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DiMartina Bolis

Cartella esattoriale e motivazione

Con l’ordinanza n. 8934 del 2014, la Corte di Cassazione Civile ha ribadito un principio fondamentale inerente alle cartelle esattoriali, già affermato con la precedente sentenza n. 26330 del 2009.

Secondo la Suprema Corte, la cartella esattoriale deve essere sempre motivata in modo che il contribuente che la riceve possa conoscere in modo chiaro e preciso le ragioni alla base di detta cartella, e possa di conseguenza impugnarla tempestivamente innanzi alle Commissioni Tributarie.

Viene infatti stabilito che “l’obbligo di una congrua, sufficiente ed intellegibile motivazione non può essere riservato ai soli avvisi di accertamento della tassa (per i quali tale obbligo è ora espressamente sancito dall’art. 71 comma secondo bis del D.Lgs 15 novembre 1993 n. 507), atteso che alla cartella di pagamento devono ritenersi comunque applicabili i principi di ordine generale indicati per ogni provvedimento amministrativo dall’art. 3 della Legge 7 agosto 1990 n. 241, ponendosi, una diversa interpretazione, in insanabile contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost., tanto più quando tale cartella non sia stata preceduta da un motivato avviso di accertamento” (Cassazione, 26330/09).

Ne consegue che, quando la cartella esattoriale è il primo atto che il contribuente riceve, questa deve contenere motivazioni specifiche e dettagliate e non solo meri riferimenti normativi generici.

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La messa alla prova nel processo penale

Con la Legge 28.04.2014 n. 67, in materia di delega al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio, è stata introdotto l’istituto della cosiddetta probation, ossia della messa alla prova per gli adulti, in vigore dal 17.05.2014.

L’istituto in esame era già presente nel procedimento penale a carico di minorenni; in particolare, l’art. 28 D.P.R. 448/1988 prevede che “1. Il Giudice, sentite le parti, può disporre con ordinanza la sospensione del processo quando ritiene di dover valutare la personalità del minore all’esito della prova disposta a norma del comma 2. Il processo è sospeso per un periodo non superiore a tre anni quando si procede per reati per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a dodici anni; negli altri casi, per un periodo non superiore ad un anno. Durante tale periodo è sospeso il corso della prescrizione. 2. Con l’ordinanza di sospensione il giudice affida il minorenne ai servizi minorili dell’amministrazione della giustizia per lo svolgimento, anche in collaborazione con i servizi locali, delle opportune attività di osservazione, trattamento e sostegno. Con il medesimo provvedimento il giudice può impartire prescrizione dirette a riparare le conseguenze del reato e a promuovere la conciliazione del minorenne con la persona offesa dal reato. […]”.

Per quanto attiene l’imputato maggiorenne, la messa alla prova ha trovato collocazione nel nuovo titolo quinto bis del codice di procedura penale, agli artt. 464bis e seguenti, e nell’art. 168bis c.p.

L’ambito di applicazione dell’istituto è limitato ai soli reati puniti con la pena pecuniaria, ovvero con la pena edittale detentiva non superiore a quattro anni, sola, congiunta o alternativa alla pena pecuniaria; inoltre, la messa alla prova può essere richiesta anche quando si procede per i delitti indicati dall’art. 550 comma 2 c.p.p.

Oltre ai limiti derivanti dalla gravità del reato, che possono essere definiti “oggettivi”, ve ne sono di ulteriori, che possono essere definiti “soggettivi”.

Infatti, la messa alla prova non può essere concessa all’imputato che ne abbia già beneficiato una volta né a coloro i quali sono stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza, né a chi abbia fallito la prova o abbia subito la revoca dell’ordinanza di ammissione.

La richiesta di sospensione del procedimento penale con messa alla prova può essere avanzata personalmente dall’imputato o dal difensore munito di procura speciale, entro termini perentori previsti dall’art. 464 bis c.p.p.; oltre tali termini, la richiesta sarà rigettata dal Giudice perché considerata inammissibile.

È da evidenziare come, dall’ordinanza con la quale il Giudice concede la messa alla prova, il termine di prescrizione resta sospeso fino all’esito della misura. La sospensione non può essere superiore a due anni, qualora si tratti di reati per il quali è prevista una pena detentiva (sola, congiunta o alternativa a pena pecuniaria), o ad un anno qualora si tratti di reati puniti con la sola pena pecuniaria.

Quanto al contenuto della misura, l’art. 168bis c.p. prevede che “… La messa alla prova comporta la prestazione di condotte volte alla eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato, nonché, ove possibile, il risarcimento del danno dallo stesso cagionato. Comporta altresì l’affidamento dell’imputato al servizio sociale, per lo svolgimento di un programma che può implicare, tra l’altro, attività di volontariato di rilievo sociale, ovvero l’osservanza di prescrizioni relative ai rapporti con il servizio sociale o con una struttura sanitaria, alla dimora alla libertà di movimento, al divieto di frequentare determinati locali. La concessione della messa alla prova è inoltre subordinata alla prestazione di lavoro di pubblica utilità. […]”.

In caso di esito positivo della messa alla prova, il Giudice dichiara estinto il reato con sentenza; in caso di esito negativo, il procedimento penale riprenderà il suo corso.

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Divieto di patto commissorio e mutuo

Caio stipulava con la Banca Alfa un contratto di mutuo per l’acquisto dell’immobile Tuscolano; la Banca pretendeva però la sottoscrizione, con contratto separato, da parte di Caio di una procura a vendere l’immobile in questione, con la quale sarebbe stata autorizzata a vendere l’immobile nel caso di inadempimento al contratto di mutuo, trattenendo la somma dovuta e restituendo l’eccedenza a Caio.

In via preliminare, è opportuno premettere brevi cenni sugli istituti sottesi al caso in esame.

Il mutuo, disciplinato agli artt. 1813 c.c. e seguenti, è un contratto con il quale una parte, detta mutuante, consegna ad un’altra parte, detta mutuatario, una somma di danaro o una certa quantità di cose fungibili; per contro, il mutuatario si obbliga a restituire al mutuante altrettante cose della medesima specie e qualità, o la stessa somma di danaro.

Si tratta di un contratto reale, in quanto si perfeziona con la consegna del bene, o con il conseguimento della disponibilità di questo.

L’art. 2744 c.c. stabilisce il cosiddetto divieto di patto commissorio; in base alla norma de qua, è affetto da nullità il patto con il quale viene stabilito il passaggio di proprietà di un bene ipotecato o dato in pegno al creditore in mancanza del pagamento del credito di quest’ultimo. La nullità si produce tanto nel caso in cui detto patto sia contestuale alla costituzione di pegno od ipoteca, quanto nel caso in cui sia stipulato successivamente.

La ratio sottesa a tale divieto è duplice: da un lato, si vuole tutelare il debitore, che di fatto è la parte debole di un contratto, dalle coercizioni e coartazioni del creditore. Da un diverso punto di vista, il legislatore ha voluto tutelare la par condicio creditorum, ossia la parità tra i creditori, ed evitare a tal fine l’automaticità tra inadempimento e conseguenze sfavorevoli, in quanto l’inadempimento può essere causa di tali conseguenze solo a seguito di accertamento giudiziale.
Ciò premesso, si tratta di considerare se i contratti stipulati da Caio con Alfa possano essere considerati violazione del divieto di patto commissorio.

Occorre in primo luogo chiarire se l’art. 2744 c.c. costituisca una norma eccezionale, e quindi non applicabile in via analogica, ovvero se, al contrario, non sia da considerarsi tale e possa di conseguenza essere applicata analogicamente.

La giurisprudenza maggioritaria ritiene che il divieto di patto commissorio debba essere interpretato secondo un criterio funzionale, così da essere un efficace strumento di tutela della par condicio creditorm e del debitore. In tale ottica, viene considerato violato il divieto di cui all’art. 2744 c.c. qualora si abbia un negozio in astratto lecito, ma utilizzato in concreto per conseguire un risultato vietato dall’ordinamento, quale la coercizione del debitore e la privazione o diminuzione della sua libertà decisionale. Il patto commissorio si potrà anche ravvisare nel caso in cui vengano posti in essere dei contratti collegati, qualora si ravvisi in essi uno scopo precipuo di garanzia, a prescindere dal tipo di contratto utilizzato e dal momento in cui il trasferimento della proprietà è destinato ad operare.

In tal senso, si veda tra le tante Cassazione, 13/4262.

Secondo una diversa impostazione, l’art. 2744 c.c. deve essere considerata norma eccezionale, da interpretarsi quindi in base ad un criterio strettamente formalistico e letterale. La norma in questione parla di “bene ipotecato o dato in pegno”; la costituzione di pegno o ipoteca sul bene del debitore è quindi un elemento necessario ai fini della sussistenza del patto commissorio. In base a tale orientamento, non vi sarà quindi violazione dell’art. 2744 c.c. qualora la finalità illegittima (la coartazione del debitore, la violazione della par condicio creditorum) venga perseguita attraverso altri strumenti negoziali, in assenza della costituzione di garanzie reali.

Questa concezione ha trovato sostegno nella giurisprudenza minoritaria; si porti ad esempio la Cassazione 10/5426.
Tornando alla problematica di Caio, in adesione alla tesi della giurisprudenza maggioritaria, sarebbe possibile concludere per la sussistenza di un patto commissorio.

Infatti, giova in primis porre l’accento sul fatto che i due contratti collegati, mutuo e procura a vendere, siano stati sottoscritti l’uno poco dopo l’altro, e che in entrambi i casi la controparte di Caio fosse Alfa. E’ inoltre da rilevare come il mutuo fosse stato stipulato proprio al fine di acquistare l’immobile Tuscolano, oggetto della procura a vendere. Di fatto, Caio conferiva ad Alfa procura a vendere al fine di vedersi concedere il mutuo, poiché qualora non avesse firmato la prima non avrebbe ottenuto dalla Banca il secondo. La volontà di Caio risulta quindi essere stata coartata dalla Banca.

