Scoperta di testamento olografo a seguito dell’apertura della successione

La scoperta di un testamento olografo oltre dieci anni l’apertura di una successione, non attribuisce alcun diritto a colui che viene chiamato all’eredità mediante il suddetto testamento.

In tal senso Cass. n. 264/13 che fa proprio il principio sancito all’art. 480 c.c., nel quale si stabilisce un termine perentorio per l’accettazione dell’eredità.

Specificamente la Suprema Corte rileva come l’impedimento ad accettare l’eredità sofferto dal chiamato testamentario per ignoranza della conoscenza del testamento è impedimento di mero fatto che pertanto non produce né sospensione, né interruzione dei termini di prescrizione.

Continua sostenendo che “l’impossibilità di far valere il diritto alla quale l’art. 2935 c.c. attribuisce rilevanza di fatto impeditivo della decorrenza della prescrizione è solo quello che deriva da cause giuridiche che ne ostacolino l’esercizi”, mentre non comprende anche gli impedimenti soggettivi o gli ostacoli di mero fatto, elencati in numero chiuso dall’art. 2941 c.c. tra i quali non rientra certamente l‘ipotesi di ritrovamento di un testamento olografo.

Orbene quanto esposto risponde ad un’esigenza di certezza delle situazioni giuridiche di coloro che medio tempore abbiano accettato la presunta delazione ex lege e delle intervenute regolamentazioni dei diritti ereditari tra categorie di successibili.

 

Le fusioni societarie e il leveraged- by out

Attraverso il fenomeno della fusione due o più società, che non siano in liquidazione e abbiano già cominciato la distribuzione dell’attivo, si uniscono per formarne una sola.

Esistono essenzialmente due tipi di fusione: quella che si ottiene con la costituzione di una nuova società in cui confluiscono tutte le società da fondere (c.d. fusione in senso stretto) e quella per cui una o più società si fondono in una di esse che le assorbe (fusione per incorporazione di società di cui si possiedono tutte le azioni o le quote della incorporata, o alternativamente incorporazione di società possedute al 90 %).

Il procedimento di fusione in senso stretto si articola nella predisposizione di un progetto di fusione e di una serie di altri documenti prescritti dal legislatore alle singole società che devono fondersi (situazione patrimoniale, relazione sulla fusione e relazione degli esperti su rapporto di azioni o quote) da depositarsi presso le sedi di tutte le società partecipanti alla fusione entro e non oltre 30 giorni prima della delibera sulla fusione.

Quest’ultima vede la partecipazione di tutte le società partecipanti che decideranno, secondo le modalità stabilitee da ciascuno degli statuti, sulla fusione con l’approvazione del relativo progetto, il quale potrà essere modificato solo qualora non leda diritti di terzi.

La delibera sarà poi depositata per procedere all’iscrizione della stessa nel registro delle imprese.

Si potrà procedere poi all’esecuzione della fusione solo decorsi due mesi da tale iscrizione senza che l’eventuale opposizione dei creditori abbia determinato il giudice a interrompere l’operazione.

Esistono tuttavia ipotesi per le quali la fusione può avvenire anche prima della scadenza dei due mesi successivi al deposito della delibera, ovvero quando le società abbiano soddisfatto tutti i creditori o acquisito il loro consenso all’operazione o depositato le somme necessarie al pagamento dei crediti in un conto vincolato presso una banca.

La fusione deve risultare da atto pubblico stipulato, nel termine di 30 giorni dalla delibera, dagli amministratori delle società partecipanti, sottoposto a iscrizione nel registro delle imprese.

I rapporti intrattenuti dalle società partecipanti alla fusione non si estinguono, ma procedono in capo alla società che ne risulta: la fusione tra società, prevista dall’art. 2501 c.c. e segg., non determina, nell’ipotesi di fusione per incorporazione, l’estinzione della società incorporata, ma soltanto un fenomeno evolutivo della società stessa, né crea un nuovo soggetto di diritto nell’ipotesi di fusione paritaria, attuando l’unificazione mediante l’integrazione reciproca delle società partecipanti alla fusione” (Cass., Sez. Un. 2637/2006, Cass. sez. Unite 19698/2010).

