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DiMatteo Bertocchi

Il condominio non può accedere al piano del consumatore contro il sovraindebitamento (L. 3-12)

Il Tribunale di Bergamo, con provvedimento del 16 gennaio 2019, dichiarava inammissibile il piano di ristrutturazione dei debiti ex L. 27 gennaio 2012, n. 3, proposto da un condominio.

Il “piano” presentato dal Condominio veniva dichiarato inammissibile per mancanza del requisito soggetto di “consumatore“, inteso, ai sensi dell’art. 6, comma 2, lett. b, L. n. 3/2012, come “il debitore persona fisica che ha assunto obbligazioni esclusivamente per scopi estranei all’attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta“.

Il Tribunale confermava come il condominio non potesse essere considerato “persona fisica“, costituendo invece un “ente collettivo” e, in quanto tale, estraneo alla nozione legislativa di consumatore.

Gli stessi condomini, anche se inquadrabili come i mandanti, rappresentati dall’amministratore, potrebbero a loro volta non essere consumatori, qualora persone giuridiche, o allorquando utilizzino l’unità immobiliare, sita nel condominio, per scopi attinenti la loro attività imprenditoriale o professionale.

DiMatteo Bertocchi

Liquidazione dell’eredità con beneficio d’inventario

Il Codice civile stabilisce le forme per procedere alla liquidazione dell’asse ereditario.

La modalità più semplice consiste nella liquidazione individuale previsa dall’art. 495 c.c.

  • Trascorso un mese dalla trascrizione prevista nell’articolo 484 [trascrizione dell’accettazione con beneficio d’inventario nei registri immobiliari] o dall’annotazione disposta nello stesso articolo per il caso che l’inventario sia posteriore alla dichiarazione, l’erede, quando creditori o legatari non si oppongono ed egli non intende promuovere la liquidazione a norma dell’articolo 503, paga i creditori e i legatari a misura che si presentano, salvi i loro diritti di poziorità.
  • Esaurito l’asse ereditario, i creditori rimasti insoddisfatti hanno soltanto diritto di regresso contro i legatari, ancorché di cosa determinata appartenente al testatore, nei limiti del valore del legato.
  • Tale diritto si prescrive in tre anni dal giorno dell’ultimo pagamento, salvo che il credito sia anteriormente prescritto.

In mancanza della scelta da parte dell’erede di una procedura differente e/o in difetto della specifica richiesta di un creditore in tal senso, la Legge prevede che la liquidazione avvenga tramite pagamenti individuali.

Questa procedura presenta dei vantaggi patrimoniali per l’erede, che non ha particolari spese che riducano ulteriormente l’asse ereditario.

I presupposti per l’applicazione di tale norma sono:

  1. che sia trascorso un mese dall’adempimento delle formalità di pubblicità dell’accettazione beneficiata e dell’inventario di cui all’art. 484;
  2. la mancanza di una opposizione ai pagamenti individuali effettuata dai creditori;
  3. la scelta dell’erede di non utilizzare procedure differenti.

Altra modalità di liquidazione è quella prevista dall’art. 498 c.c.: la liquidazione concorsuale.

  • Qualora entro il termine indicato nell’articolo 495 gli sia stata notificata opposizione da parte di creditori o di legatari, l’erede non può eseguire pagamenti, ma deve provvedere alla liquidazione dell’eredità nell’interesse di tutti i creditori e legatari.
  • A tal fine egli, non oltre un mese dalla notificazione dell’opposizione, deve, a mezzo di un notaio del luogo dell’aperta successione, invitare i creditori e i legatari a presentare, entro un termine stabilito dal notaio stesso e non inferiore a giorni trenta, le dichiarazioni di credito.
  • L’invito è spedito per raccomandata ai creditori e ai legatari dei quali è noto il domicilio o la residenza ed è pubblicato nel foglio degli annunzi legali della provincia.

La procedura della liquidazione concorsuale consta di diverse fasi che possono così raggrupparsi:

  1. accertamento del passivo;
  2. liquidazione dell’attivo;
  3. formazione dello stato di graduazione;
  4. controllo da parte degli interessati;
  5. pagamento dei debiti ereditari.

