dovuto impedire la formazione (se avesse voluto che si producessero gli effetti della raggiunta transazione) o portando a conoscenza del predetto giudice la novità dell’accordo intervenuto anteriormente all’emanazione della decisione ovvero proponendo appello avverso la menzionata sentenza ed invocare, in sede di gravame, la verifica dell’avvenuta transazione e la conseguente cessazione della materia del contendere. Inoltre, i ricorrenti hanno censurato, qualificandolo contraddittorio, il passaggio argomentativo della sentenza di appello in cui, per un verso, si negava che la transazione fosse idonea a comportare la cessazione della materia del contendere e, per altro verso, ha considerato la transazione stessa come sistemazione definitiva dei contrapposti interessi della parti in causa, così da non rendere neppure necessaria l’impugnazione della sentenza che venne successivamente emessa.

2.1. Il motivo, così come complessivamente svolto, è fondato e deve, pertanto, essere accolto.

Per come desumibile dalla narrativa del processo è emerso che, nel corso di un giudizio instaurato dinanzi al Tribunale di Vincenza dal sig. D.N.A., nei confronti dei sigg. S.P. e P.R. al fine di far valere la prelazione agraria ed ottenere il riscatto di un fondo alienato a terzi dai convenuti, le parti con scrittura privata sottoscritta il 10 dicembre 1997 concludevano un accordo, denominato “contratto di transazione”, con cui dichiaravano di voler porre fine alla controversia pendente, prevedendo che il D.N. avrebbe rinunciato all’azione ed agli atti del processo, mentre lo S. e la P., come contropartita a tale rinuncia, avrebbero ceduto all’attore una parte del fondo oggetto della prelazione agraria, della superficie di otto campi vicentini ed i cui confini erano meglio identificati nella scrittura. Nella scrittura in questione veniva, altresì, stabilito che la causa sarebbe stata abbandonata a spese compensate, mentre la rinuncia sarebbe stata effettuata e formalizzata davanti al giudice istruttore (nell’eventualità della rimessione in istruttoria della causa) solo dopo la cessione al D.N. del terreno oggetto della transazione. Sul piano temporale è importante rilevare che la convenzione transattiva, stipulata (come detto) il 10 dicembre 1997, intervenne successivamente alla celebrazione dell’udienza collegiale di discussione ma prima ancora che il Tribunale adito emanasse la sentenza (di rigetto della domanda attorea) e che quest’ultima venisse pubblicata in data 11 marzo 1998, senza essere, poi, impugnata, passando – come è incontroverso tra le parti – in cosa giudicata. Malgrado il sopravvenuto giudicato della sentenza n. 255 del 1998 del Tribunale di Vincenza, il D.N.A., con autonoma e successiva domanda giudiziale, chiedeva l’esecuzione, ai sensi dell’art. 2932 c.c., degli obblighi conseguenti alla conclusa transazione, deducendo che si disponesse, in suo favore, il trasferimento della proprietà dei terreni individuati nella stessa scrittura privata transattiva. Tale domanda veniva respinta dal Tribunale di Vicenza – sez. dist. di Schio con sentenza n. 204 del 2002 ed accolta, invece, in riforma della statuizione di primo grado, dalla Corte di appello di Venezia con la sentenza n. 1336 del 2009, in questa sede impugnata, sulla scorta delle motivazioni precedentemente richiamate.

Orbene, rileva il collegio che, così decidendo, la Corte veneta – in conformità di quanto dedotto con il formulato ricorso – è incorsa nella violazione delle denunciate norme poichè, provvedendo all’accoglimento della domanda del D.N.M. e D. N.E. (subentrate quali eredi di D.N.A.), ha considerato efficace la transazione conclusa nel corso del primo giudizio intentato dal loro dante causa in ordine al quale era, poi, sopravvenuto il giudicato relativo alla sentenza di rigetto. In tal modo la Corte territoriale è andata di contrario avviso alla concorde giurisprudenza di questa Corte (v., ad es., Cass. n. 6198 del 1984; Cass. n. 3755 del 1989 e, più recentemente, Cass. n. 3026 del 2005), secondo la quale, poichè nel contratto di transazione la causa del negozio si fonda sul presupposto che la lite non sia stata ancora decisa con sentenza passata in giudicato, deve ritenersi che quando, nonostante l’intervenuta composizione transattiva della controversia, questa sia stata definita con sentenza divenuta incontrovertibile, senza che alcuna delle parti abbia invocato la transazione nel corso dell’iter processuale, la situazione così accertata diviene intangibile, in quanto il giudicato copre il dedotto ed il deducibile, con la conseguenza che detta situazione non potrà essere rimessa in discussione in un successivo giudizio nel quale vogliano farsi rivivere gli effetti dell’accordo transattivo che rimane vanificato. In altri termini, nel caso in cui tra le parti di un giudizio , intervenga una transazione, senza tuttavia che alcuna di esse deduca nel medesimo la sopravvenuta composizione transattiva della controversia ed il giudizio sia, quindi, definito con sentenza non impugnata e passata in giudicato, la situazione accertata dalla sentenza diviene intangibile e preclude ogni possibilità di rimettere in discussione questa situazione in un successivo giudizio e di apprezzare e rilevare il contenuto dell’accordo transattivo. Invero la transazione e le eventuali correlate rinunce agli atti di un giudizio non possono sortire un effetto estintivo dei rapporti sostanziali e processuali in atto a prescindere dalla formale ed effettiva adozione di un provvedimento estintivo (od equiparabile, come la dichiarazione di cessazione della materia del contendere) nonchè dalle vicende concrete poi sviluppatesi nel giudizio in cui quei rapporti sostanziali siano stati introdotti e sottoposti alla cognizione del giudice e nel quale quei rapporti processuali si siano concretamente costituiti; da ciò consegue che il rilievo estintivo potenzialmente attribuibile alla transazione sopravvenuta nel corso di un giudizio non è in grado di affermarsi e di prevalere anche rispetto ad un successivo contrastante ed incompatibile giudicato formatosi nell’ambito di quel medesimo giudizio (proprio in virtù del presupposto della non intervenuta estinzione di quei rapporti e di quel giudizio). Quali, infatti, che possano essere i profili che abbiano influito sulla preclusione dell’adozione della pronuncia estintiva del giudizio, il difetto di quest’ultima implica che ogni eventuale successiva (anche se, in ipotesi, del tutto erronea) decisione sul merito dei rapporti dedotti originariamente in giudizio venga adottata dal giudice adito, ove non sia impugnata ed ove pervenga, quindi, alla stadio della “cosa giudicata”, impedisce ogni possibilità di apprezzabilità e rilevabilità dei contrastanti contenuti degli accordi transattivi e dei loro riflessi (v., in tal senso, anche le più recenti Cass. n. 20723 del 2007 e Cass. n. 22650 del 2008).