Inoltre, vero è che con il divieto di patto commissorio si vuole impedire che un bene passi automaticamente nella disponibilità del creditore a seguito di un inadempimento, mentre nel caso di Caio la Banca non avrebbe conseguito la proprietà dell’immobile Tuscolo ma lo avrebbe venduto a terzi. Tuttavia, ciò non cambia la sostanza; infatti, all’inadempimento sarebbe comunque conseguito in automatico la perdita del bene da parte di Caio, e di fatto vi sarebbe stata una alterazione della parità di trattamento tra creditori.

Quindi, qualora si considerasse violato il divieto di cui all’art. 2744 c.c. per le motivazioni sopra esposte, la conseguenza sarebbe la nullità dei contratti posti in essere in violazione della norma, ossia la nullità tanto del contratto di mutuo quanto della procura a vendere.

Se invece si ritenesse di aderire alla giurisprudenza minoritaria, la conclusione sarebbe diametralmente opposta. Caio non costituiva alcun pegno od ipoteca sull’immobile Tuscolano. Per tale motivo, non vi sarebbe alcuna violazione del divieto di patto commissorio, ed i due contratti rimarrebbero pienamente validi e vincolanti.

DiMartina Bolis

Guida sotto effetto di stupefacenti

Recentemente la Corte di Cassazione si è pronunciata in merito al reato di guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, previsto dall’art. 187 cds.

La Suprema Corte, nella sentenza n. 16059 del 2014, ha stabilito che, ai fini dell’affermazione della responsabilità per tale reato, non è sufficiente provare l’assunzione precedente di sostanze stupefacenti, ma è altresì necessario dimostrare che il soggetto agente si sia effettivamente posto alla guida in stato di alterazione causato dall’assunzione della sostanza.

L’orientamento prevalente della giurisprudenza di legittimità ritiene che il reato di cui all’art. 187 cds sia integrato “dalla condotta di guida in stato di alterazione psicofisica determinato dall’assunzione di sostanze, e non già dalla mera condotta di guida tenuta dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti, sicché ai fini del giudizio di responsabilità è necessario provare non solo la precedente assunzione di sostanze stupefacenti, ma anche che l’agente abbia guidato in stato di alterazione causato da tale assunzione“.

Ai fini dell’accertamento del reato, è quindi necessario, secondo la Corte di Cassazione, procedere ad un accertamento tecnico – biologico, ed al contempo devono coesistere altre circostanze che provino lo stato di alterazione psicofisica al momento del fatto.

Ciò in quanto le tracce degli stupefacenti restano nel corpo per diverso tempo, con la conseguenza che l’esame tecnico potrebbe dare un esito positivo nei confronti di un soggetto che ha assunto la sostanza diversi giorni prima e che quindi, al momento del fatto, non si trova in stato di alterazione.

Di seguito la sentenza.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. B. C. G. – Presidente –

Dott. D. C. Consigliere –

Dott. B. L. – rel. Consigliere –

Dott. I. E. – Consigliere –

Dott. D. M. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

V.C.A. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 4078/2011 CORTE APPELLO di MILANO, del 14/12/2011;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 13/02/2014 la relazione fatta dal Consigliere Dott. B. L.

Udito il Procuratore Generale in persona del Cons. M. G. che ha concluso per il rigetto del ricorso;

Udito il difensore Avv.to S. F. C. del Foro di Milano.

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 14 dicembre 2011 la corte di appello di Milano ha confermato la sentenza del Gip che, all’esito di giudizio celebrato con rito abbreviato, aveva riconosciuto V.C.A. colpevole dei reati di omicidio colposo commesso con violazione delle norme a tutela della circolazione stradale e di guida in stato di alterazione da sostanze stupefacenti, condannandolo alla pena di un anno, quattro mesi e venti giorni di reclusione, pena sospesa, e applicando la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente nonchè la confisca del motociclo da lui guidato. Il (OMISSIS) il V., alla guida del proprio motociclo, nell’impegnare l’incrocio tra via (OMISSIS) e viale (OMISSIS), urtava il pedone S.G. che stava attraversando la strada da destra verso sinistra, fuori delle strisce pedonali;

l’imputato stava superando sulla sinistra le macchine ferme in colonna, procedendo ad una velocità di circa 37 km/h, ritenuta non prudenziale in relazione alla manovra scorretta che stava compiendo.

Sia il tribunale che la corte d’appello ritenevano la responsabilità del V. per entrambi i reati; in particolare la corte d’appello rilevava come non potesse dubitarsi che lo stato di intossicazione per l’assunzione di sostanze stupefacenti fosse attuale, in tal senso deponendo i risultati delle analisi delle urine, confermati dal referto redatto dal medico del pronto soccorso dove era stato ricoverato. In ordine all’incidente, la corte di appello rilevava che l’imputato era stato ritenuto responsabile per aver tenuto una velocità non in assoluto eccessiva, ma imprudente rispetto alla concreta situazione e cioè in relazione alla manovra che stava compiendo; egli infatti si era spostato sulla sinistra per effettuare il sorpasso dei veicoli incolonnati e in tale situazione gli competeva un dovere di maggiore attenzione e prudenza per evitare ogni eventuale pericolo che si potesse verificare, come nella specie avvenuto.

2. Avverso tale sentenza ha presentato ricorso per cassazione il difensore dell’imputato che contesta la responsabilità per entrambi i reati; per quanto riguarda l’alterazione psicofisica, il ricorrente sostiene che si tratta di una circostanza, quella della presenza di cannabinoidi, accertata soltanto attraverso l’esame delle urine, esame però che, come la difesa aveva rappresentato già in sede di appello, può dimostrare soltanto la pregressa assunzione di sostanze stupefacenti e non la attualità del fatto che la persona si trovasse, al momento dell’incidente, sotto l’influenza dei cannabinoidi. Per quanto riguarda la presenza di benzodiazepine, la difesa rileva che all’imputato erano stati somministrati poco prima dei farmaci ansiolitici, essendo stato riscontrato lo stato di agitazione per l’incidente; la presenza di benzodiazepina era pienamente compatibile con tali dati; anche questa circostanza era stata debitamente rappresentata alla corte d’appello dal consulente tecnico nominato dall’imputato. Nè poteva ritenersi che la prova sussistesse, risultando confermato l’esito delle analisi cliniche dal referto medico, in quanto il referto era stato in realtà redatto sulla sola base delle analisi cliniche. Per quanto riguarda l’investimento del pedone la difesa insiste nel contestare la responsabilità dell’imputato affermando che il pedone era uscito all’improvviso dalla fila di auto incolonnate, con modalità tali da non essere visibile da parte dell’imputato, di modo che non era possibile alcuna manovra atta ad evitare l’investimento. La ritenuta velocità non prudenziale del V. in relazione alla manovra che stava effettuando non trova conferma nè nelle conclusioni del consulente del pm nè in quelle del consulente della difesa.

Motivi della decisione

1. Il primo motivo è, ad avviso del Collegio, fondato per quanto appresso si dirà.

Occorre premettere che secondo la più attenta e recente giurisprudenza di questa Corte (sez. 4^ 23.9.2013 n.39160 Rv. 256830; sez. 4^ 11.6.2009 n. 41796 rv. 24553; sez. 4^ 11.8.2008 n. 33312 rv. 241901) il reato di cui all’art. 187 C.d.S., è integrato dalla condotta di guida in stato d’alterazione psicofisica determinato dall’assunzione di sostanze e non già dalla mera condotta di guida tenuta dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti, sicchè ai fini del giudizio di responsabilità, è necessario provare non solo la precedente assunzione di sostanze stupefacenti ma che l’agente abbia guidato in stato d’alterazione causato da tale assunzione. Ai fini dell’accertamento del reato è dunque necessario sia un accertamento tecnico-biologico, sia che altre circostanze provino la situazione di alterazione psico-fisica al momento del fatto contestato. Tale complessità probatoria si impone in quanto le tracce degli stupefacenti permangono nel tempo, sicchè l’esame tecnico potrebbe avere un esito positivo in relazione ad un soggetto che ha assunto la sostanza giorni addietro e che, pertanto, non si trova al momento del fatto in stato di alterazione. Deve dunque essere annullata sul punto la sentenza impugnata con rinvio al giudice di merito che valuterà se sussistano altre circostanze, riferite dagli agenti o comunque desumibili dal comportamento dell’imputato, sulla cui base possa affermarsi che il medesimo fosse in stato di alterazione al momento dell’incidente.

Quanto alla responsabilità per l’incidente, il ricorso non merita accoglimento.

Per quanto riguarda lo svolgimento dei fatti, la ricostruzione effettuata dalla Corte di appello, conforme a quanto già ritenuto in primo grado, è lineare, convincente e non contestata, nel senso che l’investimento del pedone da parte del V. è avvenuto allorchè il pedone stava effettuando l’attraversamento della strada passando tra le auto incolonnate ferme al semaforo e il V. stava sorpassando queste auto sulla sinistra. Correttamente il giudice di primo grado ha rilevato, e la corte di appello ha confermato, che il conducente di un veicolo ha un generale dovere di attenzione nei confronti dei pedoni in prossimità di un semaforo, essendo sempre possibile che si verifichi l’attraversamento fuori del passaggio pedonale, comportamento che, se pure imprudente, non è eccezionale o assolutamente imprevedibile. Il motociclista, spostandosi sul lato sinistro della carreggiata per sorpassare i veicoli incolonnati creava a sua volta una situazione di pericolo nella circolazione e doveva dunque prestare la massima attenzione e rallentare in modo da essere sempre in condizione di arrestare il proprio veicolo, anche a fronte di una possibile situazione di emergenza, in effetti verificatasi a seguito della condotta del pedone, ed in tal senso la velocità da lui tenuta se pure inferiore al limite consentito, risultava non prudenziale.

La motivazione è corretta: la misura della diligenza che si pretende nel campo della circolazione dei veicoli è massima, richiedendosi a ciascun utente, al fine di controbilanciare la intrinseca pericolosità della specifica attività considerata, peraltro assolutamente indispensabile alla vita sociale e sempre più in espansione, una condotta di guida di assoluta prudenza della quale fa parte anche l’obbligo di preoccuparsi della possibile irregolarità di comportamento di terze persone. Il principio dell’affidamento, nello specifico campo della circolazione stradale, trova un opportuno temperamento nell’opposto principio, già sopra richiamato, secondo cui l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente di altri utenti purchè rientri nel limite della prevedibilità. Non censurabile dunque è il ritenuto concorso di colpa.

