Assegno divorzile e convivenza del coniuge beneficiario

L’obbligo di corrispondere l’assegno divorzile all’ex coniuge, che ha intrapreso una nuova convivenza more uxorio, connotata da caratteri di stabilità e continuità, non resta più sospeso, nell’attesa di riprendere vigore nell’eventuale ipotesi di fallimento della nuova unione, ma cessa definitivamente.

In tal senso si è pronunciata la Cassazione con sentenza n. 6855/2015, che muta l’orientamento precedente (Cass. 17195/2011) in materia di assegno divorzile.

Ora il coniuge obbligato non dovrà più corrispondere alcunché al beneficiario, se questi ha scelto volontariamente di ricostruirsi una nuova famiglia.

Con recente ordinanza  (Cass. Ord. n. 25528/16) la Suprema Corte ha altresì enunciato come, ai fini della cessazione della corresponsione dell’assegno divorzile, non possa rilevare la condizione di disoccupazione del nuovo convivente.

Colui che crea con altri una nuova famiglia, seppur di fatto, con tutti i connotati tipici sul piano affettivo ed economico, tanto più se suggellata dalla nascita di un figlio, in virtù del principio di auto responsabilità, accetta la rinunzia al sostentamento da parte del precedente legittimo partner, ben potendo fare affidamento su altre risorse spirituali ed economiche derivanti dalla nuova unione di fatto assumendosi il rischio che da tale rapporto potrebbe non ricevere sufficienti risorse economiche necessarie al proprio sostentamento.

Scegliendo, infatti, di recedere ogni legame con il precedente rapporto matrimoniale e venendo pertanto meno ogni vincolo solidaristico post matrimoniale tra gli ex coniugi, non è corretto, secondo la Corte, che l’obbligato si faccia carico e provveda al mantenimento della nuova famiglia.

Pertanto l’esclusione di ogni residua solidarietà successivamente alla cessazione o allo scioglimento del vincolo con l’ex coniuge e l’esonero definitivo dall’obbligo di corrispondere l’assegno divorzile, opera indubbiamente anche qualora il nuovo compagno con cui si instaura una convivenza more uxorio sia disoccupato.

Se così non fosse l’assegno non svolgerebbe più una funzione assistenziale, ossia di giusto contributo al sostentamento del beneficiario in rapporto al pregresso tenore di vita, ma si configurerebbe quale mera fonte di reddito per il beneficiario.

Onere della prova della lesione della legittima

L’art. 42 della Costituzione costituisce fondamento tanto della tutela dell’autonomia testamentaria quanto dei suoi limiti.

Tale norma dispone come spetti alla legge ordinaria contemperare il diritto di una persona di disporre spontaneamente dei propri beni per il tempo successivo alla morte con interessi di medesima rilevanza giuridica, quali l’aspettativa riconosciuta al gruppo familiare dei prossimi congiunti.

Il codice civile prevede alcune disposizioni in favore dei legittimari, ossia le persone alle quali la legge riserva una quota di eredità o altri diritti nella successione e che pertanto possono agire in giudizio qualora il loro diritto venga leso da eventuali disposizioni testamentarie del de cuius, attraverso azione di riduzione.

È necessario che il soggetto che ritiene leso il proprio diritto, indichi entro quali limiti sia stata lesa la quota di riserva, determinando con esattezza il valore della massa ereditaria nonché quello della quota di legittima violata dal de cuius.

A tal fine, egli ha l’onere di allegare e comprovare tutti gli elementi occorrenti per stabilire se, ed in quale misura, sia avvenuta la lesione della sua quota di riserva oltre che proporre istanza di conseguire la legittima, previa determinazione della medesima mediante il calcolo della disponibile e la susseguente riduzione delle donazioni compiute in vita dal de cuius.

Non libera dal suddetto onere di allegazione la mera acquisizione in giudizio delle risultanze degli estratti conto, che nulla chiariscono in ordine alla mancata disponibilità, da parte del defunto, di altri beni mobili o immobili, tanto più se richiesta dall’Autorità competente per fini diversi rispetto la ricostruzione patrimoniale (Cass. Civ., Sez. II. n. 20803/16).

Nel caso di specie gli eredi chiedevano che fosse disposta la riduzione di una dissimulata donazione compiuto dal padre, al fine di reintegrare la quota di legittima a loro spettante.

In tutti i gradi di giudizio la domanda veniva respinta, poiché in nessuna occasione gli istanti avevano allegato la consistenza del patrimonio ereditario, “non avendo i medesimi mai affermato che l’asse ereditario non comprendesse alcun bene relitto, sì che il loro diritto dovesse essere soddisfatto unicamente riducendo la donazione dell’unico bene appartenente in vita al de cuius”.

Il pagamento di un debito ereditario non implica l’accettazione tacita

Il pagamento del debito del “de cuius” che il chiamato effettua con denaro proprio non è un atto dispositivo e comunque suscettibile di menomare la consistenza dell’asse ereditario, ovvero tale che solo l’erede ha il diritto di compiere (Cass. 26-3-1965 n. 497), avuto riguardo all’art. 1180 c.c., che legittima qualsiasi terzo all’adempimento del debito altrui (Cass. 9-11-1974 n. 3492)“. (Cass. 14666-12)

Questa rilevante pronunzia fa luce sull’istituto dell’accettazione tacita dell’eredità, previsto dall’art. 476 c.c., che prevede che il chiamato all’eredità che compia un “un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede” accetta tacitamente l’eredità stessa.

Rilevante è la previsione “che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede“.

Per tale ragione, il pagamento di un debito ereditario, con danaro proprio, non implica tacita accettazione dell’eredità stessa, ben potendo chiunque adempiere ad un’obbligazione altrui, ai sensi dell’art. 1180 c.c., che prevede che “L’obbligazione può essere adempiuta da un terzo, anche contro la volontà del creditore, se questi non ha interesse a che il debitore esegua personalmente la prestazione“.

Revisione dell’assegno divorzile per pensionamento

La c.d. Legge divorzile consente la revisione, in camera di consiglio, delle disposizioni relative ai contributi a favore dei coniugi (e della prole) contenute nella sentenza di divorzio.

