Responsabilità aggravata per l’ipoteca “eccessiva”

L’iscrizione di un ipoteca su immobili aventi un valore eccessivo rispetto all’ammontare del credito, costituisce abuso degli strumenti processuali e come tale può essere sanzionato ai sensi dell’art. 96 c.p.c.

Questo è l’assunto di una recente sentenza del Tribunale di Siena.

Nel caso in esame, il Giudice statuisce che è ascrivibile in capo al creditore, la responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c., che “…non ha usato la normale diligenza nell’iscrivere ipoteca sui cespiti immobiliari per un valore proporzionato, rispetto al credito garantito, secondo i parametri individuati nella legge (artt. 2875 e 2876 cc), così ponendo in essere, mediante l’eccedenza del valore dei beni rispetto alla cautela, un abuso del diritto della garanzia patrimoniale in danno del debitore” e lo condanna al risarcimento della somma di € 300.000.

Risulta interessante l’argomentazione del Giudice di merito, anche alla luce della lettura dell’art. 2872 c.c., il quale, al primo comma, stabilisce che “la riduzione delle ipoteche si opera riducendo la somma per la quale è stata presa l’iscrizione o restringendo l’iscrizione a una parte soltanto dei beni“, inserendo nella disciplina dell’ipoteca un intrinseco principio di proporzionalità che deve essere rispettato dal creditore, pena l’azione di riduzione e, come avvenuto nel caso in esame, l’eventuale condanna per responsabilità processuale aggravata.

Sentenza del Tribunale di Siena n. 1034-18

Rideterminazione del saldo del conto corrente

Il correntista, sin dal momento dell’annotazione sul conto corrente di un’addebito che ritiene illegittimo, può agire in giudizio per far dichiarare la nullità del titolo su cui quell’addebito si basa e, di conseguenza, per ottenere una rettifica in suo favore delle risultanze del conto stesso.

Ciò è possibile non solo al momento dell’estinzione del conto corrente, bensì anche in costanza di rapporto, posto l’intersse al ricalcolo dell’effettivo saldo, depurato degli addebiti nulli.

Ciò è quanto stabilito dall’ordinanza n. 21646/2018 della Cassazione civile.

Disciplina del marchio e del design: il c.d. cumulo delle tutele

Il marchio conferisce un diritto di esclusiva potenzialmente perpetuo su di un determinato segno, a condizione che quel diritto sia merceologicamente limitato, cioè il registrante individui una classe merceologica di prodotti o servizi in relazione ai quali è richiesta la registrazione del segno e che quel segno venga concretamente utilizzato.

Diversamente per il modello/disegno di design non è richiesta alcuna limitazione di sfera merceologica all’interno della quale l’esclusiva possa operare, tutt’al più è necessaria l’indicazione dell’appartenenza del modello ad una determinata classe di Locarno, né tanto meno è indispensabile alcuna attività positiva del depositante per mantenere in vita il titolo, titolo temporaneamente limitato ad un periodo non superiore ai venticinque anni.

Nonostante tali differenze, le due discipline entrano inevitabilmente in contatto.

L’art. 31 comma II c.p.i., definisce prodotto “qualsiasi oggetto industriale o artigianale, compresi tra l’altro i componenti che devono essere assemblati per formare un prodotto complesso, gli imballaggi, le presentazioni, i simboli grafici e caratteri tipografici, esclusi i programmi per elaboratore“.

È innegabile dunque che un qualsiasi marchio figurativo potrebbe essere ricompreso nella definizione di modello ed essere registrato come tale al ricorrere dei requisiti tipici dell’istituto, mentre più difficile è valutare se un segno utilizzato quale modello possa essere idoneo alla registrazione e alla tutela anche come marchio, ovvero se possa configurarsi il c.d. cumulo delle tutele.

Indispensabile affinché una forma sia passibile di registrazione anche come marchio, è che la stessa goda di capacità distintiva: seppure la funzione distintiva non sia quella naturalmente connessa all’istituto del design, nulla esclude che una forma ornamentale possa essere altresì distintiva.

Per la registrazione di disegni e modelli è richiesto, dall’art. 33 c.p.i., che essi possiedano un “carattere individuale” che altro non è se non un carattere distintivo intrinseco al modello facilmente rilevabile, non più come per i marchi dal consumatore medio, normalmente informato e ragionevolmente attento ed avveduto, bensì dall’utilizzatore informato, ovvero da un soggetto che seppur non possa definirsi esperto è più attento ai dettagli rispetto alla generalità degli individui.