Pertanto, alla luce dei riferiti principi, deve rilevarsi che il D.N.A., al fine di far valere gli effetti della sopravvenuta transazione (sulla quale, poi, fondare la successiva domanda di adempimento degli obblighi dalla stessa trasparenti), avrebbe dovuto allegare tale circostanza sottoponendola all’attenzione del giudice di primo grado prima dell’emissione e conseguente pubblicazione della sentenza (cfr. Cass. n. 10241 del 1993 e Cass. n. 18179 del 2004), al fine di sollecitare la rimessione della causa sul ruolo per pervenire alla declaratoria di cessazione della materia del contendere (ed alla correlata estinzione del giudizio), ovvero, una volta pubblicata (in data 11 marzo 1998) la sentenza n. 255 del 1998 del Tribunale di Vicenza (con la quale era stata respinta la sua domanda), avrebbe dovuto impugnare quest’ultima sentenza per dedurre, in grado di appello, l’esistenza della intervenuta transazione ed ottenere una statuizione di cessazione della materia del contendere per sopravvenuto difetto di interesse delle parti. In mancanza dell’assolvimento di questo onere ed essendo sopravvenuto il giudicato, la vincolatività tra le parti degli effetti del giudicato, formatosi successivamente alla conclusione della transazione, ha comportato il superamento e l’assorbimento degli effetti riconducibili per le parti stesse all’accordo transattivo precedentemente concluso per definire la controversia, e che, nel corso del giudizio, non era stato fatto valere da alcuna di esse. Nel concreto, a seguito dell’emissione della sentenza di rigetto della sua domanda intervenuta con la richiamata sentenza n. 255 del 1998, il D.N.A. – che con la transazione aveva conseguito invece, in via convenzionale, un riconoscimento sia pur parziale delle sue pretese – avrebbe dovuto, per porre, poi, in esecuzione l’adempimento degli obblighi scaturiti dalla transazione stessa (donde la configurazione del suo interesse ad agire in proposito, difformemente da quanto erroneamente ritenuto dalla Corte veneta), impugnare la suddetta sentenza e dedurre in appello l’intervenuta cessazione della materia del contendere a seguito della transazione. E poichè l’impugnazione non era stata proposta, il giudicato relativo alla citata sentenza di primo grado con la quale era stata esclusa la fondatezza della domanda di prelazione agraria impediva – come esattamente ritenuto dal giudice di prime cure – al D.N.A. (e poi alle sue eredi) di poter ottenere dai convenuti una porzione del fondo oggetto della prelazione attraverso l’esecuzione in forma specifica della transazione, in quanto divenuta tra le parti del tutto inefficace (osservandosi, “ad abundantiam”, che – come altrettanto correttamente rilevato dal giudicante di primo grado – si sarebbe dovuto escludere che il D.N.A. potesse pretendere l’esecuzione in forma specifica dell’accordo transattivo, sul presupposto dell’inadempimento dei convenuti all’obbligo assunto con la stessa transazione di trasferirgli la proprietà del terreno come contropartita alla rinuncia, da parte sua, agli atti della causa di prelazione agraria, essendo mancata tale controprestazione, quando era ancora possibile, ed essendo divenuta, quindi, successivamente impossibile, una volta sopravvenuto il giudicato con riferimento alla sentenza di rigetto della sua domanda originariamente proposta).

3. In definitiva, il ricorso deve essere accolto, enunciandosi (a riconferma del precedente orientamento della giurisprudenza di questa Corte), in proposito, il principio di diritto in base al quale “nel caso in cui tra le parti di un giudizio intervenga una transazione, senza tuttavia che alcuna di esse deduca nel medesimo giudizio la sopravvenuta composizione transattiva della controversia (anche, se del caso, proponendo appello per dedurre tale circostanza in funzione dell’ottenimento della declaratoria di cessazione della materia del contendere e, conseguentemente, di estinzione del processo) ed il giudizio stesso sia, quindi, definito con sentenza non impugnata e passata in giudicato, la situazione accertata dalla sentenza, divenuta incontrovertibile, rimane intangibile e preclude ogni possibilità di rimettere in discussione questa situazione in un successivo giudizio e di far valere il contenuto dell’accordo transattivo mediante la proposizione di un’azione di adempimento in forma specifica degli obblighi assunti con la stessa transazione, da considerarsi divenuta ormai definitivamente inefficace”.

Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa – previa cassazione della sentenza impugnata – può essere decisa direttamente nel merito con la dichiarazione di rigetto dell’appello proposto da D.N.M. e D.N.E. avverso la sentenza del Tribunale di Vicenza – sez. dist. di Schio n. 204 del 2002, che deve intendersi, perciò, integralmente confermata.

Alla stregua della particolarità della fattispecie esaminata, dei pregressi rapporti intercorsi tra le parti, della peculiarità delle questioni giuridiche affrontate e dell’esito alterno della causa configuratosi nei gradi di merito, si ritiene che sussistano giusti ed obbiettivi motivi per dichiarare integralmente compensate tra le parti costituite le spese del grado di appello e quelle del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l’appello proposto da D.N. M. e D.D.N.E. avverso la sentenza del Tribunale di Vicenza – sez. dist. di Schio n. 204 del 2002.

Compensa per l’intero tra le parti costituite le spese del giudizio di appello e del presente giudizio di legittimità.

DiMartina Bolis

Diritti di abitazione e di uso del coniuge superstite

L’art. 536 c.c. prevede che il coniuge del de cuius, così come i figli di questo, rientri nel novero dei cosiddetti legittimari, cioè soggetti a favore dei quali la Legge riserva in ogni caso una quota dell’eredità.

Il successivo art. 581 c.c. stabilisce che, nell’ambito della successione legittima, al coniuge spetti metà del patrimonio del defunto nel caso in cui vi sia anche un figlio, ovvero un terzo del patrimonio se i figli sono più di uno.

Tuttavia, l’art. 540 c.c. statuisce che, a prescindere dalla presenza di figli, a tale soggetto sono attribuiti i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili in essa presenti, a condizione che l’immobile fosse di proprietà del coniuge o comune.

I diritti sopra menzionati, ex art. 540 comma II c.c., gravano sulla quota disponibile dell’eredità; solo nel caso in cui questa non risulti sufficiente, la parte residua va a gravare sulla quota di riserva del coniuge e, se nemmeno questa basta, sulla quota di riserva dei figli.