Quanto alla competenza per territorio, è prevista la competenza anche del giudice del luogo di esecuzione dell’obbligazione.
Nel senso che la domanda di revisione dell’assegno può proporsi innanzi al giudice del luogo in cui il convenuto ha la residenza o il domicilio, nonché del luogo in cui l’obbligazione deve essere eseguita, ma non dove è sorta (v. T. Firenze, 3.5.2006).

In camera di consiglio, secondo le regole di cui agli artt. 737 ss. c.p.c. Il provvedimento emanato ai sensi dell’art. 9, 1° co., ha forma di decreto motivato, reclamabile in Corte d’Appello entro 10 giorni.

A proposito dello svolgimento dell’attività istruttoria, nessuna specifica disposizione è dettata nell’art. 9, 1° co.

Sono ritenuti applicabili al giudizio di revisione l’art. 5, 9° co. (circa l’obbligo dei coniugi di presentare la dichiarazione personale dei redditi e la possibilità del giudice di disporre indagini sui redditi, patrimoni e tenore di vita dei coniugi, valendosi della polizia tributaria) e l’art. 6, 9° co. (che consente al giudice nell’emanazione del provvedimento relativo all’affidamento ed al contributo per il mantenimento della prole sia di discostarsi dalle richieste delle parti, sia di assumere prove d’ufficio) (C. civ., Sez. I, 21.6.2000, n. 8417; C. civ., Sez. I, 3.7.1996, n. 6087).

Si ritiene che l’utilizzo dei poteri istruttori d’ufficio rientri nella discrezionalità del giudice, il quale dovrà verificare se le risultanze istruttorie presenti (applicando anche il principio di acquisizione processuale) siano sufficienti a valutare la situazione patrimoniale delle parti (C. civ., Sez. I, 21.5.2002, n. 7435).

Solo in caso negativo vi è obbligo di disporre accertamenti d’ufficio, avvalendocisi anche della polizia tributaria (C. civ., Sez. I, 21.6.2000, n. 8417).

Rimane vigente, nel giudizio di revisione, il principio dell’onere della prova di cui all’art. 2697 c.c., nonostante la sussistenza di incisivi di poteri istruttori d’ufficio.

Presupposto per la modifica del primo provvedimento è il sopravvenire di giustificati motivi dopo la sentenza di divorzio.

Ai fini della modifica dell’assegno a favore di un coniuge risulta esclusa una nuova determinazione di esso ai sensi dell’art. 5, dovendosi invece valutare le variazioni patrimoniali nel frattempo verificatesi (C. civ., Sez. I, 6.10.2011, n. 20507; C. civ., Sez. I, 26.11.1998, n. 12010); la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento dell’assegno può essere presa in considerazione solo dopo l’accertamento delle nuove circostanze (C. civ., Sez. I, 24.9.2002, n. 13863).

Si è affermato che non è sufficiente il semplice incremento o decremento patrimoniale, essendo invece comunque necessario effettuare una valutazione comparativa della situazione economica dei coniugi, dovendosi tramite l’assegno mantenere a favore del titolare il tenore di vita garantito dall’art. 5 (C. civ., Sez. I, 23.8.2006, n. 18367; C. civ., Sez. I, 27.9.2002, n. 14004; C. civ., Sez. I, 28.1.2000, n. 958; C. civ., Sez. I, 29.8.1998, n. 8654).

In tema di revisione dell’assegno di divorzio, la sopravvenuta diminuzione dei redditi da occupazione lavorativa dell’obbligato (per il collocamento in pensione), è suscettibile di assumere rilievo, quale possibile giustificato motivo di riduzione o soppressione dell’assegno, ai sensi dell’art. 9 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, nel quadro di una rinnovata valutazione comparativa della situazione economica delle parti ed in quanto risulti oggettivamente idonea ad alterare l’equilibrio già determinato al momento della pronuncia di divorzio” (Cass. civ., sez. I, 15 aprile 2011, n. 8754).

L’istanza di modifica / revoca è presentabile sulla scorta del pensionamento e, quindi, della riduzione della capacità reddituale. È indispensabile, comunque una preventiva valutazione comparativa delle capacità reddituali e patrimoniali degli ex coniugi sia al momento del divorzio che al momento della richiesta di revisione dei provvedimenti.

Successione: un caso concreto

Il caso: due coniugi anziani, in regime di comunione dei beni, senza figli né ascendenti. Quali parenti più prossimi, vi sono due nipoti del marito (figli di fratelli defunti), tre sorelle della moglie, cinque nipoti della moglie (tre figli di fratelli defunti e due figli delle sorelle).

Le volontà dei coniugi in ordine alla propria successione: che l’intero patrimonio venisse trasmesso al coniuge superstite e che, in caso di premorienza dell’altro coniuge, al decesso del coniuge superstite l’intero patrimonio di questi (e quindi di entrambi) venisse lasciato in eredità a due nipoti, con esclusione di ogni altro parente.

Le domande: è possibile procedere in questo modo con il testamento e con che modalità?  I coniugi possono già provvedere con donazioni in vita? Come avverrebbe la successione senza testamento?

*  *  *

L’eredità è il complesso dei rapporti patrimoniali trasmissibili attivi e passivi, facenti capo al de cuius al momento del decesso.

Le norme relative alla devoluzione dell’eredità sono stabilite dal Codice civile, agli artt. 456 e seguenti.

La Legge prevede una riserva “inderogabile” a favore di alcuni soggetti, detti legittimari: il coniuge, i figli e gli ascendenti. A favore del coniuge, quando non concorrono altri legittimari, vi è una riserva della metà del patrimonio dell’altro coniuge.

Alla luce di ciò, l’asse ereditario si può dividere in due parti: una quota indisponibile, che sussiste nel momento in cui vi è almeno un legittimario, ed una quota disponibile.

