Archivio degli autori Sara Riva

DiSara Riva

Scoperta di testamento olografo a seguito dell’apertura della successione

La scoperta di un testamento olografo oltre dieci anni l’apertura di una successione, non attribuisce alcun diritto a colui che viene chiamato all’eredità mediante il suddetto testamento.

In tal senso Cass. n. 264/13 che fa proprio il principio sancito all’art. 480 c.c., nel quale si stabilisce un termine perentorio per l’accettazione dell’eredità.

Specificamente la Suprema Corte rileva come l’impedimento ad accettare l’eredità sofferto dal chiamato testamentario per ignoranza della conoscenza del testamento è impedimento di mero fatto che pertanto non produce né sospensione, né interruzione dei termini di prescrizione.

Continua sostenendo che “l’impossibilità di far valere il diritto alla quale l’art. 2935 c.c. attribuisce rilevanza di fatto impeditivo della decorrenza della prescrizione è solo quello che deriva da cause giuridiche che ne ostacolino l’esercizi”, mentre non comprende anche gli impedimenti soggettivi o gli ostacoli di mero fatto, elencati in numero chiuso dall’art. 2941 c.c. tra i quali non rientra certamente l‘ipotesi di ritrovamento di un testamento olografo.

Orbene quanto esposto risponde ad un’esigenza di certezza delle situazioni giuridiche di coloro che medio tempore abbiano accettato la presunta delazione ex lege e delle intervenute regolamentazioni dei diritti ereditari tra categorie di successibili.

 

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Assegno divorzile e convivenza del coniuge beneficiario

L’obbligo di corrispondere l’assegno divorzile all’ex coniuge, che ha intrapreso una nuova convivenza more uxorio, connotata da caratteri di stabilità e continuità, non resta più sospeso, nell’attesa di riprendere vigore nell’eventuale ipotesi di fallimento della nuova unione, ma cessa definitivamente.

In tal senso si è pronunciata la Cassazione con sentenza n. 6855/2015, che muta l’orientamento precedente (Cass. 17195/2011) in materia di assegno divorzile.

Ora il coniuge obbligato non dovrà più corrispondere alcunché al beneficiario, se questi ha scelto volontariamente di ricostruirsi una nuova famiglia.

Con recente ordinanza  (Cass. Ord. n. 25528/16) la Suprema Corte ha altresì enunciato come, ai fini della cessazione della corresponsione dell’assegno divorzile, non possa rilevare la condizione di disoccupazione del nuovo convivente.

Colui che crea con altri una nuova famiglia, seppur di fatto, con tutti i connotati tipici sul piano affettivo ed economico, tanto più se suggellata dalla nascita di un figlio, in virtù del principio di auto responsabilità, accetta la rinunzia al sostentamento da parte del precedente legittimo partner, ben potendo fare affidamento su altre risorse spirituali ed economiche derivanti dalla nuova unione di fatto assumendosi il rischio che da tale rapporto potrebbe non ricevere sufficienti risorse economiche necessarie al proprio sostentamento.

Scegliendo, infatti, di recedere ogni legame con il precedente rapporto matrimoniale e venendo pertanto meno ogni vincolo solidaristico post matrimoniale tra gli ex coniugi, non è corretto, secondo la Corte, che l’obbligato si faccia carico e provveda al mantenimento della nuova famiglia.

Pertanto l’esclusione di ogni residua solidarietà successivamente alla cessazione o allo scioglimento del vincolo con l’ex coniuge e l’esonero definitivo dall’obbligo di corrispondere l’assegno divorzile, opera indubbiamente anche qualora il nuovo compagno con cui si instaura una convivenza more uxorio sia disoccupato.

Se così non fosse l’assegno non svolgerebbe più una funzione assistenziale, ossia di giusto contributo al sostentamento del beneficiario in rapporto al pregresso tenore di vita, ma si configurerebbe quale mera fonte di reddito per il beneficiario.

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Arbitrato societario e scioglimento della società

È recente la pronuncia del Tribunale di Milano (Trib. Milano, sez. Impresa, n. 2045 del 20.02.2017) intervenuta in merito ad una controversia insorta tra due soci di una società farmaceutica, in seguito al ricorso formulato da uno di essi al fine di accertare l’impossibilità per la società stessa di raggiungere l’oggetto sociale e conseguentemente dichiarare lo scioglimento della società.

Il resistente si costituiva eccependo l’incompetenza del Tribunale adito, stante l’esistenza di una clausola compromissoria all’interno del contratto sociale, con la quale si stabiliva che in caso di insorgenza di controversie relative circa l’interpretazione l’esecuzione o le sorti del suddetto contratto, le stesse dovessero essere devolute ad un arbitro.