La disposizione de qua determina un incremento della quota di eredità spettante al coniuge del defunto. Infatti, il valore economico dei diritti in questione si somma alla quota spettante ad esso ex lege; tale valore deve essere sottratto dall’asse ereditario prima di procedere alla relativa divisione tra gli eredi.

Viene in tal modo a costituirsi un legato di specie, il cui acquisto in capo al coniuge legatario si verifica ipso iure, senza bisogno di accettazione da parte dello stesso, né di una pronunzia giudiziale.

Queste conclusioni sono avvalorate dalla recente giurisprudenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite, nella sentenza n. 4847 del 2013, che di seguito si riporta.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PREDEN Roberto – Primo Presidente f.f. –

Dott. TRIFONE Francesco – Presidente Sez. –

Dott. RORDORF Renato – Presidente Sez. –

Dott. MASSERA Maurizio – Consigliere –

Dott. FORTE Fabrizio – Consigliere –

Dott. AMOROSO Giovanni – Consigliere –

Dott. MAZZACANE Vincenzo – rel. Consigliere –

Dott. CHIARINI Maria Margherita – Consigliere –

Dott. DI CERBO Vincenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 25773/2010 proposto da:

B.C., Z.A., elettivamente 2013 domiciliate in Roma, Via U. 29, presso lo studio dell’avvocato I.L., che le rappresenta e difende unitamente all’avvocato B.M.G., per delega a margine del ricorso;

– ricorrenti –

B.D., elettivamente domiciliato in Roma, Via M. 114-

A, presso lo studio dell’avvocato P.F., che lo rappresenta e difende, per delega a margine del controricorso e ricorso incidentale;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 1646/2009 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, depositata il 06/10/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 29/01/2013 dal Consigliere Dott. V.M.;

udito l’Avvocato M.G.B.;

udito il P.M. in persona dell’Avvocato Generale Dott. C.R., che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 26-7-2002 Z.A. e B.C. esponevano che in data (OMISSIS) era deceduto “ab intestato” B.V. lasciando quali eredi la moglie Z.A. ed i figli B.C. e B.D., che l’eredità era composta da diversi immobili per un valore complessivo di Euro 608.127,99, e che a norma degli artt. 581 e 540 c.c., a ciascuno degli eredi spettava la quota indivisa di un terzo del patrimonio ereditario, fermo restando che al coniuge superstite doveva essere riconosciuto il diritto reale di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso dei mobili che la corredavano.

Le attrici quindi convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Venezia B.D. chiedendo lo scioglimento della comunione ereditaria con assegnazione in natura della quota spettante a ciascun erede previa imputazione nella quota del convenuto dell’avvenuto prelievo dall’asse ereditario di Euro 136.823,00, e previa detrazione dal valore della casa già familiare del valore attualizzato del diritto di abitazione spettante “ex lege” al coniuge superstite.

Si costituiva in giudizio il convenuto non opponendosi allo scioglimento della comunione e sostenendo che tutti i beni erano nella disponibilità esclusiva delle attrici, le quali avrebbero dovuto rendere conto degli introiti percepiti.

Il Tribunale adito con sentenza del 13-4-2005, rigettata ogni altra domanda, dichiarava lo scioglimento della comunione ereditaria limitatamente al 50% delle unità immobiliari indicate in citazione, provvedendo alla assegnazione delle porzioni ed alla determinazione dei conguagli, in particolare assegnando alla Z. il 50% dell’immobile di viale (OMISSIS) già costituente la residenza coniugale; il Tribunale osservava tra l’altro che, vertendosi in materia di successione legittima, alla quota spettante al coniuge ai sensi degli artt. 581 e 582 c.c., non potevano cumularsi i diritti di abitazione e di uso previsti in tema di successione necessaria dall’art. 540 c.c., comma 2.

Proposto gravame da parte di B.D. cui resistevano la Z. e B.C. che proponevano appello incidentale la Corte di Appello di Venezia con sentenza del 6-10-2009, a parziale modifica della sentenza impugnata, ha assegnato alla Z. il suddetto immobile di viale (OMISSIS) nella misura del 100%, ed ha confermato nel resto l’impugnata sentenza, ribadendo che, in presenza di una successione legittima, non spettano al coniuge superstite, in aggiunta alla quota intestata prevista dagli artt. 581 e 582 c.c., i diritti di abitazione e di uso previsti dall’art. 540 c.c., comma 2.

Per la cassazione di tale sentenza la Z. e B.C. hanno proposto un ricorso articolato in un unico motivo cui B. D. ha resistito con controricorso introducendo altresì a sua volta un ricorso incidentale affidato anch’esso ad un unico motivo e depositando successivamente una memoria.

Con ordinanza del 4-5-2012 la Seconda Sezione Civile di questa Corte, ritenuto che la decisione del ricorso principale – riguardante in tema di successione legittima il riconoscimento o meno al coniuge superstite dei diritti di abitazione ed uso previsti dall’art. 540 c.c., comma 2, nell’ambito della successione necessaria – comportava la soluzione di questioni di particolare importanza, ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione della trattazione del ricorso alla Sezioni Unite.

Le ricorrenti principali hanno successivamente depositato una memoria.

Motivi della decisione

Preliminarmente deve procedersi alla riunione dei ricorsi in quanto proposti contro la medesima sentenza.

Venendo quindi all’esame del ricorso principale, si rileva che con l’unico motivo formulato Z.A. e B.C. censurano la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto che, vertendosi in materia di successione legittima, al coniuge superstite non spettano, in aggiunta alla quota intestata prevista dagli artt. 581 e 582 c.c., i diritti di abitazione ed uso previsti dall’art. 540 c.c., comma 2.

Le ricorrenti principali assumono che, nonostante la mancanza di un espresso richiamo normativo, la corretta interpretazione degli artt. 553 e 540 c.c., induce a ritenere che nella successione legittima la quota del coniuge superstite debba avere un valore complessivo non inferiore a quella al medesimo garantita dalle norme sulla successione necessaria, costituita dalla somma del valore della quota di riserva e dei diritti di uso e di abitazione.

La censura è fondata.