Nel caso di specie, in presenza di un solo soggetto legittimario, ossia il coniuge, ciascuno può disporre, per testamento, di una quota del proprio patrimonio pari alla metà. Nell’ipotesi in cui, invece, non vi sia più alcun legittimario, ossia a seguito della morte del coniuge, il testatore potrà disporre dell’intero patrimonio come ritiene opportuno: i fratelli, le sorelle ed i nipoti (intesi qui come figli di fratelli o sorelle) non sono soggetti legittimari.

Le forme ordinarie di testamento sono il testamento olografo, ossia quello scritto, datato e sottoscritto di mano del testatore, ed il testamento per atto di Notaio, che può essere pubblico o segreto.

Nel caso in esame, i coniugi potrebbero disporre, per testamento, la devoluzione della propria eredità al coniuge superstite, prevedendo che sia tenuto ad accettare personalmente l’eredità e, nel caso questi non voglia o non possa accettare (anche per il caso di premorienza), sostituirgli le persone scelte.

In via alternativa, alla luce della recente giurisprudenza della cassazione, parrebbe possibile anche la “diseredazione” di eventuali successibili, sempre che non legittimari. Difatti, il “disporre” di cui all’art. 587, I comma, c.c., potrebbe includere, non solo una volontà attributiva e una volontà istitutiva, ma anche una volontà ablativa e, più esattamente, destitutiva. Il testatore, sottraendo dal quadro dei successibili ex lege il diseredato e restringendo la successione legittima ai non diseredati, indirizzerebbe la concreta destinazione post mortem del proprio patrimonio.

Relativamente alla disposizione del proprio patrimonio in vita, rilevo che non vi sono vincoli di sorta, fatta sempre salva, nel caso di donazione, la forma prevista a pena di nullità: atto pubblico in presenza di due testimoni. Nel caso di specie, ove i coniugi procedessero alla donazione nei confronti di uno o più nipoti, non vi dovrebbero essere problematiche derivanti dalla necessità di collazione, istituto che opera solo nel caso di donazioni nei confronti di coniuge, figli e discendenti di questi ultimi. Tuttavia, ove la donazione non fosse effettuata con le dovute forme, chiunque vi abbia interesse potrebbe chiederne la dichiarazione di nullità: per tale ragione non appare opportuno disporre senza le dovute formalità.

Nel caso il de cuius non abbia lasciato testamento, l’eredità si devolverebbe, secondo quella che viene definita successione legittima, ai successibili determinati ex lege.

L’art. 565 c.c. individua i successibili nelle seguenti persone: il coniuge, i discendenti legittimi, gli ascendenti legittimi, i collaterali, gli altri parenti e, infine, lo stato.

I successivi artt. 566 e ss c.c. definiscono le regole di successione dei parenti, secondo quella che è una “scala” nella quale ciascuna categoria di successibili esclude la successiva (con l’eccezione dei genitori e degli ascendenti rispetto a fratelli e sorelle).

Di talché primi successibili sono il coniuge ed i figli; in assenza di questi succedono i genitori, poi gli altri ascendenti, di seguito fratelli e sorelle ed infine gli altri parenti.

La norma che regola la successione dei fratelli è l’art. 570 c.c.: “a colui che muore senza lasciare prole, né genitori, né altri ascendenti, succedono i fratelli e le sorelle in parti uguali. I fratelli e le sorelle unilaterali conseguono però la metà della quota che conseguono i germani”.

Con tale norma concorrono gli artt. 467 e ss c.c., ai sensi dei quali, in luogo dei fratelli che non vogliono o non possono accettare l’eredità, ivi inclusi i fratelli defunti, subentrano, per rappresentazione, i discendenti. Analizzando quindi le norme si può constatare come, quando manchino i precedenti successibili, la successione si apra a favore dei fratelli e delle sorelle, nonché, in luogo dei fratelli o sorelle defunti, dei figli di questi. Relativamente alla misura in cui l’eredità viene devoluta, si evidenzia che, salvo che per i fratelli unilaterali (ossia quelli per parte di un solo genitore), la legge non stabilisce le quote di eredità.

Pertanto, in difetto di particolare distinzione normativa, la successione non può che seguire le norme generali: i fratelli saranno chiamati congiuntamente all’eredità ed i figli dei fratelli defunti subentreranno per la quota del loro genitore.

Di talché, in assenza di testamento, risulterebbero chiamati all’eredità i fratelli e le sorelle del coniuge superstite (ossia quello che decede per ultimo), unitamente ai soli nipoti figli di fratelli o sorelle defunti.

Per mera semplificazione esemplificativa, in assenza di testamento, se i coniugi sono Tizio e Caia e Tizio decede per primo, l’erede sarà Caia. Alla morte di Caia, saranno chiamate all’eredità le tre sorelle ed i tre nipoti figli di fratelli defunti. Qualora, invece, Tizio sopravviva a Caia, egli sarà l’erede. Alla sua morte, saranno chiamati all’eredità i figli dei suoi fratelli defunti.

Dichiarazione giudiziale della paternità e rifiuto del test del DNA

Nel giudizio promosso per la dichiarazione giudiziale di paternità naturale, il rifiuto ingiustificato di sottoporsi agli esami ematologici può essere liberamente valutato dal giudice, ai sensi dell’articolo 116, comma 2, del Cpc, anche in assenza di prova dei rapporti sessuali tra la madre e la persona di cui si assume la paternità.

Di seguito il testo integrale della sentenza.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D.S. – Presidente –

Dott. D.R. – Consigliere –

Dott. C.M. – Consigliere –

Dott. B.G. – rel. Consigliere –

Dott. A.M. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

F.L., elettivamente domiciliata in Roma, via O., presso lo studio dell’Avv. S.M., rappresentata e difesa dall’Avv. S.G., per procura speciale a margine del ricorso, che dichiara di voler ricevere le comunicazioni relative al processo presso il fax n. ***, o alla p.e.c. ***;

– ricorrente –

nei confronti di S.M., domiciliata in Roma, presso la Cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa, per procura speciale a margine del ricorso, dall’Avv. N.C.C. che dichiara di voler ricevere le comunicazioni relative al processo presso il fax n. ***, ovvero all’indirizzo p.e.c. ***;

– controricorrente e nei confronti di:

F.P. e C.;

Procuratore Generale presso la Corte di appello di Salerno;

– intimati –

avverso la sentenza n.*** della Corte d’appello di Salerno, emessa in data *** e depositata il ***, R.G. n. ***;

sentito il Pubblico Ministero in persona del sostituto procuratore generale Dott. C.F. che ha concluso per la dichiarazione di improcedibilità o in subordine per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Rilevato che:

1. S.M., nata a (OMISSIS) da S. S., ha proposto domanda di accertamento di paternità nei confronti degli eredi di F.F.P., nato il (OMISSIS) e deceduto il (OMISSIS).