Al compimento degli atti relativi alla procedura (che vanno inseriti nel registro delle successioni ex art. 52, 3° co., disp. att.) è legittimato direttamente l’erede beneficiato, il quale è assistito da un Notaio che, nell’interesse dei creditori e legatari, nonché degli eventuali altri coeredi rimasti inattivi, svolge un controllo di regolarità non solo formale ma anche di legittimità dei relativi atti.

La liquidazione concorsuale inizia con la fase diretta all’accertamento del passivo.
L’erede deve spedire un invito a mezzo raccomandata ai creditori e legatari di cui è noto il domicilio o la residenza e deve procedere alla pubblicazione dello stesso nella Gazzetta Ufficiale (in precedenza Foglio Annunci Legali).

In seguito all’invito, i creditori e legatari devono presentare nel termine fissato dal Notaio le loro dichiarazioni di credito.
Eseguita la pubblicazione dell’invito a presentare le dichiarazioni di credito, i creditori non possono promuovere nuove procedure esecutive.

Scaduto il termine per la presentazione delle dichiarazioni di credito, si chiude la fase di ricognizione del passivo e inizia quella della liquidazione dell’attivo ereditario, alla quale provvede l’erede sempre con l’assistenza del notaio.

L’erede provvede, con l’assistenza del notaio, a liquidare le attività ereditarie facendosi autorizzare alle alienazioni necessarie.

L’erede forma, sempre con l’assistenza del notaio, lo stato di graduazione. I creditori sono collocati secondo i rispettivi diritti di prelazione.

Compiuto lo stato di graduazione, il Notaio ne dà avviso con raccomandata ai creditori e legatari di cui è noto il domicilio o la residenza, e provvede alla pubblicazione di un estratto dello stato nella Gazzetta Ufficiale.

Trascorsi senza reclami trenta giorni dalla data di questa pubblicazione, lo stato di graduazione diviene definitivo.

Divenuto definitivo lo stato di graduazione o passata in giudicato la sentenza che pronunzia sui reclami, l’erede deve soddisfare i creditori e i legatari in conformità dello stato medesimo.

I creditori e i legatari che non si sono presentati hanno azione contro l’erede solo nei limiti della somma che residua dopo il pagamento dei creditori e dei legatari collocati nello stato di graduazione.

Questa azione si prescrive in tre anni dal giorno in cui lo stato è divenuto definitivo o è passata in giudicato la sentenza che ha pronunziato sui reclami, salvo che il credito sia anteriormente prescritto.

DiMatteo Bertocchi

Responsabilità aggravata per l’ipoteca “eccessiva”

L’iscrizione di un ipoteca su immobili aventi un valore eccessivo rispetto all’ammontare del credito, costituisce abuso degli strumenti processuali e come tale può essere sanzionato ai sensi dell’art. 96 c.p.c.

Questo è l’assunto di una recente sentenza del Tribunale di Siena.

Nel caso in esame, il Giudice statuisce che è ascrivibile in capo al creditore, la responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c., che “…non ha usato la normale diligenza nell’iscrivere ipoteca sui cespiti immobiliari per un valore proporzionato, rispetto al credito garantito, secondo i parametri individuati nella legge (artt. 2875 e 2876 cc), così ponendo in essere, mediante l’eccedenza del valore dei beni rispetto alla cautela, un abuso del diritto della garanzia patrimoniale in danno del debitore” e lo condanna al risarcimento della somma di € 300.000.

Risulta interessante l’argomentazione del Giudice di merito, anche alla luce della lettura dell’art. 2872 c.c., il quale, al primo comma, stabilisce che “la riduzione delle ipoteche si opera riducendo la somma per la quale è stata presa l’iscrizione o restringendo l’iscrizione a una parte soltanto dei beni“, inserendo nella disciplina dell’ipoteca un intrinseco principio di proporzionalità che deve essere rispettato dal creditore, pena l’azione di riduzione e, come avvenuto nel caso in esame, l’eventuale condanna per responsabilità processuale aggravata.