La Corte territoriale, menzionando a sostegno del proprio assunto la pronuncia di questa stessa Corte 6-4-2000 n. 4329, ha rilevato anzitutto che in tema di successione legittima non trovano applicazione gli istituti della disponibile e della riserva, ha poi aggiunto che la riserva, di cui fanno parte i diritti di abitazione e di uso, rappresenta il minimo che il legislatore vuole assicurare ai più stretti congiunti del “de cuius”, anche contro la volontà di quest’ultimo, sottolineando che l’art. 553 c.c., al fine di evitare che attraverso la disciplina della successione legittima vengano pregiudicati i diritti dei legittimari, stabilisce che le porzioni fissate nelle successioni legittime, ove risultino lesive dei diritti dei legittimari, si riducono proporzionalmente per integrare tali diritti; è vero poi che dal sistema della successione necessaria emerge che il legislatore interviene quando la quota spettante nella successione intestata andrebbe al di sotto della quota di riserva;

peraltro non sussiste nessuna norma che modifichi il regime della successione intestata per attribuire agli eredi legittimi, che siano anche legittimari, più di quanto viene loro riservato con la successione necessaria; quindi deve escludersi che alla quota intestata prevista dagli artt. 581 e 582 c.c., si aggiungano i diritti di abitazione ed uso; pertanto nella fattispecie il diritto di abitazione della Z., valutato in Euro 85.960,00 con riferimento alla sola casa coniugale, era compreso nella quota di 1/3 della massa ereditaria ad essa spettante ed ammontante ad Euro 164.333,00.

La decisione relativa all’enunciato motivo comporta l’esame anzitutto della questione – evidenziata nella menzionata ordinanza di rimessione – riguardante la spettanza o meno in favore del coniuge superstite, nella successione legittima, dei diritti di abitazione e di uso previsti dall’art. 540 c.c., comma 2, (comunemente qualificati dalla dottrina prevalente e dalla giurisprudenza come legati “ex lege”, vedi al riguardo Cass. 10-3-1987 n. 2474; Cass. 6-4-2000 n. 4329; Cass. 15-5-2000 n. 6231), e, nell’ipotesi di risposta affermativa in proposito, dell’ulteriore questione se tali diritti debbano o meno aggiungersi alla quota intestata prevista dagli artt. 581 e 582 c.c..

La prima questione nasce dal rilievo che, mentre l’art. 540 c.c., comma 2, che disciplina la riserva a favore del coniuge superstite, prevede che a quest’ultimo “anche quando concorra con altri chiamati, sono riservati i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni”, gli artt. 581 e 582 c.c., i quali disciplinano nell’ambito della successione legittima rispettivamente il concorso del coniuge con i figli ovvero con ascendenti legittimi, fratelli e sorelle del “de cuius”, non fanno riferimento a tali diritti;

peraltro l’art. 584 c.c., che regola la successione del coniuge putativo, prevede espressamente l’applicabilità in favore di quest’ultimo della disposizione dell’art. 540 c.c., comma 2.

La Corte Costituzionale, affrontando la questione di legittimità costituzionale dell’art. 581 c.c., in relazione agli artt. 3 e 29 Cost., nella parte in cui non attribuisce al coniuge, chiamato all’eredità con altri eredi, i diritti previsti dall’art. 540 c.c., comma 2, viceversa riconosciuti al coniuge putativo, con ordinanza del 5-5-1988 n. 527 l’ha ritenuta manifestamente infondata, rilevando che detti diritti nella successione “ab intestato” sono attribuiti al coniuge nella sua qualità di legittimario, che l’omesso richiamo dell’art. 540 c.c., comma 2, da parte degli artt. 581 e 582 c.c., vale unicamente ad escludere che i diritti in oggetto competano al coniuge autonomamente, ovvero che si cumulino con la quota riconosciutagli dagli articoli medesimi, che per converso il rinvio contenuto nell’art. 584 c.c., significa soltanto che la legittima aggiuntiva costituita dai due diritti di godimento spetta anche al coniuge putativo, ed ha quindi concluso “che, pertanto, le suddette disposizioni già vivono nell’ordinamento con l’identico contenuto e portata che si vorrebbe raggiungere per via di reductio ad legitimitatem…”.

Rilevato che comunque tale decisione non ha superato i dubbi interpretativi suscitati dal sopra richiamato quadro normativo di riferimento, si segnala che questa Corte con sentenza del 13-3-1999 n. 22639, dopo aver premesso come indubitabile l’estensione dei diritti di abitazione ed uso previsti dall’art. 540 secondo comma c.c. al coniuge nella successione legittima in quanto l’eventualità che il coniuge putativo potesse godere di un trattamento diverso e più favorevole rispetto al coniuge legittimo sarebbe contraria al principio di eguaglianza, ha prospettato due diverse soluzioni delle modalità attraverso le quali tali diritti vengono riconosciuti al coniuge nella successione legittima; secondo un primo indirizzo essi sono riservati al coniuge come prelegati oltre la quota di riserva, mentre un’altra ricostruzione, partendo dal presupposto che nella successione legittima non trovano applicazione gli istituti della disponibile e della quota di riserva, afferma che i diritti in questione non si aggiungono, ma vengono a comprendersi nella quota spettante a titolo di successione legittima; tuttavia la Corte non ha risolto tale questione, ritenendola irrilevante nella fattispecie sottoposta al suo esame.

La successiva pronuncia di questa Corte del 6-4-2000 n. 4329 (cui, come esposto in precedenza, ha aderito la sentenza impugnata), l’unica che ha affrontato più approfonditamente e risolto la questione in ordine al riconoscimento al coniuge superstite dei diritti di abitazione ed uso nella successione legittima, ha ritenuto che in tema di successione necessaria l’art. 540 c.c., comma 2, determina un incremento quantitativo della quota contemplata in favore del coniuge in quanto i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso dei mobili che la corredano (quindi il loro valore capitale) si sommano alla quota riservata al coniuge in proprietà; posto che la norma stabilisce che tali diritti gravano, in primo luogo, sulla disponibile, si deve anzitutto calcolare la disponibile sul patrimonio relitto ai sensi dell’art. 556 c.c., e, per conseguenza, determinare la quota di riserva;

calcolata poi la quota del coniuge nella successione necessaria in base all’art. 540 c.c., comma 1, artt. 542 e 543 c.c., alla quota di riserva così ricavata si aggiungono i diritti di abitazione ed uso, il cui valore viene a gravare sulla disponibile, sempre che questa sia capiente; se la disponibile non è sufficiente, i diritti di abitazione ed uso gravano anzitutto sulla quota di riserva del coniuge, che viene così ad essere diminuita della misura proporzionale a colmare l’incapienza della disponibile; se neppure la quota di riserva del coniuge risulta sufficiente, i diritti di abitazione e di uso gravano sulla riserva dei figli o degli altri legittimari.