2. Il Tribunale di Salerno, con sentenza del 7 gennaio 2010, ha respinto la domanda di S.M..

3. Ha proposto appello la S. contestando la valutazione, compiuta dal Tribunale, delle prove acquisite nel giudizio di primo grado.

4. Si sono costituiti in appello F.P., C. e L., in qualità di eredi di F.F.P., e hanno chiesto il rigetto dell’impugnazione.

5. La Corte di appello di Salerno, con sentenza n. 778/2012, ha accolto il gravame della S.. La Corte distrettuale nella sua motivazione ha messo in rilievo come, a fronte del rifiuto di tutti gli eredi legittimi di F.F.P. di sottoporsi alla disposta prova ematologica, l’istruttoria aveva consentito di acquisire una cospicua serie di elementi probatori a favore dell’accertamento della paternità. In particolare la Corte di appello ha ritenuto rilevante: a) la circostanza per cui, dopo un mese dalla nascita di S.M., il (OMISSIS), F. F.P. sposò la madre S.S.; b) la deposizione resa da S.S., secondo cui la figlia M. è nata dalla relazione intrattenuta con F.F.P. con il quale conviveva già al momento della nascita della figlia; c) l’assenza di possibili riferimenti a elementi probatori idonei a smentire le affermazioni della S.; d) la circostanza per cui nella corrispondenza epistolare fra S.M. e uno dei figli del F., F.P., quest’ultimo le si rivolgeva con l’appellativo di sorella.

6. Ricorre per cassazione F.L. deducendo: a) violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5; b) violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

7. Si difende con controricorso S.M. ed eccepisce l’inammissibilità del ricorso oltre a contestarne la fondatezza.

8. La ricorrente deposita memoria difensiva.

Ritenuto che:

9. L’eccezione di inammissibilità del ricorso è fondata. Infatti le argomentazioni difensive della ricorrente non sono idonee a configurare alcuna violazione delle norme invocate (art. 2697 c.c. e art. 116 c.p.c.) ma solo a prospettare una diversa valutazione delle evidenze acquisite nel corso del processo. Esse consistono pertanto in una inammissibile richiesta di riedizione del giudizio di merito.

10. Quanto al primo motivo la ricorrente si limita a contestare, con argomentazioni che la Corte di appello ha ritenuto, riferendosi alla motivazione della sentenza di primo grado, fragili e illogiche, la rilevanza del fatto, che invece non può oggettivamente essere ritenuto privo di significato, per cui F.F.P. contrasse matrimonio con S.S. esattamente un mese dopo la nascita della figlia M..

11. E’ inoltre priva di qualsiasi nesso con la deduzione di violazione di legge, su cui si basa il primo motivo di ricorso, anche la contestazione, meramente assertiva, della rilevanza della testimonianza, resa da S.S.. Nessun riferimento infine vi è alla constatazione della Corte di appello, anch’essa rilevante, per cui non è stato fornito alcun elemento per ritenere che la odierna controricorrente sia nata dalla relazione della madre con un altro uomo.

12. Secondo la giurisprudenza di questa Corte (Cass. civ. sezione 1, n. 12971 del 24 luglio 2012) nel giudizio promosso per la dichiarazione giudiziale di paternità naturale, la prova della fondatezza della domanda può trarsi anche unicamente dal comportamento processuale delle parti, da valutarsi globalmente, tenendo conto delle dichiarazioni della madre e della portata delle difese del convenuto. Le censure della ricorrente sono dunque chiaramente in contrasto con la citata giurisprudenza e come tali inammissibili.

13. Con il secondo motivo di ricorso la ricorrente contesta ancora la rilevanza della deposizione di S.S., perchè soggetto legittimato a partecipare al giudizio, pur riconoscendo che, a mente dell’art. 269 c.c., la prova della paternità può essere data con ogni mezzo. Va ricordato in particolare che, secondo la giurisprudenza di legittimità (Cass. civ. sezione 1, n. 12198 del 17 luglio 2012), nell’ipotesi di maggior età di colui che richiede l’accertamento di paternità non può configurarsi un interesse principale ad agire della madre, ai sensi dell’art. 276 c.c., u.c., non essendo in tale evenienza ravvisabile un obbligo legale di assistenza o mantenimento nei confronti del figlio. La madre potrà svolgere un intervento adesivo dipendente, allorchè sia ravvisabile un suo interesse di fatto tutelabile in giudizio. Ma, in ogni caso, alla stregua della disciplina normativa della legittimazione ad agire in tale giudizio, contenuta nell’art. 276 cod. civ., correlata all’interpretazione dell’art. 269 c.c., commi 2 e 4, le dichiarazioni della madre vengono ad assumere un rilievo probatorio integrativo, ex art. 116 cod. proc. civ., quale elemento di fatto di cui non si può omettere l’apprezzamento ai fini della decisione, indipendentemente dalla qualità di parte o dalla formale posizione di terzietà della dichiarante, con la conseguente inapplicabilità dell’art. 246 cod. proc. civ..

14. Quanto alla valutazione di attendibilità della deposizione va anche rilevato che la Corte di appello ha messo in relazione le dichiarazioni della S. con la circostanza del suo matrimonio, contemporaneo alla nascita della figlia M., con F.F.P.. La Corte di appello in particolare, sulla base di tale circostanza ha ritenuto logicamente presumibile una relazione affettiva fra S.S. e F.F. P., preesistente alla nascita della odierna controricorrente.