L’art. 34 del D.Lgs 5/03 (al pari di quanto previsto all’art. 806, comma 1, c.p.c.), stabilisce che possono essere devolute ad arbitri unicamente le liti avente ad oggetto diritti disponibili (Cass. Ord. n. 21422/2016).

Pertanto, qualora la controversia riguardi diritti indisponibili, ossia diritti che non soddisfino unicamente l’interesse del titolare, ma che abbiano anche una rilevanza pubblica, dovranno essere risolti di fronte al Tribunale.

Il Tribunale di Milano, nel caso in esame, ha fatto proprio l’indirizzo giurisprudenziale maggioritario sostenendo come “le cause di scioglimento di una società, non riguardino solo gli interessi dei soci, di per sé disponibili, ma piuttosto l’interesse al mantenimento in vita della società, riferibile anche ai terzi e pertanto indisponibile” e che pertanto le stesse non possano essere decise con un procedimento arbitrale

Tale principio può trovare applicazione anche per la società di persone, la quale costituisce, sia sotto l’aspetto sostanziale che procedurale, un centro autonomo di rapporti intersoggettivi diversi e distinti da quelli facenti capo al singolo socio.

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Onere della prova della lesione della legittima

L’art. 42 della Costituzione costituisce fondamento tanto della tutela dell’autonomia testamentaria quanto dei suoi limiti.

Tale norma dispone come spetti alla legge ordinaria contemperare il diritto di una persona di disporre spontaneamente dei propri beni per il tempo successivo alla morte con interessi di medesima rilevanza giuridica, quali l’aspettativa riconosciuta al gruppo familiare dei prossimi congiunti.

Il codice civile prevede alcune disposizioni in favore dei legittimari, ossia le persone alle quali la legge riserva una quota di eredità o altri diritti nella successione e che pertanto possono agire in giudizio qualora il loro diritto venga leso da eventuali disposizioni testamentarie del de cuius, attraverso azione di riduzione.

È necessario che il soggetto che ritiene leso il proprio diritto, indichi entro quali limiti sia stata lesa la quota di riserva, determinando con esattezza il valore della massa ereditaria nonché quello della quota di legittima violata dal de cuius.

A tal fine, egli ha l’onere di allegare e comprovare tutti gli elementi occorrenti per stabilire se, ed in quale misura, sia avvenuta la lesione della sua quota di riserva oltre che proporre istanza di conseguire la legittima, previa determinazione della medesima mediante il calcolo della disponibile e la susseguente riduzione delle donazioni compiute in vita dal de cuius.

Non libera dal suddetto onere di allegazione la mera acquisizione in giudizio delle risultanze degli estratti conto, che nulla chiariscono in ordine alla mancata disponibilità, da parte del defunto, di altri beni mobili o immobili, tanto più se richiesta dall’Autorità competente per fini diversi rispetto la ricostruzione patrimoniale (Cass. Civ., Sez. II. n. 20803/16).

Nel caso di specie gli eredi chiedevano che fosse disposta la riduzione di una dissimulata donazione compiuto dal padre, al fine di reintegrare la quota di legittima a loro spettante.

In tutti i gradi di giudizio la domanda veniva respinta, poiché in nessuna occasione gli istanti avevano allegato la consistenza del patrimonio ereditario, “non avendo i medesimi mai affermato che l’asse ereditario non comprendesse alcun bene relitto, sì che il loro diritto dovesse essere soddisfatto unicamente riducendo la donazione dell’unico bene appartenente in vita al de cuius”.

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Danni al trasportato

L’art. 141 codice delle assicurazioni private stabilisce che il terzo trasportato, qualora subisca un danno a seguito di un sinistro derivante dalla circolazione stradale, possa agire direttamente contro la compagnia assicuratrice del veicolo sul quale viaggiava, senza che abbia rilevanza la responsabilità del conducente, ad eccezione che nelle ipotesi di caso fortuito.

La Giurisprudenza maggioritaria, in precedenza, riteneva che questa disciplina si applicasse solo nel caso di sinistri stradali avvenuti a seguito di collisione di almeno due veicoli, regolarmente assicurati per la R.C.A.

Recentemente la Corte d’Appello dell’Aquila, con sentenza n. 355 del 30.03.2016, ha sostenuto che “abbia diritto al ristoro anche il trasportato che soffra un danno derivante non obbligatoriamente dalla collisione tra due veicoli“.