La sentenza in esame ha quindi evidenziato che il primo ostacolo che si oppone all’accoglimento della tesi favorevole all’applicabilità del meccanismo di calcolo previsto dall’art. 540 c.c., comma 2, al coniuge nella successione legittima è data dal rilievo che in tema di successione legittima non trovano applicazione gli istituti della disponibile e della riserva; ma sussisterebbe un’altra ragione più persuasiva per disattendere tale applicabilità, considerato che la riserva rappresenta il minimo che il legislatore vuole assicurare ai prossimi congiunti anche contro la volontà del defunto, e che i diritti di abitazione ed uso fanno parte della riserva e dunque sono compresi nel minimo; orbene, per evitare che attraverso la disciplina delle successioni legittime vengano pregiudicati i diritti dei legittimari, l’art. 553 c.c., che serve di raccordo tra la successione legittima e quella necessaria, stabilisce che le porzioni fissate nelle successioni legittime, ove risultino lesive dei diritti dei legittimari, si riducono proporzionalmente per integrare tali diritti; peraltro dal sistema della successione necessaria emerge che il legislatore interviene nel meccanismo delle successioni legittime quando la quota spettante nella successione necessaria andrebbe al di sotto della quota di riserva, mentre da nessuna norma risulta che il legislatore abbia modificato il regime della successione legittima per attribuire agli eredi legittimi (che siano anche legittimari) più di quanto viene loro riservato con la successione necessaria;

poichè l’art. 553 c.c., vuole fare salva l’intera riserva del coniuge (secondo il sistema della successione necessaria), i diritti di abitazione e di uso si aggiungono alla quota di riserva regolata dall’art. 540 c.c., comma 1, e art. 542 c.c.; per contro, non essendo ciò previsto da nessuna norma in tema di successione legittima, non vi è ragione per ritenere che alla quota intestata contemplata dagli artt. 581 e 582 c.c., si aggiungano i diritti di abitazione e di uso.

Tanto premesso, si ritiene di dover dare risposta affermativa relativamente alla prima questione sottoposta all’esame di questo Collegio, avente ad oggetto il riconoscimento o meno in favore del coniuge anche nella successione legittima dei diritti di abitazione ed uso riservati espressamente dall’art. 540 c.c., comma 2, al coniuge stesso, conformemente all’opinione espressa ormai unanimemente dalla dottrina.

In tal senso milita anzitutto la “ratio” di tali diritti, riconducile alla volontà del legislatore di cui alla L. 19 maggio 1975, n. 151, di realizzare anche nella materia successoria una nuova concezione della famiglia tendente ad una completa parificazione dei coniugi non solo sul piano patrimoniale (mediante l’introduzione del regime imperniato sulla comunione legale), ma anche sotto quello etico e sentimentale, sul presupposto che la ricerca di un nuovo alloggio per il coniuge superstite potrebbe essere fonte di un grave danno psicologico e morale per la stabilità delle abitudini di vita della persona; ebbene è evidente che tale finalità dell’istituto è valida per il coniuge supersite sia nella successione necessaria che in quella legittima, cosicchè i diritti in questione trovano necessariamente applicazione anche in quest’ultima.

D’altra parte tale convincimento riceve conferma anche sul piano del diritto positivo, posto che l’art. 540 c.c., comma 2, prevede la riserva dei diritti di abitazione ed uso al coniuge “anche quando concorra con altri chiamati”, e che un concorso con “altri chiamati” ricorre, oltre che nella successione testamentaria, anche in quella legittima; da tale disposizione pertanto si evince che il legislatore ha voluto attribuire al coniuge superstite, in conformità della sopra enunciata “ratio legis”, i suddetti diritti sulla casa adibita a residenza familiare sia nella successione testamentaria che in quella legittima, disciplinandone poi l’effettiva realizzazione onde incidere soltanto entro ristretti limiti sulle quote di riserva di altri legittimari (invero tali diritti debbono essere soddisfatti nell’ambito della porzione disponibile ed eventualmente per il rimanente sulla quota di riserva del coniuge, mentre le quote dei figli vengono sacrificate soltanto se l’eccedenza del valore di essi superi anche la riserva del coniuge); ciò comporta che l’attribuzione di tali diritti previsti dall’art. 540 c.c., comma 2, ha una valenza anche al di fuori dell’ambito nel quale sono stati disciplinati, relativo alla tutela dei legittimari, e spiega il mancato richiamo ad essi da parte degli artt. 581 e 582 c.c..

Una volta ritenuto che i diritti in oggetto spettano al coniuge anche nella successione “ab intestato”, occorre esaminare la conseguente questione relativa ai criteri di calcolo del valore della quota di detto coniuge, osservando che al riguardo sono state prospettate sostanzialmente due diverse soluzioni.

Un primo indirizzo sostiene l’applicazione dell’art. 553 c.c., norma di collegamento tra la successione legittima e successione necessaria, che dispone, in caso di concorso di legittimari con altri successibili, la riduzione proporzionale delle porzioni di questi ultimi nei limiti in cui è necessario per integrare la quota riservata ai legittimari; in altri termini, se l’operatività delle norme sulla successione legittima comporti in concreto una lesione delle quote dei legittimari, tale articolo sancisce che la successione legittima si realizzi con il rispetto della quote destinate a questi ultimi, con la conseguenza che, poichè i diritti di abitazione ed uso fanno parte della legittima, si deve ritenere che essi trovino piena attuazione nell’ambito della successione legittima secondo il disposto dell’art. 553 c.c.; pertanto tali diritti devono essere attribuiti in aggiunta alla quota di riserva prevista dall’art. 540 c.c., comma 1, o alla quota di riserva risultante dal concorso con altri legittimari ai sensi degli artt. 542 e 544 c.c., con la conseguenza che essi in base all’art. 540 c.c., comma 2, non sono imputati per il loro valore alla quota astratta di legittima spettante al coniuge, ma gravano sulla disponibile; tuttavia la dispensa dall’imputazione per tali attribuzioni opera solo nei limiti della disponibile, cosicchè, qualora tali diritti oltrepassino la disponibile, essi potranno incidere sulla legittima dei figli solo dopo che la legittima del coniuge si sia rivelata insufficiente a soddisfarli; nell’ipotesi invece che il valore della quota “ab intestato” risulti superiore rispetto alla quota di riserva maggiorata del valore dei diritti di abitazione ed uso, i diritti del coniuge troveranno realizzazione automaticamente nella porzione a lui spettante in base alla successione legittima, e si configureranno, secondo una autorevole dottrina, come legati in conto alla quota intestata.

Secondo un altro orientamento i diritti di abitazione e di uso del coniuge si configurerebbero nella successione legittima come prelegati “ex lege”, cumulandosi alla sua quota come prevista dagli artt. 581 e 582 c.c.; pertanto il valore capitale di tali diritti attribuiti al coniuge viene detratto dalla massa ereditaria, che poi viene divisa tra tutti i coeredi secondo le norme sulla successione legittima non tenendo conto, quindi, di tale attribuzione.

Il Collegio ritiene che il primo indirizzo sopra enunciato non possa essere condiviso per le seguenti considerazioni.