2. Conclusivamente deve essere annullata la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui all’art. 187 C.d.S., con rinvia per nuovo esame alla Corte di appello di Milano; il ricorso deve essere nel resto rigettato.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui all’art. 187 C.d.S., e rinvia per nuovo esame alla Corte di appello di Milano.

Rigetta il ricorso nel resto.

Così deciso in Roma, il 13 febbraio 2014.

Depositato in Cancelleria il 11 aprile 2014

DiMartina Bolis

Violenza sessuale di minore gravità e recidiva

Con la sentenza n. 106 del 2014, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 69 comma IV c.p., così come sostituito dalla Legge n. 251/05, nella parte in cui stabilisce il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all’art. 609bis comma III c.p., sulla recidiva di cui all’art. 99 comma IV c.p.

In particolare, la Corte Costituzionale ha ritenuto fondate le due censure presentate dalla Corte di Cassazione, con ordinanza del 15 ottobre 2013.

È stata in primis ritenuta fondata la censura legata al principio di proporzionalità della pena, sancito dall’art. 27 comma III Cost.

I Giudici Costituzionali hanno affermato che l’introduzione di una concezione unitaria di atto sessuale ha comportato “l’esigenza di introdurre una circostanza attenuante per i casi di minore gravità”.
Infatti, la nozione di atto sessuale “pur continuando ad avere come punti di riferimento da un lato la congiunzione carnale e dall’altro gli atti di libidine, intende distaccarsi dalla fisicità e materialità della distinzione per apprestare una più comprensiva ed estesa tutela contro qualsiasi comportamento che costituisca una ingerenza nella piena autodeterminazione della sfera sessuale”.

Il divieto di prevalenza dell’attenuante della minore gravità sancita dall’art. 609bic comma III c.p. sulla recidiva reiterata annulla la diversità delle pene stabilite dal comma I e dal comma III dell’art. 609bis c.p., di fatto potendo rendere la pena palesemente sproporzionata.

E’ stata in secondo luogo ritenuta fondata la censura legata al principio di uguaglianza, in quanto fatti di minima entità e fatti gravi vengono sanzionati con la medesima pena, per effetto del divieto di cui si discute.

Per tali motivazioni, è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 69 comma IV c.p., nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante dell’art. 609bis comma III c.p. sulla recidiva reiterata.

Di seguito il testo della sentenza:

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

– G. S. Presidente

– L. M. Giudice

– S. C. ”

– G. T. ”

– P. M. N. ”

– G. F. ”

– A. C. ”

– P. G. ”

– G. L. ”

– A. C. ”

– M. C. ”

– S. M. ”

– M. R. M. ”

– G. C. ”

ha pronunciato la seguente

Svolgimento del processo

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 69, quarto comma, del codice penale, promosso dalla Corte di cassazione nel procedimento penale a carico di D.C.L., con ordinanza del 15 ottobre 2013, iscritta al n. 275 del registro ordinanze 2013 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 52, prima serie speciale, dell’anno 2013.

Visti l’atto di costituzione di D.C.L., nonché l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica dell’11 marzo 2014 il Giudice relatore G. L.;

uditi l’avvocato A. G. per D.C.L. e l’avvocato dello Stato P. G. per il Presidente del Consiglio dei ministri.

1.- La Corte di cassazione, terza sezione penale, con ordinanza del 15 ottobre 2013 (r.o. n. 275 del 2013), ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 69, quarto comma, del codice penale, come sostituito dall’art. 3 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), nella parte in cui stabilisce il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all’art. 609-bis, terzo comma, cod. pen., sulla recidiva reiterata, prevista dall’art. 99, quarto comma, cod. pen.

La Corte rimettente premette che, con sentenza del 15 luglio 2011, il Tribunale ordinario di Torre Annunziata aveva dichiarato D.C.L. colpevole dei reati di cui agli artt. 81, capoverso, 572 e 609-bis cod. pen. e lo aveva condannato alla pena di quattro anni e sei mesi di reclusione, ritenendo l’attenuante prevista dal terzo comma dell’art. 609-bis cod. pen. prevalente sulla contestata recidiva reiterata e infraquinquennale.

La Corte d’appello di Napoli, in accoglimento dell’appello del pubblico ministero, aveva parzialmente riformato la sentenza di primo grado, rideterminando la pena in sei anni di reclusione, perché aveva ritenuto che rispetto alla recidiva prevista dall’art. 99, quarto comma, cod. pen., il giudizio di comparazione con l’attenuante del fatto di minore gravità non potesse essere effettuato che in termini di equivalenza.

L’imputato aveva proposto ricorso per cassazione, deducendo che il giudice di appello aveva aggravato la pena senza tener conto delle risultanze processuali e della valutazione dell’attenuante dell’art. 609-bis, terzo comma, cod. pen., fatta dal giudice di primo grado, e aveva altresì sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 69, quarto comma, cod. pen., nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all’art. 609-bis, terzo comma, cod. pen., sulla recidiva reiterata, prevista dall’art. 99, quarto comma, cod. pen.

Il giudice a quo richiama la giurisprudenza costituzionale e di legittimità che ha prospettato un’interpretazione dell’art. 99, quarto comma, cod. pen., tale da configurare un’ipotesi di recidiva facoltativa, che il giudice può sia escludere, sia invece riconoscere, qualora il nuovo episodio delittuoso appaia concretamente significativo, in rapporto alla natura e al tempo di commissione dei precedenti, sotto il profilo della più accentuata colpevolezza e della maggiore pericolosità del reo.

Nel caso di specie, prosegue la Corte rimettente, il giudice di secondo grado aveva ritenuto che la contestata recidiva non potesse essere esclusa, perché «i reati contestati all’imputato, già gravato di precedenti per evasione e violazione della normativa sugli stupefacenti, costituivano espressione di maggior colpevolezza e pericolosità sociale in quanto si inquadravano “senza dubbio alcuno in una progressione criminosa ulteriore, essendo ampliato il ventaglio di beni aggrediti dalle condotte antigiuridiche del D.C.L.”», e aveva ritenuto che il giudizio di comparazione tra la ritenuta recidiva e la circostanza attenuante di cui all’art. 609-bis, terzo comma, cod. pen., potesse essere espresso in termini di equivalenza, dato «il tassativo disposto di cui all’art. 69, comma 4, c.p.» da cui discende automaticamente «l’impossibilità di ritenere la prevalenza della circostanza attenuante».

Ritenuta perciò la rilevanza della questione, e facendo riferimento alla sentenza di questa Corte n. 68 del 2012, la Corte di cassazione rileva che «al pari della configurazione delle fattispecie astratte di reato anche la commisurazione delle sanzioni per ciascuna di esse è materia affidata alla discrezionalità del legislatore in quanto involge apprezzamenti tipicamente politici. Le scelte legislative sono pertanto sindacabili soltanto ove trasmodino nella manifesta irragionevolezza o nell’arbitrio, come avviene a fronte di sperequazioni sanzionatorie tra fattispecie omogenee non sorrette da alcuna ragionevole giustificazione», sicché la Corte costituzionale avrebbe il compito di verificare che l’uso della discrezionalità legislativa rispetti sia il limite della ragionevolezza, sia il principio di proporzionalità tra qualità e quantità della sanzione, da un lato, e offesa, dall’altro.

Ciò posto, la questione sarebbe non manifestamente infondata con riferimento ai principi di uguaglianza, ragionevolezza e proporzionalità sanciti dagli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost.

La Corte rimettente ricorda che la legge 15 febbraio 1996, n. 66 (Norme contro la violenza sessuale), ricorrendo all’unitaria nozione di atti sessuali, ha unificato nella violenza sessuale le fattispecie di congiunzione carnale violenta e di atti di libidine violenti, previste dalla precedente normativa, e che «la “unificazione” in una sola [ipotesi] criminosa di ogni attentato alla sfera sessuale ha indotto il legislatore, per differenziare sul piano sanzionatorio le ipotesi meno gravi (rientranti secondo la previgente disciplina negli atti di libidine), a configurare una circostanza attenuante speciale». Così, mentre l’art. 609-bis, primo comma, cod. pen., prevede una pena da cinque a dieci anni di reclusione, il terzo comma stabilisce che «nei casi di minore gravità» la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi, sicché, in caso di riconoscimento di siffatta attenuante, la stessa «(applicandosi l’attenuante nella massima estensione) può variare da un minimo di 1 anno e 8 mesi di reclusione ad un massimo di 3 anni e 4 mesi».

La Corte aggiunge che «il massimo della pena edittale, previsto nell’ipotesi di riconoscimento della circostanza attenuante speciale di minore gravità (anni 3 a mesi 4), è […], in modo considerevole, inferiore al minimo della pena prevista per l’ipotesi di cui al comma 1 (anni 5)», e ciò perché le ipotesi di minore gravità di cui al terzo comma dell’art. 609-bis cod. pen. si differenziano, rispetto a quelle delineate dal primo comma, per la minore offesa alla libertà sessuale cagionata dal fatto di reato.

Questa differenza, peraltro, era stata tenuta presente dal legislatore anche in materia di misure cautelari, in quanto, prima della sentenza n. 265 del 2010, con cui la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 275, comma 3, secondo e terzo periodo, del codice di procedura penale (nella parte in cui – nel prevedere che, quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di cui agli articoli 600-bis, primo comma, 609-bis e 609-quater del codice penale, è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari – non fa salva, altresì, l’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure), la presunzione prevista da tale comma non si applicava, per espressa esclusione normativa, alle ipotesi di minore gravità previste dal terzo comma dell’art. 609-bis cod. pen.

Richiamata la giurisprudenza di legittimità sull’attenuante speciale in oggetto, la Corte rimettente conclude che questa circostanza rappresenta un «temperamento dell’unificazione in un unico reato di condotte che si differenziano nettamente in relazione alla diversa intensità della lesione del bene giuridico tutelato», con la conseguenza che «la norma di cui all’art. 69 co. 4 c.p. che [ne] prevede il divieto di prevalenza […] sulla recidiva di cui all’art. 99 co. 4 c.p. impedisce sostanzialmente l’applicazione di una sanzione adeguata e proporzionata all’entità (anche se minima) dell’aggressione alla sfera sessuale della vittima, ponendo l’accento esclusivamente sulle condizioni soggettive del reo».