Costui saprà cogliere differenze tra le forme che al consumatore medio sfuggono e attribuirà carattere individuale anche a disegni e modelli che non raggiungerebbero l’usuale capacità distintiva permettendo così la registrazione per modello o disegno.

Ne discende che se anche il consumatore medio è in grado di cogliere differenze tra due forme (l’una già conosciuta, l’altra in attesa di registrazione), la capacità distintiva del segno/modello sarà tale da consentirne la registrazione anche come marchio d’impresa.

Di fronte tale ipotesi di cumulo di tutele, scaduti i 25 anni, gli oggetti di design potranno continuare ad essere oggetto di privativa, grazie alla esistenza della registrazione degli stessi come marchio.

Al contrario se il pubblico percepisce l’oggetto di design solo quale mera decorazione, questo potrà essere registrato solo come modello /disegno: allo scadere dei 25 anni, salvo l’avere nel frattempo ottenuto forte capacità distintiva necessaria alla registrazione come marchio, non vi sarà più alcuna limitazione nell’utilizzo dello stesso.

Simul stabunt simul cadent

La clausola simul stabunt simul cadent, quando presente nello Statuto di una Società, prevede che, al venir meno di uno dei Consiglieri del Consiglio d’Amministrazione, decada l’intero Consiglio.

La possibilità di inserire tale clausola nello Statuto è prevista dal Codice Civile, all’art. 2386 comma 4.

L’attivazione della clausola simul stabunt simul cadent implica la necessità di integrale rinnovo del consiglio di amministrazione, senza la possibilità di procedere a sostituzioni parziali interinali.

Tale è la recente pronunzia del Tribunale di Milano del 23 aprile 2018, con la quale il Giudice disponeva la sospensione dell’efficacia della delibera del Collegio Sindacale che, rilevato il carattere abusivo della condotta degli amministratori dimissionari, prospettava la non operatività della predetta clausola.

Trib. MI 18561-2018

Iscrizione nel Registro delle imprese delle start-up innovative

Le start up innovative possono essere iscritte nella sezione speciale del Registro delle imprese se l’oggetto sociale non è manifestamente carente dei requisiti dell’innovatività e dell’alto valore tecnologico” (Tribunale di Torino, decreto 10 febbraio 2017)

Il D.L. 179/12 ha introdotto la disciplina delle start-up innovative.

Per poter essere definita start up innovativa la società deve possedere determinati requisiti, fra i quali l’oggetto sociale, esclusivo o prevalente, riguardante lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico.

Tali società, per poter usufruire delle agevolazioni fiscali previste dalla Legge, devono essere iscritte nella sezione speciale del Registro delle imprese riservata alle start-up innovative.

La norma sopra indicata, all’art. 25, prevede che “la start-up innovativa è automaticamente iscritta alla sezione speciale del registro delle imprese di cui al comma 8, a seguito della compilazione e presentazione della domanda in formato elettronico“.

Se, quindi, sono rispettati i requisiti formali previsti dalla Legge, l’iscrizione è automatica.

L’unico caso in cui l’Ufficio del Registro potrebbe negare l’iscrizione sarebbe quello in cui l’attività che la società si prefigge di svolgere sia manifestamente priva delle caratteristiche dell’innovatività e dell’alto valore tecnologico.

Arbitrato societario e scioglimento della società

È recente la pronuncia del Tribunale di Milano (Trib. Milano, sez. Impresa, n. 2045 del 20.02.2017) intervenuta in merito ad una controversia insorta tra due soci di una società farmaceutica, in seguito al ricorso formulato da uno di essi al fine di accertare l’impossibilità per la società stessa di raggiungere l’oggetto sociale e conseguentemente dichiarare lo scioglimento della società.

Il resistente si costituiva eccependo l’incompetenza del Tribunale adito, stante l’esistenza di una clausola compromissoria all’interno del contratto sociale, con la quale si stabiliva che in caso di insorgenza di controversie relative circa l’interpretazione l’esecuzione o le sorti del suddetto contratto, le stesse dovessero essere devolute ad un arbitro.