Sentenza del Tribunale di Siena n. 1034-18

DiSara Riva

Assegno divorzile e convivenza del coniuge beneficiario

L’obbligo di corrispondere l’assegno divorzile all’ex coniuge, che ha intrapreso una nuova convivenza more uxorio, connotata da caratteri di stabilità e continuità, non resta più sospeso, nell’attesa di riprendere vigore nell’eventuale ipotesi di fallimento della nuova unione, ma cessa definitivamente.

In tal senso si è pronunciata la Cassazione con sentenza n. 6855/2015, che muta l’orientamento precedente (Cass. 17195/2011) in materia di assegno divorzile.

Ora il coniuge obbligato non dovrà più corrispondere alcunché al beneficiario, se questi ha scelto volontariamente di ricostruirsi una nuova famiglia.

Con recente ordinanza  (Cass. Ord. n. 25528/16) la Suprema Corte ha altresì enunciato come, ai fini della cessazione della corresponsione dell’assegno divorzile, non possa rilevare la condizione di disoccupazione del nuovo convivente.

Colui che crea con altri una nuova famiglia, seppur di fatto, con tutti i connotati tipici sul piano affettivo ed economico, tanto più se suggellata dalla nascita di un figlio, in virtù del principio di auto responsabilità, accetta la rinunzia al sostentamento da parte del precedente legittimo partner, ben potendo fare affidamento su altre risorse spirituali ed economiche derivanti dalla nuova unione di fatto assumendosi il rischio che da tale rapporto potrebbe non ricevere sufficienti risorse economiche necessarie al proprio sostentamento.

Scegliendo, infatti, di recedere ogni legame con il precedente rapporto matrimoniale e venendo pertanto meno ogni vincolo solidaristico post matrimoniale tra gli ex coniugi, non è corretto, secondo la Corte, che l’obbligato si faccia carico e provveda al mantenimento della nuova famiglia.

Pertanto l’esclusione di ogni residua solidarietà successivamente alla cessazione o allo scioglimento del vincolo con l’ex coniuge e l’esonero definitivo dall’obbligo di corrispondere l’assegno divorzile, opera indubbiamente anche qualora il nuovo compagno con cui si instaura una convivenza more uxorio sia disoccupato.

Se così non fosse l’assegno non svolgerebbe più una funzione assistenziale, ossia di giusto contributo al sostentamento del beneficiario in rapporto al pregresso tenore di vita, ma si configurerebbe quale mera fonte di reddito per il beneficiario.

DiMatteo Bertocchi

Il pagamento di un debito ereditario non implica l’accettazione tacita

Il pagamento del debito del “de cuius” che il chiamato effettua con denaro proprio non è un atto dispositivo e comunque suscettibile di menomare la consistenza dell’asse ereditario, ovvero tale che solo l’erede ha il diritto di compiere (Cass. 26-3-1965 n. 497), avuto riguardo all’art. 1180 c.c., che legittima qualsiasi terzo all’adempimento del debito altrui (Cass. 9-11-1974 n. 3492)“. (Cass. 14666-12)

Questa rilevante pronunzia fa luce sull’istituto dell’accettazione tacita dell’eredità, previsto dall’art. 476 c.c., che prevede che il chiamato all’eredità che compia un “un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede” accetta tacitamente l’eredità stessa.

Rilevante è la previsione “che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede“.

Per tale ragione, il pagamento di un debito ereditario, con danaro proprio, non implica tacita accettazione dell’eredità stessa, ben potendo chiunque adempiere ad un’obbligazione altrui, ai sensi dell’art. 1180 c.c., che prevede che “L’obbligazione può essere adempiuta da un terzo, anche contro la volontà del creditore, se questi non ha interesse a che il debitore esegua personalmente la prestazione“.

DiMatteo Bertocchi

Pignoramento dei beni del trust

Recentemente la Suprema Corte si è trovata ad affrontare la questione di un pignoramento effettuato nei confronti di un trust, in persona del legale rappresentante (Cass. civ. Sez. III, Sent., 27-01-2017, n. 2043).

Nel caso di specie si trattava di pignoramento immobiliare di immobile, su cui gravava ipoteca in favore del creditore procedente, successivamente conferito in un trust.