La norma censurata sarebbe, pertanto, in contrasto con il principio di uguaglianza perché fatti anche di minima entità vengono, per effetto del divieto in questione, ad essere irragionevolmente sanzionati con la stessa pena, prevista dal primo comma dell’art. 609-bis cod. pen., per le ipotesi di violenza più gravi, vale a dire per condotte che, pur aggredendo il medesimo bene giuridico, sono completamente diverse, sia per le modalità, sia per il danno arrecato alla vittima. L’autore di condotte di minore gravità, che sia recidivo ex art. 99, quarto comma, cod. pen., sarebbe infatti punito con la stessa pena prevista per chi pone in essere comportamenti ben più gravi sotto il profilo dell’offesa alla libertà sessuale della vittima.

Tale incongruità sarebbe più evidente quando non si tratta di recidiva specifica, perchè in tal caso il reo non potrebbe essere ritenuto incline a commettere reati della stessa indole.

Sussisterebbe, inoltre, la violazione del principio di proporzionalità della pena, in quanto, come già rilevato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 251 del 2012, l’incidenza della regola preclusiva sancita dall’art. 69, quarto comma, cod. pen., attribuisce alla risposta punitiva i connotati di una sanzione palesemente sproporzionata e, dunque, inevitabilmente avvertita come ingiusta dal condannato. Perciò, secondo la Corte rimettente, deve concludersi che la norma censurata è in contrasto anche con la finalità rieducativa della pena, che implica un costante «principio di proporzione» tra qualità e quantità della sanzione, da una parte, e offesa, dall’altra.

2.- È intervenuto nel giudizio di legittimità costituzionale, con memoria depositata il 16 gennaio 2014, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o, comunque, non fondata.

Ad avviso della difesa dello Stato, la Corte rimettente non avrebbe descritto sufficientemente la fattispecie oggetto del giudizio, in quanto non avrebbe specificato «i fatti in base ai quali sia stata valutata giuridicamente corretta la non praticabilità della esclusione dell’aggravante della recidiva». Il giudice a quo, in particolare, non avrebbe «illustrato per quale motivo nel caso di specie sia da negare la possibilità di tenere conto della lesività oggettiva del fatto, escludendo rilievo ad una condizione soggettiva dell’imputato che non è affatto espressione di una medesima devianza». La questione sarebbe, pertanto, inammissibile per difetto di motivazione sulla rilevanza.

L’Avvocatura generale dello Stato aggiunge che, comunque, la questione non è fondata. Con la riforma dell’art. 69 cod. pen., introdotta dal decreto-legge 11 aprile 1974, n. 99 (Provvedimenti urgenti sulla giustizia penale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 7 giugno 1974, n. 220, si sarebbe gravato il giudice di un potere discrezionale estremamente lato, con il pericolo di provocare disparità e incertezze in sede applicativa. La dilatazione del giudizio di bilanciamento conseguente alla riforma del 1974 avrebbe in seguito indotto più volte il legislatore a circoscriverlo o ad escluderlo per talune circostanze, e in tale contesto si inserirebbe la modifica dell’art. 69, quarto comma, cod. pen., la cui ratio è chiaramente volta a «inasprire il regime sanzionatorio di coloro che versano nella situazione di recidiva reiterata, impedendo che tale importante circostanza sia sottratta alla commisurazione della pena in concreto»: si tratterebbe di una scelta discrezionale del legislatore, immune dalle censure denunciate dal giudice rimettente.

La norma censurata non sarebbe in contrasto con il principio di ragionevolezza, in quanto tenderebbe ad attuare «una forma di prevenzione generale della recidiva reiterata, inasprendone il regime sanzionatorio». Essa, inoltre, non comporterebbe un’applicazione sproporzionata della pena, perché sanziona coloro che hanno commesso un altro reato essendo già recidivi, così dimostrando un alto e persistente grado di antisocialità. Inoltre, non si potrebbe ragionevolmente ritenere che la previsione di trattamenti sanzionatori più rigorosi per i recidivi reiterati possa determinare l’applicazione di una pena di per sé sproporzionata, e ciò sarebbe sufficiente per escludere anche qualsiasi conflitto con la funzione rieducativa della pena. La commisurazione della pena, sottolinea l’Avvocatura generale dello Stato, è demandata al giudice alla stregua dei principi fissati dal legislatore, che nel caso di specie avrebbe inteso sanzionare il fenomeno della recidiva reiterata in sé, a prescindere dalla gravità dei fatti commessi, dai loro tempi e modi e dalle sanzioni irrogate, in quanto «il fatto stesso della persistenza nelle condotte antisociali, quali che esse siano, dimostra che la funzione rieducativa non ha potuto efficacemente esplicarsi nei confronti del soggetto, e quindi è necessario assicurare la possibilità (quantomeno escludendo la prevalenza delle attenuanti) che, attraverso l’applicazione della pena, tale funzione trovi una nuova occasione di svolgimento».

La giurisprudenza costituzionale, osserva ancora l’Avvocatura generale dello Stato, ha chiarito come, salvo che per i reati previsti dall’art. 407, comma 2, lettera a), cod. proc. pen., la recidiva conservi il carattere discrezionale o facoltativo, così restando integro il potere del giudice di escludere l’applicazione della circostanza qualora ritenga che la ricaduta nel reato non sia «indice di insensibilità etico/sociale del colpevole». Perciò, anche nelle ipotesi di recidiva reiterata, il giudice di merito sarebbe tuttora in grado, motivando adeguatamente la decisione, di commisurare il trattamento sanzionatorio alla effettiva gravità del fatto e alla reale necessità di rieducazione mostrata dal colpevole.

3.- Nel giudizio di costituzionalità si è costituito, con memoria depositata il 3 gennaio 2014, D.C.L., che ha sostenuto l’illegittimità costituzionale della norma censurata.

Secondo la difesa dell’imputato la normativa in oggetto rende la pena, per le ipotesi di cui all’art. 609-bis, terzo comma, cod. pen., «irragionevolmente eccessiva» e non rispondente alla necessità di «prevenzione generale e speciale», sia perché la circostanza attenuante speciale può riguardare «anche soltanto lievi toccamenti, sfregamenti, baci, come nel caso di specie [in cui l’imputato] aveva tentato di ristabilire il rapporto con la moglie da cui era separato, con atti di eccessiva affettuosità, in un momento in cui la consorte non era consenziente a ricevere», sia perché «l’assenza di recidiva specifica non manifesta alcuna proclività alla commissione di reati della stessa indole».

La difesa dell’imputato richiama la sentenza n. 251 del 2012 con cui la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 69, quarto comma, cod. pen, nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all’art. 73, comma 5, del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza) sulla recidiva di cui all’art. 99, quarto comma, cod. pen., ritenendo che «i medesimi argomenti […] sono ancor più validi e pregnanti quando riferiti all’ipotesi di cui all’art. 609-bis comma 3 c.p.», in quanto in tal caso «anche se vi è lesione del medesimo bene giuridico rispetto all’art. 609-bis c.p., cioè l’autodeterminazione sessuale e la violazione della integrità fisica e psichica, la struttura ontologica del reato, con riferimento alla condotta, denota fattispecie di assai diversa rilevanza, offensività e pericolosità, dal momento che, ad esempio, una bestiale violenza sessuale, cagionante gravi danni fisici e psichici alla vittima, non può essere comparata, in relazione alla struttura della condotta, ad un tentativo, sia pure illecito e maldestro, di un contatto sessuale».

L’applicazione della norma censurata, quindi, produrrebbe conseguenze irragionevoli ed elusive dell’art. 27, terzo comma, Cost., imponendo al giudice la necessità di infliggere, anche in caso di recidiva specifica, sia pure per reati di minore intensità, una pena che non sia inferiore a 5 anni di reclusione, e di dare un peso irragionevolmente e sproporzionatamente eccessivo a qualsivoglia precedente penale rispetto alle concrete modalità della condotta offensiva. Si lede così, ad avviso della difesa dell’imputato, un principio cardine dell’ordinamento, secondo cui la pena deve essere determinata «in relazione alle condizioni soggettive del reo e in relazione alla gravità oggettiva del fatto». Peraltro, il principio di proporzionalità della pena rispetto al fatto di reato è enunciato non solo dalla Costituzione, ma anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata il 7 dicembre 2000 a Nizza e, in una versione adattata, il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, con conseguente violazione dell’art. 117, primo comma, Cost.

Motivi della decisione

1.- La Corte di cassazione, terza sezione penale, con ordinanza del 15 ottobre 2013 (r.o. n. 275 del 2013), ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 69, quarto comma, del codice penale, come sostituito dall’art. 3 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), nella parte in cui stabilisce il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all’art. 609-bis, terzo comma, cod. pen., sulla recidiva reiterata, prevista dall’art. 99, quarto comma, cod. pen.

Il giudice a quo ricorda che la legge 15 febbraio 1996, n. 66 (Norme contro la violenza sessuale), ricorrendo all’unitaria nozione di atti sessuali, ha unificato nella violenza sessuale le fattispecie di congiunzione carnale violenta e di atti di libidine violenti, previste dalla precedente normativa. Ad avviso della Corte rimettente, proprio «la “unificazione” in una sola [ipotesi] criminosa di ogni attentato alla sfera sessuale ha indotto il legislatore, per differenziare sul piano sanzionatorio le ipotesi meno gravi (rientranti secondo la previgente disciplina negli atti di libidine), a configurare una circostanza attenuante speciale», che ricorre quando il fatto di reato ha recato una minore offesa alla libertà sessuale della vittima.

La conclusione che l’attenuante dei casi di minore gravità concerna le condotte caratterizzate da una minore «intensità della lesione del bene giuridico tutelato» troverebbe conferma nella divaricazione delle cornici edittali stabilite dal legislatore per la fattispecie base del primo comma dell’art. 609-bis cod. pen., per la quale è prevista una pena da cinque a dieci anni di reclusione, e per la fattispecie circostanziata del terzo comma del medesimo articolo, il quale stabilisce che «nei casi di minore gravità» la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi.