Ugualmente inconferente rispetto alle censure mosse dalla ricorrente è la contestazione della rilevanza e attendibilità della circostanza per cui nella corrispondenza fra S.M. e l’odierno ricorrente F.P. quest’ultimo si rivolgeva alla prima chiamandola “sorella”. Secondo i ricorrenti tale circostanza non dovrebbe assumere alcun rilievo istruttorio perchè altrimenti riverserebbe i suoi effetti sulle altre parti del giudizio, estranee ai rapporti personali di F.P. e S.M. e ignare delle ragioni ispiratrici della corrispondenza. Si tratta all’evidenza di una deduzione priva di fondamento, specificamente con riferimento alla dedotta violazione dell’art. 116 c.p.c., dato che la rilevanza di un elemento di prova riferibile al comportamento di una delle parti non può essere limitata, con riferimento alle altre parti se non quando se ne ravvisi una oggettiva ininfluenza ai fini della dimostrazione del fatto controverso.

15. Infine la ricorrente contesta come contraria all’art. 116 c.p.c. la valutazione della Corte di appello in merito al rifiuto ingiustificato a sottoporsi alle indagini ematologiche. Come è stato correttamente ricordato dalla Corte di appello, la costante giurisprudenza di legittimità afferma che il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice, ex art. 116 c.p.c., comma 2, di cosi elevato valore indiziario da poter da solo consentire la dimostrazione della fondatezza della domanda di accertamento della paternità (cfr. Cass. civ. 1 sezione n. 27237 del 14 novembre 2008, cfr. anche Cass. civ. n. 5116 del 3 aprile 2003). Secondo le citate pronunce è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale – per violazione degli artt. 13, 15, 24, 30 e 32 Cost. – del combinato disposto dell’art. 269 cod. civ. e artt. 116 e 118 cod. proc. civ., ove interpretato nel senso della possibilità di dedurre argomenti di prova dal rifiuto del preteso padre di sottoporsi a prelievi ematici al fine dell’espletamento dell’esame del DNA. Dall’art. 269 cod. civ., infatti, non deriva una restrizione della libertà personale, avendo il soggetto piena facoltà di determinazione in merito all’assoggettamento o meno ai prelievi, mentre il trarre argomenti di prova dai comportamenti della parte costituisce applicazione del principio della libera valutazione della prova da parte del giudice, senza che ne resti pregiudicato il diritto di difesa. Inoltre, il rifiuto aprioristico della parte di sottoporsi ai prelievi non può ritenersi giustificato nemmeno con esigenze di tutela della riservatezza, tenuto conto sia del fatto che l’uso dei dati nell’ambito del giudizio non può che essere rivolto a fini di giustizia, sia del fatto che il sanitario chiamato dal giudice a compiere l’accertamento è tenuto tanto al segreto professionale che al rispetto della L. 31 dicembre 1996, n. 675.

16. Peraltro la motivazione della Corte salernitana, come si è ampiamente riferito, affianca tale richiamo al rilievo per cui, nel corso del processo, è stata acquisita una cospicua serie di elementi probatori che conducono al convincimento circa la effettiva paternità di F.F.P. nei confronti di S. M.. Privi di qualsiasi contenuto logico, riferibile alla violazione dell’art. 116 c.p.c. e al richiamo nella rubrica del secondo motivo di ricorso dell’art. 360 c.p.c., appaiono infine le ulteriori argomentazioni secondo cui: a) nella specie, sarebbe stato necessario compiere una serie di indagini genetiche in combinazione tra loro, b) la CTU costituisce un mezzo istruttorio e mai una prova in assoluto; c) le scienze fisiche e naturalistiche hanno natura probabilistica e quindi comportano il rischio di errore; d) la valutazione del rifiuto non può che essere condotta alla luce di tutte le risultanze processuali. Si tratta di deduzioni inidonee a mettere in discussione la consolidata giurisprudenza di questa Corte secondo cui nel giudizio promosso per la dichiarazione giudiziale di paternità naturale, il rifiuto ingiustificato di sottoporsi agli esami ematologici può essere liberamente valutato dal giudice, ai sensi dell’art. 116 c.p.c., comma 2, anche in assenza di prova dei rapporti sessuali tra la madre e la persona di cui si assume la paternità (Cass. civ. n. 11223 del 21 maggio 2014, n. 12971 del 24 luglio 2012, n. 5116 del 3 aprile 2003). Per altro verso va richiamata la giurisprudenza di legittimità (Cass. civ. sezione 1, n. 14462 del 29 maggio 2008) secondo cui l’efficacia delle indagini ematologiche ed immunogenetiche sul DNA non può essere esclusa per la ragione che esse sono suscettibili di utilizzazione solo per compiere valutazioni meramente probabilistiche, in quanto tutte le asserzioni delle scienze fisiche e naturalistiche hanno natura probabilistica, anche quelle solitamente espresse in termini di leggi scientifiche, e tutte le misurazioni, anche quelle condotte con gli strumenti più sofisticati, sono ineluttabilmente soggette ad errore, sia per ragioni intrinseche (cd. errore statistico), che per ragioni legate al soggetto che esegue o legge le misurazioni (ed errore sistematico), spettando al giudice di merito, nell’esercizio del suo potere discrezionale, la valutazione dell’opportunità di disporre indagini suppletive o integrative di quelle già espletate, di sentire a chiarimenti il consulente tecnico di ufficio ovvero di disporre la rinnovazione delle indagini.

17. Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile con condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate in 5.200 Euro di cui 200 per spese. Dispone che in caso di diffusione della presente sentenza siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo del contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 5 febbraio 2015.

Depositato in Cancelleria il 25 marzo 2015″

Separazione: mutuo e assegno di mantenimento

In una recente pronunzia, la Corte di Cassazione ha riconosciuto la rilevanza dell’accollo del mutuo per la casa coniugale in comproprietà, da parte di un coniuge, ai fini del calcolo dell’assegno di mantenimento per l’altro coniuge.