La Corte infatti stabilisce come non sia condizione applicativa dell’art. 141 C.d.A. il coinvolgimento di almeno due veicoli nel sinistro che ha dato origine alle lesioni del trasportato, ma di come lo stesso possa essere applicato a tutti soggetti che a seguito di circolazione dei veicoli, e non solo dalla collisione dei medesimi, ricevano danni e quindi, anche ai trasportati, qualunque sia il titolo di trasporto.

Accertata la sussistenza del sinistro, qualora la controparte non dimostri il caso fortuito né che la circolazione sia avvenuta contro la volontà del proprietario assicurato, unico onere in capo al danneggiato sarà la prova dell’aver subito un danno in seguito al sinistro.

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Regole processuali in materia di proprietà industriale

Il processo tramite il quale vengono regolati i conflitti in materia di proprietà industriale è un processo civile a rito ordinario avente ad oggetto principalmente la violazione dei diritti di privativa, come contraffazione e usurpazione, ovvero la contestazione di validità dei titoli dai quali tali diritti discendono.

Sebbene nel 2005 si decidesse di estendere al settore industriale, per motivi di celerità ed efficienza, il modello processuale societario, la Suprema Corte stabiliva, con sentenza n. 170 del 17 maggio 2007, la non applicabilità delle regole del rito societario al settore della proprietà industriale.

La suprema Corte ha così dichiarato la parziale incostituzionalità dell’art. 134 del Codice della proprietà industriale nella parte in cui stabilisce che nei procedimenti giudiziari in materia di proprietà industriale e di concorrenza sleale interferente, la cui cognizione è affidata alle sezioni specializzate istituite con il d. lgs. n. 168/2003, si applichino le norme dettate per il rito societario.

Il procedimento si apre, parallelamente a quanto previsto per il civile, con la proposta di domanda giudiziale comunicata alla controparte mediante citazione, contenente la determinazione dell’oggetto, l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto con le relative conclusioni e i mezzi di prova di cui intende valersi.

Una volta accertata la violazione da parte del Giudice, questi può condannare la parte soccombente oltre al risarcimento del danno ad una serie di sanzioni civili.

Il risarcimento del danno dovrà essere liquidato secondo le disposizioni del Codice civile (Artt. 1223, 1226, 1227), nonché tenendo conto degli utili realizzati in violazione del diritto e dei compensi che l’autore della violazione avrebbe dovuto pagare qualora avesse ottenuto licenza dal titolare del diritto,

Le sanzioni, invece, svolgono una funzione deterrente affinché la violazione non venga più riproposta e possono consistere in:

  • inibitoria della fabbricazione, del commercio e dell’uso di quanto costituisce oggetto di violazione con possibilità del pagamento di una somma prestabilita per ogni violazione successiva all’inibitoria o per ogni ritardo nell’adempimento;
  • distruzione di tutte le cose oggetto di violazione, se tale distruzione non sia di pregiudizio all’economia nazionale;
  • assegnazione in proprietà al titolare del diritto degli oggetti importati e venduti in violazione dei diritti di privativa, nonché dei mezzi necessari alla loro produzione, a fronte del pagamento di una cifra che, se non verrà decisa di comune accordo tra le parti, sarà stabilito dal Giudice dell’esecuzione;
  • pubblicazione della sentenza per estratto o per intero a spese del soccombente.

Ovviamente, come nel procedimento civile, colui che si ritiene leso nel proprio diritto di privativa ha la possibilità di ottenere una serie di provvedimenti di natura cautelare, quali il sequestro dei beni che costituiscano violazione di tale diritto, nonché dei mezzi abilitati alla produzione dei medesimi e l’inibitoria già descritta prima tra le sanzioni civili accessorie.

Oltre ed indipendentemente dai provvedimenti sopra descritti sono previste sanzioni penali e amministrative.

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Perdita di chance nelle gare pubbliche

Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 559 del 9 febbraio 2016, chiariva ancora una volta quali fosseroi presupposti per ottenere il risarcimento da perdita di chance nelle aggiudicazioni degli appalti.

In primis il risarcimento è limitato alle ipotesi in cui l’illegittimità dell’atto attribuibile alla P.A. abbia provocato direttamente una lesione della concreta occasione di conseguire un determinato bene o di ottenere un’utilità sperata.

La prova di quanto detto grava sulla parte danneggiata che ha l’onere di  provare l’esistenza di un nesso causale tra l’adozione o l’esecuzione del provvedimento amministrativo illegittimo e la perdita di opportunità, tenuto conto che il danno può essere risarcito solo quando sia collegato alla dimostrazione di un rilevante grado di probabilità – paragonabile alla certezza –  del conseguimento del vantaggio sperato, e non anche quando le chance di ottenere l’utilità perduta restano nel novero della mera possibilità.