Ad avviso del giudice a quo, quindi, la norma censurata sarebbe irragionevole e violerebbe il principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost., in quanto fatti anche di minima entità vengono, per effetto del divieto in questione, ad essere irragionevolmente sanzionati con la stessa pena, prevista dal primo comma dell’art. 609-bis cod. pen., per le ipotesi di violenza più gravi, vale a dire per condotte che, pur aggredendo il medesimo bene giuridico, sono completamente diverse, sia per le modalità, sia per il danno arrecato alla vittima, con la conseguenza che l’autore di condotte di minore gravità, che sia recidivo ex art. 99, quarto comma, cod. pen., è punito con la stessa pena prevista per chi pone in essere comportamenti ben più gravi sotto il profilo dell’offesa alla libertà sessuale della vittima.

Inoltre, la norma impugnata sarebbe in contrasto con il principio di proporzionalità della pena (art. 27, terzo comma, Cost.), perché, come è stato già rilevato da questa Corte nella sentenza n. 251 del 2012, «l’incidenza della regola preclusiva sancita dall’art. 69, quarto comma, cod. pen. […] attribuisce alla risposta punitiva i connotati di una pena palesemente sproporzionata e, dunque, inevitabilmente avvertita come ingiusta dal condannato (sentenza n. 68 del 2012)», soprattutto con riferimento alle ipotesi di minore gravità previste dal terzo comma dell’art. 609-bis cod. pen., che si differenziano, rispetto a quelle delineate dal primo comma, per la minore offesa alla libertà sessuale cagionata dal fatto di reato.

2.- L’Avvocatura generale dello Stato ha eccepito l’inammissibilità della questione per difetto di motivazione sulla rilevanza: la Corte rimettente, infatti, non avrebbe descritto sufficientemente la fattispecie oggetto del giudizio, non avendo specificato «i fatti in base ai quali sia stata valutata giuridicamente corretta la non praticabilità della esclusione dell’aggravante della recidiva». Il giudice a quo, in particolare, non avrebbe «illustrato per quale motivo nel caso di specie sia da negare la possibilità di tenere conto della lesività oggettiva del fatto, escludendo rilievo ad una condizione soggettiva dell’imputato che non è affatto espressione di una medesima devianza».

L’eccezione è infondata.

La Corte rimettente ha adeguatamente descritto la fattispecie sottoposta al suo esame nel giudizio a quo, spiegando per quali ragioni il giudice di appello ha ritenuto di dover applicare la contestata recidiva, peraltro già riconosciuta dalla sentenza di primo grado, e di dovere conseguentemente procedere al giudizio di bilanciamento tra la recidiva e la circostanza attenuante di cui all’art. 609-bis, terzo comma, cod. pen.

Inoltre, tra i motivi del ricorso per cassazione indicati dal giudice a quo, manca quello relativo all’erronea applicazione della recidiva, sicché può ben ritenersi che al riguardo, nel caso di specie, si sia verificata una preclusione.

Non spettava pertanto alla Corte rimettente valutare «la possibilità di tenere conto della lesività oggettiva del fatto, escludendo rilievo ad una condizione soggettiva dell’imputato che non è affatto espressione di una medesima devianza».

3.- Nel merito, la questione è fondata.

4.- L’art. 3 della legge n. 251 del 2005 ha sostituito il quarto comma dell’art. 69 cod. pen., sul giudizio di bilanciamento delle circostanze, stabilendo, tra l’altro, il divieto di prevalenza delle attenuanti sulla circostanza prevista dall’art. 99, quarto comma, cod. pen., e il giudice a quo prospetta l’illegittimità costituzionale di tale norma, nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all’art. 609-bis, terzo comma, cod. pen., sulla recidiva reiterata.

L’art. 609-bis, terzo comma, cod. pen., prevede una circostanza attenuante ad effetto speciale, che comporta una riduzione della pena base (reclusione da cinque a dieci anni) «in misura non eccedente i due terzi», sicché, come ha rilevato il giudice a quo, ove ritenuta sussistente, «la pena (applicandosi l’attenuante nella massima estensione) può variare da un minimo di 1 anno e 8 mesi di reclusione a un massimo di 3 anni e 4 mesi»; se però si applica la recidiva reiterata, i casi di violenza sessuale di minore gravità, per i quali l’art. 609-bis, terzo comma, cod. pen., prevede la pena della reclusione da un anno e otto mesi a tre anni e quattro mesi, devono essere puniti con la reclusione da cinque a dieci anni.

Come questa Corte ha già rilevato (sentenza n. 251 del 2012), l’attuale formulazione dell’art. 69, quarto comma, cod. pen., costituisce il punto di arrivo di un’evoluzione legislativa dei criteri di bilanciamento, iniziata con l’art. 6 del decreto-legge 11 aprile 1974, n. 99 (Provvedimenti urgenti sulla giustizia penale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 7 giugno 1974, n. 220, che ha esteso il giudizio di comparazione alle circostanze autonome o indipendenti e a quelle inerenti alla persona del colpevole. «L’effetto è stato quello di consentire il riequilibrio di alcuni eccessi di penalizzazione, ma anche quello di rendere modificabili, attraverso il giudizio di comparazione, le cornici edittali di alcune ipotesi circostanziali, di aggravamento o di attenuazione, sostanzialmente diverse dai reati base; ipotesi che solitamente vengono individuate dal legislatore attraverso la previsione di pene di specie diversa o di pene della stessa specie, ma con limiti edittali indipendenti da quelli stabiliti per il reato base», come nel caso regolato dall’art. 609-bis, terzo comma, cod. pen.

È rispetto a questo tipo di circostanze che il criterio generalizzato, introdotto con la modificazione dell’art. 69, quarto comma, cod. pen., ha mostrato delle incongruenze, inducendo il legislatore a intervenire con regole derogatorie, come è avvenuto con l’aggravante della «finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico», prevista dall’art. 1 del decreto-legge 15 dicembre 1979, n. 625 (Misure urgenti per la tutela dell’ordine democratico e della sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 6 febbraio 1980, n. 15, e, «in seguito, con varie altre disposizioni, generalmente adottate per impedire il bilanciamento della circostanza c.d. privilegiata, di regola un’aggravante, o per limitarlo, in modo da escludere la soccombenza di tale circostanza nella comparazione con le attenuanti; ed è appunto questo il risultato che si è voluto perseguire con la norma impugnata» (sentenza n. 251 del 2012).

Il giudizio di bilanciamento tra circostanze eterogenee consente al giudice di «valutare il fatto in tutta la sua ampiezza circostanziale, sia eliminando dagli effetti sanzionatori tutte le circostanze (equivalenza), sia tenendo conto di quelle che aggravano la quantitas delicti, oppure soltanto di quelle che la diminuiscono» (sentenza n. 38 del 1985). Deroghe al bilanciamento però sono possibili e rientrano nell’ambito delle scelte del legislatore, che sono sindacabili da questa Corte «soltanto ove trasmodino nella manifesta irragionevolezza o nell’arbitrio» (sentenza n. 68 del 2012), ma in ogni caso «non possono giungere a determinare un’alterazione degli equilibri costituzionalmente imposti nella strutturazione della responsabilità penale» (sentenza n. 251 del 2012); alterazione che, come si vedrà, emerge per più aspetti nella situazione normativa in questione.

5.- Come questa Corte ha già rilevato, la legge n. 66 del 1996, che ha riformato la disciplina dei delitti contro la libertà sessuale, ha realizzato una «concentrazione nell’unico delitto di violenza sessuale (art. 609-bis cod. pen.) delle fattispecie di violenza carnale e di atti di libidine violenti, rispettivamente previste negli artt. 519 e 521 del testo originario del codice penale» (sentenza n. 325 del 2005) e, nel descrivere la condotta del nuovo delitto di violenza sessuale, l’attuale art. 609-bis cod. pen. impiega, quale termine di riferimento dell’attività costrittiva, l’espressione «atti sessuali», che costituisce il fulcro della nuova fattispecie incriminatrice, volta a sintetizzare, mediante una formula particolarmente ampia, le nozioni di congiunzione carnale e di atti di libidine presenti nella precedente normativa.

Proprio l’introduzione dell’unitaria nozione di atto sessuale – la quale, pur continuando «ad avere come punti di riferimento da un lato la congiunzione carnale e dall’altro gli atti di libidine, […] intende distaccarsi dalla fisicità e materialità della distinzione per apprestare una più comprensiva ed estesa tutela contro qualsiasi comportamento che costituisca una ingerenza nella piena autodeterminazione della sfera sessuale» – ha fatto sorgere «l’esigenza di introdurre una circostanza attenuante per i casi di minore gravità (art. 609-bis, terzo comma, cod. pen.). Mediante una consistente diminuzione (in misura non eccedente i due terzi) della pena prevista per il delitto di violenza sessuale (fissata, nel minimo, in cinque anni di reclusione), risulta così possibile rendere la sanzione proporzionata nei casi in cui la sfera della libertà sessuale subisca una lesione di minima entità» (sentenza n. 325 del 2005).

La circostanza attenuante prevista dal terzo comma dell’art. 609-bis cod. pen. per i «casi di minore gravità» si pone, pertanto, «quale temperamento degli effetti della concentrazione in un unico reato di comportamenti, tra loro assai differenziati, che comunque incidono sulla libertà sessuale della persona offesa, e della conseguente diversa intensità della lesione dell’oggettività giuridica del reato» (sentenza n. 325 del 2005). Peraltro, la concorde giurisprudenza della Corte di cassazione considera l’attenuante in esame applicabile «in tutte quelle fattispecie in cui avuto riguardo ai mezzi, alle modalità esecutive ed alle circostanze dell’azione, sia possibile ritenere che la libertà sessuale, personale della vittima sia stata compressa in maniera non grave, ed implica la necessità di una valutazione globale del fatto, non limitata alle sole componenti oggettive del reato, bensì estesa anche a quelle soggettive ed a tutti gli elementi menzionati nell’art. 133 cod. pen.» (Cassazione, sezione quarta penale, 12 aprile 2013, n. 18662, nonché sezione terza penale, 13 novembre 2007, n. 45604 e 7 novembre 2006, n. 5002).