La Cassazione ha ribadito l’inesistenza giuridica del soggetto nei confronti del quale il pignoramento era stato eseguito (il trust).

Infatti, il trust non ha personalità giuridica ma esiste quale semplice insieme di beni e rapporti destinati ad un fine determinato, nell’interesse di uno o più beneficiari, formalmente intestati al trustee.

Di conseguenza, è il trustee l’unica soggetto di riferimento nei confronti di terzi, non quale legale rappresentante ma quale soggetto che dispone del diritto sui beni facenti parte del trust.

Da ciò discende che i beni conferiti nel trust possano essere pignorati, eseguendo un pignoramento nei confronti del trustee.

DiMatteo Bertocchi

Restituzione di danaro

Chi richiede la restituzione di danaro prestato deve dare prova degli elementi costitutivi del contratto di mutuo: la consegna del danaro ed anche il titolo della stessa. In tal senso la recente sentenza della Cassazione n. 22576 del 7 novembre 2016

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 7 novembre 2016, n. 22576 – Pres. Mazzacane – Rel. Correnti
Svolgimento del processo
Con atto di citazione notificato il 19 giugno 2003 A.T. conveniva in giudizio E.A. davanti al Tribunale di Gorizia per sentirlo condannare alla restituzione della somma di € 22.040,00 che essa, nel corso di una relazione sentimentale durata quattro anni, gli aveva prestato in più occasioni per pagare i suoi debiti.
In subordine, l’attrice chiedeva che fosse riconosciuto l’arricchimento senza causa del convenuto.
Si costituiva in giudizio E.A., il quale eccepiva l’intervenuta prescrizione del diritto di controparte e, comunque, chiedeva il rigetto della sua domanda.
Il Tribunale di Gorizia, con sentenza n. 229/08, rigettava le domande attrici.
A.T. appellava la sentenza, chiedendone la riforma.
La Corte di Appello di Trieste, nella resistenza dell’appellato, con sentenza n. 460/11, rigettava l’impugnazione osservando che, indipendentemente dalla qualificazione data al rapporto dal primo giudice, era onere dell’attrice provare la conclusione di un contratto di mutuo con obbligo di restituzione.
Avverso la indicata sentenza della Corte di Appello di Trieste ha proposto ricorso per cassazione A.T., articolandolo su tre motivi, illustrati da memoria mentre E.A. non ha svolto difese.
Motivi della decisione 1. Con il primo motivo A.T. lamenta l’omessa pronuncia in ordine al primo motivo di appello, concernente l’insussistenza di una donazione indiretta per mancanza dell’animus donandi, e la motivazione omessa od insufficiente sul punto. In particolare, la corte territoriale non aveva esaminato, a suo avviso, il suddetto motivo di gravame, né aveva motivato quanto alla natura del rapporto intercorso fra le parti.
La censura è infondata.
La sentenza ha statuito che, a prescindere dalla qualificazione del rapporto, spettava all’attrice la prova del conti-atto di mutuo. In ogni caso per Cass n. 17050 del 28/07/2014 la parte che chieda la restituzione di somme date a mutuo è tenuta a provare, oltre alla consegna, anche il titolo dal quale derivi l’obbligo di controparte alla restituzione, purchè l’attore fondi la domanda su un particolare contratto, senza formulare neppure in subordine una domanda volta a porre in questione il diritto della controparte di trattenere la somma ricevuta, ferma restando, la necessità che il rigetto della domanda di restituzione sia argomentato con cautela, tenendo conto della natura del rapporto e delle circostanze del caso, idonee a giustificare che una parte trattenga senza causa il denaro indiscutibilmente ricevuto dall’altra.
Con il secondo motivo la ricorrente contesta la violazione e falsa applicazione dell’articolo 2041 c.c., in quanto la corte territoriale aveva errato nel tenere conto che, se non ricorreva, nella specie, un trasferimento di denaro per spirito di liberalità, l’azione di arricchimento indebito doveva essere accolta, non potendosi considerare il dedotto arricchimento avvenuto con la di lei volontà.
La censura è infondata avendo la Corte statuito essere pacifico che le somme vennero date volontariamente nell’ambito di una relazione sentimentale.
Con il terzo motivo A.T. lamenta la motivazione illogica e contraddittoria della sentenza, nella parte in cui il quarto motivo di appello era stato dichiarato assorbito, poiché se l’azione di arricchimento era proponibile diveniva necessario anche accertarne l’ammontare.
La censura è infondata in quanto correttamente il quarto motivo di appello è stato considerato assorbito.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso.

