Iscrizione nel Registro delle imprese delle start-up innovative

Le start up innovative possono essere iscritte nella sezione speciale del Registro delle imprese se l’oggetto sociale non è manifestamente carente dei requisiti dell’innovatività e dell’alto valore tecnologico” (Tribunale di Torino, decreto 10 febbraio 2017)

Il D.L. 179/12 ha introdotto la disciplina delle start-up innovative.

Per poter essere definita start up innovativa la società deve possedere determinati requisiti, fra i quali l’oggetto sociale, esclusivo o prevalente, riguardante lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico.

Tali società, per poter usufruire delle agevolazioni fiscali previste dalla Legge, devono essere iscritte nella sezione speciale del Registro delle imprese riservata alle start-up innovative.

La norma sopra indicata, all’art. 25, prevede che “la start-up innovativa è automaticamente iscritta alla sezione speciale del registro delle imprese di cui al comma 8, a seguito della compilazione e presentazione della domanda in formato elettronico“.

Se, quindi, sono rispettati i requisiti formali previsti dalla Legge, l’iscrizione è automatica.

L’unico caso in cui l’Ufficio del Registro potrebbe negare l’iscrizione sarebbe quello in cui l’attività che la società si prefigge di svolgere sia manifestamente priva delle caratteristiche dell’innovatività e dell’alto valore tecnologico.

Arbitrato societario e scioglimento della società

È recente la pronuncia del Tribunale di Milano (Trib. Milano, sez. Impresa, n. 2045 del 20.02.2017) intervenuta in merito ad una controversia insorta tra due soci di una società farmaceutica, in seguito al ricorso formulato da uno di essi al fine di accertare l’impossibilità per la società stessa di raggiungere l’oggetto sociale e conseguentemente dichiarare lo scioglimento della società.

Il resistente si costituiva eccependo l’incompetenza del Tribunale adito, stante l’esistenza di una clausola compromissoria all’interno del contratto sociale, con la quale si stabiliva che in caso di insorgenza di controversie relative circa l’interpretazione l’esecuzione o le sorti del suddetto contratto, le stesse dovessero essere devolute ad un arbitro.

L’art. 34 del D.Lgs 5/03 (al pari di quanto previsto all’art. 806, comma 1, c.p.c.), stabilisce che possono essere devolute ad arbitri unicamente le liti avente ad oggetto diritti disponibili (Cass. Ord. n. 21422/2016).

Pertanto, qualora la controversia riguardi diritti indisponibili, ossia diritti che non soddisfino unicamente l’interesse del titolare, ma che abbiano anche una rilevanza pubblica, dovranno essere risolti di fronte al Tribunale.

Il Tribunale di Milano, nel caso in esame, ha fatto proprio l’indirizzo giurisprudenziale maggioritario sostenendo come “le cause di scioglimento di una società, non riguardino solo gli interessi dei soci, di per sé disponibili, ma piuttosto l’interesse al mantenimento in vita della società, riferibile anche ai terzi e pertanto indisponibile” e che pertanto le stesse non possano essere decise con un procedimento arbitrale

Tale principio può trovare applicazione anche per la società di persone, la quale costituisce, sia sotto l’aspetto sostanziale che procedurale, un centro autonomo di rapporti intersoggettivi diversi e distinti da quelli facenti capo al singolo socio.

Esclusione del socio di s.r.l.

L’atto costitutivo può prevedere specifiche ipotesi di esclusione per giusta causa del socio. In tal caso si applicano le disposizioni del precedente articolo, esclusa la possibilità del rimborso della partecipazione mediante riduzione del capitale sociale.” (art. 2473bis c.c.).

La disciplina dell’esclusione del socio lascia intravedere come la volontà del legislatore della riforma del 2003 fosse improntata all’introduzione di accentuati tratti personalistici nella Società a responsabilità limitata. La riforma ha infatti grandemente accresciuto l’autonomia statutaria nei rapporti endosocietari.

Secondo la previsione dell’art. 2473 bis c.c., i soci sono liberi di prevedere, nell’atto costitutivo, specifiche ipotesi di esclusione del socio, per giusta causa.