6.- Ciò posto, la censura relativa al principio di proporzionalità della pena (art. 27, terzo comma, Cost.) è fondata.

L’art. 69, quarto comma, cod. pen., nel precludere la prevalenza delle circostanze attenuanti sulla recidiva reiterata, realizza «una deroga rispetto a un principio generale che governa la complessa attività commisurativa della pena da parte del giudice, saldando i criteri di determinazione della pena base con quelli mediante i quali essa, secondo un processo finalisticamente indirizzato dall’art. 27, terzo comma, Cost., diviene adeguata al caso di specie anche per mezzo dell’applicazione delle circostanze» (sentenze n. 251 del 2012 e n. 183 del 2011); nel caso in esame, infatti, il divieto di soccombenza della recidiva reiterata rispetto all’attenuante dell’art. 609-bis, terzo comma, cod. pen., impedisce il necessario adeguamento, che dovrebbe avvenire appunto attraverso l’applicazione della pena stabilita dal legislatore per il caso di «minore gravità».

L’incidenza della regola preclusiva sancita dall’art. 69, quarto comma, cod. pen., sulla diversità delle cornici edittali prefigurate dal primo e dal terzo comma dell’art. 609-bis cod. pen., che viene annullata, attribuisce così alla risposta punitiva i connotati di «una pena palesemente sproporzionata» e, dunque, «inevitabilmente avvertita come ingiusta dal condannato» (sentenza n. 68 del 2012).

È stato già affermato da questa Corte (sentenza n. 251 del 2012) che «la legittimità, in via generale, di trattamenti differenziati per il recidivo, ossia per “un soggetto che delinque volontariamente pur dopo aver subito un processo ed una condanna per un delitto doloso, manifestando l’insufficienza, in chiave dissuasiva, dell’esperienza diretta e concreta del sistema sanzionatorio penale” (sentenza n. 249 del 2010), non sottrae allo scrutinio di legittimità costituzionale le singole previsioni», e questo scrutinio nel caso in esame rivela il carattere palesemente sproporzionato del trattamento sanzionatorio determinato dall’innesto della deroga al giudizio di bilanciamento sull’assetto delineato dall’art. 609-bis cod. pen.

La recidiva reiterata, infatti, «riflette i due aspetti della colpevolezza e della pericolosità, ed è da ritenere che questi, pur essendo pertinenti al reato, non possano assumere, nel processo di individualizzazione della pena, una rilevanza tale da renderli comparativamente prevalenti rispetto al fatto oggettivo». Sia nell’individuazione dell’attenuante dei casi di minore gravità, sia nella determinazione complessiva e finale della pena, insomma, la rilevanza dell’offensività della fattispecie base non può essere «”neutralizzata” da un processo di individualizzazione prevalentemente orientato sulla colpevolezza e sulla pericolosità» (sentenza n. 251 del 2012).

Perciò deve concludersi che la norma censurata è in contrasto con la finalità rieducativa della pena, che implica «un costante “principio di proporzione” tra qualità e quantità della sanzione, da una parte, e offesa, dall’altra (sentenza n. 341 del 1994)» (sentenza n. 251 del 2012).

7.- Questa conclusione, peraltro, è resa ancor più evidente dalla notevole divaricazione delle cornici edittali stabilite dal legislatore per la fattispecie base, prevista dal primo comma dell’art. 609-bis cod. pen., e per quella circostanziata, prevista dal terzo comma del medesimo articolo: nei casi di minore gravità infatti la pena è diminuita «in misura non eccedente i due terzi», con la conseguenza che, in seguito al riconoscimento dell’attenuante speciale in questione, il massimo della pena edittale, come ha rilevato il giudice rimettente, è, «in modo considerevole, inferiore al minimo della pena prevista per l’ipotesi di cui al comma 1 (anni 5)».

Anche nel caso in esame quindi, come in quello oggetto della sentenza n. 251 del 2012, dal divieto di prevalenza sancito dalla norma censurata derivano delle conseguenze manifestamente irragionevoli sul piano sanzionatorio, assumendo particolare rilievo la divaricazione tra i livelli minimi, rispettivamente di cinque anni, per il primo comma dell’art. 609-bis cod. pen., e di un anno e otto mesi, per il terzo comma dello stesso articolo. Così, per effetto dell’equivalenza tra la recidiva reiterata e l’attenuante della minore gravità, l’imputato viene di fatto a subire un aumento assai superiore a quello specificamente previsto dall’art. 99, quarto comma, cod. pen., che, a seconda dei casi, è della metà o di due terzi.

L’incongruità di questo risultato appare evidente se si considerano i criteri stabiliti dall’art. 69, quarto comma, cod. pen., prima della modificazione (in genere diretta a favorire l’imputato) operata dall’art. 6 del d.l. n. 99 del 1974, quando l’aumento della recidiva veniva effettuato sulla pena prevista per la fattispecie attenuata. In un caso come quello in esame, infatti, la pena minima sarebbe stata, a seconda del tipo di recidiva, di due anni e sei mesi o di due anni, nove mesi e dieci giorni, vale a dire di un anno e otto mesi per il reato attenuato previsto dall’art. 609-bis, terzo comma, cod. pen., aumentata, a seconda dei casi, della metà o di due terzi per la recidiva, cioè, rispettivamente, di dieci mesi o di tredici mesi e dieci giorni. Per contro il giudizio di equivalenza, imposto dalla norma impugnata, comporta l’applicazione della pena di cinque anni di reclusione, determinando un aumento di tre anni e due mesi.

8.- Anche la censura relativa al principio di uguaglianza è fondata, perché, come ha rilevato la Corte rimettente, fatti anche di minima entità vengono, per effetto del divieto in questione, ad essere irragionevolmente sanzionati con la stessa pena, prevista dal primo comma dell’art. 609-bis cod. pen., per le ipotesi di violenza più gravi, vale a dire per condotte che, pur aggredendo il medesimo bene giuridico, sono completamente diverse, sia per le modalità, sia per il danno arrecato alla vittima.

Del resto, che si tratti di fatti sostanzialmente diversi, e quindi tali da non poter essere assoggettati alla stessa pena, emerge anche dalla giurisprudenza costituzionale che, come si è visto, giustifica l’introduzione dell’attenuante dei casi di minore gravità «quale temperamento degli effetti della concentrazione in un unico reato di comportamenti, tra loro assai differenziati, che comunque incidono sulla libertà sessuale della persona offesa, e della conseguente diversa intensità della lesione dell’oggettività giuridica del reato» (sentenza n. 325 del 2005).

9.- Deve pertanto dichiararsi l’illegittimità costituzionale dell’art. 69, quarto comma, cod. pen., come sostituito dall’art. 3 della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all’art. 609-bis, terzo comma, cod. pen., sulla recidiva di cui all’art. 99, quarto comma, cod. pen.

P.Q.M.

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 69, quarto comma, del codice penale, come sostituito dall’art. 3 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all’art. 609-bis, terzo comma, cod. pen., sulla recidiva di cui all’art. 99, quarto comma, cod. pen.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 14 aprile 2014.

Depositata in Cancelleria il 18 aprile 2014.

DiMartina Bolis

Divorzio breve

Nei giorni scorsi, la Camera ha approvato il testo della proposta di Legge sul divorzio breve; ora il disegno di Legge è al vaglio del senato.

In base all’art. 1 del testo in questione, per presentare la domanda di divorzio non sarà più necessario attendere tre anni dalla separazione dei coniugi.

Infatti, nel caso in cui vi sia stata separazione giudiziale, sarà sufficiente attendere dodici mesi dalla data della notifica del ricorso di separazione, mentre nel caso di separazione consensuale il termine sarà di sei mesi dalla data di deposito del ricorso (o dalla data di notifica dello stesso, qualora il ricorso sia presentato da uno solo dei coniugi).

Se alla presentazione del ricorso per divorzio sarà ancora pendente la causa di separazione (per le domande accessorie), il giudizio di divorzio sarà assegnato al Giudice titolare del procedimento per la separazione.

Vi sono modifiche anche relativamente allo scioglimento del regime di comunione dei beni tra i coniugi; è infatti stabilito dalla proposta di legge che lo scioglimento della comunione si verifichi nel momento in cui il Presidente del Tribunale, nell’udienza di comparizione delle parti, autorizza i coniugi a vivere separati; nel caso di separazione consensuale, detto scioglimento si avrà a partire dalla data di sottoscrizione del verbale di separazione consensuale.

Quanto all’ambito di applicazione, i nuovi termini si applicheranno alle domande di divorzio presentate dopo la data di entrata in vigore del testo in esame, anche nel caso in cui in tale data siano ancora pendenti i procedimenti di separazione personale.

Quanto riportato sopra corrisponde al testo licenziato dalla Camera attualmente al vaglio del Senato.
In tale passaggio, il disegno di Legge potrà subire modifiche.

DiMartina Bolis

Riforma del diritto penale

In data 15.05.2014 entrerà in vigore la Legge 28.04.2014 n. 67, “Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili”.

Con tale legge vengono apportate rilevanti modifiche al sistema delle pene detentive, carcerarie e non carcerarie, nonché al sistema sanzionatorio; sono inoltre introdotte disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova, e viene riformato il processo per i casi in cui l’imputato sia contumace.

Quanto alle pene, viene introdotta come pena principale la detenzione domiciliare, sia nella forma della reclusione che nella forma dell’arresto.

In base a quanto contenuto nella legge delega, tale pena dovrà essere applicata in automatico a tutte le contravvenzioni attualmente sanzionate con l’arresto, ed a tutti i delitti in cui il massimo edittale della pena sia inferiore o uguale a tre anni.

Per i delitti sanzionati nel massimo edittale con la reclusione dai tre ai cinque anni, il giudice dovrà valutare se applicare o meno la detenzione domiciliare, considerando a tal fine la gravità del reato e la capacità a delinquere dell’imputato.

La detenzione domiciliare non potrà invece essere applicata in automatico, né concessa discrezionalmente dal giudice, qualora l’imputato sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza, qualora l’imputato non abbia un domicilio idoneo e qualora tenga un comportamento incompatibile con tale previsione, anche tenendo conto della tutela della persona offesa.

Nell’ambito dei reati per i quali viene concessa la detenzione domiciliare, il giudice può disporre l’ulteriore sanzione del lavoro di pubblica utilità, per una durata non inferiore a dieci giorni.