Se, quindi, il coniuge economicamente più solido è tenuto a corrispondere all’altro coniuge un mantenimento, per la determinazione dell’importo, dovrà essere considerata la rata del mutuo che lo stesso stia eventualmente pagando per intero per la casa coniugale in comproprietà.

Di seguito il testo integrale dell’ordinanza.

“REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D. S. – Presidente –

Dott. B. R. – Consigliere –

Dott. R. V. – Consigliere –

Dott. C. M. – rel. Consigliere –

Dott. S. A. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 15757-2013 proposto da:

D.G.U. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in R., VIA C. M. 1, presso lo studio dell’avvocato M. A. G., che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato M. R. T. giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

S.L., elettivamente domiciliata in R., VIA B 3, presso lo studio dell’avvocato R. V., che la rappresenta e difende giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1080/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA del 23/01/2013, depositata il 21/02/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 17/02/2015 dal Consigliere Relatore Dott. M. C.;

udito l’Avvocato R. V. difensore della controricorrente che si riporta al controricorso.

E’ stata depositata la seguente relazione:

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1) La Corte d’appello di Roma, con sentenza del 21.2.013, ha respinto l’appello proposto da D.G.U. contro la sentenza del tribunale che aveva pronunciato la sua separazione dalla moglie S.L., ponendo a suo carico l’obbligo di versarle un assegno di mantenimento di Euro 400 mensili annualmente rivalutabili.

La corte territoriale, per ciò che ancora interessa nella presente sede, ha rilevato che l’appellante, maresciallo della G.d.F., godeva di un reddito da lavoro annuo pari a circa il triplo di quello dello S., operatrice presso un call center, che inoltre, la signora, cui in sede di separazione era stata assegnata la casa familiare (in comproprietà di entrambi i coniugi), dove avrebbe dovuto continuare a risiedere insieme ai due figli minori, era stata sostanzialmente costretta a cercare una nuova abitazione, per la quale versava un canone mensile di Euro 900, mentre il D. G. abitava presumibilmente nell’appartamento, di cui aveva ottenuto la riconsegna sin dal 2008, pagando interamente la rata del mutuo contratto per l’acquisto; che dunque la posizione del manto, che godeva di stabilità lavorativa, di maggiori entrate economiche e non aveva spese abitative, era ben più favorevole di quella della moglie e giustificava il riconoscimento dell’assegno nella misura stabilita dal primo giudice.

2) La sentenza è stata impugnata da D.G.U. con ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo, resistito dalla S. con controricorso.

li ricorrente, denunciando vizio di motivazione della sentenza impugnata, lamenta, sotto un primo profilo, che la corte territoriale non abbia tenuto conto delle prove documentali da lui prodotte al fine di dimostrare che il suo reddito netto, di Euro 2050 mensili, è gravato, oltre che dall’assegno di mantenimento corrisposto alla moglie, anche da quello (di Euro 527 mensili) che versa per i figli, dalla rata del mutuo contratto per l’acquisto della casa (di Euro 628 mensili) e da un’ulteriore rata fissa (di Euro 140 mensili) a rimborso di un altro finanziamento, e che, pertanto, detratte tali spese fisse, la somma che gli resta, di poco più di 300 euro mensili, è del tutto insufficiente a far fronte alle esigenze della vita quotidiana; deduce, sotto altro profilo, che non è vero che egli abita nella casa coniugale, della quale la S. detiene in via esclusiva le chiavi, che non gli sono mai state riconsegnate.

3) Il motivo appare, nella sua prima parte, manifestamente fondato, atteso che, nel porre a confronto le due diverse posizioni reddituali dei coniugi, la corte territoriale ha totalmente omesso di considerare che il D.G. corrisponde un assegno per il mantenimento dei due figli; il giudice, inoltre, dopo aver dato atto che il ricorrente si è interamente accollato la rata del mutuo contratto per l’acquisto dell’appartamento che possiede in comproprietà con la moglie, non ha tenuto conto neppure di tale onere, affermando contraddittoriamente che sul ricorrente non gravano spese abitative. Risulta pertanto omessa la doverosa valutazione dell’incidenza di tali esborsi – certamente non esigui rispetto allo stipendio percepito dal D.G. – sulla complessiva situazione economica del ricorrente da porre a raffronto con quella della S., solo all’esito della quale potrà stabilirsi se, ed in quale misura, quest’ultima abbia diritto alla corresponsione dell’assegno di mantenimento.

Nella sua seconda parte il motivo appare invece inammissibile, atteso che il ricorrente, il quale ha dichiarato di risiedere in (OMISSIS), ovvero all’indirizzo in cui si trova la casa familiare, non ha chiarito perchè il solo fatto che la moglie non gli abbia restituito le chiavi dell’appartamento gli impedirebbe di rientrarne in possesso e di abitarvi.

Si dovrebbe pertanto concludere per il parziale accoglimento del ricorso, con conseguente rinvio della causa alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione, con decisione che potrebbe essere assunta in camera di consiglio, ai sensi degli artt. 375 e 380 bis c.p.c..

La S. ha depositato memoria.

Il collegio ha esaminato gli atti, ha letto la relazione e ne ha condiviso le conclusioni, non utilmente contrastate dalla S. che, nella memoria, riferisce di nuove circostanze di fatto di cui non può tenersi conto nella presente sede di legittimità e che se mai, ricorrendone i presupposti processuali, potranno essere fatte valere nel corso del giudizio di rinvio.

Il ricorso va pertanto parzialmente accolto, con conseguente rinvio della causa alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione, che regolerà anche le spese di questo giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso nei sensi di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione, anche per le spese.

Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in esso menzionati.

Così deciso in Roma, il 17 febbraio 2015.

Depositato in Cancelleria il 8 aprile 2015″

Divorzio breve

Il 22 aprile 2015, la Camera dei Deputati ha approvato definitivamente il disegno di legge sul c.d. divorzio breve.