L’iter appena descritto si riferisce alla fusione di tipo classico, mentre per le altre ipotesi di incorporazione alcune modifiche sono state previste dal legislatore:

– nell’ipotesi di incorporazione di società in un’altra che possiede tutte le azioni o le quote della prima, non è prevista la relazione degli esperti sul rapporto di cambio azioni o quote e la decisione sulla fusione può essere, statuto permettendo, decisa dall’organo amministrativo anziché dall’assemblea societaria;

– nelle incorporazione di società posseduta solo al 90 % vi è la necessità di  una forma di tutela per quel 10% di capitale sociale residuo non posseduto dall’incorporante: dunque la possibilità di non redigere né la relazione sulla fusione, né quella degli esperti sul rapporto di cambio è possibile solo se ai soci di minoranza della società incorporata sia possibile vendere le proprie azioni, alla società incorporante per un corrispettivo determinato alla stregua dei criteri previsti per il recesso.

Ultima ipotesi di fusione quella prevista all’art. 2501 bis c.c., il quale disciplina il fenomeno del leverage buy – out ossia fusione a seguito di acquisizione con indebitamento.

Si tratta di un’operazione finanziaria finalizzata all’acquisto di attività aziendali, o di partecipazioni di società (azioni o quote), finanziata da un consistente ammontare di debiti e da un limitato ammontare di mezzi propri (a volte addirittura nulli), consentiti dall’utilizzo delle attività oggetto dell’acquisizione e dal flusso di cassa che l’investimento genererà in futuro.

La società che intende acquistare il controllo della società B non avendo sufficienti disponibilità finanziarie, ricorre al prestito da parte della società A alla quale promette in garanzia, in seguito all’acquisto del controllo, le azioni o le quote del patrimonio della società B.

In questo caso l’acquisto del controllo di una società avviene attraverso l’utilizzo di una ingente quota di capitali fornita non dall’acquirente ma da un terzo e l’obbligazione debitoria contratta per l’acquisizione della società cd. bersaglio (società acquisita) trasla in capo alla stessa società bersaglio.

Il progetto di fusione deve indicare le risorse finanziarie previste per il soddisfacimento delle obbligazioni della società risultante dalla fusione e deve essere allegata una relazione del soggetto incaricato della revisione legale dei conti della società obiettivo o della società acquirente; la relazione dell’organo di gestione deve indicare le ragioni che giustificano l’operazione e contenere un piano economico e finanziario con indicazione della fonte delle risorse finanziarie e la descrizione degli obiettivi che si intendono raggiungere; la relazione degli esperti, attesta la ragionevolezza delle indicazioni contenute nel progetto di fusione.

Disciplina del marchio e del design: il c.d. cumulo delle tutele

Il marchio conferisce un diritto di esclusiva potenzialmente perpetuo su di un determinato segno, a condizione che quel diritto sia merceologicamente limitato, cioè il registrante individui una classe merceologica di prodotti o servizi in relazione ai quali è richiesta la registrazione del segno e che quel segno venga concretamente utilizzato.

Diversamente per il modello/disegno di design non è richiesta alcuna limitazione di sfera merceologica all’interno della quale l’esclusiva possa operare, tutt’al più è necessaria l’indicazione dell’appartenenza del modello ad una determinata classe di Locarno, né tanto meno è indispensabile alcuna attività positiva del depositante per mantenere in vita il titolo, titolo temporaneamente limitato ad un periodo non superiore ai venticinque anni.

Nonostante tali differenze, le due discipline entrano inevitabilmente in contatto.

L’art. 31 comma II c.p.i., definisce prodotto “qualsiasi oggetto industriale o artigianale, compresi tra l’altro i componenti che devono essere assemblati per formare un prodotto complesso, gli imballaggi, le presentazioni, i simboli grafici e caratteri tipografici, esclusi i programmi per elaboratore“.

È innegabile dunque che un qualsiasi marchio figurativo potrebbe essere ricompreso nella definizione di modello ed essere registrato come tale al ricorrere dei requisiti tipici dell’istituto, mentre più difficile è valutare se un segno utilizzato quale modello possa essere idoneo alla registrazione e alla tutela anche come marchio, ovvero se possa configurarsi il c.d. cumulo delle tutele.

Indispensabile affinché una forma sia passibile di registrazione anche come marchio, è che la stessa goda di capacità distintiva: seppure la funzione distintiva non sia quella naturalmente connessa all’istituto del design, nulla esclude che una forma ornamentale possa essere altresì distintiva.

Per la registrazione di disegni e modelli è richiesto, dall’art. 33 c.p.i., che essi possiedano un “carattere individuale” che altro non è se non un carattere distintivo intrinseco al modello facilmente rilevabile, non più come per i marchi dal consumatore medio, normalmente informato e ragionevolmente attento ed avveduto, bensì dall’utilizzatore informato, ovvero da un soggetto che seppur non possa definirsi esperto è più attento ai dettagli rispetto alla generalità degli individui.

