Archivio per Categoria Arbitrato

DiMatteo Bertocchi

Sospensione dei termini processuali e rinvio delle udienze per l’emergenza sanitaria

L’art. 83 D.L. 18 del 17.03.2020 detta nuove misure urgenti per contrastare l’emergenza epidemiologica da COVID-19 e contenerne gli effetti in materia di giustizia civile, penale, tributaria e militare.

La norma divide l’emergenza in due fasi temporali:

  • A) dal 9 marzo al 15 aprile: blocco totale delle udienze (con alcune eccezioni);
  • B) dal 16 aprile al 30 giugno: gestione discrezionale dell’emergenza rimessa ai singoli Uffici Giudiziari.

Cosa succede nel periodo A (9 marzo – 15 aprile)

Tutte le udienze sono rinviate d’ufficio a data successiva al 15 aprile.

Tutti i termini per il compimento di qualsiasi atto dei procedimenti civili e penali, nonché per la mediazione e la negoziazione assistita sono sospesi per l’intera durata del periodo (37 giorni).

Nel caso il termine scada o abbia inizio durante il predetto periodo, esso è differito alla fine del periodo di sospensione, analogamente a quanto accade con la sospensione feriale dei termini ogni anno dal 1° al 31 agosto.

Nel caso di termini computati a ritroso (es.: c’è un’udienza fissata per il 24 aprile e la parte convenuta ha termine fino a 30 giorni prima per costituirsi), l’udienza fissata deve essere differita per consentire il rispetto dei termini.

Vi sono delle eccezioni che riguardano le cause urgenti ed inderogabili, per le quali può essere disposto lo svolgimento delle udienze con collegamento da remoto.

E’ prevista la sospensione della decorrenza dei termini di prescrizione e decadenza per i diritti che possono essere esercitati solo con la presentazione di domanda giudiziale.

E’ previsto il blocco di tutte le procedure di licenziamento per motivi oggettivi; prudenzialmente si suggerisce di operare l’impugnazione stragiudiziale obbligatoria con il rispetto dei termini (che potrebbero essere ritenuti non sospesi).

Tutti gli atti giudiziari devono essere depositati telematicamente.

Cosa succede nel periodo B (16 aprile – 30 giugno)

I capi degli Uffici Giudiziari, sentita l’autorità sanitaria regionale ed il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, adottano le misure organizzative necessarie ad assicurare la trattazione degli affari giudiziari senza assembramenti e contatti ravvicinati.

Quindi, potranno essere disposte:

  • limitazioni negli accessi agli Uggiai Giudiziari;
  • limitazioni degli orari d’apertura degli Uffici;
  • regolamentazione dell’accesso mediante prenotazione;
  • celebrazione delle udienze penali a porte chiuse;
  • celebrazione delle udienze civili con collegamento da remoto;
  • possibilità di rinvio delle udienze a data successiva al 30 giugno;
  • possibilità di trattazione scritta in sostituzione dell’udienza.
DiSara Riva

Arbitrato societario e scioglimento della società

È recente la pronuncia del Tribunale di Milano (Trib. Milano, sez. Impresa, n. 2045 del 20.02.2017) intervenuta in merito ad una controversia insorta tra due soci di una società farmaceutica, in seguito al ricorso formulato da uno di essi al fine di accertare l’impossibilità per la società stessa di raggiungere l’oggetto sociale e conseguentemente dichiarare lo scioglimento della società.

Il resistente si costituiva eccependo l’incompetenza del Tribunale adito, stante l’esistenza di una clausola compromissoria all’interno del contratto sociale, con la quale si stabiliva che in caso di insorgenza di controversie relative circa l’interpretazione l’esecuzione o le sorti del suddetto contratto, le stesse dovessero essere devolute ad un arbitro.

L’art. 34 del D.Lgs 5/03 (al pari di quanto previsto all’art. 806, comma 1, c.p.c.), stabilisce che possono essere devolute ad arbitri unicamente le liti avente ad oggetto diritti disponibili (Cass. Ord. n. 21422/2016).