L’art. 34 del D.Lgs 5/03 (al pari di quanto previsto all’art. 806, comma 1, c.p.c.), stabilisce che possono essere devolute ad arbitri unicamente le liti avente ad oggetto diritti disponibili (Cass. Ord. n. 21422/2016).

Pertanto, qualora la controversia riguardi diritti indisponibili, ossia diritti che non soddisfino unicamente l’interesse del titolare, ma che abbiano anche una rilevanza pubblica, dovranno essere risolti di fronte al Tribunale.

Il Tribunale di Milano, nel caso in esame, ha fatto proprio l’indirizzo giurisprudenziale maggioritario sostenendo come “le cause di scioglimento di una società, non riguardino solo gli interessi dei soci, di per sé disponibili, ma piuttosto l’interesse al mantenimento in vita della società, riferibile anche ai terzi e pertanto indisponibile” e che pertanto le stesse non possano essere decise con un procedimento arbitrale

Tale principio può trovare applicazione anche per la società di persone, la quale costituisce, sia sotto l’aspetto sostanziale che procedurale, un centro autonomo di rapporti intersoggettivi diversi e distinti da quelli facenti capo al singolo socio.

Esclusione del socio di s.r.l.

L’atto costitutivo può prevedere specifiche ipotesi di esclusione per giusta causa del socio. In tal caso si applicano le disposizioni del precedente articolo, esclusa la possibilità del rimborso della partecipazione mediante riduzione del capitale sociale.” (art. 2473bis c.c.).

La disciplina dell’esclusione del socio lascia intravedere come la volontà del legislatore della riforma del 2003 fosse improntata all’introduzione di accentuati tratti personalistici nella Società a responsabilità limitata. La riforma ha infatti grandemente accresciuto l’autonomia statutaria nei rapporti endosocietari.

Secondo la previsione dell’art. 2473 bis c.c., i soci sono liberi di prevedere, nell’atto costitutivo, specifiche ipotesi di esclusione del socio, per giusta causa.

La causa di esclusione potrà consistere sia in una circostanza oggettiva, sia in una condizione suscettibile di valutazione discrezionale.

Devono comunque essere individuate situazioni che non consentono la prosecuzione della partecipazione del socio alla società, quali gravi violazioni dei doveri sociali o dell’affectio societatis che deve caratterizzare il rapporto tra soci.

La giusta causa di esclusione va valutata in modo specifico, in modo che sia considerata in relazione alla singola organizzazione sociale ed alle sue esigenze.

Non è quindi più la Legge in astratto, bensì l’autonomia privata, a prevedere, per ogni singola società, quali debbano essere i motivi che giustificano l’espulsione del socio. 

Società di mero godimento di beni

In ambito societario, la Giurisprudenza è discorde sul considerare l’oggetto sociale del mero godimento dei beni alla stregua di attività economica, e quindi finalizzata alla produzione di utili, ovvero di mera conservazione del bene comune.

Recentemente, tuttavia, con provvedimento del Giudice del Registro delle Imprese di Roma dell’8 novembre 2016, l’attività di gestione dei beni, anche ove svolta con modalità e caratteristiche non commerciali, è stata considerata tra quelle esercitabili in forma societaria.

Difatti, ai sensi dell’art. 2247 c.c., “Con il contratto di società due o più persone conferiscono beni o servizi per l’esercizio in comune di una attività economica allo scopo di dividerne gli utili“. Ciò implica che l’attività esercitata in forma societaria debba avere natura economica e non necessariamente commerciale.

Quindi, “la società che svolge mera attività di gestione di immobili pone in essere un’attività economica diretta a ricavare maggiori utili da una più razionale gestione dei beni comuni, mediante la creazione di un’apposita organizzazione, per la quale è utilizzabile la forma societaria della società semplice, trattandosi di attività diversa da quella commerciale“.

Regole processuali in materia di proprietà industriale

Il processo tramite il quale vengono regolati i conflitti in materia di proprietà industriale è un processo civile a rito ordinario avente ad oggetto principalmente la violazione dei diritti di privativa, come contraffazione e usurpazione, ovvero la contestazione di validità dei titoli dai quali tali diritti discendono.