Costui saprà cogliere differenze tra le forme che al consumatore medio sfuggono e attribuirà carattere individuale anche a disegni e modelli che non raggiungerebbero l’usuale capacità distintiva permettendo così la registrazione per modello o disegno.

Ne discende che se anche il consumatore medio è in grado di cogliere differenze tra due forme (l’una già conosciuta, l’altra in attesa di registrazione), la capacità distintiva del segno/modello sarà tale da consentirne la registrazione anche come marchio d’impresa.

Di fronte tale ipotesi di cumulo di tutele, scaduti i 25 anni, gli oggetti di design potranno continuare ad essere oggetto di privativa, grazie alla esistenza della registrazione degli stessi come marchio.

Al contrario se il pubblico percepisce l’oggetto di design solo quale mera decorazione, questo potrà essere registrato solo come modello /disegno: allo scadere dei 25 anni, salvo l’avere nel frattempo ottenuto forte capacità distintiva necessaria alla registrazione come marchio, non vi sarà più alcuna limitazione nell’utilizzo dello stesso.

Simul stabunt simul cadent

La clausola simul stabunt simul cadent, quando presente nello Statuto di una Società, prevede che, al venir meno di uno dei Consiglieri del Consiglio d’Amministrazione, decada l’intero Consiglio.

La possibilità di inserire tale clausola nello Statuto è prevista dal Codice Civile, all’art. 2386 comma 4.

L’attivazione della clausola simul stabunt simul cadent implica la necessità di integrale rinnovo del consiglio di amministrazione, senza la possibilità di procedere a sostituzioni parziali interinali.

Tale è la recente pronunzia del Tribunale di Milano del 23 aprile 2018, con la quale il Giudice disponeva la sospensione dell’efficacia della delibera del Collegio Sindacale che, rilevato il carattere abusivo della condotta degli amministratori dimissionari, prospettava la non operatività della predetta clausola.

Trib. MI 18561-2018

Festività 2017

Lo studio resterà chiuso fino al giorno 8 gennaio 2018.

Tutte le richieste saranno riscontrate alla riapertura.

Buone Feste.

Inammissibilità all’appello

Fuori dei casi in cui deve essere dichiarata con sentenza l’inammissibilità o l’improcedibilità dell’appello, l’impugnazione è dichiarata inammissibile dal giudice competente quando non ha una ragionevole probabilità di essere accolta.
Il primo comma non si applica quando:
a) l’appello è proposto relativamente a una delle cause di cui all’articolo 70, primo comma;
b) l’appello è proposto a norma dell’articolo 702-quater.
” (Art. 348 bis cp.c.)

La norma in commento introduce un’ipotesi di inammissibilità dell’appello lasciata alla discrezionalità del giudice di secondo grado, il quale deve ora compiere preliminarmente un’analisi circa la probabilità che l’impugnazione possa essere accolta.

La dottrina ha aspramente criticato questa ultima riforma del sistema delle impugnazioni, della quale lamenta da un lato l’inefficacia rispetto agli obiettivi perseguiti, dall’altro la dannosità.

Quanto agli obiettivi perseguiti, è evidente che l’eccessiva durata del giudizio di appello imponesse una riforma dello stesso; tuttavia, la dottrina unanimemente ritiene che l’introduzione del c.d. filtro agli appelli non porterà alcun alleggerimento del carico di lavoro delle corti d’appello, data la necessità per i Magistrati, prima di decidere sull’inammissibilità, dovrebbero studiarsi a fondo l’intera causa.

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Decadenza dalle domande e dalle eccezioni non riproposte

Le domande e le eccezioni non accolte nella sentenza di primo grado, che non sono espressamente riproposte in appello, si intendono rinunciate.” (Art. 346 cp.c.)

È opinione comune e condivisa in dottrina quella secondo cui in appello opera un effetto devolutivo limitato a specifiche censure che possono (e devono, se si vuole evitare il fenomeno dell’acquiescenza) essere avanzate dalle parti.

La disposizione in commento costituisce un’applicazione rigorosa del principio della domanda che fa sì che ciascuna domanda e ciascuna eccezione già proposta in primo grado e non accolta, o anche solo non esaminata, debba essere espressamente riproposta in appello se si vuole che divenga oggetto della cognizione del giudice di secondo grado.

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