Pertanto, qualora la controversia riguardi diritti indisponibili, ossia diritti che non soddisfino unicamente l’interesse del titolare, ma che abbiano anche una rilevanza pubblica, dovranno essere risolti di fronte al Tribunale.

Il Tribunale di Milano, nel caso in esame, ha fatto proprio l’indirizzo giurisprudenziale maggioritario sostenendo come “le cause di scioglimento di una società, non riguardino solo gli interessi dei soci, di per sé disponibili, ma piuttosto l’interesse al mantenimento in vita della società, riferibile anche ai terzi e pertanto indisponibile” e che pertanto le stesse non possano essere decise con un procedimento arbitrale

Tale principio può trovare applicazione anche per la società di persone, la quale costituisce, sia sotto l’aspetto sostanziale che procedurale, un centro autonomo di rapporti intersoggettivi diversi e distinti da quelli facenti capo al singolo socio.

DiMatteo Bertocchi

Arbitrato endosocietario

La Suprema Corte di Cassazione, con l’ordinanza 21422 del 24/10/2016, precisa che nell’arbitrato societario, per la risoluzione delle controversie tra soci o tra soci e società, l’applicazione dell’art. 34 D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 5 è inderogabile.

Art. 34 D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 5:


  1. Gli atti costitutivi delle società, ad eccezione di quelle che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio a norma dell’ articolo 2325-bis del codice civile, possono, mediante clausole compromissorie, prevedere la devoluzione ad arbitri di alcune ovvero di tutte le controversie insorgenti tra i soci ovvero tra i soci e la società che abbiano ad oggetto diritti disponibili relativi al rapporto sociale.
  2. La clausola deve prevedere il numero e le modalità di nomina degli arbitri, conferendo in ogni caso, a pena di nullità, il potere di nomina di tutti gli arbitri a soggetto estraneo alla società. Ove il soggetto designato non provveda, la nomina è richiesta al presidente del tribunale del luogo in cui la società ha la sede legale.
  3. La clausola è vincolante per la società e per tutti i soci, inclusi coloro la cui qualità di socio è oggetto della controversia.
  4. Gli atti costitutivi possono prevedere che la clausola abbia ad oggetto controversie promosse da amministratori, liquidatori e sindaci ovvero nei loro confronti e, in tale caso, essa, a seguito dell’accettazione dell’incarico, è vincolante per costoro.
  5. Non possono essere oggetto di clausola compromissoria le controversie nelle quali la legge preveda l’intervento obbligatorio del pubblico ministero.
  6. Le modifiche dell’atto costitutivo, introduttive o soppressive di clausole compromissorie, devono essere approvate dai soci che rappresentino almeno i due terzi del capitale sociale. I soci assenti o dissenzienti possono, entro i successivi novanta giorni, esercitare il diritto di recesso.


In particolare la Suprema Corte ribadisce che la clausola compromissoria che stabilisce che la nomina del Collegio Arbitrale sia rimessa alla scelta delle parti è nulla.

Infatti, il comma 2 della norma precedentemente citata stabilisce che la nomina degli arbitri debba essere affidata ad un soggetto estraneo alla società.

Non potrà essere valida, quindi, una clausola compromissoria standard che preveda che l’arbitro “dev’essere scelto di comune accordo fra le parti, o, in caso di disaccordo, dal Presidente del Tribunale ad istanza della parte più diligente

Oltretutto, come già esposto, sono nulle anche le clausole che prevedono la nomina degli arbitri da soggetti interni, contenute in Statuti societari antecedenti all’entrata in vigore della norma in esame.