La causa di esclusione potrà consistere sia in una circostanza oggettiva, sia in una condizione suscettibile di valutazione discrezionale.

Devono comunque essere individuate situazioni che non consentono la prosecuzione della partecipazione del socio alla società, quali gravi violazioni dei doveri sociali o dell’affectio societatis che deve caratterizzare il rapporto tra soci.

La giusta causa di esclusione va valutata in modo specifico, in modo che sia considerata in relazione alla singola organizzazione sociale ed alle sue esigenze.

Non è quindi più la Legge in astratto, bensì l’autonomia privata, a prevedere, per ogni singola società, quali debbano essere i motivi che giustificano l’espulsione del socio. 

Società di mero godimento di beni

In ambito societario, la Giurisprudenza è discorde sul considerare l’oggetto sociale del mero godimento dei beni alla stregua di attività economica, e quindi finalizzata alla produzione di utili, ovvero di mera conservazione del bene comune.

Recentemente, tuttavia, con provvedimento del Giudice del Registro delle Imprese di Roma dell’8 novembre 2016, l’attività di gestione dei beni, anche ove svolta con modalità e caratteristiche non commerciali, è stata considerata tra quelle esercitabili in forma societaria.

Difatti, ai sensi dell’art. 2247 c.c., “Con il contratto di società due o più persone conferiscono beni o servizi per l’esercizio in comune di una attività economica allo scopo di dividerne gli utili“. Ciò implica che l’attività esercitata in forma societaria debba avere natura economica e non necessariamente commerciale.

Quindi, “la società che svolge mera attività di gestione di immobili pone in essere un’attività economica diretta a ricavare maggiori utili da una più razionale gestione dei beni comuni, mediante la creazione di un’apposita organizzazione, per la quale è utilizzabile la forma societaria della società semplice, trattandosi di attività diversa da quella commerciale“.

Regole processuali in materia di proprietà industriale

Il processo tramite il quale vengono regolati i conflitti in materia di proprietà industriale è un processo civile a rito ordinario avente ad oggetto principalmente la violazione dei diritti di privativa, come contraffazione e usurpazione, ovvero la contestazione di validità dei titoli dai quali tali diritti discendono.

Sebbene nel 2005 si decidesse di estendere al settore industriale, per motivi di celerità ed efficienza, il modello processuale societario, la Suprema Corte stabiliva, con sentenza n. 170 del 17 maggio 2007, la non applicabilità delle regole del rito societario al settore della proprietà industriale.

La suprema Corte ha così dichiarato la parziale incostituzionalità dell’art. 134 del Codice della proprietà industriale nella parte in cui stabilisce che nei procedimenti giudiziari in materia di proprietà industriale e di concorrenza sleale interferente, la cui cognizione è affidata alle sezioni specializzate istituite con il d. lgs. n. 168/2003, si applichino le norme dettate per il rito societario.

Il procedimento si apre, parallelamente a quanto previsto per il civile, con la proposta di domanda giudiziale comunicata alla controparte mediante citazione, contenente la determinazione dell’oggetto, l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto con le relative conclusioni e i mezzi di prova di cui intende valersi.

Una volta accertata la violazione da parte del Giudice, questi può condannare la parte soccombente oltre al risarcimento del danno ad una serie di sanzioni civili.

Il risarcimento del danno dovrà essere liquidato secondo le disposizioni del Codice civile (Artt. 1223, 1226, 1227), nonché tenendo conto degli utili realizzati in violazione del diritto e dei compensi che l’autore della violazione avrebbe dovuto pagare qualora avesse ottenuto licenza dal titolare del diritto,

Le sanzioni, invece, svolgono una funzione deterrente affinché la violazione non venga più riproposta e possono consistere in:

  • inibitoria della fabbricazione, del commercio e dell’uso di quanto costituisce oggetto di violazione con possibilità del pagamento di una somma prestabilita per ogni violazione successiva all’inibitoria o per ogni ritardo nell’adempimento;
  • distruzione di tutte le cose oggetto di violazione, se tale distruzione non sia di pregiudizio all’economia nazionale;
  • assegnazione in proprietà al titolare del diritto degli oggetti importati e venduti in violazione dei diritti di privativa, nonché dei mezzi necessari alla loro produzione, a fronte del pagamento di una cifra che, se non verrà decisa di comune accordo tra le parti, sarà stabilito dal Giudice dell’esecuzione;
  • pubblicazione della sentenza per estratto o per intero a spese del soccombente.