A prescindere dalle perplessità sul piano sistematico di interpretare l’effettivo ambito di operatività dell’art. 540 c.c., introdotto dal legislatore con la L. 19 maggio 1975, n. 151, atta luce di un coordinamento con una norma come l’art. 553 c.c., risalente all’impianto originario del codice civile del 1942, il richiamo a quest’ultima norma non appare persuasivo per almeno due diverse ragioni.

Sotto un primo profilo, infatti, si osserva che l’art. 553 c.c., disciplina il concorso tra legittimaci ed eredi legittimi e prevede la riduzione proporzionale delle porzioni spettanti a questi ultimi sull’asse V ereditario nei limiti in cui è necessario per integrare le quote riservate ai primi, mentre i diritti di abitazione ed uso vengono comunemente assimilati a legati o prelegati “ex lege”, e dunque non si configurano quali quote; la suddetta riduzione delle porzioni degli eredi legittimi ex art. 553 c.c., opera poi sul piano quantitativo, mentre il riconoscimento al coniuge dei suddetti diritti si realizza in senso qualitativo con l’attribuzione ad esso del godimento di un bene determinato, e quindi con la correlativa preclusione per gli altri eredi del godimento della casa già adibita a residenza familiare dei coniugi e dei mobili che la arredano; sotto tale aspetto pertanto l’art. 553 c.c., non appare idoneo a dare fondamento a questa modalità di realizzazione di tali diritti, che in effetti resta estranea al suo ambito di operatività.

Inoltre occorre rilevare che il prospettato coordinamento tra l’art. 553 c.c., e l’art. 540 c.c., comma 2, trova un impedimento nella parziale incompatibilità del disposto delle due norme;

infatti la prima di tali disposizioni prevede che, nel determinare la quota riservata ai legittimari al fine della eventuale riduzione proporzionale delle porzioni spettanti agli eredi legittimi, i legittimari devono imputare alla quota riservata, ai sensi dell’art. 564 c.c., il valore delle donazioni o dei legati ricevuti dal defunto; orbene, rilevato che, come, già esposto in precedenza, i diritti di abitazione ed uso vengono comunemente qualificati come dei legati “ex lege”, si osserva che l’art. 540 c.c., comma 2, nel disporre che tali diritti gravano anzitutto sulla disponibile, ha previsto in tal modo una dispensa da tale imputazione, sia pure nei limiti della sola disponibile; pertanto l’orientamento che prospetta l’attribuzione dei diritti in questione al coniuge nella successione legittima ai sensi dell’art. 540 c.c., comma 2, legittimando tale assunto sulla base della norma di raccordo di cui all’art. 553 c.c., tra successione legittima e successione necessaria non sembra farsi carico di tale difficoltà di coordinamento.

Il Collegio ritiene di poter invece aderire al secondo indirizzo sopra richiamato, che afferma che i diritti in oggetto vengono attribuiti al coniuge nella successione legittima in aggiunta alla quota a lui spettante ai sensi degli artt. 581 e 582 c.c..

In proposito occorre evidenziare come dato significativo che una autorevole dottrina è giunta a tale conclusione proprio argomentando “a contrario” dalla previsione della riserva di tali diritti al coniuge ai sensi dell’art. 540 c.c., comma 2; infatti è rilevante osservare che nella successione legittima non si pone in radice un problema di incidenza dei diritti degli altri legittimari per effetto dell’attribuzione dei diritti di abitazione e di uso al coniuge, cosicchè le disposizioni previste dalla norma ora richiamata, finalizzate, come si è già esposto, a contenere in limiti ristretti la compressione delle quote di riserva dei figli del “de cuius” in conseguenza dell’attribuzione al coniuge dei diritti suddetti, non possono evidentemente trovare applicazione in tema di successione intestata; in proposito non sembra superfluo aggiungere che la soluzione della questione in esame deve essere svincolata dal riferimento all’art. 540 c.c., comma 2, e quindi dalla comparazione con il parametro normativo relativo alla riserva al coniuge dei diritti di abitazione ed uso nel concorso con altri legittimari, anche perchè, secondo un orientamento ormai consolidato in dottrina cui si aderisce pienamente, il nostro ordinamento prevede due sole forme di successione, la legittima e la testamentaria (art. 457 c.c.), mentre le norme sulla successione necessaria non costituiscono un “tertium genus”, ma sono finalizzate soltanto a tutelare i diritti di determinate categorie di persone (i legittimari) ponendo dei limiti sia alle disposizioni testamentarie lesive di tali diritti sia alle norme disciplinanti la successione legittima, riconoscendo in particolare ai legittimari l’azione di riduzione delle disposizioni testamentarie lesive delle proprie quote di riserva.

Pertanto le modalità di attribuzione dei diritti di abitazione ed uso nella successione legittima devono prescindere dal procedimento di imputazione previsto dalla norma sopra menzionata – procedimento invero strettamente inerente alla tutela delle quote di riserva dei figli del “de cuius”, nel cui solo ambito ha rilievo il riferimento alla disponibile di cui all’art. 540 c.c., comma 2 – e quindi i diritti in questione, non trovando tali limitazioni nella loro concreta realizzazione, devono essere riconosciuti pienamente, avuto riguardo alla già evidenziata volontà del legislatore che ha introdotto la L. 19 maggio 1975, n. 151, di attribuire al coniuge superstite una specifica tutela del suo interesse alla continuazione della sua permanenza nella casa adibita a residenza familiare durante il matrimonio anche dopo la morte dell’altro coniuge, con i conseguenti riflessi di carattere successorio in ordine alla effettiva consistenza patrimoniale dell’asse ereditario;

conseguentemente ai fini del calcolo di tali diritti occorrerà stralciare il valore capitale di essi secondo modalità assimilabili al prelegato, e poi dare luogo alla divisione tra tutti gli eredi, secondo le norme della successione legittima, della massa ereditaria dalla quale viene detratto il suddetto valore, rimanendo invece compreso nell’asse il valore della nuda proprietà della casa familiare e dei mobili.

Venendo quindi all’esame del ricorso incidentale si osserva che con l’unico motivo articolato B.D., deducendo insufficiente e contraddittoria motivazione, sostiene che erroneamente la Corte territoriale ha confermato il rigetto della domanda proposta dall’esponente avente ad oggetto la condanna delle controparti al pagamento della somma di Euro 52.366,79 per canoni percepiti dall’affitto dei beni ereditari e non corrisposti “pro quota”all’esponente; al riguardo richiama le risposte rese da B. C. all’interrogatorio formale deferitole, la mancata presentazione della Z. a rendere l’interrogatorio formale deferitole e la deposizione della teste D.D., dottoressa commercialista che fino al (OMISSIS) aveva tenuto la contabilità di tutte le parti in causa, e che aveva dichiarato che i canoni di locazione relative alle diverse unità immobiliari al netto delle spese venivano introitate dalle controparti.