DiMatteo Bertocchi

Revisione dell’assegno divorzile per pensionamento

La c.d. Legge divorzile consente la revisione, in camera di consiglio, delle disposizioni relative ai contributi a favore dei coniugi (e della prole) contenute nella sentenza di divorzio.

Quanto alla competenza per territorio, è prevista la competenza anche del giudice del luogo di esecuzione dell’obbligazione.
Nel senso che la domanda di revisione dell’assegno può proporsi innanzi al giudice del luogo in cui il convenuto ha la residenza o il domicilio, nonché del luogo in cui l’obbligazione deve essere eseguita, ma non dove è sorta (v. T. Firenze, 3.5.2006).

In camera di consiglio, secondo le regole di cui agli artt. 737 ss. c.p.c. Il provvedimento emanato ai sensi dell’art. 9, 1° co., ha forma di decreto motivato, reclamabile in Corte d’Appello entro 10 giorni.

A proposito dello svolgimento dell’attività istruttoria, nessuna specifica disposizione è dettata nell’art. 9, 1° co.

Sono ritenuti applicabili al giudizio di revisione l’art. 5, 9° co. (circa l’obbligo dei coniugi di presentare la dichiarazione personale dei redditi e la possibilità del giudice di disporre indagini sui redditi, patrimoni e tenore di vita dei coniugi, valendosi della polizia tributaria) e l’art. 6, 9° co. (che consente al giudice nell’emanazione del provvedimento relativo all’affidamento ed al contributo per il mantenimento della prole sia di discostarsi dalle richieste delle parti, sia di assumere prove d’ufficio) (C. civ., Sez. I, 21.6.2000, n. 8417; C. civ., Sez. I, 3.7.1996, n. 6087).

Si ritiene che l’utilizzo dei poteri istruttori d’ufficio rientri nella discrezionalità del giudice, il quale dovrà verificare se le risultanze istruttorie presenti (applicando anche il principio di acquisizione processuale) siano sufficienti a valutare la situazione patrimoniale delle parti (C. civ., Sez. I, 21.5.2002, n. 7435).

Solo in caso negativo vi è obbligo di disporre accertamenti d’ufficio, avvalendocisi anche della polizia tributaria (C. civ., Sez. I, 21.6.2000, n. 8417).

Rimane vigente, nel giudizio di revisione, il principio dell’onere della prova di cui all’art. 2697 c.c., nonostante la sussistenza di incisivi di poteri istruttori d’ufficio.

Presupposto per la modifica del primo provvedimento è il sopravvenire di giustificati motivi dopo la sentenza di divorzio.

Ai fini della modifica dell’assegno a favore di un coniuge risulta esclusa una nuova determinazione di esso ai sensi dell’art. 5, dovendosi invece valutare le variazioni patrimoniali nel frattempo verificatesi (C. civ., Sez. I, 6.10.2011, n. 20507; C. civ., Sez. I, 26.11.1998, n. 12010); la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento dell’assegno può essere presa in considerazione solo dopo l’accertamento delle nuove circostanze (C. civ., Sez. I, 24.9.2002, n. 13863).

Si è affermato che non è sufficiente il semplice incremento o decremento patrimoniale, essendo invece comunque necessario effettuare una valutazione comparativa della situazione economica dei coniugi, dovendosi tramite l’assegno mantenere a favore del titolare il tenore di vita garantito dall’art. 5 (C. civ., Sez. I, 23.8.2006, n. 18367; C. civ., Sez. I, 27.9.2002, n. 14004; C. civ., Sez. I, 28.1.2000, n. 958; C. civ., Sez. I, 29.8.1998, n. 8654).