Ovviamente, come nel procedimento civile, colui che si ritiene leso nel proprio diritto di privativa ha la possibilità di ottenere una serie di provvedimenti di natura cautelare, quali il sequestro dei beni che costituiscano violazione di tale diritto, nonché dei mezzi abilitati alla produzione dei medesimi e l’inibitoria già descritta prima tra le sanzioni civili accessorie.

Oltre ed indipendentemente dai provvedimenti sopra descritti sono previste sanzioni penali e amministrative.

Limiti al diritto di controllo del socio

I soci che non partecipano all’amministrazione hanno diritto di avere dagli amministratori notizie sullo svolgimento degli affari sociali e di consultare, anche tramite professionisti di loro fiducia, i libri sociali ed i documenti relativi all’amministrazione” (Art. 2476 c.c.)

Mediante l’esercizio del diritto di controllo il socio può accertare le modalità di gestione della società e decidere, eventualmente, di esercitare l’azione di responsabilità.

Tuttavia tale diritto può essere legittimamente limitato, allorquando la società abbia fondato timore che il socio possa effettuare un utilizzo pregiudizievole per la società della documentazione di cui ha chiesto l’esibizione.

In primo luogo si può ritenere la sussistenza di specifici limiti al diritto di accesso del socio, rappresentati dal segreto aziendale tutelato dagli artt. 98 e 99 del Codice della Proprietà Industriale o dalla presenza di clausole contrattuali che contemplino obblighi di riservatezza o ancora dai contratti aventi ad oggetto il know-how
aziendale, ritenuti naturalmente rientrare nell’ambito della tutela del segreto aziendale.

Oltre a a ciò, potrà essere previsto il mascheramento dei dati sensibili e, in particolare, dei nominativi di clienti e fornitori, allorché ciò possa essere giustificato da esigenze di riservatezza fatte valere dalla società.

Infine va rilevato che il “diritto di controllo deve essere esercitato nel rispetto dei canoni della buona fede e della correttezza dovendosi considerare abuso di diritto una richiesta continua, tale da concretizzarsi in una condotta ostruzionistica“. (Trib. Palermo, 9 agosto 2016)

Arbitrato endosocietario

La Suprema Corte di Cassazione, con l’ordinanza 21422 del 24/10/2016, precisa che nell’arbitrato societario, per la risoluzione delle controversie tra soci o tra soci e società, l’applicazione dell’art. 34 D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 5 è inderogabile.

Art. 34 D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 5:


  1. Gli atti costitutivi delle società, ad eccezione di quelle che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio a norma dell’ articolo 2325-bis del codice civile, possono, mediante clausole compromissorie, prevedere la devoluzione ad arbitri di alcune ovvero di tutte le controversie insorgenti tra i soci ovvero tra i soci e la società che abbiano ad oggetto diritti disponibili relativi al rapporto sociale.
  2. La clausola deve prevedere il numero e le modalità di nomina degli arbitri, conferendo in ogni caso, a pena di nullità, il potere di nomina di tutti gli arbitri a soggetto estraneo alla società. Ove il soggetto designato non provveda, la nomina è richiesta al presidente del tribunale del luogo in cui la società ha la sede legale.
  3. La clausola è vincolante per la società e per tutti i soci, inclusi coloro la cui qualità di socio è oggetto della controversia.
  4. Gli atti costitutivi possono prevedere che la clausola abbia ad oggetto controversie promosse da amministratori, liquidatori e sindaci ovvero nei loro confronti e, in tale caso, essa, a seguito dell’accettazione dell’incarico, è vincolante per costoro.
  5. Non possono essere oggetto di clausola compromissoria le controversie nelle quali la legge preveda l’intervento obbligatorio del pubblico ministero.
  6. Le modifiche dell’atto costitutivo, introduttive o soppressive di clausole compromissorie, devono essere approvate dai soci che rappresentino almeno i due terzi del capitale sociale. I soci assenti o dissenzienti possono, entro i successivi novanta giorni, esercitare il diritto di recesso.