Dunque nelle pubbliche gare, il predetto diritto risarcitorio spetta solo se l’impresa illegittimamente pretermessa dall’aggiudicazione illegittima riesca a dimostrare, con il dovuto rigore, che la sua offerta sarebbe stata selezionata in quanto migliore rispetto alle altre e che l’appalto le sarebbe stato aggiudicato.

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Contratto di locazione non registrato

L’articolo 1, comma 346, della L. 311/2004 (c.d Legge finanziaria 2005) dispone che “I contratti di locazione, o che comunque costituiscono diritti relativi di godimento, di unità immobiliari ovvero di loro porzioni, comunque stipulati, sono nulli se, ricorrendone i presupposti, non sono registrati”.

In tal contesto, si è recentemente espressa la Cassazione (Sezione III) con sentenza n. 25503 del 13.12.2016, la quale ha indicato due principi di diritto per la riforma della sentenza di merito impugnata nel procedimento per Cassazione:

  1. il contratto di locazione non registrato è nullo ai sensi della L. 30 dicembre 2004, n. 311, art. 1, comma 346;
  2. la prestazione compiuta in esecuzione d’un contratto nullo costituisce un indebito oggettivo, regolato dall’art. 2033 c.c., e non dall’art. 1458 c.c.; l’eventuale irripetibilità di quella prestazione potrà attribuire al solvens, ricorrendone i presupposti, il diritto al risarcimento del danno ex art. 2043 c.c., od al pagamento dell’ingiustificato arricchimento ex art. 2041 c.c.

Dalla nullità del contratto discende l’insussistenza dell’obbligo del conduttore di pagare il canone di locazione.

Pare comunque consequenziale che il locatore potrà richiedere al conduttore un’indennità per l’occupazione dell’immobile, anche se con espressa domanda giudiziale in tal senso, possibilità non esclusa dalla stessa sentenza citata: “Ove, poi, la Corte d’appello avesse voluto intendere (con l’ambiguo riferimento alla “irripetibilità della prestazione eseguita dal locatore”) che al locatore spettasse un compenso per l’ingiustificato arricchimento del conduttore nel periodo compreso tra la consegna e la restituzione dell’immobile, va ricordato che la domanda di pagamento dell’indennizzo per ingiustificato arricchimento ex art. 2041 c.c. deve essere espressamente formulata, e dalla sentenza impugnata non risulta che lo sia stata.

DiSara Riva

Licenziamento per giusta causa

Fumare sul luogo di lavoro che per sua natura preveda la presenza di materiali altamente infiammabile tra cui legno e solventi può condurre al licenziamento diretto.

In tal senso la sentenza n. 23862 pubblicata il 23 novembre scorso della Cassazione (Sezione Lavoro), la quale ha confermato la sentenza della Corte d’Appello di Ancona che stabiliva la legittimità di un licenziamento ai danni del lavoratore sorpreso ripetutamente a fumare incurante non solo del divieto di fumo, ma anche dei materiali infiammabili presenti in loco.

La Suprema Corte ha disposto come non sia necessario la concerta realizzazione del danno, essendo sufficiente la messa in pericolo dell’incolumità altrui oltreché della propria.

A nulla è valso il tentativo difensivo del lavoratore, che lamentava il mancato rispetto del criterio di proporzionalità tra la sanzione inflitta e il fatto contestato.

DiSara Riva

Intervento adesivo di un’associazione dei consumatori

Con la sentenza n. 23304 del 16.11.2016 la Corte di Cassazione SS.UU. ha ammesso l’intervento di associazioni dei consumatori nel giudizio promosso da un singolo, per la tutela collettiva dei medesimi diritti fondamentali riconosciuti ai singoli consumatori.

La Corte ha stabilito come le associazioni in questione non intervengano in violazione di quanto disposto all’art. 81 c.p.c. in materia di sostituzione processuale, ma in qualità di sostituti ad adiuvandum, ossia come coloro che abbiano un proprio interesse giuridicamente rilevante a sostenere le ragioni di una delle parti principali.

L’intervento adesivo dipendente del terzo nel procedimento in corso tra altri soggetti, ex art. 105 c.p.c comma II, è consentito ove l’interveniente sia titolare di un rapporto giuridico connesso con quello dedotto in lite da una delle parti o da esso dipendente e non di mero fatto, attesa la necessità che la soccombenza della parte determini un pregiudizio totale o parziale al diritto vantato dal terzo quale effetto riflesso del giudicato” (si veda anche Cass. 15422/2016).