In tema di revisione dell’assegno di divorzio, la sopravvenuta diminuzione dei redditi da occupazione lavorativa dell’obbligato (per il collocamento in pensione), è suscettibile di assumere rilievo, quale possibile giustificato motivo di riduzione o soppressione dell’assegno, ai sensi dell’art. 9 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, nel quadro di una rinnovata valutazione comparativa della situazione economica delle parti ed in quanto risulti oggettivamente idonea ad alterare l’equilibrio già determinato al momento della pronuncia di divorzio” (Cass. civ., sez. I, 15 aprile 2011, n. 8754).

L’istanza di modifica / revoca è presentabile sulla scorta del pensionamento e, quindi, della riduzione della capacità reddituale. È indispensabile, comunque una preventiva valutazione comparativa delle capacità reddituali e patrimoniali degli ex coniugi sia al momento del divorzio che al momento della richiesta di revisione dei provvedimenti.

DiMatteo Bertocchi

Espropriazione di beni e donazione

Il D.L. 83 del 27 giugno 2015, ha introdotto nel Codice civile, l’art. 2929 bis, che prevede, al primo comma, che “il creditore che sia pregiudicato da un atto del debitore, di costituzione di vincolo di indisponibilità o di alienazione, che ha per oggetto beni immobili o mobili iscritti in pubblici registri, compiuto a titolo gratuito successivamente al sorgere del credito, può procedere, munito di titolo esecutivo, a esecuzione forzata, ancorché non abbia preventivamente ottenuto sentenza dichiarativa di inefficacia, se trascrive il pignoramento nel termine di un anno dalla data in cui l’atto è stato trascritto. La disposizione di cui al presente comma si applica anche al creditore anteriore che, entro un anno dalla trascrizione dell’atto pregiudizievole, interviene nell’esecuzione da altri promossa“.

L’intento della norma in esame è quello di rafforzare la tutela del creditore pregiudicato da un atto del suo debitore, su beni immobili o mobili registrati, dopo il sorgere del credito.

Viene infatti offerta al creditore la possibilità di procedere direttamente ad esecuzione forzata, senza necessità di ottenere, tramite un’azione revocatoria, la declaratoria di inefficacia dell’atto pregiudizievole.

Poniamo in seguente esempio: un debitore, proprietario unicamente di un immobile, lo dona ad un terzo, per evitare di vederselo pignorato dal proprio creditore. Prima dell’introduzione della norma in esame, il creditore avrebbe dovuto esperire un’azione revocatoria perché venisse dichiarata l’inefficacia della donazione. Oggi, il creditore, se munito di titolo esecutivo, può agire direttamente pignorando il bene donato al terzo.

Tale innovazione legislativa da un lato pone ulteriori problemi in ordine alla effettiva efficacia dell’atto di donazione e dell’atto a titolo gratuito in genere, dall’altro vorrebbe tendere a consentire una più rapida tutela al creditore “frodato“.

In primo luogo è possibile evidenziare una sorta di inversione dell’onere della prova.
Mentre prima il creditore doveva dimostrare, in sede di revocatoria, il danno patito e quindi ottenere la conseguenziale declaratoria di inefficacia relativa dell’atto posto in essere, ora, invece, il creditore può direttamente agire in esecuzione, alla sola condizione di disporre di un titolo esecutivo, senza dover dimostrare il danno patito, e alla ulteriore condizione di trascrivere il pignoramento nel termine di un anno dalla trascrizione dell’atto lesivo.

Ad una seconda analisi, emerge la rilevante portata della norma.
Appare evidente che l’azione possa essere esperita sicuramente nei confronti del beneficiario dell’atto lesivo (terzo che riceve in donazione); inoltre, nulla impedisce che, qualora il donatario avesse nel frattempo alienato il bene a terzi, il creditore possa agire, anche nei confronti degli ulteriori terzi che ricevevano il bene dall’originario donatario).