In particolare la Suprema Corte ribadisce che la clausola compromissoria che stabilisce che la nomina del Collegio Arbitrale sia rimessa alla scelta delle parti è nulla.

Infatti, il comma 2 della norma precedentemente citata stabilisce che la nomina degli arbitri debba essere affidata ad un soggetto estraneo alla società.

Non potrà essere valida, quindi, una clausola compromissoria standard che preveda che l’arbitro “dev’essere scelto di comune accordo fra le parti, o, in caso di disaccordo, dal Presidente del Tribunale ad istanza della parte più diligente

Oltretutto, come già esposto, sono nulle anche le clausole che prevedono la nomina degli arbitri da soggetti interni, contenute in Statuti societari antecedenti all’entrata in vigore della norma in esame.

Non resta pertanto che rilevare la nullità della clausola compromissoria, per violazione dell’art. 34, comma 2, cit., non assumendo alcun rilievo, a tal fine, la circostanza che tale clausola risalga ad epoca anteriore a quella dell’entrata in vigore della predetta disposizione, essendo contenuta nello statuto di una società costituita con atto del 16 aprile 1996: questa Corte ha infatti affermato che l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 34, comma 2, nella parte in cui dispone che il potere di nomina di tutti gli arbitri dev’essere necessariamente conferito ad un terzo estraneo alla società, ha comportato la nullità sopravvenuta delle clausole compromissorie, anche per arbitrato irrituale, contenute negli statuti di società (ivi comprese quelle di persone), ove le stesse attribuissero il predetto potere in via principale alle parti e solo in caso di disaccordo al presidente del tribunale su ricorso della parte più diligente, e non siano state oggetto di adeguamento entro i termini di cui agli artt. 223-bis e 223-duodecies cod. civ. Non può infatti accettarsi la tesi del “doppio binario”, secondo cui l’arbitrato previsto dalle predette clausole si convertirebbe da arbitrato endosocietario in arbitrato di diritto comune, dal momento che la nullità comminata dall’art. 34 è volta garantire il principio di ordine pubblico dell’imparzialità della decisione. (cfr. Cass., Sez. 1, 28 luglio 2015, n. 15841: 17 febbraio 2014, n. 3665., Cass., Sez. 6, 10 ottobre 2012, n. 17287)”.

Technology Transfer

Il tech transfert o trasferimento tecnologico si compone di attività finalizzate a portare la conoscenza dalla ricerca al mercato.

Le conoscenze, tecnologie, metodi di produzione e prototipi creati da Università, governi e enti di ricerca pubblica e privata, vengono resi accessibili ad altri utenti che potranno così sfruttare le suddette tecnologie per sviluppare ulteriori progetti, servizi e applicazioni.

Il processo di trasferimento tecnologico include l’identificazione delle nuove tecnologie e la loro applicazione industriale, la protezione delle nuove tecnologie e attraverso il deposito di marchi, brevetti e copyright, la definizione e lo sviluppo di una strategia di marketing, il trasferimento delle tecnologie attraverso la cessione di diritti di sfruttamento dei trovati ad aziende esistenti o la creazione di nuove basate sugli stessi.

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Le modalità di azione del processo di trasferimento tecnologico possono essere distinte in due categorie: le forme “codificate” e le forme “tacite”.

Le prime comprendono gli strumenti legati alla tutela e valorizzazione della proprietà intellettuale, quindi alla brevettazione dei risultati della ricerca, al fine di incrementarne le potenzialità di sfruttamento e a contratti di licensing legati alla commercializzazione dei risultati di ricerca.

Tali attività sono indispensabili poiché i prodotti e le soluzioni tecnologiche messe a punto dalle strutture di ricerca scientifica si rivolgono solitamente a mercati di nicchia, caratterizzati da un’alta specializzazione e posizione preminente dei concorrenti, e nei quali è spesso critica la definizione del prezzo di mercato.