Non resta pertanto che rilevare la nullità della clausola compromissoria, per violazione dell’art. 34, comma 2, cit., non assumendo alcun rilievo, a tal fine, la circostanza che tale clausola risalga ad epoca anteriore a quella dell’entrata in vigore della predetta disposizione, essendo contenuta nello statuto di una società costituita con atto del 16 aprile 1996: questa Corte ha infatti affermato che l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 34, comma 2, nella parte in cui dispone che il potere di nomina di tutti gli arbitri dev’essere necessariamente conferito ad un terzo estraneo alla società, ha comportato la nullità sopravvenuta delle clausole compromissorie, anche per arbitrato irrituale, contenute negli statuti di società (ivi comprese quelle di persone), ove le stesse attribuissero il predetto potere in via principale alle parti e solo in caso di disaccordo al presidente del tribunale su ricorso della parte più diligente, e non siano state oggetto di adeguamento entro i termini di cui agli artt. 223-bis e 223-duodecies cod. civ. Non può infatti accettarsi la tesi del “doppio binario”, secondo cui l’arbitrato previsto dalle predette clausole si convertirebbe da arbitrato endosocietario in arbitrato di diritto comune, dal momento che la nullità comminata dall’art. 34 è volta garantire il principio di ordine pubblico dell’imparzialità della decisione. (cfr. Cass., Sez. 1, 28 luglio 2015, n. 15841: 17 febbraio 2014, n. 3665., Cass., Sez. 6, 10 ottobre 2012, n. 17287)”.

DiMatteo Bertocchi

Arbitrato e cessione delle quote societarie

La clausola compromissoria prevista dallo statuto di una società per le controversie tra soci e tra soci e società non è applicabile in caso di cessione di quote.

Le controversie relative alle obbligazioni derivanti da un contratto di cessione di quote sociali esulano dal campo di applicazione della clausola arbitrale statutaria riferita alle controversie tra soci e società e tra soci, in quanto, considerata l’intervenuta cessione delle quote, esse non vertono tra soci.

DiMatteo Bertocchi

Nomina degli arbitri da parte della società

È nulla, per violazione dell’art. 34 D.Lgs. 5/03, la clausola statutaria che non preveda che la nomina degli arbitri debba essere effettuata da un soggetto estraneo alla società, anche nell’ipotesi si tratti di arbitrato irrituale.

La Corte di Cassazione, con la sent. n. 15841/15, ha ribadito l’orientamento recentemente in auge, secondo il quale il c.d. doppio binario previsto dall’art. 41 della predetta norma è intesa a fare salvi gli eventuali giudizi arbitrali, in corso alla data di entrata in vigore della normativa, ma non già gli effetti della clausola arbitrale preesistente, che costituisce negozio e non già atto processuale.

Di seguito il testo della sentenza:

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 28826/2011 proposto da:

P.M.E. 

– ricorrente –

contro

P.W., + ALTRI

– controricorrenti –

contro

M.L., + ALTRI OMESSI ;
– intimati –

avverso la sentenza n. 645/2011 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA, depositata il 15/07/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 28/05/2015 dal Consigliere Dott. LN

udito, per la ricorrente, l’Avvocato PIETRO RICCIO che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito, per i controricorrenti P.D. + ALTRI, l’Avvocato  PDV che ha chiesto l’inammissibilità o il rigetto del ricorso;

udito, per i controricorrenti P.W. + ALTRI, l’Avvocato MB che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., 

Svolgimento del processo

La Corte d’appello dell’Aquila con sentenza del 15 luglio 2011 ha confermato la decisione del Tribunale di Pescara, il quale aveva dichiarato inammissibile l’azione promossa da P.M.E., già socia della G.P., società titolare dell’azienda TM in Pescara, volta alla declaratoria di nullità o all’annullamento del lodo arbitrale irrituale del 6 dicembre 2004 – che, a fronte della impugnazione della deliberazione della sua esclusione dalla società, aveva semplicemente dichiarato sciolto il rapporto sociale che la riguardava – ed all’accertamento della nullità od all’annullamento della deliberazione societaria di esclusione ai sensi dell’art. 2287 c.c..