Un’ulteriore novità della legge in questione è l’introduzione dell’istituto della messa alla prova, prima presente solo nel processo minorile.

Per i reati puniti con la reclusione fino a quattro anni, o con la pena pecuniaria, o per i quali è prevista la citazione diretta a giudizio, viene introdotta la possibilità per l’imputato di richiedere la sospensione del processo con la messa alla prova.

Quest’ultima si concretizza nello svolgimento di lavori di pubblica utilità, di condotte riparatorie e risarcitorie (ove ciò sia possibile), con l’affidamento dell’imputato ai servizi sociali i quali predisporranno un programma di recupero. Nel caso di esito positivo del programma, il reato si estingue; qualora invece l’imputato violi le prescrizioni del programma, o commetta nuovi delitti, la messa alla prova viene sospesa ed il processo riprende il suo corso.

Viene modificata, come sopra accennato, la disciplina del processo in contumacia. Se l’imputato viene dichiarato irreperibile, il giudice dispone la sospensione del processo, potendo tuttavia procedere l’acquisizione delle prove non rinviabili. A scadenza annuale, il giudice dispone lo svolgimento di nuove ricerche dell’imputato; qualora queste abbiano esito positivo, viene fissata una nuova udienza ed il processo continua il suo svolgimento.

Altra modifica rilevante è la depenalizzazione di una serie di reati, quali quelli puniti con la sola multa o la sola ammenda, ed altri più specifici come l’omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali (purchè sia inferiore ad € 10.000,00), o le rappresentazione teatrali e cinematografiche abusive.

Viene depenalizzato anche il reato di immigrazione clandestina.

DiMartina Bolis

Sicurezza sul lavoro e obblighi dell’imprenditore

L’art. 2087 c.c. statuisce che “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.

Il rispetto di tale norma non può tradursi in un obbligo per il datore di lavoro di garantire che l’ambiente di lavoro sia completamente privo di rischi, qualora il rischio costituito da un determinato tipo di lavorazione o dalla presenza di un attrezzatura non possa essere eliminato.

Allo stesso modo, non può pretendersi che il datore di lavoro adotti delle misure di prevenzione atte a far fronte a dei rischi e degli infortuni non ragionevolmente ipotizzabili.

Infatti, sostenere il contrario significherebbe porre una responsabilità oggettiva in capo a tale soggetto.

Il principio sopra riportato è stato espresso dalla Corte di Cassazione Civile, nella recente sentenza 1312/2014.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. V.G. – Presidente –

Dott. B.G. – Consigliere –

Dott. M.A. – Consigliere –

Dott. M.C. – rel. Consigliere –

Dott. T.I. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 21743-2010 proposto da:

C.L. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA D., presso lo studio dell’avvocato D.V., che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

CARIGE ASSICURAZIONI S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA C., presso lo studio dell’avvocato M.F.A., che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– controricorrente –

e contro

CI.GI.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 822/2010 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA, depositata il 25/06/2010 R.G.N. 811/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 22/10/2013 dal Consigliere Dott. C.M.;

udito l’Avvocato D.V.;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. F.C. che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

La Corte di appello, giudice del lavoro, di L’Aquila, con sentenza n. 822/2010 del 25/6/2010, decidendo sull’appello proposto da C.L. nei confronti di Ci.Gi. e della Carige Assicurazioni S.p.A. (chiamata in garanzia dal Ci.) nonchè sull’appello incidentale proposto da quest’ultima società, confermava la pronuncia del Tribunale di Pescara che aveva rigettato la domanda del C. diretta ad ottenere il riconoscimento del suo diritto al pagamento della somma di Euro 1.321.183,00 a titolo di danno biologico differenziale, danno morale e danno alla vita di relazione in relazione all’infortunio sul lavoro occorsogli in data 3/12/2001, mentre si trovava alla guida di un autoarticolato, essendo addetto al trasporto di un carico di ferro diretto in una località in provincia di Arezzo, ed a seguito del quale aveva riportato lesioni gravissime. Riteneva la Corte territoriale che, conformemente a quanto sul punto deciso dal Tribunale, fosse da escludere una responsabilità civile addebitabile al Ce. sotto entrambi i profili dedotti in sede di ricorso introduttivo e cioè sotto quello della cattiva manutenzione dell’automezzo e sotto quello dell’omessa informazione all’autista delle strade da percorrere. Quanto al primo, evidenziava come la consulenza tecnica svolta in sede penale avesse escluso che il sistema frenante dell’autoarticolato, pur non ottimale, avesse un’efficienza inferiore ai limiti previsti per la revisione ed avesse altresì accertato che lo spessore dei ferodi era sufficiente a garantire un’adeguata frenatura. Quanto al secondo, riteneva che l’obbligo del datore di lavoro esercente un’impresa di autotrasporto non potesse spingersi fino a richiedergli di accertare le caratteristiche delle strade al fine di consigliare l’utilizzo di quella meno pericolosa. Evidenziava che il sinistro in questione non si sarebbe verificato se l’autista avesse operato correttamente, ossia evitando frenate ripetute ed utilizzando le marce basse adeguate, comportamento questo che aveva determinato il surriscaldamento delle parti di attrito ed una perdita di aria compressa sul circuito frenante che avevano reso lo stesso inefficiente.

Per la cassazione di tale sentenza C.L. propone ricorso affidato ad un unico articolato motivo.

Resiste con controricorso la Carige Assicurazioni S.p.A..

Ci.Gi. è rimasto solo intimato.

Motivi della decisione

1. Con l’unico motivo il ricorrente denuncia: “Violazione e falsa applicazione dell’art. 2087 cod. civ., del D.Lgs. n. 626 del 1994, artt. 34 e 35, dell’art. 1218 cod. civ. nonchè contraddittorietà della motivazione”. Si duole del fatto che la Corte territoriale abbia ritenuto di fatto sussistente nel caso di specie una sorta di rischio elettivo, intendendosi per tale – a mente di Cass. 22 febbraio 2012, n. 2642 – quello che, estraneo e non attinente all’attività lavorativa, sia dovuto ad una scelta arbitraria del lavoratore, il quale crei ed affronti volutamente, in base a ragioni o ad impulsi personali, una situazione diversa da quella inerente alla attività lavorativa, ponendo così in essere una causa interruttiva di ogni nesso tra lavoro, rischio ed evento. Ciò peraltro in contrasto con il riconoscimento da parte dell’I.N.A.I.L. dell’infortunio sul lavoro. Si duole del fatto che la Corte territoriale, pur avendo riscontrato il funzionamento del 68% dell’impianto frenante del trattore, e dunque un funzionamento non ottimale, non ha tratto da tale circostanza le dovute conseguenze.

Rileva che, come evidenziato dal c.t.u., tale funzionamento non ottimale aveva comportato che il rimorchio, invece di rallentare la corsa un attimo prima del trattore, aveva esercitato su quest’ultimo una spinta, compromettendone la traiettoria.

2. Il motivo non è fondato.

Si rileva innanzitutto un profilo di inammissibilità mancando una chiara indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che si assumono in contrasto con le disposizioni indicate o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina. Come è noto, infatti, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di una erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e, quindi, implica necessariamente un problema interpretativo della stessa (da cui la funzione di assicurare la uniforme interpretazione della legge assegnata alla Corte di cassazione). Viceversa, l’allegazione – come prospettato da parte del ricorrente – di una erronea ricognizione della fattispecie concreta o meglio di una erronea valutazione dei fatti come ricostruiti, è esterna alla esatta interpretazione delle norme di legge e impinge nella tipica valutazione del giudice del merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità sotto l’aspetto del vizio di motivazione.

Lo scrimine tra l’una e l’altra ipotesi – violazione di legge in senso proprio a causa della erronea ricognizione della astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta – è segnato in modo evidente, atteso che solo quest’ultima censura e non anche la prima è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (recentemente, in termini, specie in motivazione, Cass. 6 marzo 2012, n. 3455; id. 30 gennaio 2012, n. 1312; 27 settembre 2011, n. 19748; 6 agosto 2010, n. 18375, tra le tantissime).

In ogni caso, non si rilevano nella decisione impugnata errori di diritto avendo la Corte territoriale fatto corretta applicazione delle regole poste dall’art. 2087 cod. civ..

Come è noto, infatti, il lavoratore che agisca nei confronti del datore di lavoro per il risarcimento del danno patito a seguito di infortunio sul lavoro, seppure non debba provare la colpa del datore di lavoro, nei cui confronti opera la presunzione posta dall’art. 1218 cod. civ. è pur sempre onerato, in base al principio generale affermato da Cass. S.U. 30 ottobre 2001, n. 13533, della prova del fatto costituente l’inadempimento e del nesso di causalità materiale tra l’inadempimento e il danno (cfr. Cass. 19 luglio 2007, n. 16003).

Infatti, soltanto “una volta provato l’inadempimento consistente nell’inesatta esecuzione della prestazione di sicurezza nonchè la correlazione fra tale inadempimento ed il danno, la prova che tutto era stato approntato ai fini dell’osservanza del precetto dell’art. 2087 cod. civ. e che gli esiti dannosi erano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile deve essere fornita dal datore di lavoro” (v. Cass. 8 maggio 2007, n. 10441). La prova liberatoria a carico del datore di lavoro va, poi, generalmente correlata alla quantificazione della diligenza ritenuta esigibile, nella predisposizione delle misure di sicurezza, imponendosi, di norma, allo stesso l’onere di provare l’adozione di comportamenti specifici i quali, ancorchè non risultino dettati dalla legge (o altra fonte equiparata), siano suggeriti da conoscenze sperimentali e tecniche, dagli “standard” di sicurezza normalmente osservati o trovino riferimento in altre fonti analoghe (Cass. 24 febbraio 2006, n. 4148;

id. 25 maggio 2006, n. 12445; 24 luglio 2006, n. 16881; 27 luglio 2010, n. 17547).

Nel caso in questione, il ricorrente si duole innanzitutto della ricostruzione della condotta di guida del C. come operata dalla Corte territoriale, ricostruzione che a suo dire non trovava riscontro nei fatti accertati giudizialmente.