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Le forme tacite di trasferimento tecnologico, invece, riguardano le attività di marketing e di promozione dei risultati della ricerca, di informazione e divulgazione delle competenze scientifiche e dei relativi settori di applicazione industriale, al fine di attrarre con maggiore efficacia potenziali interessi del mondo produttivo e di garantire visibilità alla struttura.

Un impatto particolarmente significativo in termini di trasferimento tecnologico, è costituito dal supporto all’avvio dei cosiddetti spin off, ovvero realtà imprenditoriali caratterizzate dalla valorizzazione commerciale di risultati della ricerca scientifica e tecnologica.

Alle imprese spin off è riconosciuta una funzione fondamentale in tema di trasferimento tecnologico, in quanto consentono di inserire direttamente le realtà di ricerca nel tessuto produttivo e possiedono, con maggiore facilità rispetto alle imprese tradizionali, la capacità di assorbire le innovazioni messe a punto nei laboratori di ricerca.

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L’Unione Europea non è rimasta inerte di fronte a questi fenomeni di circolazione della conoscenza, anzi ha predisposto un regolamento ad hoc da applicarsi alle ipotesi in cui ci si trovi di fronte ad un c.d. accordo di trasferimento.

Infatti nell’aprile del 2014 è stato approvato il nuovo regolamento TTBER n. 316/2014 (Technology Transfer Block Exemption Regulation) che ha sostituito il precedente n. 772/2014, riguardante la possibile applicazione, al ricorrere di determinati requisiti, dell’art. 101 par. 3 del TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea) agli accordi sui trasferimenti di tecnologie.

Quest’ultimo articolo del TFUE prevede eventuali deroghe al principio secondo il quale non possono crearsi accordi e intese restrittive della concorrenza che trovano applicazione nelle ipotesi in cui tali accordi siano in grado di migliorare la distribuzione e la produzione dei prodotti, promuovano il progresso tecnico e lo sviluppo economico e i vantaggi derivanti dall’accordo ricadano sui consumatori; ovviamente tali limitazioni dovranno considerarsi indispensabili e non dovrà derivare una  eliminazione totale della libera concorrenza.

Il regolamento TTBER chiarisce che la sua applicabilità non esclude quella del Regolamento U.E. n. 330/2010 riguardante l’applicazione dell’art. 101 par. 3 TFUE agli Accordi Verticali e pratiche concordate, ove il contratto di trasferimento di diritti tecnologici contenga delle disposizioni concernenti le modalità con cui il licenziatario potrà distribuire i prodotti fabbricati utilizzando la tecnologia e i diritti di proprietà intellettuale licenziatigli.

Al contrario, il TTBER non deve applicarsi alle clausole in materia di licenza previste da accordi di ricerca e sviluppo o da accordi di specializzazione che ricadano nell’ambito di applicazione dei Regolamenti Ricerca e Sviluppo e Accordi di Specializzazione e ai contratti di licenza e riproduzione dei programmi software, o ai c.d. pacchetti tecnologici, ovvero contratti con i quali più parti costituiscono un pacchetto di tecnologie che vengono concessi in licenza a più imprese.

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Il regolamento TTBER si applica invece alle eventuali clausole contrattuali di un accordo di licenza che riguardino la fornitura al licenziante di materie prime, semilavorati e prodotti solo se e quando tali forniture siano direttamente connesse alla produzione o alla vendita dei prodotti fabbricati utilizzando i diritti tecnologici e alla licenza / trasferimento di marchi e diritti d’autore solo se e quando essi siano direttamente connessi con la produzione o alla vendita dei prodotti fabbricati utilizzando i diritti tecnologici licenziati.

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Dunque eventuali accordi di trasferimento di tecnologie tra due soggetti economici potranno non essere ritenuti lesivi della concorrenza, qualora, per mezzo degli stessi, si persegua un risultato da cui tragga vantaggio l’intera comunità economica.

 

(Immagine in evidenza © T for openphoto.net)

Tutela del know-how

L’espressione know how, inizialmente riferibile alla capacità pratica e conoscenza teorica necessaria per l’utilizzo di macchinari, tecnologie e impianti, è oggi riferibile anche alle regole di organizzazione imprenditoriale, la specifica modalità di commercializzazione dei prodotti e la tecnica di vendita degli stessi relativi, ossia tutto ciò che riguarda la gestione ottimale di un processo aziendale specifico.