La norma, approvata ma non ancora pubblicata, prevede la riduzione del termine che deve intercorrere tra la separazione e il divorzio:

  1. da tre anni a sei mesi in caso di separazione consensuale o “consensualizzata”;
  2. da tre anni ad un anno in caso di separazione giudiziale.

Sono anche anticipati i tempi della separazione dei beni.

Prima dell’entrata in vigore della predetta norma, infatti, la separazione dei beni iniziava dal momento del passaggio in giudicato del provvedimento di separazione personale.

Con questa norma, invece, la separazione dei beni avviene nel momento in cui il giudice autorizza i coniugi a vivere separati o alla data di sottoscrizione del verbale della separazione consensuale.

Qui si può trovare l’iter dei lavori parlamentari.

Separazione e divorzio – Convertito in Legge il DL 132-14

Il decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132, recante misure urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile, è stato convertito in legge dalla L. 162-14, con alcune rilevanti modifiche.

La Legge è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 10.11.14 ed è entrata in vigore il 11.11.14.

Di seguito, si riporta il testo delle norme relative alla separazione ed al divorzio.
Nei prossimi aggiornamenti verranno presentate delle sintesi delle nuove norme.

Art. 6. Convenzione di negoziazione assistita da uno o più avvocati per le soluzioni consensuali di separazione personale, di cessazione degli effetti civili o di scioglimento del matrimonio, di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio (15)

1. La convenzione di negoziazione assistita da almeno un avvocato per parte può essere conclusa tra coniugi al fine di raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio nei casi di cui all’articolo 3, primo comma, numero 2), lettera b), della legge 1° dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni, di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio. (16)
2. In mancanza di figli minori, di figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero economicamente non autosufficienti, l’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita è trasmesso al procuratore della Repubblica presso il tribunale competente il quale, quando non ravvisa irregolarità, comunica agli avvocati il nullaosta per gli adempimenti ai sensi del comma 3. In presenza di figli minori, di figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave ovvero economicamente non autosufficienti, l’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita deve essere trasmesso entro il termine di dieci giorni al procuratore della Repubblica presso il tribunale competente, il quale, quando ritiene che l’accordo risponde all’interesse dei figli, lo autorizza. Quando ritiene che l’accordo non risponde all’interesse dei figli, il procuratore della Repubblica lo trasmette, entro cinque giorni, al presidente del tribunale, che fissa, entro i successivi trenta giorni, la comparizione delle parti e provvede senza ritardo. All’accordo autorizzato si applica il comma 3. (17)
3. L’accordo raggiunto a seguito della convenzione produce gli effetti e tiene luogo dei provvedimenti giudiziali che definiscono, nei casi di cui al comma 1, i procedimenti di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio e di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio. Nell’accordo si dà atto che gli avvocati hanno tentato di conciliare le parti e le hanno informate della possibilità di esperire la mediazione familiare e che gli avvocati hanno informato le parti dell’importanza per il minore di trascorrere tempi adeguati con ciascuno dei genitori. L’avvocato della parte è obbligato a trasmettere, entro il termine di dieci giorni, all’ufficiale dello stato civile del Comune in cui il matrimonio fu iscritto o trascritto, copia, autenticata dallo stesso, dell’accordo munito delle certificazioni di cui all’articolo 5. (16)
4. All’avvocato che vìola l’obbligo di cui al comma 3, terzo periodo, è applicata la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 2.000 ad euro 10.000. Alla irrogazione della sanzione di cui al periodo che precede è competente il Comune in cui devono essere eseguite le annotazioni previste dall’articolo 69 del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396. (16)
5. Al decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 49, comma 1, dopo la lettera g) è inserita la seguente:
«g-bis) gli accordi raggiunti a seguito di convenzione di negoziazione assistita da uno o più avvocati ovvero autorizzati, conclusi tra coniugi al fine di raggiungere una soluzione consensuale di cessazione degli effetti civili del matrimonio e di scioglimento del matrimonio»;
b) all’articolo 63, comma 2, dopo la lettera h) è aggiunta la seguente:
«h-bis) gli accordi raggiunti a seguito di convenzione di negoziazione assistita da uno o più avvocati conclusi tra coniugi al fine di raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio, nonché di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio»;
c) all’articolo 69, comma 1, dopo la lettera d) è inserita la seguente:
«d-bis) degli accordi raggiunti a seguito di convenzione di negoziazione assistita da uno o più avvocati ovvero autorizzati, conclusi tra coniugi al fine di raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio;». (17)

(15) Rubrica così modificata dalla legge di conversione 10 novembre 2014, n. 162.

(16) Comma così modificato dalla legge di conversione 10 novembre 2014, n. 162.

(17) Comma così sostituito dalla legge di conversione 10 novembre 2014, n. 162.

Art. 12. Separazione consensuale, richiesta congiunta di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e modifica delle condizioni di separazione o di divorzio innanzi all’ufficiale dello stato civile