Lamenta, inoltre, che la Corte abbia considerato irrilevante un obbligo di manutenzione continuo e costante, ritenendolo circoscritto all’effettuazione delle revisioni legali ordinarie e straordinarie e che non abbia attribuito rilevanza alla mancata informazione in ordine alla sicurezza e pericolosità delle strade, evidenziando che le condizioni del mezzo avrebbero sconsigliato l’uso del veicolo in un tratto collinare caratterizzato da una serie di saliscendi come quello tra Arezzo e San Quirico d’Orcia.

Quanto al primo rilievo, va ricordato che la deduzione con il ricorso per cassazione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata non conferisce al Giudice di legittimità il potere di riesaminare il merito della vicenda processuale, bensì la sola facoltà di controllo della correttezza giuridica e della coerenza logica delle argomentazioni svolte dal Giudice del merito, non essendo consentito alla Corte di cassazione di procedere ad una autonoma valutazione delle risultanze probatorie, sicchè le censure concernenti il vizio di motivazione non possono risolversi nel sollecitare una lettura delle emergenze processuali diversa da quella accolta dal Giudice del merito (vedi, tra le tante: Cass. 20 aprile 2011, n. 9043; id. 13 gennaio 2011, n. 313; 3 gennaio 2011, n. 37; 3 ottobre 2007, n. 20731; 21 agosto 2006, n. 18214; 16 febbraio 2006, n. 3436; 27 aprile 2005, n. 8718).

Nè è possibile far valere con il vizio di motivazione la rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice al diverso convincimento soggettivo della parte e, in particolare, prospettare un preteso migliore e più appagante coordinamento dei dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito di discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi del percorso formativo di tale convincimento (così Cass. 26 marzo 2010, n. 7394).

In buona sostanza, il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità.

La valutazione, poi, delle risultanze probatorie come la scelta di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (Cass. 5 ottobre 2006, n. 21412; id. 26 febbraio 2007, n. 4391; 27 luglio 2007, n. 16346).

Tanto precisato, va osservato che, nella specie, le valutazioni delle risultanze probatorie operate dal Giudice di appello sono congruamente motivate e l’iter logico-argomentativo che sorregge la decisione è chiaramente individuabile, non presentando alcun profilo di manifesta illogicità o insanabile contraddizione.

Inoltre, contrariamente a quanto lamentato dal ricorrente, la Corte territoriale ha debitamente considerato tutte le circostanze emerse nell’ambito della ricostruzione fattuale dell’infortunio occorso al C..

Diverge, evidentemente, il giudizio sulla valenza delle stesse al fine di ritenere sussistente ovvero escludere la responsabilità del datore di lavoro.

Invero, la Corte territoriale, con motivazione corretta sotto il profilo giuridico e congruamente articolata, ha ritenuto che non potesse configurarsi una responsabilità civile a carico del datore di lavoro sotto il duplice profilo della cattiva manutenzione dell’automezzo affidato al lavoratore e dell’omessa informazione di adeguate notizie all’autista in ordine alle strade da percorrere.

Quanto al primo aspetto ha valorizzato le circostanze, emerse dalla consulenza tecnica svolta in sede penale, che il sistema frenante dell’autoarticolato, pur non ottimale, avesse un’efficienza superiore ai limiti previsti per la revisione e che lo spessore dei ferodi fosse idoneo a garantire un’adeguata frenatura. Così ha ritenuto che l’inefficienza del sistema frenante determinatasi nel caso concreto non fosse imputabile alle condizioni del sistema stesso bensì ad una condotta di guida non appropriata, caratterizzata da frenate ripetute, dal mancato utilizzo delle marce basse e del freno motore.

Quanto al secondo aspetto, ha ritenuto che l’obbligo del datore di lavoro esercente un’impresa di autotrasporto non potesse spingersi fino a richiedergli di accertare le caratteristiche delle strade al fine di consigliare l’utilizzo di quella meno pericolosa. Sotto entrambi i profili, dunque, la diligenza esigibile è stata correttamente misurata in relazione a quello che si poteva pretendere dal datore di lavoro nel caso concreto in cui l’automezzo (avente una efficienza del sistema frenante pari al 68% e, dunque, superiore ai limiti richiesti dalla normativa per la revisione degli autoveicoli) era stato affidato a chi, in ragione delle conoscenze e competenze connaturate alla qualifica di autista, avrebbe dovuto porre in essere una condotta di guida consona rispetto alla tipologia del mezzo stesso ed alle condizioni della strada da percorrere ed avrebbe altresì dovuto essere in grado di valutare autonomamente il percorso consigliabile.

Le suddette considerazioni reggono alle censure del ricorrente sol che si consideri che la diligenza richiesta è, come detto, esclusivamente quella esigibile per essere l’infortunio ricollegabile ad un comportamento colpevole del datore di lavoro, alla violazione di un obbligo di sicurezza, alla mancata predisposizione di misure idonee a prevenire ragioni di danno per i propri dipendenti. Così, come non può accollarsi al datore di lavoro l’obbligo di garantire un ambiente di lavoro a “rischio zero” quando di per sè il rischio di una lavorazione o di una attrezzatura non sia eliminabile, egualmente non può pretendersi l’adozione di accorgimenti per fronteggiare evenienze infortunistiche ragionevolmente impensabili.

Diversamente vi sarebbe una responsabilità oggettiva in quanto attribuita quando la diligenza richiesta sia stata già soddisfatta (al pari del caso in cui una prestazione sia ineseguibile o la diligenza richiesta non sia più esigibile). Si veda anche la recente Cass. 17 aprile 2012, n. 6002 secondo cui: “L’obbligo di prevenzione di cui all’art. 2087 c.c., che non configura una ipotesi di responsabilità oggettiva, impone al datore di lavoro di adottare non solo le particolari misure tassativamente imposte dalla legge in relazione allo specifico tipo di attività esercitata e quelle generiche dettate dalla comune prudenza, ma anche tutte le altre che in concreto si rendano necessarie per la tutela del lavoratore in base all’esperienza e alla tecnica; tuttavia, da detta norma non può desumersi la prescrizione di un obbligo assoluto di rispettare ogni cautela possibile ed innominata diretta ad evitare qualsiasi danno, con la conseguenza di ritenere automatica la responsabilità del datore di lavoro ogni volta che il danno si sia verificato, occorrendo invece che l’evento sia riferibile a sua colpa, dal momento che la colpa costituisce, comunque, elemento della responsabilità contrattuale del datore di lavoro”.

Ne deriva che l’infortunio di cui trattasi, ancorchè indennizzabile (ed indennizzato), non è, tuttavia, risarcibile.

3. Il ricorso va, pertanto, rigettato.

4. Sussistono giusti motivi, in considerazione a della natura delle questioni trattate e della peculiarità fattuale della controversia in esame, per compensare – tra le parti costituite – le spese del presente giudizio di cassazione.

Nulla va disposto per le spese nei confronti di Ci.Gi.

che non ha svolto attività difensiva, in questa sede.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; compensa le spese nei confronti della Carige Assicurazioni S.p.A.; nulla per le spese nei confronti di Ci.Gi..

Così deciso in Roma, il 22 ottobre 2013.

Depositato in Cancelleria il 22 gennaio 2014

DiMartina Bolis

Canoni di locazione non pagati e imposte

Nel caso in cui il conduttore di un immobile non adempia all’obbligo contrattuale di corrispondere il canone di locazione al locatore, quest’ultimo è tenuto comunque a dichiarare il reddito che sarebbe derivato dal contratto di locazione ai fini Irpef.

Infatti, il reddito del locatore, in riferimento al canone, non è tassabile ai fini Irpef solamente per il periodo successivo alla convalida di sfratto per morosità.

L’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (D.P.R. 917/86, modificato dalla Legge 431/98), statuisce che “I redditi fondiari concorrono, indipendentemente dalla percezione, a formare il reddito complessivo dei soggetti che possiedono gli immobili a titolo di proprietà, enfiteusi, usufrutto o altro diritto reale, salvo quando stabilito dall’art. 30, per il periodo di imposta in cui si è verificato il possesso. I redditi derivanti da contratti di locazione di immobili ad uso abitativo, se non percepiti, non concorrono a formare il reddito dal momento della conclusione del procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità del conduttore. Per le imposte versate sui canoni venuti a scadenza e non percepiti come da accertamento avvenuto nell’ambito del procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità è riconosciuto un credito di imposta di pari ammontare”.

Tale assunto è stato fatto proprio dalla Corte di Cassazione Civile, nella sentenza n. 15171 del 2009.

DiMartina Bolis

Mobili del conduttore dopo lo sfratto

Qualora, a seguito della convalida di sfratto ed al successivo rilascio dell’immobile, il conduttore non provveda a liberare l’immobile dai beni di sua proprietà, ai sensi dell’art. 609 c.p.c., dovrebbe essere nominato un custode di tali beni da parte dell’Ufficiale Giudiziario presente all’atto del rilascio.

Ove tale nomina non avvenga, la qualifica di custode viene assunta dal locatore.

Non è possibile procedere all’abbandono dei beni del conduttore, né all’asportazione di questi, senza previa informativa al conduttore, in quanto potrebbe configurarsi, in tali eventualità, il reato di appropriazione indebita.

Il locatore potrà, innanzitutto, mantenere i beni del conduttore nell’immobile che era stato locato, chiedendo a quest’ultimo il risarcimento dei danni per impossibilità di utilizzare l’immobile.

Qualora tale soluzione non appaia idonea, il locatore potrà innanzitutto inviare una diffida al conduttore, intimandogli di provvedere al ritiro dei propri beni entro un termine perentorio.

Nel caso in cui la diffida rimanesse priva di riscontro, dovrà procedere all’offerta ex art. 1209 e ss c.c., a mezzo di Ufficiale Giudiziario; qualora, anche a seguito di ciò, il conduttore non provvedesse al ritiro dei beni, il locatore potrà alternativamente effettuare il deposito dei beni in appositi locali (in tal caso sarà costretto ad anticipare le spesecon diritto di rivalsa sul conduttore), ovvero potrà chiedere, previa autorizzazione del Giudice, che si proceda alla vendita dei beni secondo la procedura seguite per il pignoramento.