La corte territoriale ha ritenuto che: a) il D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 34, consente il regime del c.d. doppio binario, onde restano valide anche le clausole compromissorie contenute negli statuti preesistenti alla riforma, sebbene non adeguati alla prescrizione della nomina esclusivamente da parte di soggetto esterno alla società, divenendo irrilevante se la relativa eccezione fosse stata sollevata dall’impugnante tempestivamente; b) è inammissibile la censura relativa alla violazione dei limiti del giudizio equitativo – si deduca l’indebita decisione secondo equità in difetto di autorizzazione delle parti o la violazione dei principi informatori della materia – che possono essere formulati unicamente nei confronti del lodo arbitrale rituale, in quanto il giudizio di equità ha carattere meramente correttivo o integrativo, e non già sostitutivo e formativo, solo nell’arbitrato rituale, ma non in quello irrituale, che ha l’efficacia tipica del negozio giuridico.

Propone ricorso la soccombente, sulla base di quattro motivi, depositando pure la memoria ex art. 378 c.p.c..

Resistono con due distinti controricorsi gli intimati.

Motivi della decisione

1. – Con il primo motivo, la ricorrente deduce la insufficiente e contraddittoria motivazione, per non avere la corte del merito rilevato la nullità del lodo arbitrale irrituale, posto che gli arbitri avevano deciso secondo il loro mero arbitrio, e non secondo diritto nè secondo equità, in ispregio dell’art. 2286 c.c., non essendo prevista dalla norma, nè dallo statuto sociale, la causa di esclusione del socio consistente nel dissidio con gli altri soci.

Con il secondo motivo, deduce la violazione dell’art. 13 st., artt. 1322, 1362, 1418 e 2286 c.c., art. 822 c.p.c., perchè lo statuto prevedeva una decisione arbitrale secondo diritto, non secondo equità, ed avendo gli arbitri violato il principio dell’autonomia negoziale delle parti.

Con il terzo motivo, censura la violazione degli artt. 1349 e 2286 c.c., artt. 2 e 3 Cost., artt. 6, 8, 11, e 13 CEDU, in quanto gli arbitri avevano deciso senza il rispetto dei principi regolatori della materia, desumibili dall’art. 2286 c.c., mentre il lodo arbitrale irrituale è impugnabile per manifesta iniquità in applicazione dell’art. 1349 c.c..

Con il quarto motivo, deduce la violazione degli art. 1418 e 1421 c.c., D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 1, comma 4, artt. 34 e 35, art. 41, comma 1, per essere divenuta nulla la clausola compromissoria di cui all’art. 13 dello statuto societario, non adeguata alle nuove prescrizioni in tema di arbitrato societario, in particolare quanto alla nomina dell’arbitro da parte di soggetto estraneo alla società:

onde il giudice ordinario non avrebbe potuto pronunciare in sede rescissoria sul merito della causa.

2. – Il quarto motivo, da esaminare per primo per ragioni di priorità logico-giuridica, è fondato.

Va premesso che, contrariamente a quanto hanno dedotto i controricorrenti, il motivo non rileva solo ai fini dell’ipotetico giudizio rescissorio che potrebbe aprirsi solo qualora il lodo fosse dichiarato nullo o annullato per le ragioni dalla ricorrente addotte nei motivi precedenti: giacchè, viceversa, la questione posta con questo motivo, se fondata, travolgerebbe necessariamente di per sè il lodo, e quindi ha rilievo già ai fini della fase rescindente del giudizio.

Orbene, la clausola compromissoria contenuta nello statuto della G.P. è nulla, perchè non conforme alla previsione del D.Lgs. 5 del 2003, art. 34.