Il valore di tali conoscenze sta sia nella novità o originalità delle stesse, sia nel modo in cui le vengono coordinate e armonizzate al fine di trarne risultati aziendali altrimenti non ottenibili.

Da ciò discende la necessità di tutelare tali conoscenze, quale frutto di anni di esperienza durante i quali una certa realtà aziendale ha messo a punto un metodo per il raggiungimento di un vantaggio competitivo rilevante all’interno dell’economia odierna caratterizzata da una  forte concorrenza, produttività e capacità commerciale.

Non appare quindi strano che la giurisprudenza si sia espressa stabilendo come la tutela dei diritti di privativa industriale e della correttezza professionale prevalgano sugli interessi di un ex dipendente di un’azienda ad utilizzare in un altro contesto lavorativo quanto appreso durante una esperienza lavorativa (Trib. Venezia 16.07.2015).

Il know how è tutelabile sia all’interno di rapporti specifici (con dipendenti, soci, collaboratori) sia nei confronti di ogni altro terzo (erga omnes).

Nel primo caso, qualora un soggetto detentore di un certo know-how decida di concedere anche ad altri di potere utilizzare le proprie conoscenze, il trasferimento avviene di regola con la stipula di un contratto di licenza,ossia un contratto atipico, con il quale una parte fornisce all’altra l’utilizzo del know how, a fronte del pagamento di un corrispettivo detto royalty e dell’impegno di non divulgare ad altri le informazioni ricevute.

Più complessa è la tematica che riguarda la tutela del know-how erga omnes.

Al riguardo, si riporta l’art. 98 del c.p.i..

Costituiscono oggetto di tutela le informazioni aziendali e le esperienze tecnico-industriali, comprese quelle commerciali, soggette al legittimo controllo del detentore, ove tali informazioni:

  • a) siano segrete, nel senso che non siano nel loro insieme o nella precisa configurazione e combinazione dei loro elementi generalmente note o facilmente accessibili agli esperti ed agli operatori del settore;
  • b) abbiano valore economico in quanto segrete;
  • c) siano sottoposte, da parte delle persone al cui legittimo controllo sono soggette, a misure da ritenersi ragionevolmente adeguate a mantenerle segrete.

Quest’ultimo aspetto necessita di specificazioni: qualora il detentore non si preoccupi di tenere riservate le informazioni che detiene e che gli garantirebbero un vantaggio economico, non si comprende perché l’ordinamento dovrebbe sostituirsi a lui fornendo la tutela; d’altra parte è bene chiarire che per “adeguatezza” delle misure di sicurezza delle informazioni ci si deve ricollegare ai concetti di “normale diligenza e prevedibilità”, valutati secondo circostanze, natura e stato della informazione da proteggere: non esiste una misura idonea a priori, ma bisogne verificare il caso concreto.

Le misure di tutela predisposte e da predisporre oltre ad essere dinamiche e capaci di adeguarsi al cambiamento, devono essere definite, sia in relazione ai comportamenti e agli strumenti materiali attuati a difesa delle informazioni segrete, sia con riferimento alle concrete modalità con cui il know-how viene fatto oggetto di circolazione quale bene giuridico.

A tale proposito, la necessità di gestire in modo razionale ed efficiente la propria attività ha condotto le imprese a dotarsi di sistemi informatici e telematici che rappresentano il mezzo principe attraverso le quali le informazioni segrete vengono conservate, elaborate ed aggiornate, tanto che la natura stessa delle informazioni segrete può dirsi spesso inesorabilmente legata a detti mezzi tecnici.

Nel caso di utilizzo illecito del know-how, accertata la sussistenza dei requisiti previsti e la violazione della normativa di riferimento, si configurerà una violazione di un vero e proprio diritto, per cui il titolare delle informazioni segrete potrà valersi delle forme di tutela repressiva mediante il ricorso alla Autorità Giudiziaria competente, ivi comprese eventuali azioni inibitorie dell’uso delle informazioni illecitamente acquisite.