1. I coniugi possono concludere, innanzi al sindaco, quale ufficiale dello stato civile a norma dell’articolo 1 del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, del comune di residenza di uno di loro o del comune presso cui è iscritto o trascritto l’atto di matrimonio, con l’assistenza facoltativa di un avvocato, un accordo di separazione personale ovvero, nei casi di cui all’articolo 3, primo comma, numero 2), lettera b), della legge 1° dicembre 1970, n. 898, di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, nonché di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio. (22)
2. Le disposizioni di cui al presente articolo non si applicano in presenza di figli minori, di figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero economicamente non autosufficienti. (22)
3. L’ufficiale dello stato civile riceve da ciascuna delle parti personalmente, con l’assistenza facoltativa di un avvocato, la dichiarazione che esse vogliono separarsi ovvero far cessare gli effetti civili del matrimonio o ottenerne lo scioglimento secondo condizioni tra di esse concordate. Allo stesso modo si procede per la modifica delle condizioni di separazione o di divorzio. L’accordo non può contenere patti di trasferimento patrimoniale. L’atto contenente l’accordo è compilato e sottoscritto immediatamente dopo il ricevimento delle dichiarazioni di cui al presente comma. L’accordo tiene luogo dei provvedimenti giudiziali che definiscono, nei casi di cui al comma 1, i procedimenti di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio e di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio. Nei soli casi di separazione personale, ovvero di cessazione degli effetti civili del matrimonio o di scioglimento del matrimonio secondo condizioni concordate, l’ufficiale dello stato civile, quando riceve le dichiarazioni dei coniugi, li invita a comparire di fronte a sé non prima di trenta giorni dalla ricezione per la conferma dell’accordo anche ai fini degli adempimenti di cui al comma 5. La mancata comparizione equivale a mancata conferma dell’accordo. (22)
4. All’articolo 3, al secondo capoverso della lettera b) del numero 2 del primo comma della legge 1° dicembre 1970, n. 898, dopo le parole «trasformato in consensuale» sono aggiunte le seguenti: «, ovvero dalla data certificata nell’accordo di separazione raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita da un avvocato ovvero dalla data dell’atto contenente l’accordo di separazione concluso innanzi all’ufficiale dello stato civile.».
5. Al decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396 sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 49, comma 1, dopo la lettera g-bis), è aggiunta la seguente lettera: «g-ter) gli accordi di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ricevuti dall’ufficiale dello stato civile;»;
b) all’articolo 63, comma 1, dopo la lettera g), è aggiunta la seguente lettera: «g-ter) degli accordi di separazione personale, di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ricevuti dall’ufficiale dello stato civile, nonché di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio;»;
c) all’articolo 69, comma 1, dopo la lettera d-bis), è aggiunta la seguente lettera: «d-ter) gli accordi di separazione personale, di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ricevuti dall’ufficiale dello stato civile;» (23).
6. Alla Tabella D), allegata alla legge 8 giugno 1962, n. 604, dopo il punto 11 delle norme speciali inserire il seguente punto: «11-bis) Il diritto fisso da esigere da parte dei comuni all’atto della conclusione dell’accordo di separazione personale, ovvero di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, nonché di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio, ricevuto dall’ufficiale di stato civile del comune non può essere stabilito in misura superiore all’imposta fissa di bollo prevista per le pubblicazioni di matrimonio dall’articolo 4 della tabella allegato A) al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 642».
7. Le disposizioni del presente articolo si applicano a decorrere dal trentesimo giorno successivo all’entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.

(22) Comma così modificato dalla legge di conversione 10 novembre 2014, n. 162.

(23) Lettera così modificata dalla legge di conversione 10 novembre 2014, n. 162.

Separazione e divorzio – Novità

Il Senato, in sede di conversione del D.L. 132/14, ha approvato una serie di emendamenti che riguardano le possibilità a disposizione di chi intende separarsi.

Attualmente, il testo emendato è stato assegnato alla Camera per l’esame.

Le modifiche introdotte dal Senato, nel procedimento di negoziazione assistita in materia di separazione e divorzio, sono le seguenti:

  1. ciascun coniuge deve essere assistito da almeno un Avvocato per parte;
  2. l’accordo deve essere sottoposto al Procuratore della Repubblica, il quale, ove non ravvisi irregolarità, rilascia il proprio nullaosta;
  3. è possibile ricorrere alla negoziazione assistita in materia di separazione e divorzio anche in presenza di figli minori, ma è necessaria l’autorizzazione dell’accordo da parte del Procuratore della Repubblica.

In materia di separazione o di divorzio innanzi all’ufficiale dello stato civile:

  1. competente a ricevere l’accordo dei coniugi non è più genericamente l’ufficiale dello stato civile, bensì il Sindaco, quale Ufficiale dello stato civile;
  2. è espressamente prevista la possibilità di farsi assistere da un Avvocato;
  3. è necessaria la comparizione delle parti innanzi all’ufficiale dello stato civile per la conferma dell’accordo.

Di seguito il testo degli articoli citati, come emendati dal Senato.
Si rammenta che ora il testo è allo studio della Camera.

Art. 6
1. La convenzione di negoziazione assistita da almeno un avvocato per parte può essere conclusa tra coniugi al fine di raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio nei casi di cui all’articolo 3, primo comma, numero 2), lettera b), della legge 10° dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni, di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio.
2.In mancanza di figli minori, di figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104 ovvero economicamente non autosufficienti, l’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita è trasmesso al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale competente il quale, quando non ravvisa irregolarità comunica agli avvocati il nullaosta per gli adempimenti ai sensi del comma 3. In presenza di figli minori, di figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave ovvero economicamente non autosufficienti, l’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita deve essere trasmesso entro il termine di dieci giorni al procuratore della Repubblica presso il tribunale competente, il quale, quando ritiene che l’accordo risponde all’interesse dei figli, lo autorizza. Quando ritiene che l’accordo non risponde all’interesse dei figli, il procuratore della Repubblica lo trasmette, entro cinque giorni, al presidente del tribunale, che fissa, entro i successivi trenta giorni, la comparizione delle parti e provvede senza ritardo. All’accordo autorizzato si applica il comma 3.

Art. 12
1. I coniugi possono concludere, innanzi al Sindaco, quale Ufficiale dello stato civile a norma dell’articolo 1 del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, del comune di residenza di uno di loro o del comune presso cui è iscritto o trascritto l’atto di matrimonio con l’assistenza facoltativa di un avvocato, un accordo di separazione personale ovvero, nei casi di cui all’articolo 3, primo comma, numero 2), lettera b), della legge 10° dicembre 1970, n. 898, di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, nonché di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio.
2. Le disposizioni di cui al presente articolo non si applicano in presenza di figli minori, di figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104 ovvero economicamente non autosufficienti. Nei soli casi di separazione personale, ovvero di cessazione degli effetti civili del matrimonio o di scioglimento del matrimonio secondo condizioni concordate, l’ufficiale dello stato civile, quando riceve le dichiarazioni dei coniugi, li invita a comparire di fronte a sé non prima di trenta giorni dalla ricezione per la conferma dell’accordo anche ai fini degli adempimenti di cui al comma 5. La mancata comparizione equivale a mancata conferma dell’accordo.