DiMatteo Bertocchi

Mancata dichiarazione del terzo nel pignoramento

L’art. 548 c.p.c. prevede che: “Se il pignoramento riguarda i crediti di cui all’articolo 545, terzo e quarto comma, quando il terzo non compare all’udienza stabilita, il credito pignorato, nei termini indicati dal creditore, si considera non contestato ai fini del procedimento in corso e dell’esecuzione fondata sul provvedimento di assegnazione, e il giudice provvede a norma degli articoli 552 o 553.
Quando all’udienza il creditore dichiara di non aver ricevuto la dichiarazione, il giudice, con ordinanza, fissa un’udienza successiva. L’ordinanza è notificata al terzo almeno dieci giorni prima della nuova udienza. Se questi non compare alla nuova udienza o, comparendo, rifiuta di fare la dichiarazione, il credito pignorato o il possesso del bene di appartenenza del debitore, nei termini indicati dal creditore, si considera non contestato ai fini del procedimento in corso e dell’esecuzione fondata sul provvedimento di assegnazione e il giudice provvede a norma degli articoli 552 o 5533.
Il terzo può impugnare nelle forme e nei termini di cui all’articolo 617, primo comma, l’ordinanza di assegnazione di crediti adottata a norma del presente articolo, se prova di non averne avuto tempestiva conoscenza per irregolarità della notificazione o per caso fortuito o forza maggiore.

A decorrere dal 1.1.2013, l’art. 548 è stato integralmente sostituito, con l’intento di rendere più celere e snello il procedimento per l’accertamento dell’obbligo del terzo nella procedura di pignoramento presso terzi.

Con tale procedura, il creditore, una volta individuati i debitori del suo debitore, può richiedere a costoro il pagamento del suo credito.

I terzi (debitores debitori) saranno chiamati a rendere dichiarazione circa l’esistenza e la sussistenza del loro debito nei confronti del debitore esecutato.

Prima della riforma il silenzio del terzo impediva il perfezionamento del pignoramento, ora vale come riconoscimento della debenza delle somme indicate dal creditore.

La novellata disposizione, infatti, prevede una ficta confessio: se il terzo non rende la dichiarazione e non compare all’udienza stabilita, il credito pignorato si considera non contestato.

Il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi, previsto dall’ultimo comma dell’art. 548 c.p.c., sembra essere ammesso solo per i casi in cui vi sia stato un vizio della notificazione del pignoramento al terzo.

Il significato della disposizione di cui al primo comma sembra essere anche quello di “relativizzare” il credito o la cosa oggetto dell’espropriazione presso terzi.
Il riconoscimento conseguente al c.d. silenzio assenso, infatti, pare operare in maniera del tutto indipendente dall’effettiva situazione debitoria del terzo.

Tale conclusione sembra confermata da due dati.

In primis, dal fatto che l’accertamento dell’obbligo del terzo avviene solo incidenter tantum, non venendo più in discussione l’effettiva situazione dei rapporti tra il debitore esecutato e il terzo.

Inoltre, la seconda parte della disposizione in esame attribuisce alla non contestazione una valenza che supera i limiti del procedimento in cui è avvenuta, con riferimento alla “esecuzione fondata sul provvedimento di assegnazione“.

Con tale previsione, il legislatore afferma che gli effetti della non contestazione si proiettano anche nell’eventuale processo esecutivo promosso in forza dell’ordinanza di assegnazione contro il terzo.

Tali conclusioni trovano ulteriore conferma nella previsione di cui all’ultimo comma dell’art. 548 c.p.c.

La disposizione in questione si riferisce alla mancata conoscenza, da parte del terzo, del pignoramento introduttivo del processo in cui lo stesso è chiamato a rendere la sua dichiarazione o alla comunicazione dell’udienza fissata ai sensi dell’art. 548, 3° e 4° comma, c.p.c.

La finalità di tale previsione è quella di sanzionare ulteriormente il terzo per avere omesso di rendere la propria dichiarazione.

Da ciò, infatti, deriva che quanto affermato dal creditore procedente non sia contestato, con il conseguente riconoscimento del credito e l’assegnazione dello stesso.

Inoltre, tale riconoscimento presunto non può più essere messo in discussione, giacché realizzato in un procedimento cui il terzo avrebbe potuto/dovuto partecipare.