La censura è infondata.

La Corte territoriale ha ritenuto al riguardo che non solo non era stata raggiunta la prova che Z.A. e B.C. avessero ricavato dalla locazione degli immobili oggetto dell’asse ereditario, al netto delle spese, la somma richiesta dall’appellante, ma che addirittura non sussistevano elementi certi di prova in ordine all’effettiva misura dei canoni percepiti relativamente a quegli immobili che, non essendo nella disponibilità dei singoli eredi, erano locati; in particolare il giudice di appello ha richiamato le dichiarazioni rese da B.C. in sede di risposta all’interrogatorio formale deferitole secondo cui gli eredi avevano l’uso personale di quattro immobili ereditari, due dei quali in uso al fratello D., e che i canoni percepiti dagli unici due immobili dati in locazione erano impiegati per le spese di manutenzione dei beni ereditari, evidenziando che l’appellante non aveva contestato specificatamente tali circostanze con i conseguenti effetti sul piano probatorio ex art. 2734 c.c.; ha poi aggiunto che le dichiarazioni della teste D. erano piuttosto generiche e comunque tali da non consentire l’esatta determinazione dei canoni di locazione percepiti, e che infine la mancata comparizione della Z. a rendere l’interrogatorio formale deferitole non poteva giovare a B.D., in quanto la formulazione del capitolato di prova non conteneva alcuna indicazione dell’importo dei canoni che sarebbe stato incamerato dalla stessa Z. e da B. C., cosicchè non avrebbe potuto ritenersi ammessa ai sensi dell’art. 232 c.p.c., la circostanza relativa all’entità delle somme introitate ed oggetto della domanda.

Orbene, avendo il giudice di appello puntualmente indicato le fonti del proprio convincimento, si è in presenza di un accertamento di fatto sorretto da congrua e logica motivazione, come tale incensurabile in questa sede laddove il ricorrente incidentale, prospettando inammissibilmente una diversa ricostruzione della vicenda che ha dato luogo a tale aspetto della controversia, senza peraltro censurare specificatamente la evidenziata mancata contestazione delle dichiarazioni rese da B.C. in sede di risposta all’interrogatorio formale deferitole con gli effetti sul piano probatorio previsti dall’art. 2734 c.c., in materia di confessione cosiddetta complessa, trascura di considerare i poteri al riguardo devoluti dall’ordinamento al giudice di merito nella valutazione delle risultanze probatorie, purchè accompagnati da un corretto ed adeguato “l’iter” argomentativo, come nella fattispecie.

Il ricorso incidentale deve quindi essere rigettato.

In definitiva la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al ricorso principale accolto, e la causa deve essere rinviata anche per la pronuncia sulle spese del presente giudizio ad altra sezione della Corte di Appello di Venezia che si uniformerà ai seguenti principi di diritto: “Nella successione legittima spettano al coniuge del de cuius i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano previsti dall’art. 540 c.c., comma 2; il valore capitale tali diritti deve essere stralciato dall’asse ereditario per poi procedere alla divisione di quest’ultimo tra tutti i coeredi secondo le norme della successione legittima, non tenendo conto dell’attribuzione dei suddetti diritti secondo un meccanismo assimilabile al prelegato”.

P.Q.M.

LA CORTE Riunisce i ricorsi, accoglie il ricorso principale, rigetta il ricorso incidentale, cassa la sentenza impugnata in relazione al ricorso accolto e rinvia la causa anche per la pronuncia sulle spese del predente giudizio ad altra sezione della Corte di Appello di Venezia.

Così deciso in Roma, il 29 gennaio 2013.

Depositato in Cancelleria il 27 febbraio 2013

DiMatteo Bertocchi

Convivenza e arricchimento senza causa

Come noto, i rapporti patrimoniali nell’ambito dei rapporti familiari di fatto sono regolati dal principio di base per il quale le prestazioni rese nell’ambito di una convivenza more uxorio debbono essere riferite all’adempimento di un’obbligazione naturale.

Sicchè non sussisterebbero i presupposti per esperire, al termine del rapporto di fatto, azioni volte al conseguimento di assegni alimentari o di mantenimento in analogia con quanto previsto a favore del coniuge in caso di separazione o divorzio nell’ambito della famiglia legittima.

Tuttavia, La Suprema Corte, con la sentenza n. 11330 del 15 maggio 2009, puntualizzava che, laddove la ricostruzione in termini di obbligazione naturale delle prestazioni rese dai coniugi nell’ambito delle convivenze more uxorio può condividersi per quelle prestazioni che possiedano i caratteri della proporzionalità e dell’adeguatezza in relazione a tutte le circostanze del caso, con riferimento alle prestazioni eccedenti detto limite non può escludersi la possibilità di esperire l’ azione d’ingiustificato arricchimento da parte del coniuge convivente.

Tale azione trova la sua disciplina nell’art. 2041 c.c.

Ai sensi di tale norma, chiunque, senza una giusta causa, si sia arricchito a danno di un’altra persona risulta tenuto ad indennizzare quest’ultima della diminuzione patrimoniale.

Ci troviamo di fronte ad una norma di chiusura del diritto della disciplina delle obbligazioni, che concede uno strumento di tutela, esperibile in tutti i casi in cui tra due soggetti si verifichi uno spostamento patrimoniale (utiliter versum), tale che uno soggetto subisca danno e l’altro si arricchisca, senza una giusta causa.

La disposizione opera quando il “trasferimento di utilità economica non trova la sua giustificazione in una disposizione di legge oppure in una convenzione concordata tra le parti” (Cass. 5 maggio 1956, n. 1427, GC, 1956, I, 1247), nell’intento non già di risarcire il danno bensì di restituire e di ovviare a trasferimenti ingiustificati di ricchezza in ossequio al principio aristotelico di giustizia commutativa.

Presupposto dell’istituto in esame è la mancanza di giusta causa dello spostamento patrimoniale, ovvero la mancanza di una ragione che, secondo l’ordinamento, giustifichi il profitto o il vantaggio dell’arricchito.

La giurisprudenza ha sempre evitato di fornire una nozione generale di mancanza di giusta causa, limitandosi ad affermare che si ha ingiustificato arricchimento se il vantaggio di una parte consegue a una prestazione effettuata dall’altra parte in assenza di un titolo giuridico valido ed efficace (Cass. 12 marzo 2001, n. 3610, GI 2002, 1384).