Violazione del diritto d’autore

Il gestore di un esercizio commerciale che mette a disposizione della propria clientela, solo in via accessoria, la connessione a internet wi – fi, senza la previsione di alcuna registrazione non può essere considerato responsabile di alcuna violazione del diritto d’autore commessa dai propri clienti, né gli può essere inibita la prosecuzione della propria attività o imposta la predisposizione di un sistema di registrazione degli utenti.

 

Questo quanto esposto il 16 marzo scorso dall’Avvocato generale della COrte di Giustizia dell’Unione Europea, in relazione ad una causa (C- 484/14) pendente di fronte la Corte di Giustizia, che vedeva contrapposta la Sony Music Entertainment ed un commerciante tedesco, nel cui negozio, un utente della rete procedeva al download pirata di un’opera musicale di cui la Sony Entertainment deteneva i diritti.

 

La questione riguarda principalmente se, nel caso di specie, siano applicabili le limitazioni di responsabilità previste a favore di un prestatore intermediario a fronte di un’attività illecita iniziata da altri, così come previsto dalla Direttiva CE sul Commercio Elettronico (direttiva del 2000 n. 31).

Specificamente essa prevede che il prestatore intermediario di servizi non possa essere considerato responsabile qualora sussistano cumulativamente le seguenti condizioni: il soggetto non deve dare origine alla trasmissione, non deve selezionare il destinatario della trasmissione, né tanto meno deve selezionare né modificare le informazioni trasmesse.

Secondo l’Avvocato generale le condizioni per la limitazione della responsabilità sarebbero soddisfatte nel caso in esame, con la conseguenza che il commerciante non potrà essere considerato responsabile direttamente, né civilmente né sotto ogni altro aspetto, per la violazione del diritto di autore, né sarà soggetto passivo di eventuali pretese risarcitorie presentate dal titolare dei diritti lesi per le spese da quest’ultimo sostenute per la segnalazione della violazione e la richiesta di cessazione dell’illecito

 

Nonostante la direttiva preveda una limitazione di responsabilità a favore del prestatore di servizio di semplice trasporto, la stessa non lo tutelerebbe di fronte un’ingiunzione giudiziale la quale, se adottata dal giudice nazionale, dovrebbe garantire l’effettività e proporzionalità delle misure previste, che siano finalizzate effettivamente a porre fine o prevenire una certa violazione del diritto di esclusiva e non implichino invece alcun obbligo generale di sorveglianza.

Ultimo ma non meno importante, è necessario che le misure stesse siano il risultato di un bilanciamento operato fra i diversi interessi coinvolti ovvero quello di libertà di espressione, d’informazione e d’impresa e dall’altra il diritto di proprietà intellettuale o industriale.

 

Tuttavia, proseguiva l’Avvocato generale, la direttiva osta a qualsiasi ingiunzione nei confronti di un soggetto che gestisce, soltanto in via accessoria rispetto alla propria attività economica principale, una rete Wi-Fi aperta al pubblico, allorché, per conformarsi a essa, il destinatario dell’ingiunzione dovrebbe disattivare la connessione Internet o  proteggerla con una password o  ancora esaminare tutte le comunicazioni trasmesse mediante tale connessione al fine di verificare se l’opera di cui trattasi protetta dal diritto d’autore non sia di nuovo trasmessa illegalmente.

Ne deriva che non è legittimo nemmeno configurare una responsabilità indiretta del negoziante per non aver predisposto un sistema di protezione della propria connessione internet, né vi è alcuna possibilità di ingiungergli l’obbligo di prevedere tale sistema di registrazione.

 

L’onere di prevedere un sistema di registrazione e di preventiva identificazione, con la relativa conservazione dei dati di traffico di ognuno, è da considerarsi troppo gravoso e sproporzionato rispetto all’attività di un gestore del bar o di un analogo esercizio commerciale e contrario a quanto stabilito dal diritto dell’Unione, in merito all’esclusione della possibilità di porre in capo a chi si limita a fornire risorse di connettività qualunque genere di obbligo generale di sorveglianza al fine di prevenire l’utilizzazione illecita di opere musicali e audiovisive.