La corte d’appello ha disatteso l’eccezione in esame aderendo alla tesi del c.d. doppio binario in tema di arbitrato societario: ma tale conclusione non può essere condivisa alla stregua del più recente orientamento di legittimità, secondo cui la clausola compromissoria contenuta nello statuto societario, la quale non preveda che la nomina degli arbitri debba essere effettuata da un soggetto estraneo alla società, è nulla anche ove si tratti di arbitrato irrituale, ed è affetta, sin dalla data di entrata in vigore del citato D.Lgs. n. 5 del 2003, da nullità sopravvenuta rilevabile d’ufficio (Cass. 17 febbraio 2014, n. 3665; v. pure ord., 10 ottobre 2012, n. 17287).

Inoltre, la circostanza che la citata normativa non fosse ancora entrata in vigore quando il procedimento arbitrale ha preso avvio non vale ad elidere tali principi. E’ vero che la disposizione transitoria del D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 41, rende inapplicabile la medesima normativa ai “giudizi pendenti”: ma, nella specie, trattandosi di arbitrato irrituale, non si tratta di tale fattispecie, bensì del compimento di un’attività negoziale che, al momento in cui il lodo fu pronunciato nel mese di dicembre 2004, risultava ormai già inficiata dalla sopravvenuta nullità della clausola che ne era a fondamento.

Invero, la norma del D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 41, per come formulata nello specifico riferimento ai “giudizi pendenti”, è intesa a fare salvi gli eventuali giudizi arbitrali, così qualificabili, in corso alla data di entrata in vigore della normativa, ma non già gli effetti della clausola arbitrale preesistente, che costituisce negozio e non già atto processuale (cfr. Cass. 17 febbraio 2014, n. 3665).

Quanto alla questione, reputata irrilevante dalla sentenza impugnata ma che torna allora ad emergere, secondo cui l’eccezione di nullità in discorso sarebbe stata sollevata tardivamente, deve ancora osservarsi come, trattandosi di nullità rilevabile anche d’ufficio, la tardività dell’eccezione non avrebbe conseguenze, alla luce dei principi di recente affermati dalle Sezioni unite (Cass., sez. un., 12 dicembre 2014, n. 26242), le quali hanno statuito come il giudice innanzi al quale sia stata proposta domanda di nullità contrattuale deve comunque rilevare di ufficio l’esistenza di una causa di quest’ultima diversa da quella allegata dall’istante, essendo la domanda pertinente ad un diritto autodeterminato, sicchè è individuata indipendentemente dallo specifico vizio dedotto in giudizio; inoltre, nel giudizio di appello ed in quello di cassazione, il giudice, in caso di mancata rilevazione officiosa, in primo grado, di una nullità contrattuale, ha sempre facoltà di procedere ad un siffatto rilievo; mentre, laddove sia stata a domanda di nullità contrattuale, il giudice deve rilevare di ufficio l’esistenza di una causa di quest’ultima diversa da quella allegata dall’istante, essendo quella domanda pertinente ad un diritto autodeterminato, sicchè è individuata indipendentemente dallo specifico vizio dedotto in giudizio. Ha aggiunto la citata sentenza che la “rilevazione” ex officio delle nullità negoziali (anche diverse da quelle allegato dalla parte) è sempre obbligatoria, purchè la pretesa azionata non venga rigettata in base ad una individuata “ragione più liquida”.

3. – I primi tre motivi restano di conseguenza assorbiti.

4. – In conclusione, la sentenza va cassata in relazione al motivo accolto e la causa rinviata alla Corte d’appello dell’Aquila, in diversa composizione, perchè, ferma la nullità del lodo per la ragione sopra esposta e dunque caduto il medesimo, esamini la domanda volta all’impugnazione dell’esclusione di P.M.E. dalla G.P.

Alla corte del merito si demanda pure la liquidazione delle spese di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il quarto motivo, di ricorso, assorbiti gli altri;

cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per la liquidazione delle spese di legittimità, innanzi alla Corte d’appello dell’Aquila, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 28 maggio 2015.

Depositato in Cancelleria il 28 luglio 2015″