Non trova peraltro giustificazione l’affermazione secondo la quale, non vi sarebbe indebito arricchimento qualora la causa dello spostamento patrimoniale fosse da ricercare in un adempimento dei doveri morali e civili di solidarietà e reciproca assistenza che, avuto riguardo alle condizioni sociali delle parti, devono presiedere alla famiglia di fatto.

Infatti, lo spontaneo comportamento improntato alla collaborazione, fedeltà, coabitazione ed asssistenza tra conviventi, integra ormai l’adempimento di un obbligazione naturale, salvo che vi sia una notevole sproporzione tra le reciproche parti.

A tal riguardo la Suprema Corte, con sentenza n. 3713 del 13 marzo 2003, affermava che un attribuzione patrimoniale a favore del convivente more uxorio configura l’adempimento di un obbligazione naturale a condizione che la prestazione risulti all’entità del patrimonio ed alle condizioni del solvens.

Viene meno, nei rapporti di convivenza, la presunzione della gratuità delle prestazioni rese da una parte nei confronti dell’altra quando risulti che la prestazione esula dai doveri di carattere morale e civile di mutua assistenza e collaborazione per riemergere, al contrario, sotto forma di mera operazione economico- patrimoniale.

Non costituisce infatti dovere morale del convivente quello di effettuare rilevanti e continui esborsi economici in favore dell’altro convivente” ( Cass. 11330/2009)

DiMatteo Bertocchi

Videoriprese del vicino

Di seguito riportiamo il testo di una sentenza della Corte di Cassazione in materia di interferenze illecite nella vita privata (art. 615 bis c.p.).

La Suprema Corte rileva l’assenza di elemento soggettivo del reato nel momento in cui una persona effettua delle riprese di un’area di proprietà privata allorquando la finalità della ripresa non è diretta a carpire atti della vita privata degli abitanti, svolti in modo da renderli tendenzialmente non visibili all’esterno, ma semplicemente a documentare un presunto abuso edilizio.

* * *

Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 25-01-2012) 11-05-2012, n. 18035

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MARASCA Gennaro – Presidente

Dott. BRUNO Paolo Antonio – Consigliere

Dott. VESSICHELLI Maria – Consigliere

Dott. ZAZA Carlo – Consigliere

Dott. LAPALORCIA Grazia – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

sentenza

Sul ricorso proposto da:

1) D.S.R.;

2) M.A.P.L. N. IL (OMISSIS) C/;

avverso la sentenza n. 11566/2006 CORTE APPELLO di NAPOLI, del 05/03/2010;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 25/01/2012 la relazione fatta dal Consigliere Dott. GRAZIA LAPALORCIA;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. G. Izzo che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.
Svolgimento del processo

D.S.R., parte civile, per il tramite del difensore, ricorre con due motivi avverso la sentenza del 5-3- 2010 con la quale la Corte d’Appello di Napoli, in accoglimento dell’appello dell’imputato M.A.P.L., aveva assolto quest’ultimo dal reato di cui all’art. 615 bis cod. pen., in riforma della sentenza del Tribunale di Nola in data 24-2-2006, ritenendo non provato che fossero state effettuate videoriprese all’interno dell’abitazione della p.o., non ricorrendo quindi gli elementi costitutivi del reato alla stregua della giurisprudenza di questa corte secondo cui il reato non è configurabile in caso di riprese di comportamenti non sottratti alla normale osservazione dall’esternò (Cass 25453/2011), essendo la tutela del domicilio limitata a ciò che si compie in luoghi di privata dimora in condizioni da renderlo tendenzialmente non visibile agli estranei.

1) Con il primo motivo si deduceva violazione della legge penale in relazione all’art. 615 bis cod. pen. in quanto dal testimoniale assunto era risultato che, in occasione del fatto, l’imputato si trovava nei pressi dell’abitazione della p.o. e aveva direzionato la videocamera verso l’interno della casa per tre o quattro minuti, e lo stesso M. aveva ammesso, nel corso di un’assemblea condominiale, l’effettuazione delle riprese.

2) Con il secondo violazione e falsa applicazione della legge processuale penale, mancanza e manifesta illogicità della motivazione. L’esattezza della pronuncia di assoluzione era smentita dalle argomentazioni della sentenza di primo grado che aveva ricostruito la vicenda attraverso la puntuale valutazione delle dichiarazioni testimoniali, a fronte dell’assenza di argomentazioni logico-giuridiche a sostegno della decisione di secondo grado, che tali risultanze aveva ignorato.

Si chiedeva quindi l’annullamento della sentenza.

Il difensore dell’imputato ha depositato memoria difensiva con la quale sollecita la declaratoria di inammissibilità del ricorso per manifesta infondatezza, rilevando come entrambi i motivi si risolvano in censure alla motivazione della sentenza, per contro adeguata sul punto della mancata prova di riprese effettuate all’interno dell’abitazione.
Motivi della decisione

Il ricorso è infondato e va disatteso.

Contrariamente all’assunto del ricorrente che deduce erronea applicazione dell’art. 615 bis cod. pen. e si duole dell’assenza di argomentazioni logico-giuridiche a sostegno della decisione di secondo grado, l’iter argomentativo della sentenza impugnata risponde al principio di indubbia esattezza, ripetutamente affermato da questa corte, secondo cui, essendo la tutela del domicilio limitata a ciò che si compie in luoghi di privata dimora in condizioni tali da renderlo tendenzialmente non visibile ad estranei, se l’azione, pur svolgendosi in luoghi di privata dimora, può essere liberamente osservata senza ricorrere a particolari accorgimenti, il titolare del domicilio non può vantare alcuna pretesa al rispetto della riservatezza. Nella specie, come correttamente osservato dalla corte territoriale, non è provata l’effettuazione di riprese di quanto si svolgeva all’interno dell’abitazione, e quindi di atti di vita privata dei suoi abitanti. Infatti le prove richiamate dal ricorrente danno conto di riprese dalla pubblica via genericamente dirette verso la casa (la suocera del D.S. aveva riferito che giungendo presso i familiari, aveva notato che l’imputato stava riprendendo l’interno della loro abitazione, senza ulteriori specificazioni), e le ammissioni dell’imputato nel corso di una seduta del consiglio comunale, pure valorizzate nel ricorso, riguardano l’effettuazione di riprese per documentare un abuso edilizio che il D.S. avrebbe commesso. Nè le prime nè le seconde legittimano quindi la conclusione di un attentato alla privacy della p.o. e della sua famiglia, non risultando provato che le riprese fossero indebite, ovvero, come sopra chiarito, dirette a carpire atti della vita privata degli abitanti, svolti in modo da renderli tendenzialmente non visibili all’esterno (cfr. Cass. 40577/2008; 25453/2011). Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 25 gennaio 2012.

Depositato in Cancelleria il 11 maggio 2012