Sebbene nel 2005 si decidesse di estendere al settore industriale, per motivi di celerità ed efficienza, il modello processuale societario, la Suprema Corte stabiliva, con sentenza n. 170 del 17 maggio 2007, la non applicabilità delle regole del rito societario al settore della proprietà industriale.

La suprema Corte ha così dichiarato la parziale incostituzionalità dell’art. 134 del Codice della proprietà industriale nella parte in cui stabilisce che nei procedimenti giudiziari in materia di proprietà industriale e di concorrenza sleale interferente, la cui cognizione è affidata alle sezioni specializzate istituite con il d. lgs. n. 168/2003, si applichino le norme dettate per il rito societario.

Il procedimento si apre, parallelamente a quanto previsto per il civile, con la proposta di domanda giudiziale comunicata alla controparte mediante citazione, contenente la determinazione dell’oggetto, l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto con le relative conclusioni e i mezzi di prova di cui intende valersi.

Una volta accertata la violazione da parte del Giudice, questi può condannare la parte soccombente oltre al risarcimento del danno ad una serie di sanzioni civili.

Il risarcimento del danno dovrà essere liquidato secondo le disposizioni del Codice civile (Artt. 1223, 1226, 1227), nonché tenendo conto degli utili realizzati in violazione del diritto e dei compensi che l’autore della violazione avrebbe dovuto pagare qualora avesse ottenuto licenza dal titolare del diritto,

Le sanzioni, invece, svolgono una funzione deterrente affinché la violazione non venga più riproposta e possono consistere in:

  • inibitoria della fabbricazione, del commercio e dell’uso di quanto costituisce oggetto di violazione con possibilità del pagamento di una somma prestabilita per ogni violazione successiva all’inibitoria o per ogni ritardo nell’adempimento;
  • distruzione di tutte le cose oggetto di violazione, se tale distruzione non sia di pregiudizio all’economia nazionale;
  • assegnazione in proprietà al titolare del diritto degli oggetti importati e venduti in violazione dei diritti di privativa, nonché dei mezzi necessari alla loro produzione, a fronte del pagamento di una cifra che, se non verrà decisa di comune accordo tra le parti, sarà stabilito dal Giudice dell’esecuzione;
  • pubblicazione della sentenza per estratto o per intero a spese del soccombente.

Ovviamente, come nel procedimento civile, colui che si ritiene leso nel proprio diritto di privativa ha la possibilità di ottenere una serie di provvedimenti di natura cautelare, quali il sequestro dei beni che costituiscano violazione di tale diritto, nonché dei mezzi abilitati alla produzione dei medesimi e l’inibitoria già descritta prima tra le sanzioni civili accessorie.

Oltre ed indipendentemente dai provvedimenti sopra descritti sono previste sanzioni penali e amministrative.

Limiti al diritto di controllo del socio

I soci che non partecipano all’amministrazione hanno diritto di avere dagli amministratori notizie sullo svolgimento degli affari sociali e di consultare, anche tramite professionisti di loro fiducia, i libri sociali ed i documenti relativi all’amministrazione” (Art. 2476 c.c.)

Mediante l’esercizio del diritto di controllo il socio può accertare le modalità di gestione della società e decidere, eventualmente, di esercitare l’azione di responsabilità.

Tuttavia tale diritto può essere legittimamente limitato, allorquando la società abbia fondato timore che il socio possa effettuare un utilizzo pregiudizievole per la società della documentazione di cui ha chiesto l’esibizione.

In primo luogo si può ritenere la sussistenza di specifici limiti al diritto di accesso del socio, rappresentati dal segreto aziendale tutelato dagli artt. 98 e 99 del Codice della Proprietà Industriale o dalla presenza di clausole contrattuali che contemplino obblighi di riservatezza o ancora dai contratti aventi ad oggetto il know-how
aziendale, ritenuti naturalmente rientrare nell’ambito della tutela del segreto aziendale.

Oltre a a ciò, potrà essere previsto il mascheramento dei dati sensibili e, in particolare, dei nominativi di clienti e fornitori, allorché ciò possa essere giustificato da esigenze di riservatezza fatte valere dalla società.

Infine va rilevato che il “diritto di controllo deve essere esercitato nel rispetto dei canoni della buona fede e della correttezza dovendosi considerare abuso di diritto una richiesta continua, tale da concretizzarsi in una condotta ostruzionistica“. (Trib. Palermo, 9 agosto 2016)